strategia

La battaglia di Rocroi

Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Pragmatica della Comunicazione Umana

Lun, 17/06/2013 - 12:29 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo per questo post, al libro dello psicologo Paul Watzlawick, per parlare, brevemente, dei paradossi nella comunicazione tra le persone.

Citando Watzlawick alla lettera, il paradosso comunicativo più evidente è l’esortazione “sii spontaneo”, infatti è evidente che, sempre per usare parole dello psicologo: “è paradossale esortare qualcuno ad essere spontaneo”, visto che qualsiasi sia il tipo di comportamento messo in atto in risposta all’esortazione non potrà, assolutamente, essere spontaneo, questo perchè: essere spontaneo significa fare qualcosa senza l’influenza di alcuno”.

Spesso, senza che sia possibile rendersene conto, il risultato della comunicazione è diametralmente opposto alle aspettative iniziali di chi comunica, anzi, di chi cerca di comunicare.

Questo accade, specialmente, quando si scelgono delle parole o delle frasi, che diventano dei veri e propri KILLER o BOOMERANG comunicativi.

Esistono infatti categorie di “costrutti verbali” che ottengono l’effetto opposto di quello che, in apparenza vorrebbero e dovrebbero raggiungere: le FRASI KILLER sono parole capaci di “uccidere” la comunicazione; le FRASI BOOMERANG sono quelle parole che pensate e pronunciate per ottenere un determinato risultato, di fatto, ottengono l’esatto contrario.

Si sta usando  una frase  KILLER se si dice: “non voglio che ti preoccupi".

Il rischio che si corre in questo modo è di attivare nell’interlocutore proprio la “preoccupazione”.

Anche dire: “non credere che ti stia ingannando” o “non sto dicendo che penso che tu sia una persona cattiva”, induce, a ben riflettere, a pensare proprio la cosa che si sta negando.

Credo, pertanto, che se l’obiettivo è che l’interlocutore “non pensi” una “tale cosa” è molto più efficace indirizzarlo verso ciò che “si vuole che pensi” piuttosto che verso ciò che "si vuole che non pensi”.

Di contro: “ Vorrei essere estremamente sincero…” è invece una frase BOOMERANG visto che, molto probabilmente, porterà a pensare che, normalmente, non si è sinceri, oppure che è una frase di circostanza che viene detta a chiunque… In entrambi i casi la reazione sarà sicuramente negativa.

Altri esempi di frasi BOOMERANG sono: “voglio dirti la verità”, che implica che di solito non la si dice oppure “per dirla tutta” che sottintende il fatto che di solito si tengono delle cose nascoste.

La consapevolezza dell’esistenza, in senso strettamente comunicativo, di frasi KILLER e BOOMERANG dovrebbe fare riflettere ogni volta che ci si appresta a parlare:

l’efficacia della propria comunicazione dipende, infatti, da molteplici fattori, uno dei più importanti è, senza dubbio, legato alle parole che si scelgono di utilizzare.

L’allenatore, il tecnico, l’insegnante dovrebbero prestare attenzione ed allenarsi a costruire frasi che possano raggiungere meglio l’obiettivo prefissato.

Questo è della massima importanza se si vuole diventare degli efficaci comunicatori: è auspicabile che, ogni volta che si elabora una strategia di comunicazione si debba anche ragionare sull’effetto, negli interlocutori, delle parole che verranno usate.

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Base intenzionale - la tattica

Lun, 08/10/2012 - 15:26 -- Fabio Borselli

Dopo aver analizzato l’argomento base intenzionale relativamente alle norme e alla loro attuazione, nel post a proposito delle regole sulla base intenzionale, voglio, adesso, portare il discorso sulle implicazioni tecnico-tattiche della stessa: quando e perché concedere una base intenzionale al battitore e relativi fattori pro o contro tale decisione.

Salvo casi eccezionali ci sono due tipiche situazioni in cui la squadra in difesa potrebbe decidere di passare in base intenzionalmente il battitore:

  • per ottenere una situazione di gioco forzato e rendere più facile la giocata difensiva sul battitore successivo o sui corridori senza che si debba effettuare un out per toccata;
  • per evitare di far battere un battitore ritenuto molto forte, magari seguito nel line-up da un avversario ritenuto più “abbordabile”.

