tecnica

Chi cerca Trova

Lun, 19/01/2015 - 11:04 -- Fabio Borselli

Che la diffusione di internet abbia cambiato il mondo è cosa risaputa e, forse, anche un po’ banale da sottolineare.

Per noi, tremendamente appassionati di baseball e di softball al punto di averne fatto uno dei cardini della nostra vita, l’avvento della rete globale, con la miriade di informazioni in essa contenute, ha voluto dire l’accesso a tutto quello che, appena ieri, ci faceva sentire “dalla parte sbagliata dell’oceano”.

Quando io e il baseball ci siamo incontrati era il 1975.

Allora, ma anche abbondantemente dopo, era praticamente impossibile trovare informazioni o documentazione, minimamente fondata, che potesse accompagnarci alla scoperta di questi (purtroppo ancora oggi) “strani sport americani”.

Chi mi conosce sa che cito spesso il primo “articolo di tecnica” che abbia mai letto, intitolato “chi se la sente di fare un bunt”, pubblicato sulla gloriosa rivista TUTTOBASEBALL (& softball, volutamente minuscolo…).

Da allora è cambiato tutto e chiunque voglia “informarsi” o “studiare” il baseball ed il softball può tranquillamente sedersi davanti ad una tastiera e, sfruttando la potenza dei motori di ricerca, accedere ad un vero e proprio universo di conoscenza.

C’è veramente di tutto:

blog (come questo…), siti dedicati alla tecnica, al gossip, alle news, filmati, lezioni, web-tv e chi più ne ha più ne metta.

Una messe di informazioni che, virtualmente, coprono tutto lo scibile umano.

Sembrerebbe la situazione ideale:

ho bisogno di capire come il dito mignolo della mano si appoggia all’interno del guantone?

Nessun problema! Un paio di tentativi, che servono per aggiustare il tiro e per sistemare in modo ottimale le “parole chiave”, e si possono trovare filmati, realizzati dall’interno del guanto stesso, che mostrano, da almeno duecento angolazioni diverse, quale è “la tecnica giusta”.

Ora, senza tornare sul problema “tecnica giusta” (che ho affrontato nel post “tecnica o tecnicismo”) voglio soffermarmi sul problema della qualità delle informazioni reperibile nell’intricata tela del World Wide Web.

Come detto si può trovare di tutto… ed è, effettivamente, quello che si trova, appunto di tutto:

ho visto, accomunate dai “risultati della ricerca”, tecniche in completa antitesi tra di loro, indicazioni metodologiche contraddittorie, esercizi ed esercitazioni biomeccanicamente corrette e tecniche assolutamente dannose per l’anatomia umana…

Proprio perché  reperire informazioni è così facile occorre, di contro, essere molto prudenti, prima di tutto nel prenderle come “oro colato” e poi, nel decidere come usarle.

Mi è capitato, ad esempio, di veder utilizzare, durante un corso di formazione, un filmato pubblicitario che, oltre ad essere, dal punto di vista tecnico, non coerente con la spiegazione del docente, era anche “viziato” dall’utilizzo dell’attrezzo che pubblicizzava.

Ed ancora:

ci sono in giro per il web filmati a “10.000 frames per secondo” che in realtà non arrivano a 60, siti che consigliano esercizi che mettono a rischio la salute degli atleti.

Mi rendo conto che è difficile capire che non tutto quello che gira su internet, solo per il fatto di essere stato pensato, prodotto e caricato, sia assolutamente vero:

se il “prodotto finale” è confezionato dentro un sito web accattivante o  un filmato realizzato con mezzi super professionali difficilmente potrà essere percepito come “sbagliato”.

Eppure è indiscutibile che siti internet accattivanti e tecnicamente ineccepibili contengano, niente più, niente meno, che spazzatura.

E allora? Come trovare quello che si cerca senza “sbattere contro il muro” della suddetta spazzatura?

Credo che il primo passo verso un utilizzo consapevole dell’universo internet sia quello di assumere un atteggiamento “dubitativo a prescindere”, un approccio che impedisca alla nostra mente di etichettare come “giusta”, “ineccepibile”, “risolutiva”, qualsiasi cosa prima di averla sperimentata.

Personalmente ho imparato sulla mia pelle…

Ricordo come, qualche anno fa, un super tecnico americano, incontrato ad una Coach Convention, rispondendo ad una mia domanda precisa sull’apparente contraddizione tra due interventi di due suoi colleghi mi disse, più o meno, così:

“Fabio, negli Stati Uniti ci sono migliaia di allenatori… Se tutti dicessimo la stessa cosa come potremmo lavorare tutti?”

 

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Una mano, Due mani, Tre foto...

Lun, 22/12/2014 - 09:41 -- Fabio Borselli

Probabilmente non sono il primo a rifletterci su, anzi, devo dire di aver trovato, scartabellando il web, diversi pareri, anche molto discordanti, sul tema.

Non scopro certo l’acqua calda dicendo che, contrariamente a quanto noi allenatori abbiamo detto per millenni, non è possibile prendere (in senso letterale, naturalmente) una palla da baseball o da softball “con due mani”.

