squadra

… Poi, deve andare in prima media…

Lun, 29/09/2014 - 11:37 -- Fabio Borselli

Ho lasciato passare del tempo perché i ricordi potessero sedimentare.

Adesso è il momento di raccontare.

Insieme agli amici (più che colleghi) Elisabetta, Graziano e Gianni ho avuto la fortuna di gestire, durante il Massimo Romeo Youth Tropy 2014, categoria under 13, svoltosi a Collecchio, la squadra MINI del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball.

La rappresentativa era formata da BAMBINE nate negli anni 2002 e 2003.

Il mio scetticismo ed i miei timori legati alla specializzazione precoce sono stati più volte ribaditi su questo sito e chi mi conosce bene sa che non sono del tutto favorevole ad un percorso tecnico così esasperato come una rappresentativa nazionale richiederebbe.

Fortunatamente (e non tutti saranno d’accordo con il “fortunatamente”) le BAMBINE che sono state selezionate, a fronte di una indubbia abilità nel gioco, non erano così “atlete” o “giocatrici” come ci aspettavamo e la loro preparazione non è apparsa esageratamente specializzata o specializzante (fatte salve alcune eccezioni…).

Per preparare manifestazioni complesse come quella di Collecchio sarebbe necessario  passare molto tempo con le “bimbe”, per amalgamarle e farle giocare in tranquillità e sicurezza, purtroppo però il tempo a disposizione dello staff e delle giocatrici per integrarsi in una squadra, prima di cominciare la competizione, è stato quello, brevissimo, di un pomeriggio.

A questo punto la scelta fatta dallo staff è stata quella di impiegare questo poco tempo per conoscere le ragazze, farle interagire e cercare di capire che tipo di PERSONE fossero.

Uno de giochi di TEAM BUILDING che abbiamo fatto prevedeva che le giocatrici, divise in coppie, si “raccontassero” alla compagna  e che poi presentassero al resto del gruppo un breve profilo dell’altra:

un modo molto rapido ed efficace per fare conoscenza e vincere la timidezza iniziale.

La frase ricorrente in quasi tutte le presentazioni era:

“poi, ha fatto la quinta elementare e deve andare in prima media…”

Queste poche parole, costantemente ripetute, ci ha fatto capire di che tipo fosse il “materiale umano” che avevamo a disposizione:

non certo atlete evolute, ma piccole giocatrici che, spesso e volentieri, avevano poca esperienza di softball, giocando in squadre maschili e che conoscevano poco il gioco.

Soprattutto BAMBINE che si affacciavano per la prima volta ad un ribalta forse troppo grande per loro.

Pieni di dubbi e di ansie abbiamo portato in campo questa che sembrava più un “armata Brancaleone” in miniatura che una squadra NAZIONALE.

È stata un’esperienza esaltante!

Ci siamo trovati a gestire un gruppo, un team, che cresceva, di inning in inning, in maniera esponenziale, con l’esperienza dell’una che diventava patrimonio dell’altra.

Le piccole terribili hanno macinato gioco, intendiamoci, giocando da BAMBINE ed hanno battuto, hanno corso, hanno difeso, sempre meglio, in una escalation che, alla fine è diventata una cavalcata che ci ha portato ad un insperato terzo posto.

Per raccontare tutto quello che è successo in quei 5 giorni avrei bisogno di 100 pagine…

Ci sono stati dei bellissimi momenti, ma anche pianti e tristezze, gioia e lacrime, ansia e paura, sorrisi…

Ricordo con gioia i continui sguardi che, tra noi allenatori, ci siamo scambiati ogni volta che, in campo e fuori, succedeva qualcosa di bello.

Ma il ricordo più vivido che mi porto dietro da questa esperienza  è il nostro continuo commentare, sempre, qualsiasi successo come ogni errore, ciascuna buona esecuzione come ogni sbavatura, ogni sicurezza come ogni incertezza, ogni piccola vittoria come ogni piccolo fallimento, con quello che è diventato il mantra della rappresentativa MINI:

“ha fatto la quinta elementare e deve andare in prima media…”

A significare che, lo speriamo con forza, questa avventura sia per loro un punto di partenza e non un traguardo raggiunto.

