filosofia

La battaglia di Rocroi

Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Diciannove e settantadue!

Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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Un po’ della mia filosofia

Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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Lun, 07/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo di questo post agli Utopia, la rock band guidata da Todd Rundgren: l’album in questione è uscito nella mia, ormai lontana, adolescenza e l’ho suonato, a tutto volume sul mio giradischi, per tantissimo tempo.

Da allenatore ho spesso la sensazione di essere, purtroppo, sul pianeta sbagliato...

Io sono un allenatore “severo”… dicono, e forse lo sono davvero...

Prima di tutto vorrei fare una digressione:

se li Interroghiamo sul perché abbandonino la pratica agonistica i nostri giovani, statisticamente, nei due terzi dei casi, ci forniranno motivazioni legate allo studio ed alla mancanza di tempo.

Queste stesse “scuse” (magari artisticamente arricchite) sono le stesse che ci vengono propinate quando gli atleti devono saltare le sedute di allenamento o, addirittura, le gare.

Specialmente quelle legate alla scuola…

C’è una leggenda, perché di leggenda si tratta, secondo me, che tra sport agonistico e carriera scolastico/universitaria ci sia incompatibilità.

Purtroppo c’è, invece, una sorta di “patto scellerato” sancito tra figli e genitori (in cui i figli sono la parte lesa) che si può riassumere con la frase:“se vai bene a scuola... allora...”

In questo “accordo scolastico”, però, non c’è nessun accenno alle aspirazioni del giovane (inteso come individuo) ed alle sue necessità, non c’è, soprattutto, nessun accenno al valore del tempo ed al suo utilizzo come mezzo per la realizzazioni delle stesse aspirazioni.

In questo patto che fine fa il talento di ognuno? O i sogni? O la, passatemi il termine, discrezionalità?

Mi viene da alzare gli occhi al cielo mormorando: “se le persone (e la loro individualità) contassero veramente e le loro qualità venissero coltivate…” Allora, forse, i genitori  potrebbero cercare di capire le inclinazioni dei propri figli e potrebbero aiutarli ad indirizzare le loro energie per coltivarle.

Invece, troppe volte, si sente dire: “Mi basta che…”

E questo sostituisce le idee, i sogni e nessuno, o molto pochi, predicano il “se lo vuoi DEVI provare a farlo”, anzi, le sfide “non importanti” sono viste come una cosa da evitare, da scansare.

In questa logica lo sport “minore”, quello “povero”, che non garantisce la pagnotta a “quelli bravi” è visto come una perdita di tempo e si fa, si pratica fino a che non “ruba tempo alle cose davvero importanti”.

Ho visto, in questi anni, lanciatrici, catcher, interbase, che avrebbero potuto vivere una FELICE “carriera da atleta non professionista”, immolate sull’altare della “laurea a tutti costi”, finire prigioniere in vite da ufficio che non volevano e che continuano a non volere, sognando scivolate e terra rossa.

Non si pensi che non credo nel valore di una carriera accademica, che non abbia fiducia nella scuola, che pensi che la cultura non sia importante.

Ma credo anche che, in fondo, come non tutti possono giocare in seconda base, non tutti debbano, per forza, studiare medicina:

meglio una persona felice, che pensa con la propria testa e che prova a cambiare il mondo che lo circonda cercando di rendere felice chi gli sta vicino, che fa un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, che un medico “per forza”, che sarà, alla fin fine, oltre che una persona triste, anche un pessimo medico.

Detto questo, anzi, proprio per questo io sono un allenatore “severo”!

Sono severo perché sono molto esigente, perché non tollero scelte fatte a metà, perché non ascolto giustificazioni figlie del “potevo ma non voglio”, perché voglio che se qualcuno ha dei sogni faccia di tutto per raggiungerli.

Sono severo perché credo che si possa studiare (imparare a guidare il trattore, allevare le api, suonare uno strumento…) e, contemporaneamente, allenarsi per diventare catcher (esterno destro, prima base…).

Sono severo perché i sogni degli atleti diventano i miei sogni e non gli permetto di dimenticarli.