Mi rendo conto che questa può essere una sorpresa, ma io sono convinto che sia proprio così:

i giocatori e le giocatrici prendono la palla con la mano del guanto, poi, in un secondo momento, portano l’altra mano sulla palla per estrarla dal guanto e tirarla.

Ci sono atleti ed atlete abilissimi e velocissimi che fanno sembrare questi DUE gesti distinti come UNO solo, ma nonostante questo, tutti, e dico proprio tutti prendono la palla (o almeno ci provano) con la mano del guanto.

Per convincersi di quello che dico basta guardare cosa fanno i bambini:

abitualmente si comincia a lavorare sulla presa con le mani nude ed è facile vedere come, effettivamente, tutti utilizzano entrambe le mani per “acchiappare” la palla, visto che è il modo più semplice ed efficiente per non farla cadere.

I problemi cominciano quando, sempre senza guanto, si cerca di insegnare a prendere con una mano sola:

normalmente nei primi tentativi, senza nessuna eccezione, i bambini (ma ho visto anche qualcuno che bambino non era…) provano a prendere la palla con il palmo della mano rivolto verso l’alto.

Sto, naturalmente, parlando di prendere una palla tirata o passata all’altezza del torace, non di una rimbalzante o di una volata, anche se, in conclusione, non ci sono sostanziali differenze…

Questo gesto è accentuato una volta che si fa indossare il guanto.

La spiegazione è semplice:

prima di capire che il guantone ha “un pezzo in più”, che è poi la tasca, che rende la presa “con il dorso della mano rivolto verso la faccia” più comoda ed efficace, i bambini tendono a replicare un gesto più istintivo, che però funziona molto meglio se si usano due mani.

Provare a prendere la palla come sta facendo il bimbo della foto, oltre a dimostrare quanto detto fino ad ora, mostra chiaramente come, sia che la palla venga presa (non agevolmente) con il guanto o con la mano di tiro (ahio!) questa viene effettuata solo con una delle due mani.

L’evoluzione di questo gesto impacciato è normalmente quella riportata in quest’altra foto.

Va da se che, per quanto si possa continuare a ripetere “prendi con due mani!” l’unico modo per prendere la palla con il guanto è quello di usare, solo ed esclusivamente, il guanto!

Per quanto abbia cercato di trovare immagini che ritraggano atleti od atlete di alto livello, adulti, che prendano la palla “con due mani”, sono riuscito a trovare solo fotografie e filmati in cui la mano di tiro è, come detto all’inizio, vicino al guanto (molto raramente, per non dire mai, dietro al guanto!) pronta ad estrarre la palla per tirare, ma mai, assolutamente mai, viene usata per prendere la palla.

Ci sono anche, ovviamente, casi in cui si prende la palla, direttamente, con la mano di tiro, ma anche in questo caso si usa, sempre e comunque, UNA sola mano!

Sono arrivato, quindi, alla conclusione che, probabilmente, aiuteremo molto di più i nostri giocatori se non facessimo richieste impossibili da metter in pratica (e i bambini sono molto attenti alle nostre contraddizioni, specialmente quando ci “arrampichiamo sugli specchi”, per mostrare o dimostrare qualcosa di irrealizzabile) ma li aiutassimo ad “esplorare” e potenziare le loro capacità e le loro abilità.

Voglio spingermi un po’ più in la:

ho provato, sull’onda di queste considerazioni, a far usare a bambini e bambine, se non sempre, spesso, nei giochi di presa, alternativamente, guanti “destri” e guanti “sinistri”, indistintamente, sia che fossero destrimani o mancini.

Oltre ad aumentare il divertimento ed alzare il livello della “sfida” spero che questo serva a farli diventare più abili e più consapevoli del loro corpo, mettendoli in condizione, una volta cresciuti, di utilizzare tutte le proprie capacità per “andare un po’ più in la” e riuscire a prendere quella palla che per tutti sembrava impossibile.

Nella foto sopra io vedo un bimbo che prende la palla, con una mano sola.

Potrei fare mille considerazioni su quello che la foto dice ma, e questo forse non farà felici i puristi della “vera tecnica”, a me sembra che, rispetto alle altre due fotografie, in questa ci sia UN GIOCATORE molto più sorridente!

 

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Tecnica o tecnicismo?

Lun, 08/12/2014 - 09:35 -- Fabio Borselli

La definizione di TECNICA, presa direttamente dal  Vocabolario Treccani, recita:

 (sostantivo femminile) dal greco, "arte" nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare" è l'insieme delle norme applicate e seguite in una attività, sia essa esclusivamente intellettuale o anche manuale.

Nello sport, per estensione, si può definire la TECNICA come un insieme di abilità da utilizzare per la risoluzione di un “compito sportivo”, nel modo più razionale ed economico possibile, organizzate nella loro struttura in modo tale da adattare il comportamento dell'atleta alle caratteristiche degli attrezzi o dei materiali, a quelle dell'ambiente, degli avversari e alle regole proprie di quello sport.

Uno dei presupposti perché la tecnica sia efficace è quello di avere chiaro il “problema motorio” che la tecnica stessa deve risolvere.