Perché, in fondo, queste splendide giocatrici che ci hanno conquistato (e non solo noi, a giudicare dal calore del pubblico) sono e rimangono, soprattutto, delle BAMBINE.

E questo è bene tenerlo a mente…

 

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Un po’ della mia filosofia

Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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Lun, 28/07/2014 - 07:27 -- Fabio Borselli

Cosa è un paradosso?

Ho cercato una definizione semplice e condivisibile del termine e, a parer mio, la migliore che ho trovato è quella del filosofo inglese Mark Sainsbury:

"il paradosso è una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".

Cosa c’entrano filosofi, paradossi e panchine con il softball?

Ogni squadra, più o meno, ha i propri titolari “certi”.

Ogni squadra, più o meno, ha, anche, le proprie “riserve”.

Sia che si tratti di “permanenze” in panchina abituali, sporadiche o contingenti ,ogni volta che la squadra scende in campo, coloro che non fanno parte del team partente, sono le RISERVE.

Si può non essere scelti per far parte del nove (dieci) TITOLARE per svariati motivi: tecnici, tattici, di esperienza, di età, ecc…

In ogni caso il Tecnico DEVE prendere questa decisione, visto che è sua responsabilità.

In ogni caso i giocatori DEVONO accettare questa decisione.

Che alle “riserve” piaccia stare in panchina a guardare la partita, però, togliamocelo dalla testa.

Anche la gestione degli “umori” del proprio team è un’altra responsabilità dell’allenatore.

Ed eccoci arrivati al paradosso:

in teoria, la formazione che scende in campo dall’inizio del match dovrebbe essere quella con le giocatrici più forti, più in forma o più adatte al tipo di gioco che si vuole fare o a contrastare l’avversario di turno.

Non sempre, però, la squadra “funziona” come ipotizzato e non sempre riesce a giocare come teoricamente dovrebbe.

A questo punto, lo staff tecnico, comincia a pensare di far entrare le “riserve”:

chi entra in campo a partita iniziata lo fa, spesso, in una fase di gioco critica e gli sarà richiesta una prestazione migliore di quella che ha fornito il giocatore titolare e quindi di grandissima responsabilità.

In pratica si chiede al sostituto, che era stato escluso, di “riparare” allo scarso rendimento di chi gli era stato preferito.

Dal punto di vista mentale questa situazione non è sicuramente delle più semplici da gestire, da parte dell’atleta che si trova catapultato in campo e deve, improvvisamente, dimostrare la propria concentrazione e le proprie capacità:

i fattori in gioco sono molteplici e vanno dall’autostima del giocatore all’interpretazione (giusta o sbagliata che sia) delle decisioni dell’allenatore.

Di fatto si chiede all’atleta una prestazione che, forse, non è stata ritenuta alla sua portata (altrimenti, forse, sarebbe tra i partenti) e gli si chiede di farlo nella peggiore situazione, tattica ed emotiva, possibile.

Ci sono ottimi e fondati motivi per aspettarsi un fallimento!

Credo che sia questo il nodo fondamentale che “le riserve” devono comprendere, ma che deve essere ben chiaro anche agli allenatori:

sarebbe bello che tutte le partite andassero come è stato, più o meno, programmato, ma è necessario che, nel momento in cui le cose non “girano” a dovere, chi viene chiamato in causa, deve, necessariamente, farsi trovare pronto e determinato perché dal suo rendimento, magari richiesto in un momento veramente critico, può dipendere l’esito dell’incontro.

Ecco in cosa consiste il PARADOSSO DELLA PANCHINA.

Tecnici ed allenatori ripetono, anche troppo frequentemente, che le partite vengono vinte dalla squadra e non dai singoli atleti:

per far si che questo sia vero occorre che tutti i giocatori siano pienamente coinvolti nel gioco, partenti o riserve che siano.

Occorre, perciò, elaborare strategie di coinvolgimento, dal turnover all’organizzazione dei compiti in panchina durante la gara, tali che facciano “veramente” sentire parte integrante ed importante della squadra anche le “riserve”.

 

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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 14/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Uomini e donne sono differenti.

Allenare atleti maschi o atleti femmine è profondamente differente.