Sono severo perché, alla fine, voglio, anzi PRETENDO, che ognuno provi ad essere il giocatore migliore che può essere, senza scuse, giustificazioni o autoindulgenza.

Poi.. che allenare significhi, troppo spesso, scendere a compromessi... è, purtroppo, un’altra storia…

 

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Lun, 31/03/2014 - 07:43 -- Fabio Borselli

Devo essere sincero, l’idea di scrivere questo post è nata oggi pomeriggio mentre me ne stavo nel box di terza base a suggerire.

Alla mia squadra (under 21, per la cronaca) era toccato il dugout di prima base e, quindi, ce l’avevo proprio di fronte, mentre alle mie spalle c’era la panchina avversaria.

Alessandro, il mio coach di oggi, oltre che dirigente accompagnatore, era a suggerire in prima e le atlete, in quella panchina, tutte, erano desolatamente sole…

Non che mancasse gente in quel dugout, non che non ci fosse animazione, ma non sono in grado di dire se le giocatrici fossero ancora “in partita” oppure no…

Posso ipotizzare che, visto che la partita era già avviata verso la fine ed il risultato ormai acquisito, non tutte fossero, propriamente, “sul pezzo”.

Dietro di me, invece, nonostante che ci fosse sicuramente meno affollamento (visto che l’altra squadra era schierata in difesa) e che la partita fosse “segnata” sentivo, comunque, oltre ai soliti “suoni da panchina” anche continui “re-indirizzamenti dell’attenzione” da parte degli allenatori:

le solite cose, spiegazioni, chiarimenti, puntualizzazione, rimbrotti...

Credo, anzi ne sono profondamente convinto, che oggi, a me, alla mia squadra, al mio coach, sarebbe servito, indubbiamente, avere in panchina un altro allenatore, che potesse “tenere sott’occhio” la situazione.

Non so se questa figura possa corrispondere al BENCH COACH che sembra essere presente in ogni squadra di Major League. Non so, nemmeno, quale siano, effettivamente, i compiti, del BENCH COACH.

Tornato a casa, per cominciare mi sono documentato:

viene fuori che, prima di tutto, la figura è relativamente nuova e che questo “famigerato” BENCH COACH, nelle squadre del campionato MLB (ed in quelle che, magari non giocano in Major League, ma che lo hanno in organico) fa un po’ di tutto…

Si occupa dello stretching, di controllare le mazze, di monitorare giocatori, sia della propria squadra che avversari, assiste il manager, lo consiglia per aiutarlo a prendere decisioni e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono, naturalmente, differenze di gestione di questa figura tra team e team, ma, in definitiva, mi pare di poter dire che il BENCH COACH è un tuttofare, con competenze tecniche importanti.

Premesso che non è facile per squadre non professionistiche avere uno staff tecnico numerosissimo, premesso anche che questa tendenza è, purtroppo, ancora più evidente a livello giovanile e premesso, infine, che la “sindrome del Manager” è un virus che difficilmente sarà debellato.

Nota esplicativa: la “sindrome del Manager " è quella strana forma di intossicazione che fa ritenere le figure di “secondo”, “coach”, “assistente”, “aiutante allenatore" come una sorta di PARIA della squadra, per cui o si è il MANAGER o non si è nessuno… Con il risultato di vedere, sempre di più, compagini guidate da ONE MAN BAND, che fanno tutto da soli, spesso, neanche troppo bene.

Tutto ciò premesso, dicevo, vorrei spiegare quali sarebbero, secondo me, i compiti del BENCH COACH:

innanzitutto dovrebbe, non solo nelle squadre giovanili, aiutare atlete ed atleti a “rimanere in partita”, mantenendo attivata la “modalità gara”.

Dovrebbe essere, poi, in grado di risolvere eventuali problematiche fisiche o psicologiche dei giocatori (naturalmente nei limiti delle competenze possedute) che, regolarmente, vengono fuori durante le partite.

Il suo compito principale, tuttavia, dovrebbe essere quello di FARE L’ALLENATORE, nel senso vero della parola, utilizzando la sua posizione privilegiata, in mezzo agli atleti, durante le gare, per far si che le “esperienze” vissute momento per momento, da giocatori e giocatrici, possano essere comprese, contestualizzate, interiorizzate e, perché no, sdrammatizzate.