Per questo motivo le tecniche di una disciplina corrispondono ad una serie di tipologie “ideali” di movimento:

una serie di “modelli di risposta standardizzati” che si cerca di ripetere ogni qualvolta si presenta lo stesso compito motorio da risolvere.

E qui, visto che il baseball ed il softball sono classificati come sport DI SITUAZIONE, cominciano i problemi:

anche se apparentemente i “compiti motori” da risolvere sono abbastanza limitati, le condizioni in cui giocatori e giocatrici devono trovare “il bandolo della matassa” sono quanto di più variato si possa ipotizzare.

I battitori affrontano lanci sempre diversi per esecuzione, velocità, timing, rotazione, traiettoria, location, ecc..

D’altra parte anche i lanciatori non possono semplicemente limitarsi a “tirare la palla”, ma ogni lancio deve essere diverso dal precedente, per evitare che il battitore lo colpisca.

Potrei continuare parlando delle differenze tra ogni palla, battuta o tirata, che i difensori devono ricevere, raccogliere, prendere, afferrare… E su quanto tirare verso la prima base, la terza base o verso casa base, da qualsiasi posizione si tiri, sia una cosa completamente diversa.

Come dovrebbero allenarsi, dunque, giocatori e giocatrici di baseball e softball, per prepararsi ad affrontare tutte le DIVERSE situazioni che dovranno affrontare nelle partite?

Si, perché, qualora ce lo fossimo dimenticati, l’obiettivo finale della TECNICA (o forse è meglio dire delle TECNICHE) del baseball e softball non è l’ESSERE ELEGANTE o COREOGRAFICA, ma deve essere al servizio del gioco:

si tira la palla per eliminare un avversario, non per ottenere un punteggio da una giuria.

Torniamo alla domanda:

“come dovrebbero allenarsi giocatori di baseball e giocatrici di softball?”

Partendo dal presupposto che non è possibile, a mio avviso (ma sono abbastanza sicuro che sia così…) allenare le TECNICA senza tenere presente il gioco e, quindi, dimenticare che dopo una presa c’è quasi sempre un tiro, ha senso effettuare ripetizioni su ripetizioni, in pochissimo tempo, di gesti (i fondamentali) che, nella realtà delle gare, vengono ripetuti se non molto, almeno abbastanza, distanziati tra di loro nel tempo?

Non è neanche possibile pensare che la TECNICA si possa allenare con le stesse regole e modalità con cui si allenano, per esempio, le capacità condizionali:

far raccogliere 100 palline rimbalzanti (magari in pochissimo tempo, le ultime 95 delle quali in modo assolutamente lontano dalla situazione di gara) non garantisce che, poi, l’atleta riesca a prendere la 101esima (che sarà, lo sappiamo, la prima della prossima partita).

D’altra parte, però, le ripetizioni sono necessarie…

Il problema principale, secondo me, dell’allenare la TECNICA di gioco, nel baseball e nel softball, è che spesso, cerchiamo di rendere i giocatori il più UGUALI possibile a ipotetici modelli di “prestazione ottimale”, dimenticando che ogni atleta è diverso dall’altro, sia fisicamente che emotivamente, e che quello che “funziona” per l’uno potrebbe non funzionare per l’altro.

Purtroppo, invece, si sente sempre più spesso parlare per assoluti:

“si deve battere così!” oppure “il lancio non può essere che fatto così”.

Senza considerare CHI sia l’atleta che viene idealizzato a tal punto da diventare “canone tecnico di riferimento”, quale sia la sua struttura fisica, quali siano le sue caratteristiche emotive e come ragiona quando gioca.

Sarebbe bene, invece, lasciare ad atleti ed atlete la possibilità di INTERPRETARE il gioco, trovando la propria strada per  risolvere i compiti motori di cui parlavo all’inizio e che il gioco stesso gli metterà davanti.

Altrimenti, convinti d’insegnare LA TECNICA (magari accompagnata dall’aggettivo VERA), si finirà per “addestrare” atleti destinati a ripetere, solo e soltanto, una gamma molto limitata di gesti, impossibilitati dalla loro stessa “programmazione” a SAPERSI INVENTARE quella giocata che, spesso, risolve la partita.

 

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Un inning alla volta…

“Allenare Divertendo(si)” - Clinic sull’attività giovanile

Mar, 04/11/2014 - 10:09 -- Fabio Borselli

Il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” è un format pensato e realizzato da SOFTBALL INSIDE per sensibilizzare gli allenatori ed operatori, che si occupano di attività giovanile, sull’esigenza di rendere interessanti e coinvolgenti  le sedute di allenamento.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono fortemente orientate alla PRATICA e coinvolgono i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Domenica 9 novembre 2014 presso la palestra/pallone di via Schuster a Rescalda (Mi), dalle 9.00 alle 16.00, il CLINC verrà proposto in LOMBARDIA, grazie alla società BULLS RESCALDINA, in collaborazione con la Delegazione Regionale del Comitato Nazionale Tecnici lombardo.

Ringrazio gli amici Liliana Rossetti (BULLS) e Gaetano Cristiano (CNT LOMBARDIA) che mi offrono la possibilità di poter proporre, in anteprima, il CLINIC ai tecnici della loro regione.