Allenare squadre maschili o squadre femminili lo è ancora di più.

Aldilà della, scontata, considerazione che l’obiettivo dell’allenamento è, comunque, il raggiungimento della massima prestazione possibile da parte dell’atleta, indipendentemente dal genere, questa differenza si evidenzia, in particolare, nella delicata gestione del tempo, del ritmo e del clima dell’allenamento stesso.

Mike Candrea, attualmente Softball Head Coach all’ University of Arizona, vincitore di 2 medaglie olimpiche e allenatore di provata esperienza ha detto:

“le ragazze devono stare bene per poter giocare bene al contrario degli uomini che stanno bene se giocano bene”.

Ancora, Cindy Bristow, un altro dei coach statunitensi venuti in Italia come docenti di clinic formativi per allenatori, ha esteso il concetto precedente:

“per le ragazze l’allenamento è un FATTO SOCIALE”.

Chiunque abbia provato ad allenare un team femminile sa che è possibile chiedere ritmi ed intensità di lavoro elevatissimi.

Sa che la motivazione al miglioramento individuale ed al superamento dei limiti tecnici è altissima.

Sa che, a parità di potenzialità, una ragazza è molto più caparbia e decisa di un ragazzo.

Ma, sa anche che, non potrà impedire che durante la seduta di allenamento le atlete “chiacchierino” tra di loro e condividano “i fatti propri” con le compagne.

Una volta preso atto di questa “necessità sociale” è possibile indirizzarla ed utilizzarla, ma è impossibile, anzi controproducente, provare a contrastarla.

Intendiamoci bene: io sono un allenatore severo, come già scritto in questo blog, ma questa “battaglia” è una battaglia persa.

Le volte che ho provato ad imporre il silenzio, magari durante il riscaldamento, e a richiedere una maggiore attenzione a quello che “si sta facendo” il risultato è stato, comunque, un peggioramento dell’umore collettivo (compreso il mio e quello dei coach) e, in ultima analisi, un abbassamento del livello qualitativo dell’allenamento.

Quello che ho imparato da questi tentativi e che credo sia molto vicino al vero è che c’è un “tempo fisiologico” che serve alle atlete per entrare “dentro” l’allenamento e che questo tempo gli serve per “sintonizzarsi” con le frequenze di tutti i partecipanti all’attività.

Non ci sono ricette particolari per gestire la situazione, se il team è affiatato e ben motivato il “sottofondo sociale” serve a creare un clima positivo e favorisce, in ultima analisi, l’intensità e la qualità dell’allenamento, aiutando la concentrazione ed incrementando gli stimoli alla crescita ed al miglioramento.

Credo che l’aspetto emotivo ed emozionale (che non sono sinonimi) dell’allenamento delle squadre di softball sia molto forte e sia preponderante rispetto al resto.

Credo anche che non prendere in considerazione quesa caratteristica peculire sia un errore che, difficilmente, viene perdonato.

 

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Lun, 07/10/2013 - 07:37 -- Fabio Borselli

Capita, molto più spesso di quanto vorremmo, che gli atleti abbiano paura, non la paura intesa come reazione al pericolo, ma una sensazione più subdola e catastrofica:

la PAURA DEL FALLIMENTO.

Ci sono dei segnali che rendono palese questa situazione di ansia:

comincia tutto con l’eccessiva preoccupazione di commettere errori, successivamente sopraggiunge anche la paura di essere sconfitti ed infine, specialmente nelle squadre femminili, in una sorta di reazione a catena, la fiducia nelle proprie capacità individuali ed in quelle della squadra di poter risolvere la situazione viene, praticamente, azzerata.

Questa situazione è, quasi sempre, frutto di una valutazione iniziale sbagliata e non realistica che porta a conclusioni altrettanto errate:

di fatto viene azzardata una previsione sullo svolgersi degli eventi futuri che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Il cercare di valutare e definire una situazione ed i conseguenti comportamenti che vengono attivati  fanno parte della situazione stessa e possono determinarne lo sviluppo.

Quelli che sembrano, solo, “gli effetti” sono, o potrebbero diventarne, in realtà, “le cause”.

È una situazione paradossale, definita PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA, dove la predizione e l’evento sono in un rapporto circolare, nel quale la predizione genera l'evento e l'evento conferma la predizione.

