squadra

EMRYT 2015

Lun, 17/08/2015 - 08:32 -- Fabio Borselli

 

Ho partecipato, per il quarto anno consecutivo, al Torneo ESF “Massimo Romeo Youth Trophy”, tradizionale appuntamento dedicato alle ragazze “under 13” del softball, organizzato, come sempre, dal Collecchio BSC.

Riporto a casa, come sempre, una serie di flash:

il mio staff, il mio splendido staff che, basta guardare la foto per capirlo, ha reso il mio lavoro di manager semplice e gratificante (loro direbbero anche riposante)…

Le lacrime di gioia di coach SHEMBEREVA, manager del team Moskovia, che riesce a vincere il torneo dopo aver collezionato 3 medaglie d’argento…

La voce di Greta Cecchetti, campionessa europea seniores, pitching coach d’eccezione, che parla alle piccole pitcher italiane.

Il “balletto” a suon di musica, completamente inventato e coreografato dalle atlete, con il quale Italia 2, la mia squadra, apriva il proprio riscaldamento…

Le ragazze del “GBU SD 42 Moscomsport” inginocchiate sulla pedana, fronte contro fronte, prima di ogni partita…

I riccioli che più riccioli non si può della più piccola giocatrice della Gran Bretagna…

I cellulari nascosti sotto le coperte di tutte, proprio tutte, le giocatrici di tutte, proprio tutte, le squadre…

Le mini giocatrici, ma guai a pensarlo, vista la grinta che hanno messo in campo, di Italia 1...

L’odore delle patatine fritte…

I cori delle due squadre italiane che rimbalzano dal campo alla tribuna e viceversa e le stesse due squadre che, costrette allo scontro diretto nella poule per le medaglie, giocano una bellissima partita, coltello fra i denti e poi si mescolano per il pranzo…

Le ragazze della Bulgaria sempre sorridenti…

I biscotti al cioccolato di Stefano che, a giudicare dalla quantità consumata, tutta la delegazione Italia (coach compresi) ha molto gradito...

L’inglese improbabile con cui tutti, giocatrici, coach, arbitri  e supporter hanno comunicato, o provato a farlo, per 4 giorni indimenticabili…

Le riunioni con lo staff, la consegna del line-up…

Il cappello dell’arbitro ukraino…

Il colore viola, presente in tutte, proprio tutte, le uniformi delle squadre dell’est Europa…

Il pubblico, più o meno competente, che non smette di sostenere le ragazzine…

Gruppi di ragazze, di squadre e paesi diversi che parlano, non si sa in quale lingua e non si sa di cosa…

Gli arbitri italiani ai quali ho continuato a dare i cambi in inglese (o quello che doveva essere inglese)…

Il dialetto, impagabile, dell'amico Massimo...

La canzoncina di Italia 2 quando, in difesa, faceva il secondo out…

Tante battute, tanti strike out, tanti out, tante giocate “da grandi” e anche tanti errori, ma soprattutto, tanto, tantissimo softball, giocato da splendide bambine.

 

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Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Blue Moon

Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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… Poi, deve andare in prima media…

Lun, 29/09/2014 - 11:37 -- Fabio Borselli

Ho lasciato passare del tempo perché i ricordi potessero sedimentare.

Adesso è il momento di raccontare.

Insieme agli amici (più che colleghi) Elisabetta, Graziano e Gianni ho avuto la fortuna di gestire, durante il Massimo Romeo Youth Tropy 2014, categoria under 13, svoltosi a Collecchio, la squadra MINI del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball.

La rappresentativa era formata da BAMBINE nate negli anni 2002 e 2003.

Il mio scetticismo ed i miei timori legati alla specializzazione precoce sono stati più volte ribaditi su questo sito e chi mi conosce bene sa che non sono del tutto favorevole ad un percorso tecnico così esasperato come una rappresentativa nazionale richiederebbe.

Fortunatamente (e non tutti saranno d’accordo con il “fortunatamente”) le BAMBINE che sono state selezionate, a fronte di una indubbia abilità nel gioco, non erano così “atlete” o “giocatrici” come ci aspettavamo e la loro preparazione non è apparsa esageratamente specializzata o specializzante (fatte salve alcune eccezioni…).

Per preparare manifestazioni complesse come quella di Collecchio sarebbe necessario  passare molto tempo con le “bimbe”, per amalgamarle e farle giocare in tranquillità e sicurezza, purtroppo però il tempo a disposizione dello staff e delle giocatrici per integrarsi in una squadra, prima di cominciare la competizione, è stato quello, brevissimo, di un pomeriggio.