Per informazioni ed iscrizioni è possibile consultare il sito dei BULLS.

Chi fosse interessato a proporre il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

Dubito, ergo...

Lun, 23/12/2013 - 01:03 -- Fabio Borselli

Dubito, ergo sum.

San Agostino usava il dubitare contro contro gli scettici:

“dubitando” – diceva – “si compie un atto intellettuale, che postula la propria esistenza”.

Che rapporto hanno il Santo Agostino ed il suo dubitare con il softball?

In breve…

Di recente, ragionando con alcuni amici e colleghi allenatori, è venuta fuori la domanda:

“quale è la TECNICA GIUSTA da insegnare?”

Per dare la miia risposta ho bisogno, prima, di definire meglio la domanda:

“che cosa è, in riferimento allo sport, la tecnica?”

Mi faccio aiutare da Igor Ter-Ovanesjan, già campione mondiale e poi allenatore della squadra sovietica di salto in lungo, che definisce la tecnica come:

“un PROCESSO MOTORIO che PERMETTE DI RISOLVERE, in modo più razionale ed economico (in senso energetico) possibile, un ben definito PROBLEMA DI MOVIMENTO, relativamente alla disciplina praticata. Il Movimento risultante, seppur fortemente caratterizzato dalla tipologia della disciplina sportiva, può essere soggetto a CAMBIAMENTI ed ADATTAMENTI dati dalle PARTICOLARITÀ INDIVIDUALI di chi lo esegue”

Di conseguenza la MAESTRIA TECNICA è definibile come:

"la COMPLETA PADRONANZA di strutture economiche del movimento proprie un esercizio sportivo quando viene utilizzato per  raggiungere il MASSIMO RISULTATO POSSIBILE." (Djackov 1973).

Dopo questa lunga premessa, posso dire che NON CREDO ci sia una risposta GIUSTA, così come NON CREDO ci sia una TECNICA GIUSTA, definibile a priori.

Se la TECNICA, infatti, è davvero il raggiungimento del massimo risultato possibile, utilizzando risposte motorie che siano efficaci ed economiche, ecco che la definizione di FONDAMENTALE, spesso usata ed abusata in ambito sportivo, cessa la propria ragione d’essere.

Sono convinto che la risposta individuale dell’atleta al problema motorio ed i suoi adattamenti personali dei GESTI FONDAMENTALI del proprio sport siano, e debbano essere, l’oggetto e l’obiettivo dell’allenamento.

Personalmente cerco di fare del dubbio la mia guida. Cerco di pormi domande prima di avere e di dare risposte.

Non voglio e non posso certo dire che non esistano presupposti fisiologici e biomeccanici imprescindibili e propri di ogni disciplina sportiva.

Non voglio, nemmeno, affermare che non esistano gesti e sequenze motorie caratteristiche e caratterizzanti le stesse discipline.

Posso, però, definire l’obiettivo del mio lavoro con gli atleti:

aiutarli a capire il modo migliore per adattarli alle proprie caratteristiche evitando di imporgli le MIE soluzioni, e sollecitandoli a trovare le PROPRIE.

Senza scomodare Sant’Agostino penso si possa, ogni tanto, riflettere su tale Dick Fosbury che, esercitando il suo diritto al dubbio, ha cambiato l’essenza del proprio sport, ridefinendo il concetto stesso di salto in alto…

Credo, davvero, che non sia poca cosa.

Personalmente continuerò a dubitare di tutto e di tutti.

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Frame by Frame

A me gli occhi!

Angle Down!

Lun, 03/06/2013 - 12:33 -- Fabio Borselli

Una delle tattiche che preferisco, in chiave offensiva, è l’ANGLE DOWN.

La situazione di partenza, nella quale è possibile effettuarlo, è quella in cui ci sono corridori in seconda e terza base e meno di due eliminati. Un’altra condizione è quella di avere, sulle basi, corridori abbastanza veloci ed aggressivi.

Una delle cose che mi piace dell’ANGLE DOWN è che il battitore deve completare il suo turno nel box normalmente, quindi senza particolari indicazioni, segnali o pressioni che possano condizionarne il rendimento.

Il gioco, infatti, coinvolge attivamente i corridori, in particolare quello in terza base che devono riuscire a “leggere”, prima che possono, l’angolo di uscita della palla colpita dalla mazza, anticipando una possibile palla rimbalzante in diamante che possa essere giocata dai difensori.

All’atto pratico l’ANGLE DOWN funziona così:

se l’angolo della battuta è quello giusto per produrre una palla a terra e se i corridori l’avranno percepito in maniera corretta, partiranno entrambi verso la base successiva, in qualsiasi zona del campo sia effettuata la battuta, cercando di “mettere pressione” alla difesa che si troverà a dover fronteggiare una situazione inusuale e, magari, a dover effettuare una giocata che non aveva preventivamente considerato.

Il battitore, consapevole della situazione di ANGLE DOWN, nel caso non venga fatto, direttamente, gioco su di lui, dovrà tentare di raggiungere, con aggressività, la seconda base.