L’esistenza di questa capacità, specialmente a livello di gruppo, di "rendere reali" le situazioni che reputano tali, mediante un comportamento che si adegui a quelle situazioni, è postulata nel Teorema del sociologo americano William Thomas che recita:

“se gli individui definiscono certe situazioni come reali, esse saranno reali nelle loro conseguenze”.

La profezia che si auto-avvera è quindi una sorta di “meccanismo” che si innesca sia a livello del singolo individuo che del gruppo nel quale è inserito:

il pensare o il temere che possa avvenire qualcosa di negativo porta a comportamenti che possano fare in modo che la previsione si realizzi, davvero.

Cosa si può fare per non cadere nella spirale, distruttiva, delle PROFEZIE AUTO-AVVERANTI?

Prima di tutto occorre capire che il meccanismo delle “profezie” non è di tipo patologico e non è indice di disturbi emotivi, ma è una reazione naturale alle normali ansie che gli individui provano nella vita quotidiana e che, in campo sportivo, si accentuano nel confronto con l’avversario e la situazione agonistica.

Un possibile antidoto contro le profezie è rappresentato semplicemente dall’agire “come se” non si avessero quelle convinzioni. Non si deve, però, pensare che questa soluzione sia semplice ed immediata: come tutti i comportamenti, infatti, va prima insegnata e poi allenata e deve essere confermata dagli eventi.

Gli atleti dovrebbero, poi, imparare a concentrarsi su ciò che VOGLIONO FARE, invece di fissarsi su quello che vogliono EVITARE DI FARE.

Preoccuparsi troppo di possibili errori che, invece, sono parte integrante del gioco, porta ad avere una mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Il giocatore (o la squadra) che si concentra sul come evitare gli errori, non è concentrato e non gioca nel presente, perché sta cercando di anticipare il futuro.

Mi rendo conto che non è semplice proporre correttivi funzionali ad atleti e squadre impegnate a rappresentarsi il futuro più catastrofico possibile, ma si può tentare, comunque, di reindirizzare la tendenza a “profetizzare sciagure” trasformandola in senso positivo, cioè insegnando agli atleti, se proprio non ne possono fare a meno, di prevedere e visualizzare “un lieto fine” per le le situazioni che dovranno affrontare, trasformando la profezia auto-avverante in un modo per risolvere le problematiche e scacciare l’ansia e la paura anziché accentuarle.

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Lun, 19/08/2013 - 12:37 -- Fabio Borselli

Torno, stanco, dall’esperienza di Collecchio dove ho partecipato, con tutto lo staff del Progetto Verde Rosa al Torneo “Massimo Romeo” riservato alla categoria Under 13 softball.

Restano negli occhi, ma soprattutto nel cuore, tante immagini e tanti momenti condivisi con le splendide ragazze che hanno giocato e con tutti i colleghi allenatori impegnati nella manifestazione.

Tra gli innumerevoli episodi e le tante possibili storie che la competizione ha offerto voglio raccontarne una piccola, davvero piccolissima, ma che mi ha colpito profondamente.

È una storia che parla di “disponibilità a mettersi in gioco”, di fiducia e consapevolezza, di speranza che il nostro lavoro possa, davvero, incidere sulle giovani generazioni che alleniamo e che lo sport possa fare la differenza.

Gestire un gruppo di giovanissime, che non si conoscono tra loro, che abbiamo incontrato solo in una manciata di occasioni e delle quali, oltre al modo di giocare, non conosciamo praticamente nulla impone di fare delle scelte per, almeno, tentare di costruire un gruppo funzionale.

Le innumerevoli  tecniche di TEAM BUILDING servono proprio ad aiutare questo tentativo.

In uno dei nostri primi incontri lo staff tecnico ha proposto alla ragazze una serie di “giochi non giochi” che avevano come scopo principale l’aumento del la conoscenza tra le persone, la rapida integrazione e lo sviluppo di un rapporto di fiducia.

