squadra

Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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A proposito di Feedback...

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Il senso di Auto-Efficacia - Concetto e definizione

Softball e socializzazione

Lun, 14/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Uomini e donne sono differenti.

Allenare atleti maschi o atleti femmine è profondamente differente.

Allenare squadre maschili o squadre femminili lo è ancora di più.

Aldilà della, scontata, considerazione che l’obiettivo dell’allenamento è, comunque, il raggiungimento della massima prestazione possibile da parte dell’atleta, indipendentemente dal genere, questa differenza si evidenzia, in particolare, nella delicata gestione del tempo, del ritmo e del clima dell’allenamento stesso.

Mike Candrea, attualmente Softball Head Coach all’ University of Arizona, vincitore di 2 medaglie olimpiche e allenatore di provata esperienza ha detto:

“le ragazze devono stare bene per poter giocare bene al contrario degli uomini che stanno bene se giocano bene”.

Ancora, Cindy Bristow, un altro dei coach statunitensi venuti in Italia come docenti di clinic formativi per allenatori, ha esteso il concetto precedente:

“per le ragazze l’allenamento è un FATTO SOCIALE”.

Chiunque abbia provato ad allenare un team femminile sa che è possibile chiedere ritmi ed intensità di lavoro elevatissimi.

Sa che la motivazione al miglioramento individuale ed al superamento dei limiti tecnici è altissima.

Sa che, a parità di potenzialità, una ragazza è molto più caparbia e decisa di un ragazzo.

Ma, sa anche che, non potrà impedire che durante la seduta di allenamento le atlete “chiacchierino” tra di loro e condividano “i fatti propri” con le compagne.

Una volta preso atto di questa “necessità sociale” è possibile indirizzarla ed utilizzarla, ma è impossibile, anzi controproducente, provare a contrastarla.

Intendiamoci bene: io sono un allenatore severo, come già scritto in questo blog, ma questa “battaglia” è una battaglia persa.

Le volte che ho provato ad imporre il silenzio, magari durante il riscaldamento, e a richiedere una maggiore attenzione a quello che “si sta facendo” il risultato è stato, comunque, un peggioramento dell’umore collettivo (compreso il mio e quello dei coach) e, in ultima analisi, un abbassamento del livello qualitativo dell’allenamento.

Quello che ho imparato da questi tentativi e che credo sia molto vicino al vero è che c’è un “tempo fisiologico” che serve alle atlete per entrare “dentro” l’allenamento e che questo tempo gli serve per “sintonizzarsi” con le frequenze di tutti i partecipanti all’attività.

Non ci sono ricette particolari per gestire la situazione, se il team è affiatato e ben motivato il “sottofondo sociale” serve a creare un clima positivo e favorisce, in ultima analisi, l’intensità e la qualità dell’allenamento, aiutando la concentrazione ed incrementando gli stimoli alla crescita ed al miglioramento.

Credo che l’aspetto emotivo ed emozionale (che non sono sinonimi) dell’allenamento delle squadre di softball sia molto forte e sia preponderante rispetto al resto.

Credo anche che non prendere in considerazione quesa caratteristica peculire sia un errore che, difficilmente, viene perdonato.

 

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Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

Profeti e Profezie

Lun, 07/10/2013 - 07:37 -- Fabio Borselli

Capita, molto più spesso di quanto vorremmo, che gli atleti abbiano paura, non la paura intesa come reazione al pericolo, ma una sensazione più subdola e catastrofica:

la PAURA DEL FALLIMENTO.

Ci sono dei segnali che rendono palese questa situazione di ansia:

comincia tutto con l’eccessiva preoccupazione di commettere errori, successivamente sopraggiunge anche la paura di essere sconfitti ed infine, specialmente nelle squadre femminili, in una sorta di reazione a catena, la fiducia nelle proprie capacità individuali ed in quelle della squadra di poter risolvere la situazione viene, praticamente, azzerata.

Questa situazione è, quasi sempre, frutto di una valutazione iniziale sbagliata e non realistica che porta a conclusioni altrettanto errate:

di fatto viene azzardata una previsione sullo svolgersi degli eventi futuri che si realizza per il solo fatto di essere stata espressa. Il cercare di valutare e definire una situazione ed i conseguenti comportamenti che vengono attivati  fanno parte della situazione stessa e possono determinarne lo sviluppo.

Quelli che sembrano, solo, “gli effetti” sono, o potrebbero diventarne, in realtà, “le cause”.

È una situazione paradossale, definita PROFEZIA CHE SI AUTO-AVVERA, dove la predizione e l’evento sono in un rapporto circolare, nel quale la predizione genera l'evento e l'evento conferma la predizione.