Se la difesa deciderà di eliminare in prima base il battitore, il corridore di terza base segnerà facilmente il punto e quello di seconda raggiungerà, agevolmente, la terza.

Se, invece, i difensori opteranno per un tiro a casa base si aprono due possibili scenari:

nell’ipotesi peggiore che possiamo fare ci sarà una eliminazione a casa base, ma, di nuovo, ci saranno corridori in seconda e terza base, con un eliminato in più, ma nella stessa, identica, situazione che si sarebbe verificata se la difesa avesse eliminato il battitore in prima base ed i corridori fossero rimasti fermi senza provare ad avanzare.

Al contrario, se la difesa non riesce ad eliminare il corridore sul piatto di casa base, non solo sarà stato segnato un punto, ma la situazione finale sarà, esattamente, quella di partenza, con lo stesso numero di eliminati ed, ancora, due corridori in posizione punto.

Nel caso che il corridore di terza base venga intrappolato, il suo compito (oltre a quello, scontato, di non essere eliminato) è quello di ritardare il più possibile la propria eliminazione, per consentire all’altro corridore di raggiungere la terza ed al battitore di arrivare sul sacchetto di seconda.

La giocata è, come si vede, molto semplice e parte dal presupposto che, con un gioco aggressivo sulle basi, è possibile mettere la difesa in condizioni di prendere decisioni sotto pressione e di sbagliare.

In ogni caso,anche se apparentemente molto rischiosa, porta, a mio parere, ad avere molti più vantaggi che svantaggi,

E' chiaro che, naturalmente, la chiave per la buona esecuzione dell’ANGLE DOWN è la capacità dei corridori di leggere ed anticipare la battuta verso terra.

Un buon sistema per allenare questa abilità e quello di far valutare, ad alta voce, durante il batting practice, l’angolo di contatto tra palla e mazza e la tipologia di battuta che produrrà (rimbalzante, line o volata), per abituare i corridori (ma anche i difensori…) a riconoscere la situazione ed a prendersi quel piccolo vantaggio che, “il saperlo prima”, gli permette di avere.

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Corsa sulle Basi: principi per l'allenamento

 

"ATTENZIONE AI PARTICOLARI" di Paola Marfoglia

Ven, 10/05/2013 - 10:04 -- Fabio Borselli

Tiene a battesimo la sezione SPEAKER’S CORNER coach Paola Marfoglia, per tutti Marfi, manager della Nazionale italiana softbal under 22 e coach della Nazionale maggiore. Paola è allenatrice di grande esperienza e relatrice di spessore alle Coach Convention italiane. Recentemente è stata  impegnata come docente anche all’estero.

Pubblico con grande piacere il suo intervento sulla corsa sulle basi e la ringrazio per il prezioso contributo:

* * *

“Le cose che noi coach ci dimentichiamo, o più tecnicamente parlando, quelle abilità tecniche a cui dedichiamo poca attenzione in fase di allenamento.

In questi anni di softball mi sono resa conto che ci sono abilità che noi coach  dimentichiamo... o meglio... abilità che alleniamo una volta ogni tanto. Le stesse abilità che poi in partita pretendiamo che i nostri giocatori eseguano in modo impeccabile.

Faccio qualche esempio… La corsa sulle basi:

la tecnica di corsa... il movimento delle braccia durante la corsa... l'appoggio dei piedi e la successiva spinta… le ginocchia alte... l'uscita dal box.... la corsa  in prima… calpestare la base arancione sul l'angolo frontale... le traiettorie casa-seconda... come si gira la base... l'azione del corpo, delle braccia e la spalla che cadono verso l'interno del campo per cercare la traiettoria più breve, che permette  di ritrovarsi  immediatamente in linea con la seconda. E poi la partenza dalla base... il tempo d'uscita... a seconda della posizione di partenza dalla base... il pesta e corri... la lettura della battuta…

Per coprire ogni argomento e allenarlo al meglio quanto tempo dobbiamo dedicare???

Io credo che dobbiamo soffermarci di più sui dettagli... e dedicare il tempo necessario per allenare e parlare di  corsa  sulle basi.

Saper organizzare gli allenamenti significa prestare attenzione ai dettagli... suddividere la squadra in gruppi... e suddividere l'abilità tecnica in fasi, significa lavorare sui quei dettagli... ottimizzando il tempo... significa, per noi coach, anche se siamo soli, poter  tenere sotto controllo  il lavoro delle nostre atlete e dar loro indicazioni, consigli ed incoraggiamento.

Quante volte leggendo lo scoorer mi rimbombava nella testa questo dato? LOB... Left On Base....lasciati in base…

È vero, significa che non abbiamo battuto al momento giusto... ma, forse, anche che in base siamo poco aggressivi... per mancanza di fiducia... abbiamo paura di osare  a prendere una base in più sfruttando anche la più piccola occasione… e questo mi riporta  immediatamente alle domande successive...ma quanto tempo dedico nei mie allenamenti alla corsa sulle basi? la mia squadra si sente forte in questa abilità? Oppure è titubante?

Se voglio una squadra aggressiva sulle basi, che metta pressione alla difesa avversaria, che corra aspettando da me coach solo il segnale di fermarsi, devo per forza di cose allenarla a questo.