Uno di questi giochi prevedeva di cantare senza parole, usando solo i versi degli animali:

divise in gruppi, sotto la guida del “direttore di orchestra”, ogni atleta doveva, vincendo la propria timidezza e ritrosia e mettendosi in gioco senza imbarazzo, doveva cantare la sua sequenza musicale usando il verso dell’animale che gli era stato assegnato.

La musica sulla quale dovevano cimentarsi è la conosciutissima, almeno per la mia generazione, sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione (per la cronaca è il preludio al TE DEUM di Charpentier).

Sigle Eurovisione ESC 1957-2010

Oltre al fatto che nessuna delle ragazze conoscesse l’aria da cantare abbiamo notato molto scetticismo e poca disponibilità ad affrontare il compito

Dopo un paio di tentativi, nei quali l’impegno mostrato sembrava più accondiscendenza che reale coinvolgimento, siamo passati ad altro.

I giorni sono passati ed il torneo è entrato nel vivo, le gare si sono fatte sempre più impegnative e tirate, i ritmi serrati e le emozioni sempre più intense.

Il gruppo è cresciuto sotto i nostri occhi ed è arrivato ad essere molto coeso ed unito e, aldilà della prestazione, ha dimostrato di avere sviluppato un ottimo “spirito di squadra” ed i rapporti tra le persone sono diventati, mano a mano, molto profondi e partecipati.

Il clima che si respirava era quello che lo staff auspicava: integrazione, determinazione, serenità, rispetto reciproco.

Si è arrivati al giorno delle finali ed alla cerimonia di premiazione, primo atto della quale è stata l’esecuzione degli Inni: quello europeo, essendo la manifestazione un evento organizzato dalla Federazione Europea Softball, seguito da quello italiano.

Proprio mentre le note di Beethoven risuonavano dalle fila delle “nostre” ragazze partiva il coro.

Sottovoce, sussurrato. Sorpresi, noi allenatori ci siamo fatti attenti, stupiti della possibilità che le atlete conoscessero le parole, per di più in tedesco.

Le ragazze non stavano però cantando in tedesco: la loro versione, specialissima e bellissima, dell’Inno alla Gioia era fatta usando i versi degli animali, gli stessi dei nostri giochi di TEAM BUILDING.

Mi rendo conto che è un episodio banale e che, forse, sto enfatizzando un semplice “divertissement”, ma la commozione di quel momento è una delle cose che mi resterà dentro per tanto, tantissimo, tempo.

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Lun, 24/06/2013 - 12:28 -- Fabio Borselli

Mi piace pensare che si possa continuare ad imparare, sempre.

Mi piace, anche, guardarmi intorno, per continuare ad imparare da tutto e da tutti.

Credo che, nello sport come nella vita, le cose non si muovano o non succedano, rigorosamente suddivise in “compartimenti stagni” ed ecco perché le esperienze degli altri allenatori, qualsiasi sia lo il loro sport, diventano un possibile arricchimento del mio bagaglio operativo.

Ho scoperto di aver modificato il mio modo di allenare, di stare in campo e, a volte, anche di pensare, molto spesso, ascoltando ed imparando da coach che con il baseball ed il softball avevano poco, o nulla, a che fare.

Dopo aver letto il libro “Scoiattoli e Tacchini”, scritto da Gian Paolo Montali, coach tra i più vincenti della pallavolo, prestato al mondo dell’impresa, mi sono sorti alcuni dubbi e mi sono fatto alcune domande intorno ai concetti di SQUADRA e di GRUPPO, ma non solo.

Cosa si intende per SQUADRA?

Cosa si intende per GRUPPO?

Se la squadra è formata da tutti i giocatori a disposizione, nessuno escluso, visto che si vuole che ogni atleta sia, potenzialmente, un titolare, allora la squadra non coincide, esattamente, con il gruppo?

Forse i termini si riferiscono all’operatività: la squadra è l’entità che gioca le partite ed il gruppo la “massa” dal quale si distilla quell’entità?

Oppure si tratta di categorizzazioni legate ai rapporti interpersonali ed alle dinamiche di convivenza?

Il gruppo è l’insieme dei rapporti, la rete delle interconnessioni  tra le persone che lo compongono e la squadra un “momento di sospensione” in cui questi rapporti sono, per così dire, “congelati”, mentre si disputano le gare, eventi al di fuori delle meccaniche del gruppo?