Nella mia visione dello staff tecnico ideale, spero lo si sia capito, oltre ad un numero rilevante di figure (tecniche e non) , che hanno rapporti paritari fra di loro e che sono, tutti, orientati alla crescita complessiva del gruppo di atleti di cui si occupano, il BENCH COACH è, di sicuro, uno dei ruoli centrali.

Peccato, oggi, non averlo avuto…

 

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Mar, 04/03/2014 - 13:17 -- Fabio Borselli

Quando ho cominciato ad allenare ero, davvero, molto giovane.

Sicuramente inesperto.

Il gap che mi separava da quelli che erano i miei allievi era, davvero, molto piccolo.

C’era ben poca differenza tra me e loro nel modo di pensare, di sognare, di affrontare la vita.

Ero uno di loro che “aveva saltato il fosso”.

Non faccio certo la scoperta dell’acqua calda se dico che gli atleti e le atlete che alleno oggi, oltre ad essere molto più giovani di me, sono anche molto diversi, nel modo di fare e nel modo di essere, da quelli che ho conosciuto quando ho iniziato la mia carriera.

Lasciando perdere facili stereotipi credo che la differenza, sostanziale, sia, soprattutto, nel “temperamento”:

sono più impazienti e meno disponibili a darsi tempo, anzi a perdere tempo.

Se una cosa non gli riesce subito, od in breve tempo, si scoraggiano, si disamorano, passano oltre.

Ora, lo sappiamo, per quanto bravi e talentuosi si possa essere, per sviluppare e confermare quanto appreso in allenamento bisogna, prima di tutto, avere del tempo, darsi del tempo:

prima per consolidare, poi per farlo proprio ed infine per poterne disporre in gara.

C’è bisogno, insomma di pazienza ed anche, di autoindulgenza, di fiducia che, con il giusto tempo e la giusta applicazione i risultati verranno.

Ecco che questo diventa, secondo me, il nodo centrale del “mestiere di allenare” :

è dimostrato e lo tocchiamo con mano tutti i gironi che la rivoluzione tecnologica che ha investito le generazioni più giovani, come del resto ha investito l’intera società civile, riduce la capacità di prestare attenzione per lunghi periodi di tempo.

C’è un modo diverso di vedere il mondo, di leggere le informazioni, di imparare.

È proprio per questo che devono essere allenati ad andare oltre, ad affrontare i compiti con un impegno costante nel tempo e questo non solo nello sport…

La sfida, per insegnanti, educatori ed allenatori è, secondo me, quella di farli restare motivati nello svolgimento di quei compiti ripetitivi che, oltre che nello sport, sono presenti in ogni attività.

In poche parole far si che la loro “freccia rimanga puntata sul bersaglio”, anche quando l’ultimo modello di telefonino suona o la fatica e la frustrazione gli fanno “cercare il tasto reset”.

Certo è complicato.

Alle volte tremendamente complicato.

Ma, da quello che vedo, ne vale la pena.

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Lun, 17/02/2014 - 10:22 -- Fabio Borselli

Ho già citato, in passato, Gian Paolo Montali, coach pluripremiato del VolleyBall italico.

Nel suo libro SCOIATTOLI E TACCHINI Coach Montali dice:

"È possibile insegnare a un tacchino a salire in cima a un albero, però per quel lavoro sarebbe meglio scegliere uno scoiattolo".

Impossibile contraddirlo!

La logica dell’affermazione è inattaccabile:

Trovare uno scoiattolo e fargli fare quello che è già un suo istinto naturale è molto più facile e meno complicato che insegnare ad un tacchino ad andare contro la sua natura.

La ricerca del talento, in ambito sportivo, si basa molto su questa metafora presa dal mondo animale.

Ed ecco che allenatori, esperti e scienziati dello sport sono, costantemente, a caccia dei tacchini, da eliminare, per aiutare gli scoiattoli ad emergere.

Ma che succede se, dopo aver scartato ed allontanato tutti i tacchini, si scopre che quegli scoiattoli, coscienziosamente selezionati, non sono poi così “scoiattolosi”?