La partita riproduce fedelmente quello che io faccio in allenamento...”

                                                                                                      Paola Marfoglia

Gli elementi della battuta

Lun, 31/12/2012 - 16:22 -- Fabio Borselli

Parlando di sport, colpire una palla da baseball o da softball con la mazza è, in assoluto, uno dei gesti tecnici più difficile da eseguire.

Come in una catena che collega diversi ingranaggi, gli elementi che concorrono a rendere efficace un battitore, a mio parere, in rigoroso ordine gerarchico, sono:

  • la corretta meccanica, intesa come ottimale esecuzione dello swing;
  • una ottima coordinazione oculo-manuale, indispensabile per colpire la palla;
  • il giusto approccio mentale, che supporti il battitore nell’ affrontare il lanciatore avversario;
  • una grande capacità di concentrazione, per poter focalizzare l’obiettivo del singolo turno di battuta.

Ritengo che ognuno di questi fattori sia legato a doppio filo con tutti gli altri, essendo ciascuno prerequisito e causa della giusta sequenza di esecuzione e del risultato.

A proposito di meccanica e di corretta esecuzione dello swing, devo dire che, nonostante sia, spesso, l’elemento più allenato è anche quello che, penso, incida meno, rispetto agli altri, sul risultato del turno di battuta.

Il battitore, per colpire la palla, durante le partite, dovrà contare, sicuramente, di più la sua capacità di coordinazione e sull’approccio mentale, lasciando al “pilota automatico” il compito di gestire la sua, allenatissima, meccanica dello swing.

Per quanto sia auspicabile la ricerca della “game situation”, è molto difficile, infatti, allenare e preparare il battitore alle infinite casistiche che dovrà affrontare in gara (tipologia di lanci, situazione della partita, conteggio, caratteristiche del lanciatore avversario…).
Per tacere della “pressione mentale” cui sarà, realmente, sottoposto nella sua apparizione al piatto.
Mentre, di contro, è estremamente facile allenare ed aggiustare la componente meccanica, lo swing, appunto.

I fattori più significativi, quelli che rendono un successo la battuta, sono, quindi, quelli mentali.

Primo di questi aspetti è l’approccio, la preparazione al turno di battuta:
il come il battitore si avvicina al piatto di casa base, intendendo con avvicinarsi tutte le operazioni che compie prima di incontrare il lanciatore avversario.

Essere preparati vuol dire prima di tutto conoscere se stessi, i propri punti di forza e le proprie debolezze, ma vuol dire, anche, conoscere l’avversario e sapere quali saranno le sue modalità di affrontarci e quali le sue tendenze.

Un buon battitore si presenta al piatto con un piano, che deve prevedere, innanzitutto il “quando” ed il “cosa” tentare di colpire.

Parte dell’approccio mentale alla battuta è anche la costruzione, ben ragionata e ponderata, delle “routines” del battitore, cioè tutta quella serie di gesti, azioni e pensieri che aumentano la sua concentrazione, escludendo distrazioni e negatività e che lo portano ad essere, perfettamente, focalizzato sull’obiettivo quando entra nel box di battuta.

Battere è un azione in perenne equilibrio tra abilità fisica e capacità mentale:
uno swing meno efficiente può diventare più efficace e produttivo se, il battitore, capisce come e quando utilizzarlo, mentre, senza questa abilità di ragionamento, un grande swing è solo un gesto tecnico senza uno scopo.

Un buon battitore dovrebbe cercare di valutare e di riflettere su di un turno infruttuoso con domande simili a “Ho girato sul lancio giusto?” piuttosto che con “cosa non ha funzionato nel mio swing?”.
Questo tipo di approccio, molto probabilmente, fornirà una risposta consapevole permettendo di formulare un nuovo piano di azione per il turno successivo.

Bisogna tenere presente che baseball e softball sono sport ad “alto indice di fallimento”:
una media battuta intorno ai trecento, rende il battitore un’atleta di eccellenza, questo significa , però, che sette volte su dieci, la sua azione non ottiene successo, una percentuale che lo renderebbe un giocatore mediocre in quasi ogni altro sport.

Non possiamo dimenticare questa caratteristica unica.

Gran parte del lavoro di preparazione di un battitore dovrebbe, perciò, essere indirizzato alla componente mentale, alla definizione delle sue ”routines”, al suo approccio al turno di battuta, alla sua capacità di gestione della frustrazione derivante dal fallimento, in definitiva alla sua abilità di imparare da ogni apparizione al piatto, indipendentemente dal suo risultato.

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The Insider Bat: la Mazza con l’Auto-Feedback

Gio, 13/12/2012 - 13:46 -- Fabio Borselli

Credo che uno dei fondamenti del lavoro del coach sia quello di aggiornarsi.

Credo che aggiornarsi voglia dire, anche, cercare modi nuovi per fare, o far fare, le cose usuali.

Un anno fa, In una delle mie scorribande sul web, alla ricerca di “idee” per variare gli esercizi che propongo in allenamento, ho scoperto questo attrezzo. All’inizio lo avevo messo, idealmente, tra le cose “da provare prima o poi”, ma riflettendoci un po’ sopra mi sono reso conto che The Insider Bat aveva, ed ha, delle grosse potenzialità.