A questo punto la scelta fatta dallo staff è stata quella di impiegare questo poco tempo per conoscere le ragazze, farle interagire e cercare di capire che tipo di PERSONE fossero.

Uno de giochi di TEAM BUILDING che abbiamo fatto prevedeva che le giocatrici, divise in coppie, si “raccontassero” alla compagna  e che poi presentassero al resto del gruppo un breve profilo dell’altra:

un modo molto rapido ed efficace per fare conoscenza e vincere la timidezza iniziale.

La frase ricorrente in quasi tutte le presentazioni era:

“poi, ha fatto la quinta elementare e deve andare in prima media…”

Queste poche parole, costantemente ripetute, ci ha fatto capire di che tipo fosse il “materiale umano” che avevamo a disposizione:

non certo atlete evolute, ma piccole giocatrici che, spesso e volentieri, avevano poca esperienza di softball, giocando in squadre maschili e che conoscevano poco il gioco.

Soprattutto BAMBINE che si affacciavano per la prima volta ad un ribalta forse troppo grande per loro.

Pieni di dubbi e di ansie abbiamo portato in campo questa che sembrava più un “armata Brancaleone” in miniatura che una squadra NAZIONALE.

È stata un’esperienza esaltante!

Ci siamo trovati a gestire un gruppo, un team, che cresceva, di inning in inning, in maniera esponenziale, con l’esperienza dell’una che diventava patrimonio dell’altra.

Le piccole terribili hanno macinato gioco, intendiamoci, giocando da BAMBINE ed hanno battuto, hanno corso, hanno difeso, sempre meglio, in una escalation che, alla fine è diventata una cavalcata che ci ha portato ad un insperato terzo posto.

Per raccontare tutto quello che è successo in quei 5 giorni avrei bisogno di 100 pagine…

Ci sono stati dei bellissimi momenti, ma anche pianti e tristezze, gioia e lacrime, ansia e paura, sorrisi…

Ricordo con gioia i continui sguardi che, tra noi allenatori, ci siamo scambiati ogni volta che, in campo e fuori, succedeva qualcosa di bello.

Ma il ricordo più vivido che mi porto dietro da questa esperienza  è il nostro continuo commentare, sempre, qualsiasi successo come ogni errore, ciascuna buona esecuzione come ogni sbavatura, ogni sicurezza come ogni incertezza, ogni piccola vittoria come ogni piccolo fallimento, con quello che è diventato il mantra della rappresentativa MINI:

“ha fatto la quinta elementare e deve andare in prima media…”

A significare che, lo speriamo con forza, questa avventura sia per loro un punto di partenza e non un traguardo raggiunto.

Perché, in fondo, queste splendide giocatrici che ci hanno conquistato (e non solo noi, a giudicare dal calore del pubblico) sono e rimangono, soprattutto, delle BAMBINE.

E questo è bene tenerlo a mente…

 

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Un po’ della mia filosofia

Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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Lun, 28/07/2014 - 07:27 -- Fabio Borselli

Cosa è un paradosso?

Ho cercato una definizione semplice e condivisibile del termine e, a parer mio, la migliore che ho trovato è quella del filosofo inglese Mark Sainsbury:

"il paradosso è una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".

Cosa c’entrano filosofi, paradossi e panchine con il softball?

Ogni squadra, più o meno, ha i propri titolari “certi”.

Ogni squadra, più o meno, ha, anche, le proprie “riserve”.

Sia che si tratti di “permanenze” in panchina abituali, sporadiche o contingenti ,ogni volta che la squadra scende in campo, coloro che non fanno parte del team partente, sono le RISERVE.

Si può non essere scelti per far parte del nove (dieci) TITOLARE per svariati motivi: tecnici, tattici, di esperienza, di età, ecc…

In ogni caso il Tecnico DEVE prendere questa decisione, visto che è sua responsabilità.

In ogni caso i giocatori DEVONO accettare questa decisione.

Che alle “riserve” piaccia stare in panchina a guardare la partita, però, togliamocelo dalla testa.

Anche la gestione degli “umori” del proprio team è un’altra responsabilità dell’allenatore.

Ed eccoci arrivati al paradosso:

in teoria, la formazione che scende in campo dall’inizio del match dovrebbe essere quella con le giocatrici più forti, più in forma o più adatte al tipo di gioco che si vuole fare o a contrastare l’avversario di turno.

