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La seduta di allenamento - la Struttura.

Lun, 12/11/2012 - 13:45 -- Fabio Borselli

Due delle caratteristiche che una seduta di allenamento, ben programmata, dovrebbe possedere sono: l’ottimizzare gli effetti allenanti e ridurre il rischio di infortuni.
Sia che si programmi una lezione da tenere in ambito scolastico, che un allenamento da svolgere con un “top team” non potremo prescindere dal suddividerla in almeno tre fasi.
Queste fasi, universalmente accettate nella prassi e ampiamente descritte in ogni testo relativo alla teoria dell’allenamento sono:

La fase iniziale, preparatoria, comunemente detta riscaldamento.

Lo scopo è quello di preparare gli atleti dal punto di vista fisiologico e psicologico a svolgere i compiti previsti dall’allenamento. Un buon riscaldamento, rigoroso e razionale, serve anche a ridurre il rischio di infortuni.

Questa fase si può, a sua volta, distinguere e suddividere in:

  • un momento di riscaldamento generale, che viene ottenuto grazie all’utilizzo di esercizi per attivare le grandi masse muscolari, soprattutto degli arti inferiori, ( corsa lenta ed andature, per esempio), ma anche attraverso esercizi di mobilità articolare, svolti inizialmente in modo blando, ma con un aumento graduale della velocità di esecuzione. Gli esercizi devono mantenere medio basso l’impegno cardio-circolatorio e muscolare, prevedendo un’intensità crescente ma sempre abbastanza contenuta.
  • Un momento di riscaldamento specifico, che, invece, è quello destinato ai distretti muscolari maggiormente coinvolti nell’attività, sia di tipo tecnico che di condizionamento, che sarà il tema della parte centrale dell’allenamento. In questa fase devono essere inseriti gli esercizi specifici che servono a preparare l’esecuzione del gesto tecnico.

La fase centrale o principale.

È dedicata ai compiti che servono per raggiungere gli obiettivi dell’allenamento e può prevedere: esercizi tecnici e tattici direttamente in relazione con i compiti ed i temi della seduta, esercizi di sviluppo condizionale, attività che prevedano lo svolgersi di situazioni di gioco, sia parziali che complete, comprese le esercitazioni di gara con modificazioni.

Nell’allenamento dei giochi sportivi, quali sono il baseball ed il softball, la fase centrale può essere suddivisa, per comodità, in sotto-fasi comprendenti, di volta in volta, elementi a carattere specifico, sia di tipo tecnico che tattico, Nello specifico possono essere utlizzati:

  • Esercizi Analitici.

    Sono esercizi tecnici in cui fondamentale è presentato, analizzato e sviluppato in modo totale o parziale. Vi può essere un collegamento con un altro fondamentale (esempio presa e tiro) ma svincolati dalla situazione di gioco.

  • Situazioni di Gioco.

    Prevedono l’uso dei fondamentali, preferibilmente quelli oggetto degli esercizi di analisi, in situazione di gioco, senza però l’intervento della fase tattica.

  • Addestramento Tattico

    Situazione di gioco in cui sono definiti temi tattici (situazione di gara) da sviluppare attraverso il fondamentale o tramite la combinazione con altri fondamentali, oggetto delle esercitazioni analitiche.

  • Simulazione di Gara

    Situazioni di gara (partita) in cui si realizzano le varie combinazioni tra fondamentali e tattica. In questa sotto-fase si integrano i contenuti tecnici e tattici con la componente mentale propria della competizione.

La fase finale di de-affaticamento.

Nella fase di chiusura dell’allenamento si inizia il processo di recupero attraverso esercizi di distensione e di rilassamento.
L’organismo dovrebbe essere riportato, sempre gradualmente, ai livelli basali di quei parametri che sono stati alterati nella fase iniziale e centrale.
Si utilizzano prevalentemente attività a bassa intensità.

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Battuta da baseball o battuta da softball?

Ven, 06/07/2012 - 16:01 -- Fabio Borselli

Ci sono differenze tra battere una palla da baseball e battere una palla da softball?
Ci sono differenze nell’insegnamento e nell’esecuzione del gesto tecnico della battuta tra baseball e softball?

Anche se, apparentemente, sono due domande diverse, la questione è la stessa: lo swing di una giocatrice di softball è uguale allo swing di un giocatore di baseball?