L’esistenza di questa capacità, specialmente a livello di gruppo, di "rendere reali" le situazioni che reputano tali, mediante un comportamento che si adegui a quelle situazioni, è postulata nel Teorema del sociologo americano William Thomas che recita:

“se gli individui definiscono certe situazioni come reali, esse saranno reali nelle loro conseguenze”.

La profezia che si auto-avvera è quindi una sorta di “meccanismo” che si innesca sia a livello del singolo individuo che del gruppo nel quale è inserito:

il pensare o il temere che possa avvenire qualcosa di negativo porta a comportamenti che possano fare in modo che la previsione si realizzi, davvero.

Cosa si può fare per non cadere nella spirale, distruttiva, delle PROFEZIE AUTO-AVVERANTI?

Prima di tutto occorre capire che il meccanismo delle “profezie” non è di tipo patologico e non è indice di disturbi emotivi, ma è una reazione naturale alle normali ansie che gli individui provano nella vita quotidiana e che, in campo sportivo, si accentuano nel confronto con l’avversario e la situazione agonistica.

Un possibile antidoto contro le profezie è rappresentato semplicemente dall’agire “come se” non si avessero quelle convinzioni. Non si deve, però, pensare che questa soluzione sia semplice ed immediata: come tutti i comportamenti, infatti, va prima insegnata e poi allenata e deve essere confermata dagli eventi.

Gli atleti dovrebbero, poi, imparare a concentrarsi su ciò che VOGLIONO FARE, invece di fissarsi su quello che vogliono EVITARE DI FARE.

Preoccuparsi troppo di possibili errori che, invece, sono parte integrante del gioco, porta ad avere una mancanza di fiducia nelle proprie capacità. Il giocatore (o la squadra) che si concentra sul come evitare gli errori, non è concentrato e non gioca nel presente, perché sta cercando di anticipare il futuro.

Mi rendo conto che non è semplice proporre correttivi funzionali ad atleti e squadre impegnate a rappresentarsi il futuro più catastrofico possibile, ma si può tentare, comunque, di reindirizzare la tendenza a “profetizzare sciagure” trasformandola in senso positivo, cioè insegnando agli atleti, se proprio non ne possono fare a meno, di prevedere e visualizzare “un lieto fine” per le le situazioni che dovranno affrontare, trasformando la profezia auto-avverante in un modo per risolvere le problematiche e scacciare l’ansia e la paura anziché accentuarle.

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La funzione educativa dell'Allenatore

Eurovisione

Lun, 19/08/2013 - 12:37 -- Fabio Borselli

Torno, stanco, dall’esperienza di Collecchio dove ho partecipato, con tutto lo staff del Progetto Verde Rosa al Torneo “Massimo Romeo” riservato alla categoria Under 13 softball.

Restano negli occhi, ma soprattutto nel cuore, tante immagini e tanti momenti condivisi con le splendide ragazze che hanno giocato e con tutti i colleghi allenatori impegnati nella manifestazione.

Tra gli innumerevoli episodi e le tante possibili storie che la competizione ha offerto voglio raccontarne una piccola, davvero piccolissima, ma che mi ha colpito profondamente.

È una storia che parla di “disponibilità a mettersi in gioco”, di fiducia e consapevolezza, di speranza che il nostro lavoro possa, davvero, incidere sulle giovani generazioni che alleniamo e che lo sport possa fare la differenza.

Gestire un gruppo di giovanissime, che non si conoscono tra loro, che abbiamo incontrato solo in una manciata di occasioni e delle quali, oltre al modo di giocare, non conosciamo praticamente nulla impone di fare delle scelte per, almeno, tentare di costruire un gruppo funzionale.

Le innumerevoli  tecniche di TEAM BUILDING servono proprio ad aiutare questo tentativo.

In uno dei nostri primi incontri lo staff tecnico ha proposto alla ragazze una serie di “giochi non giochi” che avevano come scopo principale l’aumento del la conoscenza tra le persone, la rapida integrazione e lo sviluppo di un rapporto di fiducia.

Uno di questi giochi prevedeva di cantare senza parole, usando solo i versi degli animali:

divise in gruppi, sotto la guida del “direttore di orchestra”, ogni atleta doveva, vincendo la propria timidezza e ritrosia e mettendosi in gioco senza imbarazzo, doveva cantare la sua sequenza musicale usando il verso dell’animale che gli era stato assegnato.