Non sempre, però, la squadra “funziona” come ipotizzato e non sempre riesce a giocare come teoricamente dovrebbe.

A questo punto, lo staff tecnico, comincia a pensare di far entrare le “riserve”:

chi entra in campo a partita iniziata lo fa, spesso, in una fase di gioco critica e gli sarà richiesta una prestazione migliore di quella che ha fornito il giocatore titolare e quindi di grandissima responsabilità.

In pratica si chiede al sostituto, che era stato escluso, di “riparare” allo scarso rendimento di chi gli era stato preferito.

Dal punto di vista mentale questa situazione non è sicuramente delle più semplici da gestire, da parte dell’atleta che si trova catapultato in campo e deve, improvvisamente, dimostrare la propria concentrazione e le proprie capacità:

i fattori in gioco sono molteplici e vanno dall’autostima del giocatore all’interpretazione (giusta o sbagliata che sia) delle decisioni dell’allenatore.

Di fatto si chiede all’atleta una prestazione che, forse, non è stata ritenuta alla sua portata (altrimenti, forse, sarebbe tra i partenti) e gli si chiede di farlo nella peggiore situazione, tattica ed emotiva, possibile.

Ci sono ottimi e fondati motivi per aspettarsi un fallimento!

Credo che sia questo il nodo fondamentale che “le riserve” devono comprendere, ma che deve essere ben chiaro anche agli allenatori:

sarebbe bello che tutte le partite andassero come è stato, più o meno, programmato, ma è necessario che, nel momento in cui le cose non “girano” a dovere, chi viene chiamato in causa, deve, necessariamente, farsi trovare pronto e determinato perché dal suo rendimento, magari richiesto in un momento veramente critico, può dipendere l’esito dell’incontro.

Ecco in cosa consiste il PARADOSSO DELLA PANCHINA.

Tecnici ed allenatori ripetono, anche troppo frequentemente, che le partite vengono vinte dalla squadra e non dai singoli atleti:

per far si che questo sia vero occorre che tutti i giocatori siano pienamente coinvolti nel gioco, partenti o riserve che siano.

Occorre, perciò, elaborare strategie di coinvolgimento, dal turnover all’organizzazione dei compiti in panchina durante la gara, tali che facciano “veramente” sentire parte integrante ed importante della squadra anche le “riserve”.

 

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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 14/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Uomini e donne sono differenti.

Allenare atleti maschi o atleti femmine è profondamente differente.

Allenare squadre maschili o squadre femminili lo è ancora di più.

Aldilà della, scontata, considerazione che l’obiettivo dell’allenamento è, comunque, il raggiungimento della massima prestazione possibile da parte dell’atleta, indipendentemente dal genere, questa differenza si evidenzia, in particolare, nella delicata gestione del tempo, del ritmo e del clima dell’allenamento stesso.

Mike Candrea, attualmente Softball Head Coach all’ University of Arizona, vincitore di 2 medaglie olimpiche e allenatore di provata esperienza ha detto:

“le ragazze devono stare bene per poter giocare bene al contrario degli uomini che stanno bene se giocano bene”.

Ancora, Cindy Bristow, un altro dei coach statunitensi venuti in Italia come docenti di clinic formativi per allenatori, ha esteso il concetto precedente:

“per le ragazze l’allenamento è un FATTO SOCIALE”.

Chiunque abbia provato ad allenare un team femminile sa che è possibile chiedere ritmi ed intensità di lavoro elevatissimi.

Sa che la motivazione al miglioramento individuale ed al superamento dei limiti tecnici è altissima.

Sa che, a parità di potenzialità, una ragazza è molto più caparbia e decisa di un ragazzo.

Ma, sa anche che, non potrà impedire che durante la seduta di allenamento le atlete “chiacchierino” tra di loro e condividano “i fatti propri” con le compagne.

Una volta preso atto di questa “necessità sociale” è possibile indirizzarla ed utilizzarla, ma è impossibile, anzi controproducente, provare a contrastarla.

Intendiamoci bene: io sono un allenatore severo, come già scritto in questo blog, ma questa “battaglia” è una battaglia persa.

Le volte che ho provato ad imporre il silenzio, magari durante il riscaldamento, e a richiedere una maggiore attenzione a quello che “si sta facendo” il risultato è stato, comunque, un peggioramento dell’umore collettivo (compreso il mio e quello dei coach) e, in ultima analisi, un abbassamento del livello qualitativo dell’allenamento.