Dopo un tentativo, piuttosto grossolano, di auto-produrlo, sono finalmente riuscito ad entrarne in possesso ed ho cominciato ad utilizzarlo in allenamento, con semplici esercizi, valutandone, insieme alle atlete, la funzionalità, l’utilità ed il gradimento, aspetto questo da non sottovalutare, mai.

Al termine di questo, breve, periodo di prova, dopo aver constatato quanto bene funzionasse il lavoro fatto con questo attrezzo, ho inserito la “mazza piegata” all’interno della mia routine di allenamento per la battuta, disegnando la sua sequenza di utilizzo nella progressione didattica.

Per tutte le informazioni e le specifiche tecniche, rimando al sito del produttore mentre, in questa breve nota, voglio parlare del come e del perché ho adottato ”The Insider Bat”.

Mi piacciono, moltissimo, gli esercizi che danno, direttamente, feedback all’atleta, senza bisogno che l’allenatore intervenga costantemente ed ossessivamente: in pratica solo con una corretta esecuzione si ottiene il risultato sperato.

The Insider Bat, di fatto, fa proprio questo:

il manico non è cilindrico, ma ha un sezione quadrata, questo obbliga il battitore, prima, ad impugnare la mazza correttamente e, poi, a colpire la palla con la giusta configurazione delle mani, cioè con il palmo della mano superiore rivolto verso l’alto e quello della mano inferiore rivolto verso il basso, ma soprattutto, su piani, fra loro, paralleli.

Il corpo dell’attrezzo è piegato, con l’angolo rivolto nella direzione del lanciatore, questo fa si che il battitore debba avere, al momento del contatto, le mani più avanti rispetto al ”barrell” della mazza ed oltre la palla. L’angolo della mazza corregge, automaticamente, anche la rotazione anticipata dei polsi: infatti, se questi ruotano troppo presto, non si riesce a colpire la palla.

Quello che dovrebbe essere il ”barrell” è piatto, anziché della forma tradizionale, questo accentua quanto detto prima: qualsiasi configurazione di mani e polsi diversa da quella corretta produce una battuta debole, verso l’alto o verso terra, mentre lla giusta esecuzione è evidenziata dalla traiettoria, lineare, della palla.

La lunghezza complessiva dell’attrezzo è, volutamente, inferiore a quella della mazza e questo fa si che le spalle del battitore rimangano ”chiuse” fino al momento dell’impatto con la palla, impedendo l’apertura anticipata della spalla anteriore con il conseguente aumento dell’ampiezza dello swing. Il battitore deve, necessariamente, “stare sulla palla” il più a lungo possibile, senza “scappare via” troppo presto.

La mazza, per il suo peso contenuto, può essere impiegata, senza controindicazioni, per allenare l’azione delle braccia separatamente, eseguendo gli esercizi con un solo braccio alla volta.
L’unica restrizione all’uso è data dal dover utilizzare palle leggere (tipo whiffle, in spugna ecc.) per evitare contraccolpi sulle mani dell’atleta.

Non uso la ”mazza piegata” solo per correggere gli errori, ma anche inserendola nella normale sequenza di esercizi, durante l’allenamento:
si comincia utilizzando il tee, scomponendo il fondamentale, per poi passare a colpire la palla in movimento, proseguendo nella scomposizione del movimento od effettuando lo swing completo .

Questo attrezzo (non so se si possa definire, realmente, mazza) è, secondo me, una trovata geniale: è divertente da usare, rappresenta l’occasione per uscire dalla ”solita routine” degli allenamenti, favorisce l’attenzione e la concentrazione sul gesto tecnico e permette di aumentare il numero delle ripetizioni.

In definitiva, è una perfetta ”macchina da feedback”.

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La funzione educativa dell'Allenatore

Gio, 06/12/2012 - 09:19 -- Fabio Borselli

Per me, l’allenatore, è, anche e soprattutto, un educatore, quale che sia il livello di qualificazione a cui svolge le proprie mansioni.
Le sue capacità di insegnamento si manifestano, in particolare, nella sua opera di aiutare, tramite interventi di assistenza e di supporto, lo sviluppo degli atleti con cui lavora.

Purtroppo, spesso, alcune forme di “aiuto” che gli allenatori danno, in perfetta buona fede, in realtà non sono affatto tali e, nonostante siano state concepite per quello scopo, non sempre portano al miglioramento sperato, sia dell’impegno che della prestazione.

Utilizzare critiche frequenti e correzioni fatte in tono formale e senza coinvolgimento emotivo, nella maggior parte dei casi, contribuisce ad abbassare la fiducia degli atleti nelle proprie capacità. E chiaro che, se gli interventi di questo tipo consistono prevalentemente od unicamente in un’assistenza a livello tecnico, tattico e condizionale, di fatto, si privano i giocatori di quel rinforzo a livello relazionale che è, per l’atleta stesso, ben più importante e più efficace.

E’ dimostrato che le lodi, gli incoraggiamenti e le espressioni di stima e di fiducia (feedback positivi) siano un presupposto perché gli interventi correttivi specifici risultino efficaci.