La musica sulla quale dovevano cimentarsi è la conosciutissima, almeno per la mia generazione, sigla iniziale e finale di tutti i programmi televisivi e radiofonici trasmessi in Eurovisione (per la cronaca è il preludio al TE DEUM di Charpentier).

Sigle Eurovisione ESC 1957-2010

Oltre al fatto che nessuna delle ragazze conoscesse l’aria da cantare abbiamo notato molto scetticismo e poca disponibilità ad affrontare il compito

Dopo un paio di tentativi, nei quali l’impegno mostrato sembrava più accondiscendenza che reale coinvolgimento, siamo passati ad altro.

I giorni sono passati ed il torneo è entrato nel vivo, le gare si sono fatte sempre più impegnative e tirate, i ritmi serrati e le emozioni sempre più intense.

Il gruppo è cresciuto sotto i nostri occhi ed è arrivato ad essere molto coeso ed unito e, aldilà della prestazione, ha dimostrato di avere sviluppato un ottimo “spirito di squadra” ed i rapporti tra le persone sono diventati, mano a mano, molto profondi e partecipati.

Il clima che si respirava era quello che lo staff auspicava: integrazione, determinazione, serenità, rispetto reciproco.

Si è arrivati al giorno delle finali ed alla cerimonia di premiazione, primo atto della quale è stata l’esecuzione degli Inni: quello europeo, essendo la manifestazione un evento organizzato dalla Federazione Europea Softball, seguito da quello italiano.

Proprio mentre le note di Beethoven risuonavano dalle fila delle “nostre” ragazze partiva il coro.

Sottovoce, sussurrato. Sorpresi, noi allenatori ci siamo fatti attenti, stupiti della possibilità che le atlete conoscessero le parole, per di più in tedesco.

Le ragazze non stavano però cantando in tedesco: la loro versione, specialissima e bellissima, dell’Inno alla Gioia era fatta usando i versi degli animali, gli stessi dei nostri giochi di TEAM BUILDING.

Mi rendo conto che è un episodio banale e che, forse, sto enfatizzando un semplice “divertissement”, ma la commozione di quel momento è una delle cose che mi resterà dentro per tanto, tantissimo, tempo.

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Il Gruppo e la Squadra

Lun, 24/06/2013 - 12:28 -- Fabio Borselli

Mi piace pensare che si possa continuare ad imparare, sempre.

Mi piace, anche, guardarmi intorno, per continuare ad imparare da tutto e da tutti.

Credo che, nello sport come nella vita, le cose non si muovano o non succedano, rigorosamente suddivise in “compartimenti stagni” ed ecco perché le esperienze degli altri allenatori, qualsiasi sia lo il loro sport, diventano un possibile arricchimento del mio bagaglio operativo.

Ho scoperto di aver modificato il mio modo di allenare, di stare in campo e, a volte, anche di pensare, molto spesso, ascoltando ed imparando da coach che con il baseball ed il softball avevano poco, o nulla, a che fare.

Dopo aver letto il libro “Scoiattoli e Tacchini”, scritto da Gian Paolo Montali, coach tra i più vincenti della pallavolo, prestato al mondo dell’impresa, mi sono sorti alcuni dubbi e mi sono fatto alcune domande intorno ai concetti di SQUADRA e di GRUPPO, ma non solo.

Cosa si intende per SQUADRA?

Cosa si intende per GRUPPO?

Se la squadra è formata da tutti i giocatori a disposizione, nessuno escluso, visto che si vuole che ogni atleta sia, potenzialmente, un titolare, allora la squadra non coincide, esattamente, con il gruppo?

Forse i termini si riferiscono all’operatività: la squadra è l’entità che gioca le partite ed il gruppo la “massa” dal quale si distilla quell’entità?

Oppure si tratta di categorizzazioni legate ai rapporti interpersonali ed alle dinamiche di convivenza?

Il gruppo è l’insieme dei rapporti, la rete delle interconnessioni  tra le persone che lo compongono e la squadra un “momento di sospensione” in cui questi rapporti sono, per così dire, “congelati”, mentre si disputano le gare, eventi al di fuori delle meccaniche del gruppo?

Ed ancora, ha più valore, FARE GRUPPO o FARE SQUADRA?

Meglio sacrificare qualche successo in nome di una maggior coesione degli individui o  vincere senza pensare alle conseguenze che la vittoria porterà negli equilibri interni?

Non ho le risposte GIUSTE per tutte queste domande, ma penso che, nel nostro softball, quello italiano, dove le squadre nascono, quasi sempre, per libera aggregazione, sia molto importante che il gruppo venga prima della squadra.

Il gruppo diventa tale spontaneamente, non ci sono trucchi o formule magiche.