Quello che ho imparato da questi tentativi e che credo sia molto vicino al vero è che c’è un “tempo fisiologico” che serve alle atlete per entrare “dentro” l’allenamento e che questo tempo gli serve per “sintonizzarsi” con le frequenze di tutti i partecipanti all’attività.

Non ci sono ricette particolari per gestire la situazione, se il team è affiatato e ben motivato il “sottofondo sociale” serve a creare un clima positivo e favorisce, in ultima analisi, l’intensità e la qualità dell’allenamento, aiutando la concentrazione ed incrementando gli stimoli alla crescita ed al miglioramento.

Credo che l’aspetto emotivo ed emozionale (che non sono sinonimi) dell’allenamento delle squadre di softball sia molto forte e sia preponderante rispetto al resto.

Credo anche che non prendere in considerazione quesa caratteristica peculire sia un errore che, difficilmente, viene perdonato.

 

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Lun, 07/10/2013 - 07:37 -- Fabio Borselli

Capita, molto più spesso di quanto vorremmo, che gli atleti abbiano paura, non la paura intesa come reazione al pericolo, ma una sensazione più subdola e catastrofica:

la PAURA DEL FALLIMENTO.

Ci sono dei segnali che rendono palese questa situazione di ansia:

comincia tutto con l’eccessiva preoccupazione di commettere errori, successivamente sopraggiunge anche la paura di essere sconfitti ed infine, specialmente nelle squadre femminili, in una sorta di reazione a catena, la fiducia nelle proprie capacità individuali ed in quelle della squadra di poter risolvere la situazione viene, praticamente, azzerata.

Questa situazione è, quasi sempre, frutto di una valutazione iniziale sbagliata e non realistica che porta a conclusioni altrettanto errate:

di fatto viene azzardata una previsione sullo svolgersi degli eventi futuri che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Il cercare di valutare e definire una situazione ed i conseguenti comportamenti che vengono attivati  fanno parte della situazione stessa e possono determinarne lo sviluppo.

Quelli che sembrano, solo, “gli effetti” sono, o potrebbero diventarne, in realtà, “le cause”.

È una situazione paradossale, definita PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA, dove la predizione e l’evento sono in un rapporto circolare, nel quale la predizione genera l'evento e l'evento conferma la predizione.

L’esistenza di questa capacità, specialmente a livello di gruppo, di "rendere reali" le situazioni che reputano tali, mediante un comportamento che si adegui a quelle situazioni, è postulata nel Teorema del sociologo americano William Thomas che recita:

“se gli individui definiscono certe situazioni come reali, esse saranno reali nelle loro conseguenze”.

La profezia che si auto-avvera è quindi una sorta di “meccanismo” che si innesca sia a livello del singolo individuo che del gruppo nel quale è inserito:

il pensare o il temere che possa avvenire qualcosa di negativo porta a comportamenti che possano fare in modo che la previsione si realizzi, davvero.

Cosa si può fare per non cadere nella spirale, distruttiva, delle PROFEZIE AUTO-AVVERANTI?

Prima di tutto occorre capire che il meccanismo delle “profezie” non è di tipo patologico e non è indice di disturbi emotivi, ma è una reazione naturale alle normali ansie che gli individui provano nella vita quotidiana e che, in campo sportivo, si accentuano nel confronto con l’avversario e la situazione agonistica.

Un possibile antidoto contro le profezie è rappresentato semplicemente dall’agire “come se” non si avessero quelle convinzioni. Non si deve, però, pensare che questa soluzione sia semplice ed immediata: come tutti i comportamenti, infatti, va prima insegnata e poi allenata e deve essere confermata dagli eventi.

Gli atleti dovrebbero, poi, imparare a concentrarsi su ciò che VOGLIONO FARE, invece di fissarsi su quello che vogliono EVITARE DI FARE.

Preoccuparsi troppo di possibili errori che, invece, sono parte integrante del gioco, porta ad avere una mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Il giocatore (o la squadra) che si concentra sul come evitare gli errori, non è concentrato e non gioca nel presente, perché sta cercando di anticipare il futuro.