Semplificando al massimo si può provare a rispondere alle domande facendo notare che, a parte la direzione dalla quale proviene il lancio, dall’alto nel baseball, dal basso nel softball, il compito da eseguire, in entrambi gli sport, è quello di rispedire la palla il più lontano, il più velocemente ed efficacemente possibile. Va da se che, usando in tutti e due le discipline gli stessi tipi di attrezzi (palla e mazza), seppur di peso e misure differenti, lo swing per colpire la palla sarà, necessariamente molto simile, se non identico.

Sottilizzando si può far notare che nel softball c’è l’insidia del Rise, che avendo come target la parte alta della zona di strike ed essendo un effetto che “rompe” verso l’alto, costringe ad una leggera modificazione del movimento di battuta relativamente alla fase iniziale.

Non riesco a capire come, ancora, fior di giocatori o, peggio, di tecnici ed allenatori, continuino a parlare di “battuta da baseball” e “battuta da softball”. Spesso sento raccontare di “swing modificato verso l’alto per il baseball, verso il basso per il softball”, sento fare affermazioni del tipo “i battitori di softball non devono fare il passo, perché non hanno tempo”, oppure “nel softball occorre uno swing raccolto e veloce mentre nel baseball si può allargare il movimento” od infine, “nel softball si batte con i polsi!”.

Questo campionario di luoghi comuni denota una scarsa conoscenza del problema e soprattutto una mancanza di riflessione sull’obiettivo del battitore, che è, lo ripeto, quello di colpire con forza, nel momento giusto il centro della palla-

Lo swing deve, quindi, andare contro (direi dentro), la palla, non muoversi su linee ipotetiche, basse, alte o parallele che siano, ma portare la mazza, velocemente, sulla palla. Il passo, che fa parte della preparazione allo swing, serve a spostare il peso del corpo indietro, per “caricare” il movimento (come se si tendesse la corda di un arco), se si riesce a fare questo spostamento del peso senza fare il passo non ci sono problemi, sia che si giochi a softball che a baseball. Non credo che quello del passo sia un nodo centrale di uno swing corretto ed efficace. Stesse obiezioni per tutte le altre affermazioni che ritengo prive di significato e fuorvianti.

In conclusione, basta guardare i filmati o andare a vedere qualche partita, per convincersene: mi sembra che i buoni battitori, sia di baseball che di softball, tolte le variazioni stilistiche e i necessari adattamenti legati alla costituzione fisica, colpiscano la palla, tutti, eseguendo lo stesso movimento.

Chi chiama i lanci?

Ven, 22/06/2012 - 12:50 -- Fabio Borselli

Lo ammetto, da giocatore ho fatto il catcher.

Non che fossi un fenomeno, avevo poco braccio ed ero “leggerino” come corporatura, ma stare dietro il piatto mi piaceva molto, la fatica e l’impaccio dato dall’attrezzatura erano largamente compensati dalla possibilità di “guidare” la squadra, specialmente il lanciatore.
Da allenatore, ammetto anche questo, la passione per il ruolo del ricevitore mi è rimasta: mi piace allenare i ricevitori, mi piace parlare con loro di strategia, mi piace insegnargli come “chiamare” i lanci.

Penso che il lanciatore debba avere l’ultima parola sul lancio da lanciare; penso anche che il ricevitore, un buon ricevitore, possa aiutarlo in questa scelta, specie se il feeling e la fiducia tra i due sono stati costruiti in allenamento. Voglio che tutti i miei catcher lavorino con tutte le lanciatrici, voglio che le imparino a conoscere, che ne conoscano tutti i punti di forza e tutte le debolezze, fissazioni e manie (e quante ne hanno le lanciatrici…) perché voglio che i ricevitori siano in grado di chiamare i lanci durante le partite.

Non mi piace chiamare i lanci dalla panchina, tanti allenatori lo fanno, io no.

Fa parte del mio modo di allenare: normalmente voglio che la batteria si assuma la responsabilità di giocare i battitori avversari. Naturalmente non si può fare se non si insegna al catcher a “leggere” i battitori, non si può fare se non abbiamo un metodo che permetta al catcher stesso di avere informazioni dettagliate sulla squadra avversaria, non si può fare se il ricevitore non si allena, come in partita, per la partita, con il lanciatore che dovrà ricevere, non si può fare se non ci si aspettano errori, non si può fare se non siamo disposti a perdere qualche partita per far crescere un buon ricevitore.