L’allenatore, la Società possono agevolare il processo, qualche volta diventarne i catalizzatori.

 Ma non credo sia possibile AGGREGARE le persone contro la propria volontà.

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La Squadra Segreta

Gio, 07/02/2013 - 14:01 -- Fabio Borselli

Nello sport moderno il capo allenatore deve, sempre di più, avere capacità e competenze di ”gestione delle risorse umane”, se questo è vero, chiaramente, quando ci si riferisce alla squadra ed ai singoli atleti è ancor più vero quando si parla del cosiddetto ”team di supporto”.

Questa vera e propria squadra segreta, che lavora prevalentemente dietro le quinte, è composta da una serie di figure senza il lavoro delle quali non sarebbe possibile scendere in campo.

Proprio riferendosi a questa squadra segreta bisogna ricordare che gli individui che la compongono e che ruotano intorno alla squadra che, effettivamente, affronta l’avversario, salvo rari casi, sono, in prevalenza, volontari.
Siano essi familiari degli atleti (specie nelle categorie giovanili) o semplicemente appassionati, disponibili, non bisogna, mai, dimenticare questa peculiarità.

Il volontario farà le cose, seriamente e con professionalità, fino a che queste gli daranno soddisfazione.
Se, invece, partecipare alle attività legate alla squadra diventa un lavoro, con tutte le caratteristiche del lavoro (rigidità, orari, scadenze) senza che la passione sia sostenuta da opportune gratificazioni, è molto facile arrivare all’allontanamento e all’abbandono per sovraccarico di responsabilità o di incarichi.

Naturalmente la gestione diretta di queste figure non dovrebbe spettare direttamente all’allenatore, ma il suo comportamento e la sua attenzione nei loro riguardi ne condizionerà, con molta probabilità, il comportamento e l’efficienza.

Sono convinto che anche la squadra segreta abbia bisogno di vincere le proprie partite ed è importante capire ed assecondare questo bisogno, non facendo mai mancare il riconoscimento del lavoro compiuto da ciascuno di loro.

Credo che non esista addetto al materiale, autista di autobus, segna-campo o portatore d’acqua che non si senta, effettivamente, membro della squadra; d’altronde basta ascoltare le discussioni che, spesso animatamente e con competenza tecnica insospettata, a bordo campo, intraprendono con gli omologhi della squadra avversaria.

Se l’allenatore deve riconoscere il lavoro di queste figure oscure non può, nemmeno, permettere che questo venga ignorato o sottovalutato dagli atleti.
Si deve fare in modo che ogni giocatore sia pienamente consapevole dell’importanza di essere circondati da persone che lavorano per permettergli di esprimere, senza preoccupazioni accessorie, il proprio massimo potenziale tecnico ed agonistico.

Per questi motivi credo che si debbano trovare e ritagliare occasioni in cui coinvolgere, senza piaggeria o condiscendenza, il ”team di supporto” in attività che lo integri con gli atleti e lo staff tecnico.

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A proposito di Feedback...

Gio, 27/12/2012 - 13:19 -- Fabio Borselli

In linea con la mission di SoftballInside, ricevo e pubblico volentieri queste annotazioni relative al feedback dell’amico Graziano Primavera, valente tecnico abruzzese, nonché carissimo amico, che si occupa sia di baseball che di softball.

————————————————-

Da allenatore di baseball e di softball mi sono trovato a gestire, anche contemporaneamente, varie categorie di entrambi gli sport, specie in inverno, quando siamo costretti, almeno dalle mie parti, a condividere gli spazi in palestra.

Mi ricordo di un allenamento in particolare, avevo due categorie di baseball e due di softball, in cui mi è capitato di osservarmi notando che non facevo altro che vomitare suggerimenti: alza il gomito, gira i fianchi, distendi le braccia….

Riempivo i miei ragazzi e le mie ragazze di feedback.
Quello che facevo aveva un senso?
Serviva a far migliorare la loro tecnica?
Serviva a farli crescere?

Prima di parlare di feedback facciamo chiarezza con noi stessi: ci interessano solo i risultati o anche i progressi?
Secondo me concentrarsi non solo sui risultati, ma sulla crescita dei singoli e di conseguenza della squadra, far sentire al gruppo che si ha fiducia in loro, fiducia vera, quella che viene da dentro e che stimola molto più di tanti discorsi.

Troppo spesso si danno feedback concentrandosi sui punti deboli e non su quelli di forza.
Alla lunga questo modo di comunicare rischia di diventare demotivante.
Credo che sia importante cercare di chiudere un feedback in positivo.