Mi rendo conto che non è semplice proporre correttivi funzionali ad atleti e squadre impegnate a rappresentarsi il futuro più catastrofico possibile, ma si può tentare, comunque, di reindirizzare la tendenza a “profetizzare sciagure” trasformandola in senso positivo, cioè insegnando agli atleti, se proprio non ne possono fare a meno, di prevedere e visualizzare “un lieto fine” per le le situazioni che dovranno affrontare, trasformando la profezia auto-avverante in un modo per risolvere le problematiche e scacciare l’ansia e la paura anziché accentuarle.

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La funzione educativa dell'Allenatore

Eurovisione

Lun, 19/08/2013 - 12:37 -- Fabio Borselli

Torno, stanco, dall’esperienza di Collecchio dove ho partecipato, con tutto lo staff del Progetto Verde Rosa al Torneo “Massimo Romeo” riservato alla categoria Under 13 softball.

Restano negli occhi, ma soprattutto nel cuore, tante immagini e tanti momenti condivisi con le splendide ragazze che hanno giocato e con tutti i colleghi allenatori impegnati nella manifestazione.

Tra gli innumerevoli episodi e le tante possibili storie che la competizione ha offerto voglio raccontarne una piccola, davvero piccolissima, ma che mi ha colpito profondamente.

È una storia che parla di “disponibilità a mettersi in gioco”, di fiducia e consapevolezza, di speranza che il nostro lavoro possa, davvero, incidere sulle giovani generazioni che alleniamo e che lo sport possa fare la differenza.

Gestire un gruppo di giovanissime, che non si conoscono tra loro, che abbiamo incontrato solo in una manciata di occasioni e delle quali, oltre al modo di giocare, non conosciamo praticamente nulla impone di fare delle scelte per, almeno, tentare di costruire un gruppo funzionale.

Le innumerevoli  tecniche di TEAM BUILDING servono proprio ad aiutare questo tentativo.

In uno dei nostri primi incontri lo staff tecnico ha proposto alla ragazze una serie di “giochi non giochi” che avevano come scopo principale l’aumento del la conoscenza tra le persone, la rapida integrazione e lo sviluppo di un rapporto di fiducia.

Uno di questi giochi prevedeva di cantare senza parole, usando solo i versi degli animali:

divise in gruppi, sotto la guida del “direttore di orchestra”, ogni atleta doveva, vincendo la propria timidezza e ritrosia e mettendosi in gioco senza imbarazzo, doveva cantare la sua sequenza musicale usando il verso dell’animale che gli era stato assegnato.

La musica sulla quale dovevano cimentarsi è la conosciutissima, almeno per la mia generazione, sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione (per la cronaca è il preludio al TE DEUM di Charpentier).

Oltre al fatto che nessuna delle ragazze conoscesse l’aria da cantare abbiamo notato molto scetticismo e poca disponibilità ad affrontare il compito

Dopo un paio di tentativi, nei quali l’impegno mostrato sembrava più accondiscendenza che reale coinvolgimento, siamo passati ad altro.

I giorni sono passati ed il torneo è entrato nel vivo, le gare si sono fatte sempre più impegnative e tirate, i ritmi serrati e le emozioni sempre più intense.

Il gruppo è cresciuto sotto i nostri occhi ed è arrivato ad essere molto coeso ed unito e, aldilà della prestazione, ha dimostrato di avere sviluppato un ottimo “spirito di squadra” ed i rapporti tra le persone sono diventati, mano a mano, molto profondi e partecipati.

Il clima che si respirava era quello che lo staff auspicava: integrazione, determinazione, serenità, rispetto reciproco.

Si è arrivati al giorno delle finali ed alla cerimonia di premiazione, primo atto della quale è stata l’esecuzione degli Inni: quello europeo, essendo la manifestazione un evento organizzato dalla Federazione Europea Softball, seguito da quello italiano.

Proprio mentre le note di Beethoven risuonavano dalle fila delle “nostre” ragazze partiva il coro.

Sottovoce, sussurrato. Sorpresi, noi allenatori ci siamo fatti attenti, stupiti della possibilità che le atlete conoscessero le parole, per di più in tedesco.

Le ragazze non stavano però cantando in tedesco: la loro versione, specialissima e bellissima, dell’Inno alla Gioia era fatta usando i versi degli animali, gli stessi dei nostri giochi di TEAM BUILDING.

Mi rendo conto che è un episodio banale e che, forse, sto enfatizzando un semplice “divertissement”, ma la commozione di quel momento è una delle cose che mi resterà dentro per tanto, tantissimo, tempo.

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