Si può pensare di concedere la base intenzionale quando ci troviamo con un corridore in seconda base, oppure con seconda e terza occupate, con nessuno fuori o un eliminato già fatto. Dare la base al battitore crea un gioco forzato e apre la possibilità di poter effettuare un doppio gioco.

Tra i fattori da considerare quando si deve decidere di passare in base il battitore c’è, sicuramente, il punteggio della partita e in che momento della stessa ci troviamo. Mi sembra evidente che se il nostro intento è “togliere di mano” la mazza al battitore tali fattori saranno secondari, mentre se la scelta è di carattere tattico dovranno essere ben presenti nella nostra mente: difficile, per me, concederla nelle fasi iniziali dell’incontro oppure, anche nel finale di gara, se il divario nel punteggio tra le squadre è superiore ai tre punti.

Credo che nelle riprese finali della partita, a partire dal quinto inning, con punteggio pari o in vantaggio (o svantaggio) di un punto, ragionare sull’opportunità della base intenzionale possa e debba essere una possibile opzione, sempre, però, tenendo bene a mente la regola non scritta (che condivido pienamente) che recita: “non mettere mai, intenzionalmente, il corridore che può segnare il punto della vittoria avversaria, in prima base”.

Valutiamo, per esempio, questa situazione: punteggio di parità nel settimo inning, uno fuori e corridori in seconda e terza base, possiamo presumere che se il battitore batterà una palla a terra, ci saranno poche possibilità per poter chiudere un doppio gioco e siamo certi che il corridore, che cerca di segnare dalla terza, dovrà essere eliminato per toccata, dal momento che non c’è un gioco forzato sul piatto di casa base.

Al contrario passando in base il battitore, così che tutte le basi siano occupate, posso ottenere i seguenti vantaggi:

  • se viene colpita una rimbalzante è possibile provare il doppio gioco a partire da qualsiasi base, visto che l’eventuale punto segnato dal corridore in terza non conta;
  • in caso di tiro a casa base l’out sarà per gioco forzato, togliendo al catcher, il rischio e la responsabilità di dover toccare il corridore in arrivo.

Inoltre, la base intenzionale può essere utilizzata, tatticamente, anche in situazioni meno critiche: se c‘è un corridore in seconda, con meno di due out e un battitore particolarmente veloce nel box, seguito da un giocatore più lento, potrei scegliere di regalargli la prima base, così da far battere il corridore più lento, che avrà più probabilità di essere eliminato con un doppio gioco, nel caso di battuta a terra sugli interni.

Anche se sembra una affermazione un po’ scontata, “la base intenzionale mette un altro corridore in gioco sulle basi”. Questa è la sua più grande controindicazione: nel caso le cose non vadano come speriamo, infatti, la squadra in attacco si troverà ad avere più possibilità di segnare. Forzare il gioco poi, in alcuni casi, può portare gli avversari ad azzardare una rubata, una doppia rubata od un bunt, che potrebbero costringerci a pensare ad un’altra base intenzionale…

Si è sviluppata negli Stati Uniti, relativamente al baseball, da tempo, una vivace discussione, intorno alla “Intentional walk”, che lo sviluppo della sabermetrica ha accentuato. Senza voler scendere in profondità nella questione, semplificando, si può dire che gli esperti in statistiche, analizzando i dati relativi alle passate stagioni del baseball professionistico, hanno riscontrato che non c’è un effettiva riduzione, in termini di punti subiti, derivante dalla concessione della base intenzionale.

C’è comunque da dire che nel baseball e nel softball, qualsiasi strategia si decida di attuare, il rischio che questa venga resa vana dalle azioni dell’avversario è molto elevato e, per questo, deve essere sempre ben ponderata. Penso, poi, che ridurre il gioco solo e soltanto a una questione di statistiche, tolga quel fascino particolare al mestiere di Manager…

Ha scritto Dan Daly, giornalista e opinionista sportivo, in un articolo sul “The Washington Times”, del luglio 2001: “…nel baseball si può, letteralmente, mettere un giocatore avversario fuori dalla partita ed essere considerato un brillante stratega per averlo fatto”.