Voglio analizzare questi diversi modi di dare feedback all’atleta:

  • buon lavoro di mani, però non giri i fianchi bene;
  • devi lavorare ancora tanto sulla rotazione dei fianchi;
  • mi piace come usi le mani e rimani dentro la palla;
  • dobbiamo lavorare ancora molto sul corretto uso dei fianchi, ho notato, però, che riesci sempre a colpire restando dentro la palla. Quando uniremo entrambe le cose sarai di sicuro un ottimo battitore!.

Quale, tra questi, può essere l’esempio di feedback migliore per noi?

Senza dubbio, per me è l’ultimo! Ma perché?

Sia nella prima che nell’ultima affermazione c‘è feedback su cosa va bene e su quello che non va bene. Ma nella prima l‘enfasi sull’elemento non eseguito bene e la parola però faranno restare impressi nella mente del giocatore solo quello.

Il secondo tipo di feedback si concentra solo su quello che non funziona, cosa che per alcuni atleti può anche essere di aiuto, ma non è necessariamente detto che vada bene per tutti, (si capisce l’importanza di conoscere bene le caratteristiche e le necessità di ciascuno).

Nel terzo c’è solo un feedback positivo, senza far notare cosa non va.
Ritengo che in questo modo non potremo aspirare che ad un miglioramento abbastanza lento.

Nell’ultimo tipo di feedback invertendo i fattori, rispetto al primo tipo, il prodotto CAMBIA!!

Usando dobbiamo, inoltre, facciamo notare la nostra volontà di lavorare insieme e di non lasciare solo l’atleta nella soluzione del problema..
La chiusura della frase, ripetendo i due tipi di feedback (positivo e negativo) consolida l’idea che la loro somma porterà all’obiettivo.

Per concludere questo breve discorso sui feedback vorrei fare una riflessione sul come, spesso, convenga sostituirli con i feedforward, che io uso spesso con buoni risultati.

Cosa è un feedforward?

Un feedforward è messaggio che arriva prima di compiere un’azione, come, ad esempio, un gesto tecnico.

Prendiamo per esempio il caso di una ragazzina che tira col gomito basso.
Spesso il nostro feedback, inesorabile, sarà l’ordine: alza il gomito, impartito successivamente al tiro. Può, però, succedere che le sue capacità coordinative non le consentono di capire, a posteriori, dopo l’esecuzione, dove si trovava il gomito e la sua risposta potrebbe essere: ma era alto!.

Se si prova a dire alla stessa ragazzina: adesso tira la palla e dimmi dove si trova il gomito, la costringeremo a stare concentrata sul gomito stesso durante il gesto tecnico e si accorgerà da sola della sua posizione. Questa focalizzazione la aiuterà ad auto-correggersi in automatico!

Semplicemente cambiando la prospettiva, avremo migliorato nell’atleta il livello di auto-consapevolezza, competenza fondamentale per la sua crescita.

————————————————-

Le argomentazioni di Graziano, naturalmente, non coprono ogni aspetto dell’argomento feedback, ma rappresentano, a mio parere, un buon punto di partenza per una serie di riflessioni, importanti, sui modi ed i mezzi di cui gli allenatori dispongono per comunicare con gli atleti.

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Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

Gio, 20/12/2012 - 14:55 -- Fabio Borselli

Si possono capire le motivazioni di una persona, in qualsiasi ambito, non solo in quello sportivo, comprendendo, o cercando di comprendere, quale sia la tipologia degli obiettivi che persegue.

Generalizzando: per alcuni atleti la motivazione primaria alla pratica sportiva è rappresentata dal miglioramento di se stessi, dal desiderio di imparare, sviluppare e padroneggiare certe abilità e tecniche.
Sono individui, prevalentemente, orientati al compito, che si concentrano sul processo e sul miglioramento, piuttosto che sul risultato, inteso come vittoria sull’avversario.

Altri, invece, si concentrano su obiettivi strettamente legati al risultato e alla vittoria, la loro motivazione, in questo caso, si basa sul “confronto/scontro” con gli altri e sulla dimostrazione della propria superiorità che la vittoria gli fornisce.
Sono atleti orientati al Sé, per loro il risultato è fondamentale, vincere è l’aspetto più rilevante.

E’ naturale che vi siano anche individui che presentano vari livelli di motivazione in entrambe le direzioni e, anche soggetti la cui motivazione non è orientata né da compito né dal risultato.

Conoscere le motivazioni primarie dei propri atleti è un compito fondamentale e prioritario per l’allenatore.