Dare agli atleti sostegno e assistenza di tipo emotivo comporta, però, anche dei rischi.
L’utilizzo esclusivo delle lodi può, nel lungo periodo, causare una sorta di dipendenza dalle stesse e comportare una mancata o rallentata maturazione.
L’uso della lode ha, comunque, effetti sicuramente positivi, specialmente se l’allenatore la utilizza come meccanismo di innesco per lo sviluppo di una seria capacità di auto-valutazione da parte dell’atleta stesso.

Dire ”bravo”, però, non basta.

Occorre, prima di tutto crederlo fermamente, poi aggiungere, anche, il motivo di quella affermazione, in modo da consentire all’atleta di comprenderne le ragioni.

Questo meccanismo, chiaramente utilizzato in modo non ossessivo, dovrebbe far sì che, poco a poco, l’atleta si cominci ad auto-valutare, impegnandosi in prima persona a stabilire e raggiungere i propri obiettivi e che, in questo percorso, trovi motivo di soddisfazione, ottenendo, autonomamente, conferma delle proprie capacita.

Si tratta di un processo lungo, ma penso che, se attuato, possa portare il rapporto tra atleta ed allenatore al” livello successivo”.
Livello nel quale l’atleta diventa sempre più indipendente dalla lode o dal giudizio dell’allenatore e l’allenatore stesso interviene, correggendo, solo quando le sensazioni le percezioni di auto-valutazione dell’atleta non concordano con la sue.

Naturalmente non è soltanto facendo, agli atleti, lodi motivate che si incrementa la loro capacità di auto-valutarsi e di auto-correggersi, ma anche, soprattutto, facendo sì che gli atleti imparino ad osservarsi e ad osservare i compagni, acquisendo la capacità di correggersi a vicenda

Credo che, in definitiva, sia compito di chi allena offrire, ai giocatori, un vero supporto, che possa aiutare a sviluppare spirito e volontà di iniziativa personale.

L’obiettivo da raggiungere è di due tipi: da un lato, bisogna fare in modo che l’atleta riduca il bisogno di assistenza e di sostegno da parte del tecnico e, dall’altro, che possa diventare capace di gestire questi interventi in autonomia e, nel contempo, rappresentare per i compagni fonte di sostegno.

Ogni allenatore è un modello. Che lo voglia oppure no.

Ritengo che gli atleti non apprendano dall’allenatore soltanto ad un livello puramente tecnico-motorio. Per esperienza e studi sono convinto che l’interazione possa provocare, anche, un apprendimento ”per modello” e che questo possa portare a modificazioni di comportamento in contesti non strettamente sportivi.

Secondo Volkamer e Zimmer, che hanno condotto una ricerca sull’argomento, il comportamento dell’insegnante-allenatore, utilizzato come modello, può esercitare influenze sull’atleta a tre livelli diversi:

  • LIVELLO MOTORIO:
    per cui l’ atleta apprende le varie abilità motorie per imitazione del modello esecutivo dell’allenatore, cioè facendo propri i comportamenti motori corrispondenti alla forma esecutiva del tecnico.
  • LIVELLO COGNITIVO E COMPORTAMENTALE:
    durante gli allenamenti e nelle gare gli atleti sono in grado di analizzare e riconoscere il modo di pensare e di comportarsi proprio dell’allenatore. Per imitazione possono fare proprie le sue particolari strategie e norme di risoluzione dei problemi, oltre ai quei modelli comportamentali messi in atto dall’allenatore in situazioni tipiche della vita sportiva.
  • LIVELLO DI VALORI E NORME:
    sempre in allenamento e durante la gara gli atleti fanno esperienza della concezione dell’allenatore a proposito di sport, prestazione, rapporto con i propri atleti e con gli avversari. Questo può influenzare fortemente (qualche volta anche condizionare) le loro opinioni, le loro convinzioni e stabilisce gerarchie di valore.

Credo che la prima regola che un allenatore deve seguire per diventare un modello positivo è quella di comportarsi, lui stesso, coerentemente con quanto richiede ed esige dagli atleti. Dovrebbe, poi:

  • istituire uno stile di allenamento e comportamento che porti ad clima favorevole allo sviluppo di relazioni impostate sul modello cooperativo e sociale, di condivisione.
  • Rifiutare di assumere posizioni di potere che possano portare a comportamenti di prevaricazione e iniquità nei confronti dei propri giocatori.
  • Essere obiettivo nelle proprie valutazioni e capace di cambiare idea quando necessario, non solo in ambito tecnico-sportivo.
  • Essere aperto e sincero, disponibile al confronto ed ad aiutare.
  • Eliminare comportamenti che implicano instabilità emotiva. Evitare cinismo e sarcasmo diretti a singoli atleti, al gruppo o avversari e persone esterne alla squadra.

Sono sicuro che. dal punto di vista educativo, risulti essere più utile e coerente offrire, agli atleti, un modello positivo, attraverso il proprio comportamento, piuttosto che dare consigli, fornire indicazioni e imporre normative relative a quello che ci attendiamo da loro.

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