Anche se, in effetti, potrebbe sembrare un po’ datato, condivido, nella sostanza, l’articolo in questione, quando afferma che l’utilizzo esasperato della base intenzionale non deve essere usato come metodo per impedire ai giocatori ritenuti “pericolosi”, di battere. Rimango, però, convinto che l’opzione di concedere una “passeggiata gratis in prima base” faccia parte, a pieno titolo, dell’essenza del gioco.

In definitiva, non ho difficoltà ad ammettere che il mio uso della base intenzionale è essenzialmente tattico: preferisco utilizzarla per mettere la difesa in una situazione migliore per fare l’out che può risolvere la partita, difficilmente, anzi, quasi mai, la concedo solo per neutralizzare un battitore.

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Base Intenzionale - le regole

Lun, 01/10/2012 - 15:01 -- Fabio Borselli

Luglio 2012, Bollate, Finali EMEA Little League, categoria Junior League, in campo le rappresentative della Toscana, in difesa, e quella dell’Olanda, naturalmente in attacco, che ha corridore in seconda e terza ed un solo eliminato al quinto inning, punteggio sul tabellone a favore delle Orange, che conducono di strettissima misura.

Nel dug-out della selezione Toscana, tutti e tre i tecnici presenti (io ero tra loro) hanno avuto la stessa idea: base intenzionale!: “Forziamo il gioco a casa base e aiutiamo la difesa ad uscire da una situazione complicata…”
Il problema è sorto immediatamente: le regole della Little League, infatti, non prevedono che si possa concedere la base intenzionale solo “dichiarandola”, come si fa normalmente in tutti i nostri campionati – uniformandoci alle norme della ISF, fatte proprie anche dalla ESF – ma occorre, invece, effettuare i canonici quattro lanci fuori dalla zona di strike.

Dopo un rapido consulto, sull’opportunità o meno di far lanciare per la base intenzionale, considerata la giovane età della pitcher in quel momento in pedana e considerato, soprattutto, il fatto che nessun lanciatore si allena, non più, per concedere intenzionalmente la base per ball, abbiamo deciso di soprassedere. Inutile dire che il battitore ha colpito duro la palla, ha portato due punti a casa ed ha aperto la strada alla vittoria delle atlete dei Paesi Bassi.

Questo breve racconto serve per introdurre alcune riflessioni sulla Base Intenzionale, che verrà trattata prima dal punto di vista del regolamento e poi, in un prossimo post, analizzando le opzioni, i pro ed i contro del suo utilizzo in chiave tattica e strategica.

Il regolamento tecnico di gioco alla REGOLA 6, Sezione 8, riporta:

BASE INTENZIONALE:
Se la squadra in difesa vuole concedere la base intenzionale al battitore, sia il lanciatore, che il ricevitore o il coach possono farlo comunicandolo all’arbitro capo, che assegnerà la prima base al battitore. Questa comunicazione all’arbitro capo è da considerarsi un lancio. La palla è morta.
NOTA: La comunicazione può avvenire in qualsiasi momento prima che il battitore cominci, o durante, il turno alla battuta, indipendentemente dal conteggio. La palla è morta e i corridori avanzano se forzati.

Quindi si può concedere la base intenzionale in qualsiasi momento del turno di battuta.

Sempre il regolamento, in seguito, nella REGOLA 7, sezione 2, relativamente all’ordine di battuta, descrive gli effetti della scoperta del battitore fuori turno.