Conoscere non vuol dire però, necessariamente, assecondare.

Credo che l’allenatore abbia la possibilità di reindirizzare la motivazione primaria individuale sostituendola, almeno parzialmente, con quella di gruppo, attraverso la costituzione del giusto “clima di squadra”,

Condividere, con gli atleti, la messa a punto di obiettivi d’eccellenza, di crescita e miglioramento costante, facilita lo sviluppo di motivazioni orientate al compito, incoraggiando il coinvolgimento nel compito stesso e rafforzando l’autostima.

Imporre obiettivi di prestazione, legati esclusivamente alla vittoria sugli avversari, provoca l’effetto opposto, ostacolando il coinvolgimento individuale nel compito e rinforza la possibile percezione di sentimenti negativi quali timore e ansia.

Preferisco lavorare con squadre orientate al compito.
Molto del mio lavoro si basa sulla ricerca e sulla costruzione di un “rumore di fondo” che agevoli questo orientamento.

A questo proposito, qui di seguito, riporto alcuni criteri utilizzabili per orientare un approccio di gruppo incentrato sul compito:

  • Task (compito) – offrire una sfida personale. Individualizzare i programmi dì lavoro in funzione delle necessità specifiche di ogni componente del gruppo.
  • Authority (autorità) – Coinvolgere gli atleti nel processo decisionale, nella definizione e applicazione delle regole. Costruire situazioni nelle quali ci sia l’opportunità di sperimentare una leadershìp individuale. Incoraggiare a farsi carico della propria crescita personale.
  • Recognìtion (riconoscimento) – Riconoscere i progressi, gli sforzi ed i miglioramenti ottenuti da ogni singolo atleta. Fornire un feedback individuale, offrire l’opportunità di ottenere ricompense.
  • Grouping – Promuovere, all’interno della squadra, gruppi con capacità diverse che lavorino su compiti diretti alla risoluzione di problemi. Variare le dimensioni e la composizione dei gruppi per agevolare l’integrazione ed il riconoscimento delle capacità dell’individuo.
  • Evaluation (valutazione) – Basare le misurazioni delle prestazioni su obiettivi di processo. Coinvolgere ed incoraggiare gli atleti alla propria autovalutazione.
  • Timing (tempo) – Pianificare il ritmo, i progressi ed i tempi dei programmi di lavoro, in collaborazione con gli atleti. Dedicare lo stesso tempo di intervento a ciascun atleta.

La sequenza delle lettere iniziali di ciascuno di questi principi , in lingua inglese, forma l’acronimo TARGET (obiettivo).

L’obiettivo, appunto, è quello di fornire ai singoli atleti, possibili motivazioni di gruppo senza perdere di vista, però, l’individualità di ciascuno.

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Trentasette

Gio, 22/11/2012 - 13:41 -- Fabio Borselli

Fanno trentasette anni, oggi, esattamente trentasette.

Al di là dalla circonvallazione, in fondo alla strada dove abitavo, c’era, allora, il “campo militare”, dove i soldati della caserma di Arezzo andavano, non troppo spesso, per astruse, quanto affascinanti, esercitazioni.

Su quel campo un gruppo di ragazzi giocava con mazze (non esageriamo, UNA mazza) e guantoni (ancora esagerazioni, avevano non più di tre o quattro guanti, uno dei quali di stoffa a quadri!).

Ci è voluto un po’, ma alla fine, vinta la timidezza dei miei tredici anni, ho chiesto di poter provare,

Esattamente trentasette anni fa ho cominciato a giocare a baseball.

Non che il baseball fosse, per me, una cosa sconosciuta: nel mio quartiere si faceva “multisport”!
Si usciva di casa, al massimo alle due (va bene, per correttezza linguistica, alle quattordici), dopo aver pranzato di corsa e si rientrava al sopraggiungere del buio (a sentire le grida delle mamme, parecchio dopo), sia estate che inverno, con il bello come con il brutto tempo.
Non c’erano altri impegni, non c’era tanto da studiare (quella era una cosa serale, da sbrigare velocemente) si usciva e si giocava, a tutto.
Compreso il baseball.
Cercato e trovato sull’enciclopedia dopo aver visto “l’idolo delle folle”, in bianco e nero, altro che “treddi“!

Non saprei spiegare perché ho deciso di “iscrivermi al baseball”, ricordo solo che, quella prima volta, sono rimasto totalmente affascinato dai quei ragazzi, da quello che, insieme, stavano facendo e da come mi avevano accolto.
Di fatto ero già uno di loro.