Mi piace pensare che, lasciando la responsabilità della chiamata al ricevitore, preparandolo ad assumersela, aiutandolo a farla e sostenendolo quando sbaglia (vi garantisco che sbaglierà, è inevitabile) lo rendo un ricevitore migliore, più competente, meno dipendente da me e in grado di ragionare per conto suo. Sicuramente, qualche volta, nelle situazioni in cui voglio togliere il peso della decisione dai giocatori ed assumermela io, specie quando è più utile che l’eventuale fallimento ricada sulle mie spalle, passo qualche segnale al ricevitore, ma questo non accade che pochissime volte in ogni partita e ce ne sono alcune in cui non chiamo nemmeno un lancio.

Uno dei momenti più appaganti, come coach, è quando faccio “istruzione” con i ricevitori: si parla dei battitori, dei loro punti di forza, delle loro debolezze, di come tenerli fuori equilibrio, di come neutralizzarli.

Scoprire poi che tutto questo lavoro funziona e vedere che i giocatori chiamano quello che avresti chiamato tu, dà, veramente, tanta soddisfazione, per me è l’essenza stessa dell’allenare.

Quanto ci alleniamo?

Ven, 15/06/2012 - 11:26 -- Fabio Borselli

Tempo fa un’allenatrice made in Usa, venuta in Italia per tenere un clinic ai tecnici italiani, conversando, mi ha chiesto il numero delle partite che giochiamo in ogni stagione qui da noi, sentito il numero, in verità esiguo in assoluto, ma ancora più striminzito se messo in relazione ai numeri americani, ha voluto sapere quanto ci alleniamo per prepararci a giocare quelle partite.

Alla fine il suo commento è stato: “vi allenate davvero tanto, siete l’unico posto dove ci si allena così tanto per giocare così poco! Da noi non riusciamo ad allenarci tanto ma giochiamo molto di più”.

Ma siamo poi sicuri che, veramente, ci alleniamo così tanto?

I campionati iniziano ad aprile e si concludono a luglio, ad agosto qualche torneo ed entro settembre finiscono anche i play-off. Quindi, all’ingrosso, si gioca per circa sei mesi e ci si dovrebbe allenare per gli altri sei…

Purtroppo, non credo che funzioni così: se va bene si riprendono gli allenamenti in novembre, qualche volta ad anno nuovo o, addirittura, a febbraio/marzo; le giocatrici studiano e lavorano e conciliare il tutto con gli allenamenti diventa complicato, poi ci sono le festività e i problemi logistici legati a campo e palestre. Non vado tanto lontano dalla verità, ritengo, se dico che, fatte le debite eccezioni, le nostre atlete si allenano, al massimo, due volte alla settimana durante la stagione e molto meno durante l’off-season. Che dire poi delle squadre che hanno nelle proprie file atlete che, per motivi vari, non lavorano insieme al gruppo o, peggio, non si allenano che una manciata di volte?

Il problema è che poi questa mancanza di lavoro, di preparazione, di addestramento tecnico si vede, e si vede proprio durante le partite: errori, tecnica approssimativa, gioco basico e quant’altro ci venga in mente.

Mi chiedo spesso se quei giocatori che, allenandosi poco o nulla, vedono il loro rendimento andare dallo scarso al sufficiente, si accontentino o si lamentino e se si lamentano, perché non cercano il modo di allenarsi di più?

Ho sentito, recentemente, in un’intervista, Pietro Mennea, a lungo l’uomo più veloce del mondo nei 200 mt. piani, il cui record in Europa è tuttora imbattuto, dichiarare che il suo unico rammarico è quello di essersi allenato, nella sua carriera (5 olimpiadi!!!), solo 350 giorni all’anno per 4 ore al giorno e che se fosse potuto tornare indietro avrebbe voluto allenarsi 365 giorni all’anno per 8 ore al giorno, perché ”il lavoro paga sempre…”

Penso che il modo migliore per imparare a giocare (bene) a softball sia giocare a softball, giocare è l’unica cosa che ti può preparare a giocare meglio. Credo anche, però, che allenarsi, bene e nel modo giusto, sia altrettanto importante.

Temo che sia vero che in Italia si gioca poco , ma, temo anche che ci si alleni ancora meno.

Video analisi tecnica per Baseball e Softball

Mer, 18/02/2009 - 23:06 -- Fabio Borselli

individuazione delle criticità ed inefficienze motorie dei gesti tecnici: battuta, bunt, lancio, presa e tiro

La video analisi si effettua attraverso le seguenti fasi:

  • Effettuazione diretta di riprese video o ricezione via inernet di filmati realizzati secondo i protocolli di ripresa
  • analisi della situazione di partenza
  • elaborazione dei video con software dedicato
  • produzione di video con evidenziate le aree di miglioramanto
  • definizione di programmi di allenamento per la risoluzione dei problemi
  • realizzazione di riprese di controllo
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