Ed ancora, ha più valore, FARE GRUPPO o FARE SQUADRA?

Meglio sacrificare qualche successo in nome di una maggior coesione degli individui o  vincere senza pensare alle conseguenze che la vittoria porterà negli equilibri interni?

Non ho le risposte GIUSTE per tutte queste domande, ma penso che, nel nostro softball, quello italiano, dove le squadre nascono, quasi sempre, per libera aggregazione, sia molto importante che il gruppo venga prima della squadra.

Il gruppo diventa tale spontaneamente, non ci sono trucchi o formule magiche.

L’allenatore, la Società possono agevolare il processo, qualche volta diventarne i catalizzatori.

 Ma non credo sia possibile AGGREGARE le persone contro la propria volontà.

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La Squadra Segreta

Gio, 07/02/2013 - 14:01 -- Fabio Borselli

Nello sport moderno il capo allenatore deve, sempre di più, avere capacità e competenze di ”gestione delle risorse umane”, se questo è vero, chiaramente, quando ci si riferisce alla squadra ed ai singoli atleti è ancor più vero quando si parla del cosiddetto ”team di supporto”.

Questa vera e propria squadra segreta, che lavora prevalentemente dietro le quinte, è composta da una serie di figure senza il lavoro delle quali non sarebbe possibile scendere in campo.

Proprio riferendosi a questa squadra segreta bisogna ricordare che gli individui che la compongono e che ruotano intorno alla squadra che, effettivamente, affronta l’avversario, salvo rari casi, sono, in prevalenza, volontari.
Siano essi familiari degli atleti (specie nelle categorie giovanili) o semplicemente appassionati, disponibili, non bisogna, mai, dimenticare questa peculiarità.

Il volontario farà le cose, seriamente e con professionalità, fino a che queste gli daranno soddisfazione.
Se, invece, partecipare alle attività legate alla squadra diventa un lavoro, con tutte le caratteristiche del lavoro (rigidità, orari, scadenze) senza che la passione sia sostenuta da opportune gratificazioni, è molto facile arrivare all’allontanamento e all’abbandono per sovraccarico di responsabilità o di incarichi.

Naturalmente la gestione diretta di queste figure non dovrebbe spettare direttamente all’allenatore, ma il suo comportamento e la sua attenzione nei loro riguardi ne condizionerà, con molta probabilità, il comportamento e l’efficienza.

Sono convinto che anche la squadra segreta abbia bisogno di vincere le proprie partite ed è importante capire ed assecondare questo bisogno, non facendo mai mancare il riconoscimento del lavoro compiuto da ciascuno di loro.

Credo che non esista addetto al materiale, autista di autobus, segna-campo o portatore d’acqua che non si senta, effettivamente, membro della squadra; d’altronde basta ascoltare le discussioni che, spesso animatamente e con competenza tecnica insospettata, a bordo campo, intraprendono con gli omologhi della squadra avversaria.

Se l’allenatore deve riconoscere il lavoro di queste figure oscure non può, nemmeno, permettere che questo venga ignorato o sottovalutato dagli atleti.
Si deve fare in modo che ogni giocatore sia pienamente consapevole dell’importanza di essere circondati da persone che lavorano per permettergli di esprimere, senza preoccupazioni accessorie, il proprio massimo potenziale tecnico ed agonistico.

Per questi motivi credo che si debbano trovare e ritagliare occasioni in cui coinvolgere, senza piaggeria o condiscendenza, il ”team di supporto” in attività che lo integri con gli atleti e lo staff tecnico.

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Il Line-Up che vorrei

A proposito di Feedback...

Gio, 27/12/2012 - 13:19 -- Fabio Borselli

In linea con la mission di SoftballInside, ricevo e pubblico volentieri queste annotazioni relative al feedback dell’amico Graziano Primavera, valente tecnico abruzzese, nonché carissimo amico, che si occupa sia di baseball che di softball.

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Da allenatore di baseball e di softball mi sono trovato a gestire, anche contemporaneamente, varie categorie di entrambi gli sport, specie in inverno, quando siamo costretti, almeno dalle mie parti, a condividere gli spazi in palestra.