Era il ventidue di novembre del mille novecento settantacinque, dicevo, e da allora baseball e softball sono parte integrante della mia vita: ho sposato una giocatrice, molti dei mie amici più cari sono stati, prima, compagni di squadra, sono diventato allenatore e ho allenato i loro figli e le loro figlie.

Quel giorno ho imparato che “se fai fobòl puoi rimanere a battere fino che non la manchi”, è, ricordo, la prima cosa che mi è stata detta durante il mio primo turno alla battuta, una regola così come fa a non stregarti?

Se mi guardo indietro, trovo tra le pieghe della memoria sensazioni, persone, ricordi:

le trasferte a Firenze, di domenica mattina, stipati in dodici (forse di più!) nel furgone rosso dell’azienda del presidente, che durate la settimana serviva per le consegne, le partite perse di quaranta punti e le divise in tela jeans, rigide che sembravano di compensato, però avevamo la cintura.

Il nostro primo allenatore, che per noi ragazzi era un “vecchio saggio”, anche se era solo un poco più grande e ne sapeva appena un poco più di noi, che mi ha dato lezioni ed insegnamenti che ancora oggi, a pensarci bene, indirizzano la mia vita e le mie scelte (grazie Piero! Quello con gli occhiali e la Volvo…).

Piero e Giorgio, Mirco e Dante, Mauro e Mimmo, Walter, Graziano, Antonio, Francesco, Paolo e tutti gli altri…

Il mio primo guantone, unto amorevolmente con il grasso di foca, le risate con i compagni e le ore passate a “palleggiare”, ovunque e con qualsiasi cosa, la caccia nelle edicole a “tuttobaseball” ed il suo “chi se la sente di fare un bunt”, il primo articolo che parlasse di tecnica che abbia mai letto.

La scoperta delle squadre americane, la “big red machine” e “Gionni Benc” e “batte il tamburo lentamente”, visto con la squadra, da soli, unici spettatori, un pomeriggio, al cinema “Odeon”.

Il mio primo compagno di squadra straniero, “oriundo napolo-venezuelano” e le sue mitiche camice Hawaii, il mio primo allenatore americano, Willie, un gigante, per me, che girava con una cinquecento scassatissima e che mi ha insegnato a fare il catcher.

Altri ce ne sarebbero, tanti, belli e meno belli.
Qualcuno reso più grande o più piccolo dalla memoria.

Altri, spero, ce ne saranno.

Il Line-Up che vorrei

Lun, 22/10/2012 - 14:31 -- Fabio Borselli

La composizione del Line-Up è una di quelle cose che tolgono, letteralmente, il sonno agli allenatori.

Mi sono spesso chiesto quale impatto possa avere sulla partita un ordine di battuta “sbagliato”.

Naturalmente non è possibile saperlo, perché non è possibile sapere se l’ordine che abbiamo preparato è, effettivamente, sbagliato. Sarebbe come chiedersi se la vittoria dipende dal fatto che abbiamo steso un ottimo line-up o se sia venuta nonostante l’ordine di battuta stesso, grazie alla prestazione dei battitori che hanno “annullato” le nostre, tutto sommato, pessime scelte.

Stendere il Line-Up è un’operazione che, a priori, deve tenere presenti un grande numero di variabili e queste dipendono sia da fattori interni alla squadra (abilità dei battitori, condizione, infortuni, rendimento…) sia da fattori esterni (obiettivi stagionali, posizione in classifica, avversario di turno, terreno di gioco…). In definitiva sarà molto difficile che lo stesso ordine di battuta vada bene ad inizio e fine stagione, anche se alcuni punti focali rimarranno tali.

Il mestiere dell’allenatore comprende, poi, anche la capacità di adattarsi alle situazioni contingenti e spesso, lo dico con rammarico, occorre ragionare le proprie scelte sulla base di quello che abbiamo a disposizione, anche se questo cozza con la nostra impostazione teorica: ognuno di noi ha in mente come dovrebbe essere il “line-up ideale”, ma far corrispondere questa idea con la realtà della squadra non è sempre cosa facile.