Riassumendo brevemente si può dire che tali effetti sono diversi se la scoperta dell’errore della squadra in attacco viene fatto durante o dopo la conclusione del turno di battuta del giocatore “irregolare”:

  • se l’errore è scoperto mentre il battitore si trova alla battuta, Il battitore regolare può semplicemente prendere il suo posto con il conteggio di ball e strike del battitore irregolare, i punti segnati o le basi conquistate mentre il battitore irregolare era alla battuta rimangono validi;
  • se, invece, l’errore è scoperto dopo che il battitore irregolare abbia completato il proprio turno alla battuta e prima che un lancio, legale o illegale, sia stato effettuato ad un altro battitore, il giocatore che sarebbe dovuto andare a battere è eliminato e tutti gli avanzamenti o i punti ottenuti in seguito al turno di battuta sono annullati, ma, di contro, ogni eliminazione che è stata fatta prima della scoperta dell’infrazione rimane valida.

La “scoperta dell’errore” comporta, da parte della squadra in difesa, l’esecuzione di un gioco di appello, a questo punto, è facile intuire che il muoversi troppo presto, mentre il battitore fuori turno è ancora nel box, non comporta l’ottenimento di nessun vantaggio per i difensori. La squadra in attacco, viceversa, può sostituire il battitore “sbagliato” con quello “giusto”, una volta accortasi dell’errore, in un qualsiasi momento, durante il turno di battuta, senza incorrere in alcuna penalità.

Come può la difesa ottenere un vantaggio dalla scoperta di un battitore fuori turno, impedendo alla squadra in attacco di sostituirlo e di non subirne conseguenze? Cosa c’entra tutto ciò con la base intenzionale?

Semplicemente: passare in prima base intenzionalmente il battitore, senza dover effettuare nessun lancio, rappresenta, comunque, per il giocatore in attacco, un turno di battuta completato!

All’atto pratico, una volta appurato che il battitore è effettivamente fuori turno, la squadra in difesa, indipendentemente dalla situazione di gioco e dal conteggio, dovrà comunicare all’arbitro l’intenzione di concedere la base “gratis” al battitore. Questa azione, di fatto, neutralizza ogni possibile scambio di battitori, per ripristinare il corretto ordine di battuta, che possa venir effettuato dalla squadra attaccante.
Successivamente, una volta che il giocatore sia legalmente arrivato in prima base, effettuerà il proprio “gioco di appello”, ottenendo, se nel giusto, l’applicazione del regolamento. Naturalmente l’appello dovrà essere fatto prima che la lanciatrice avversaria effettui un lancio sul battitore successivo.

Nella sezione Documentazione del sito è possibile scaricare la versione integrale del Regolamento Tecnico di Gioco.

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Attacco o difesa?

Ven, 24/08/2012 - 21:55 -- Fabio Borselli

Finita la stagione regolare, (troppo presto secondo me, ma tant‘è), inizia il tempo dei tornei estivi.

Non sempre è facile giocare nei mesi che, abitualmente, sono dedicati alle vacanze estive, specie se si allena una squadra giovanile, ma quando ci si riesce si scopre che la densità e l’intensità delle partite fanno crescere, eccome, il livello del proprio gruppo, tanto per ribadire il concetto che più si gioca, più si impara e più si diventa bravi.

Capita che, nei tornei, la squadra di casa, quella che va in difesa per prima ed attacca per ultima, venga scelta per sorteggio. Tutti quanti, sin da quando abbiamo imparato a giocare, pensiamo che la scelta migliore in questi casi sia scontata: partire in difesa così da poter chiudere la partita in attacco.

Non sono d’accordo!

Senza generalizzare vi spiego perché, spesso, scelgo di partire in attacco, quindi come squadra ospite:

  • per poter segnare per primi, sperando che questo dia un vantaggio psicologico, anche se lieve, alla mia squadra;
  • per “far sbagliare” per primi gli avversari, in difesa, nel caso si presenti una gara carica di nervosismo ed ansia;
  • per fare entrare “in partita” la squadra prima di incominciare a difendere;
  • per dare più tempo per scaldarsi alla lanciatrice e mandarla in campo, possibilmente, in vantaggio;
  • con atlete giovani o team più deboli dell’avversario, per dare alla mia squadra l’opportunità di avere sette inning in battuta e poter “spendere” tutti i miei possibili eliminati”
  • per mettere in difficoltà una squadra avversaria che abbia un ottimo attacco, obbligandola prima a difendere;
  • per sorprendere lanciatrici non velocissime ad entrare nel clima partita o che non abbiano un rendimento ottimale nelle fasi iniziali della gara o lente a scaldarsi;
  • in caso di pioggia o cattivo tempo, per obbligare gli avversari ad affrontare il terreno di gioco non perfetto e le pessime condizioni atmosferiche per primi, così da farsi un’idea sulle difficoltà che la mia squadra si troverà a dover fronteggiare.