Mi ricordo di un allenamento in particolare, avevo due categorie di baseball e due di softball, in cui mi è capitato di osservarmi notando che non facevo altro che vomitare suggerimenti: alza il gomito, gira i fianchi, distendi le braccia….

Riempivo i miei ragazzi e le mie ragazze di feedback.
Quello che facevo aveva un senso?
Serviva a far migliorare la loro tecnica?
Serviva a farli crescere?

Prima di parlare di feedback facciamo chiarezza con noi stessi: ci interessano solo i risultati o anche i progressi?
Secondo me concentrarsi non solo sui risultati, ma sulla crescita dei singoli e di conseguenza della squadra, far sentire al gruppo che si ha fiducia in loro, fiducia vera, quella che viene da dentro e che stimola molto più di tanti discorsi.

Troppo spesso si danno feedback concentrandosi sui punti deboli e non su quelli di forza.
Alla lunga questo modo di comunicare rischia di diventare demotivante.
Credo che sia importante cercare di chiudere un feedback in positivo.

Voglio analizzare questi diversi modi di dare feedback all’atleta:

  • buon lavoro di mani, però non giri i fianchi bene;
  • devi lavorare ancora tanto sulla rotazione dei fianchi;
  • mi piace come usi le mani e rimani dentro la palla;
  • dobbiamo lavorare ancora molto sul corretto uso dei fianchi, ho notato, però, che riesci sempre a colpire restando dentro la palla. Quando uniremo entrambe le cose sarai di sicuro un ottimo battitore!.

Quale, tra questi, può essere l’esempio di feedback migliore per noi?

Senza dubbio, per me è l’ultimo! Ma perché?

Sia nella prima che nell’ultima affermazione c‘è feedback su cosa va bene e su quello che non va bene. Ma nella prima l‘enfasi sull’elemento non eseguito bene e la parola però faranno restare impressi nella mente del giocatore solo quello.

Il secondo tipo di feedback si concentra solo su quello che non funziona, cosa che per alcuni atleti può anche essere di aiuto, ma non è necessariamente detto che vada bene per tutti, (si capisce l’importanza di conoscere bene le caratteristiche e le necessità di ciascuno).

Nel terzo c’è solo un feedback positivo, senza far notare cosa non va.
Ritengo che in questo modo non potremo aspirare che ad un miglioramento abbastanza lento.

Nell’ultimo tipo di feedback invertendo i fattori, rispetto al primo tipo, il prodotto CAMBIA!!

Usando dobbiamo, inoltre, facciamo notare la nostra volontà di lavorare insieme e di non lasciare solo l’atleta nella soluzione del problema..
La chiusura della frase, ripetendo i due tipi di feedback (positivo e negativo) consolida l’idea che la loro somma porterà all’obiettivo.

Per concludere questo breve discorso sui feedback vorrei fare una riflessione sul come, spesso, convenga sostituirli con i feedforward, che io uso spesso con buoni risultati.

Cosa è un feedforward?

Un feedforward è messaggio che arriva prima di compiere un’azione, come, ad esempio, un gesto tecnico.

Prendiamo per esempio il caso di una ragazzina che tira col gomito basso.
Spesso il nostro feedback, inesorabile, sarà l’ordine: alza il gomito, impartito successivamente al tiro. Può, però, succedere che le sue capacità coordinative non le consentono di capire, a posteriori, dopo l’esecuzione, dove si trovava il gomito e la sua risposta potrebbe essere: ma era alto!.

Se si prova a dire alla stessa ragazzina: adesso tira la palla e dimmi dove si trova il gomito, la costringeremo a stare concentrata sul gomito stesso durante il gesto tecnico e si accorgerà da sola della sua posizione. Questa focalizzazione la aiuterà ad auto-correggersi in automatico!

Semplicemente cambiando la prospettiva, avremo migliorato nell’atleta il livello di auto-consapevolezza, competenza fondamentale per la sua crescita.

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Le argomentazioni di Graziano, naturalmente, non coprono ogni aspetto dell’argomento feedback, ma rappresentano, a mio parere, un buon punto di partenza per una serie di riflessioni, importanti, sui modi ed i mezzi di cui gli allenatori dispongono per comunicare con gli atleti.

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