Un’ulteriore premessa: giochiamo uno sport di situazione nel quale ogni partita è diversa dall’altra, l’unica cosa di cui abbiamo la certezza assoluta è che l’ordine di battuta sarà valido, per come l’abbiamo concepito, per i primi tre battitori del primo inning…

Teoricamente parlando ecco, quindi, come vorrei il mio Line-Up:

  • Posizione numero 1:
    il lead-off mi piace mancino, veloce, meglio se velocissimo che sappia battere in corsa e che in corsa metta giù anche il bunt, deve arrivare in base, spesso, anzi spessissimo. Deve saper rubare e deve essere dotato di una sensibilità e di carattere che lo portino a rischiare, a ragion veduta, per poter segnare un punto anche su battute che, con altri giocatori, non produrrebbero avanzamenti da extra-base. Voglio che sia, insomma, probabilmente il miglior attaccante della squadra.
  • Posizione numero 2:
    in questa posizione mi piace un battitore che abbia le stesse caratteristiche del numero 1, quindi veloce, mancino, buon slapper e buon esecutore di bunt. Quello che cambia è la sua predisposizione a lavorare per far si che chi lo precede possa segnare o avanzare: deve essere disponibile a sacrificarsi, a mettere giù la palla o a battere in situazioni critiche di conteggio. Deve essere mancino per aiutare, la rubata della seconda base del proprio compagno, coprendo un po’ più a lungo la visuale al catcher avversario e rendendogli meno agevole il tiro. Avere un secondo battitore così simile al primo mi serve, inoltre, a non dover cambiare impostazione di gioco nel caso il lead-off venga eliminato.
  • Posizione numero 3:
    per me è il miglior battitore della squadra: quello che si prende pochi strike-out, che è costante, consistente e produttivo. Destro o mancino non fa differenza. Voglio che sia capace di smorzare bene e di eseguire il batti e corri con successo. Deve essere un buon corridore e capace di rubare.
  • Posizione numero 4:
    è la posizione, normalmente, del battitore più potente della squadra, quello che può portare a casa tutti, o quasi, i punti presenti sulle basi in quel momento.
  • Posizione numero 5:
    in questo slot dovrebbe stare un giocatore assolutamente simile a quello che lo precede, deve avere le stesse caratteristiche di potenza e le stesse capacità di battere punti battuti a casa. Avere un battitore che replica quello precedente, per potenza e produttività, dovrebbe, inoltre, togliere la tentazione agli avversari di “passare in base intenzionale il quarto, per giocarsi il quinto”.
  • Posizione numero 6:
    normalmente, se abbiamo a disposizione un battitore simile a quelli inseriti in quarta e quinta posizione nell’ordine di battuta, è qui che lo possiamo posizionare. Una possibile alternativa è schierare un giocatore, invece, che abbia caratteristiche più simili al primo in battuta, meglio se mancino, buon esecutore di slap e bunt, veloce ed aggressivo. Questo perché è possibile che, se i due battitori che lo precedono nell’ordine hanno rispettato le aspettative, si presenti al piatto a basi vuote.
  • Posizione numero 7:
    qualsiasi scelta abbiamo fatto riguardo al battitore precedente, in questa posizione dobbiamo, necessariamente, inserire un giocatore veloce, preferibilmente mancino, meglio se battitore in corsa e buon buntista, che possa giocare per portare avanti il compagno che lo precede oppure per conquistarsi la prima base in autonomia. Dovrebbe, in linea di massima, avere caratteristiche ed abilità da primo o secondo in battuta. Questa posizione specifica può essere, anche, utilizzata per schierare un battitore non in buona forma, per permettergli di recuperare la propria condizione fisica e mentale.
  • Posizione numero 8:
    quanto detto per il battitore al secondo posto nell’ordine di battuta vale per l’ottavo. Preferisco in questa posizione un battitore mancino, anche in questo caso slapper e capace di smorzare. In alternativa potrei inserire un battitore di buona potenza che possa muovere in avanti i corridori già sulle basi.
  • Posizione numero 9:
    contrariamente a quelli che inseriscono il peggior battitore all’ultimo posto disponibile del line-up, preferisco assegnare questo spazio ad un battitore che definisco “il secondo lead-off” e che, quindi, risulta essere, in tutto e per tutto, di caratteristiche simili se non identiche al primo battitore dell’ordine. Questo mi permette di sfruttare, per una possibile segnatura, le abilità dei primi due giocatori in attacco che si potrebbero trovare in base un corridore veloce ed aggressivo da far avanzare.

Riassumendo, potendo scegliere, preferisco avere nel Line-Up dei buoni corridori, mancini e capaci di battere e smorzare in corsa, se possibile, nelle posizioni numero 1, 2, 6, 7, 8 e 9 lasciando ai battitori più potenti, sempre se ciò è possibile, le posizioni numero 3, 4, 5, 6 e 8.

L’obiettivo finale è, comunque, quello di creare un ordine di battuta ben bilanciato, cercando di distribuire i battitori in base alle proprie caratteristiche, evitando di avere blocchi di giocatori che consentano una scelta di opzioni limitata e facilmente prevedibile.

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