Queste motivazioni sono frutto degli anni passati sui campi e non dubito che ce ne siano delle altre…
Sicuramente non è una scelta da improvvisare e le valutazioni da fare sono molte, ma mi piace partire come guest team anche solo per giocare con la testa del mio avversario…
mi piace che si chieda “perché diavolo non avrà scelto la difesa?”

Cosa dovrei dire?

Lun, 04/06/2012 - 16:26 -- Fabio Borselli

Situazione: il battitore nel box incassa il lancio oppure, più spesso, effettua uno swing a vuoto, immediata scatta la “correzione” del suggeritore in terza…

Ora, a parte l’effettiva esattezza di quanto il coach in terza base dice, ci siamo mai chiesti se quanto detto viene recepito ed utilizzato dal battitore? Credo, anzi, che le domande giuste da porsi siano più di una:

  • “lo sto effettivamente aiutando a migliorare la sua prestazione?”;
  • “sto realmente correggendo l’eventuale errore?”;
  • “mi aspetto un adeguamento immediato a quanto gli sto dicendo?”;
  • “sto alimentando la sua fiducia nel concludere il turno di battuta in maniera positiva?”

La questione è più ampia, sicuramente, di una o due frasi gettate là durante la partite e deve far riflettere sulle modalità di correzione degli errori e di gratificazione dopo una buona azione che gli allenatori fanno. Non voglio argomentare sull’utilità dei rinforzi, né sulle modalità del darli, siano essi positivi o negativi, siano dati “a caldo” o a posteriori: ogni tecnico sa come e quando usarli e la propria personale “Filosofia” fa si (o dovrebbe farlo) che vengano utilizzati in maniera coerente.

Vorrei invece parlare del tempo che diamo agli atleti per capire una correzione, un aggiustamento, un consiglio, cosa che è direttamente collegata a quanto diciamo quando siamo a suggerire durante le partite..

Se spiego un esercizio nuovo o mi accorgo che c’è un problema tecnico da risolvere, così come se vedo che il giocatore ha valutato male un lancio, posso intervenire subito, “prescrivendo” la mia soluzione preconfezionata o posso lasciare all’atleta il tempo di comprendere dove sbaglia o ha sbagliato e far si che trovi da solo il bandolo della matassa. Certo, nel secondo caso occorre più tempo e spesso, specie in gara, siamo convinti di non averne, ma rimango dell’idea che dare modo all’individuo di risolvere, da solo, “il problema”, rinforzi la sua fiducia, lo renda meno dipendente e, in ultima analisi, faccia di lui un giocatore migliore.

Quindi: poche correzioni, specie nella fase di apprendimento di una nuova abilità, ben mirate e che pongano l’attenzione su aspetti precisi; tanti esercizi, meglio se autocorrettivi, che permettano un’elaborazione autonoma dell’abilità stessa; tempo, tanto tempo, dato all’atleta: se voglio che diventi bravo, forte ed autonomo devo far si che sia convinto di poterci arrivare da solo senza la presenza, ossessiva, dell’allenatore che, a volte, lo fa sentire incapace di migliorare, se non incompetente o stupido.

Queste semplici riflessioni mi hanno portato a cambiare il mio modo di stare nel box del suggeritore (quando devo per forza andare a suggerire): cerco di non dare indicazioni tecniche, cerco di incoraggiare, facendo sentire la mia fiducia, ma, soprattutto, cerco di far sentire il giocatore come l’attore principale della sua prestazione.

Il Manager in panchina

Mer, 30/05/2012 - 12:20 -- Fabio Borselli

Non sempre è possibile, gli staff tecnici sono spesso ridotti, molti allenatori sono addirittura da soli, ma quando ci sono le condizioni preferisco, durante la fase di attacco, guidare la squadra dalla panchina, senza andare nel box del suggeritore di terza base.

Mi piace rimanere in panchina, la mente è più lucida e si può pianificare con (relativa) calma, ragionando sulle mosse successive, inoltre, cosa non da poco, si ha la possibilità di interagire con i propri giocatori quando si stanno preparando ad affrontare il proprio turno di battuta, aiutandoli nei momenti di stress e di tensione.

Sono consapevole che questa scelta non è condivisa da tanti colleghi, che, anzi, si sentono fuori dal gioco e perdono efficacia se non escono dal dugout per suggerire, ma ci sono troppi buoni motivi che mi fanno preferire la gestione della gara dalla panchina:
iI vantaggio di non dover pensare alle mosse successive mentre si sta decidendo se far avanzare o meno un corridore e la possibilità di effettuare sostituzioni ponderate, usando o meno un pinch-hitter o un pinch-runner , per esempio, ma anche il fatto che si è distaccati dall’azione e non si rischia di perdere il momento per una giocata, perché impegnati a riflettere se sia stato giusto o no aver mandato a casa base un corridore, eliminato poi dalla difesa.

Intendiamoci, non è facile, occorre prima di tutto che ci siano le condizioni e quindi che ci siano due suggeritori che sappiano fare il loro mestiere. Occorre lavorare per questo, sia in ambito di definizione dello staff, individuando le persone giuste, sia in allenamento, predisponendo le cose in modo che tutto, in partita, vada al posto giusto. I suggeritori dovrebbero essere sintonizzati sulle scelte del manager e partecipare alla definizione della strategia, agendo poi in autonomia sul campo. Occorre allenare i propri suggeritori ed allenarli insieme alla squadra, così da renderli consapevoli delle caratteristiche dei giocatori e rendere questi ultimi fiduciosi nelle indicazioni che i suggeritori stessi daranno.

Credo che la decisione di gestire la gara dalla panchina deve essere una scelta, quando ci sia questa possibilità, personale, di ogni allenatore, che sa esattamente cosa gli è consono e cosa no, ma continuo a pensare che sia veramente al scelta migliore.

DP e FLEX, qualche istruzione per l'uso

Lun, 14/05/2012 - 16:08 -- Fabio Borselli

Torno sull’argomento perche ritengo che, oltre la regola, ci sia il reale uso che si può fare del DP/FLEX, in altre parole, il regolamento ci descrive il MODO, ma non ci dice il COME utilizzare DP e FLEX all’atto pratico.

Credo che ci sia, prima di tutto, una domanda da porsi : c’è un motivo per cui le regole del softball vanno oltre il semplice sostituto in battuta del lanciatore (DH) previsto nel baseball ? Se ci si riflette, si capisce che, semplificando, il DH del baseball altro non è che l’alter ego del pitcher, che sopperisce al suo scarso peso offensivo e lo tutela da fatica ed infortuni durante la fase di attacco.

Il DP del softball è molto di più!

Provo a fare un paio di esempi.

Schierare come FLEX un giocatore molto veloce, buon difensore, ma non così forte come battitore, in abbinamento ad un DP potente ed efficace nel box, ma lento.

Questo tipo di line-up si può organizzare quando si hanno 2 o 3 buoni battitori, che però non sono altrettanto utili come difensori ed un buon difensore, veloce ed aggressivo sulle basi, ma scarso battitore:
se il DP arriva in base si sostituisce con il FLEX che correrà al suo posto, questa è una sostituzione per il DP, che potrà rientrare per il turno di battuta successivo, mentre per il FLEX non si tratta di una sostituzione e quindi, una volta che il DP giunga di nuovo in base potrà ancora correre al suo posto. Al momento che decideremo di non mandare il FLEX nel box di battuta dovremo, a questo punto, utilizzare un nuovo DP (essendo il partente uscito e già rientrato) ma il FLEX potrà di nuovo correre al posto di quest’ultimo, non essendo, da regolamento, mai stato sostituito.

Schierare come FLEX un buon battitore e difensore, ma lento nella corsa e schierare come DP un giocatore veloce sulle basi.

Questa strategia si può usare quando si hanno nel proprio roster un battitore lento, che sia anche un buon guanto e 2 o 3 corridori veloci che possano sostituirlo una volta sulle basi, ricordando però che, ad eccezione del DP partente, potranno entrare in gioco una sola volta:
al momento del suo turno di battuta si manda nel box il FLEX al posto del DP, che quindi risulta essere sostituito, se il FLEX arriva in base si effettua di nuovo lo scambio e si fa correre il DP. Al turno di battuta successivo si manda di nuovo il FLEX a battere, se raggiunge le basi non sarà possibile far rientrare il DP partente, ma questi dovrà essere sostituito da un nuovo DP, mentre il FLEX, che non è caricato di nessuna sostituzione, potrà di nuovo essere schierato in difesa ed andare a battere, un’altra volta, al posto del sostituto DP.

Alla ricerca della Perfezione

Gio, 18/11/2010 - 18:12 -- Fabio Borselli

Spesso ho sentito portare avanti il concetto della “ricerca della perfezione”: la battuta perfetta, il lancio perfetto, la giocata perfetta… Credo, però, che ricercare la qualità: nelle giocatrici, nei fondamentali, nel gioco non significhi necessariamente ricercare la perfezione.

Credo che quella della perfezione sia un’idea perdente, destinata al fallimento, per il semplice motivo che non è possibile raggiungerla. Il motivo, semplicissimo, secondo me, è che la perfezione non esiste, nessuno, in nessun campo delle umane attività la ha mai raggiunta: c’è sempre qualcosa in più da fare, da scoprire, da costruire.

Nello sport, se si pretende la perfezione, si ottiene il risultato che l’atleta, vedendo che non riesce a raggiungerla, comincia a considerarsi in modo negativo, comincia a ragionare in termini di fallimento o mancanza, questo perché non riesce ad arrivare all’obiettivo che gli abbiamo dato.

Tra i compiti di un allenatore, quello più importante è, sempre secondo me, saper individuare, fra tutti gli elementi da migliorare (in una atleta, in un fondamentale, in partita) quelli che sono decisivi per la vittoria. Questo significa stabilire delle priorità: creare una progressione del lavoro da fare, dare un preciso indirizzo alle attività tecniche, scegliere cosa fare o non fare subito.
Se abbiamo, ad esempio, 10 abilità da migliorare, è impensabile poter lavorare a fondo su tutte e 10, occorre scegliere: spingere sua alcune di esse fino a che non si ottiene il salto di qualità che ci siamo prefissi, mentre le rimanenti verranno affrontate in misura più marginale: non possiamo pretendere per tutte e 10 lo stesso livello di applicazione e soprattutto di miglioramento.

Ritengo che sia una delle cose più difficili da fare, ma stabilire delle priorità è l’unico modo per guidare il processo che porta alla vittoria, prima di tutto dell’atleta, poi della squadra ed, in ultima analisi, la chiave del successo nelle partite.

Ma il gioco corto?

Mar, 12/05/2009 - 11:03 -- Fabio Borselli

Ho visto una (bella) partita di baseball USA in televisione: Tampa Bay contro Boston.

Ecco la situazione all’inizio dell’ultima ripresa:
squadra ospite sotto di 1 punto, sul monte il miglior closer della squadra di casa, primo battitore in base per ball e secondo battitore in prima su singolo, tutti e due i corridori avanzano poi per una palla mancata…… quindi zero eliminati corridori in seconda e terza base….

Devo dire che il line up presentava in sequenza tre autentici martelli (Pena, Upton e Crawford) e che, magari, un fuoricampo avrebbe permesso di vincere la partita, non solo di pareggiarla.

A questo punto però mi aspettavo che la squadra ospite provasse a pareggiare usando un gioco di smorzata come avrei fatto io, ma il manager di Tampa non la pensava come me.
Sia come sia, i successivi tre battitori hanno cercato (invano) la battuta del KO finendo, tutti e tre, per subire uno strike-out.

Mi chiedo: ma hanno abolito il gioco corto nelle partite di baseball?

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