Che, in fondo, non si arrampicano così bene come pensavamo?

È il problema ed il pericolo che si corre SELEZIONANDO gli “atleti scoiattoli” sulla base delle  caratteristiche fisiche e motorie che mostrano in un determinato momento.

Alla maniera di Esopo e per rimanere nell’ambito del regno animale mi piace ricordare come il brutto e sgraziato (e, diciamolo, anche un po’ ripugnante) bruco diventi, alla fine, una splendida ed aggraziata farfalla o che il cigno da giovane non sia proprio uno dei cuccioli più carini da vedere.

Queste storielle edificanti insegnano che l’apparenza inganna e che quello che si è in un determinato momento dello sviluppo, può non corrispondere a come ci evolveremo. 

Ma, molto più profondamente, devono insegnare che la “ricerca del talento sportivo” non può basarsi sulla semplice somma aritmetica delle capacità possedute in un determinato momento, ma deve essere impostata su considerazioni e valutazioni più lungo termine.

Perché non è detto che i più bravi a 8 o a 12 anni lo saranno, ancora, anche a 16.

Ed ancora.

Quando si parla di campioni, di atleti al vertice della propria disciplina, impegno e dedizione sono due caratteristiche esaltate ed evidenziate, ma le stesse sono scarsamente considerate quando, invece, si parla di atleti giovani.

Anzi…

Si parla solo di talento, di capacità, dell’essere “prospetti”, ma pochissimo si dice della volontà e della disponibilità ad allenarsi, ad imparare a lavorare duro per emergere.

E poi accade che quelli inizialmente meno abili, meno competenti, meno considerati giungono a competere alla pari, spesso battendoli, con quelli più bravi, grazie proprio ad una maggiore disponibilità ad imparare e ad allenarsi.

Purtroppo o per fortuna i tacchini sono statisticamente più numerosi degli scoiattoli.

Credo che allenare, gestire squadre, sia, in fondo, riuscire a credere che i “goffi tacchini” possano essere motivati, allenati, sostenuti, incoraggiati per poter andare oltre i propri limiti e raggiungere risultati che nemmeno loro pensavano di ottenere.

Ecco perché, tanto per ribattere sul tasto del pericolo della specializzazione precoce, sarebbe meglio non scartare a priori i tacchini: potrebbero riservare interessanti soprese.

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Lun, 10/02/2014 - 07:22 -- Fabio Borselli

Allenare squadre seniores, a qualsiasi livello di qualificazione, pone il problema dei contenuti delle sedute di allenamento.

La necessità di consolidare i gesti, di correggere gli errori, di esaltare i punti di forza costringe, specialmente per alcuni dei “movimenti fondamentali”, ad esercitazioni abbastanza ripetitive.

La possibilità di variare gli esercizi, l’intensità e le modalità di esecuzione degli stessi non possono nascondere il fatto che i “gesti tecnici” devono essere, comunque, ripetuti e ripetuti e ripetuti.

Questa tendenza alla ripetitività raggiunge il massimo nei mesi invernali: palestre piccole, attrezzature limitate o limitanti, spazi ristretti.

Ecco nascere il “problema”: esercizi ripetitivi, noia, poca partecipazione (sia intellettuale che emotiva).

Una possibile soluzione potrebbe essere semplicissima: coinvolgere l’atleta nel processo di programmazione e nell’organizzazione dell’attività.

Dal punto di vista concettuale qualsiasi atleta, di qualsiasi età ed esperienza, potrebbe, se sollecitato, organizzare e gestire un esercitazione all’interno della seduta di allenamento.

Naturalmente più l’esperienza dell’atleta sale più sarà semplice renderlo partecipe allo sviluppo di attività che gli siano più congeniali e funzionali rispetto all’obiettivo programmato.

Questa riflessione nasce dall’esperienza diretta:

le lanciatrici della mia squadra, facevano fatica a mantenere elevato il livello di attenzione e concentrazione durante le fasi di allenamento individualizzato che comportassero attività di volume ed intensità elevate ma di basso contenuto tecnico specifico.

Il risultato era un rumoroso “chiacchiericcio” di fondo, poca concentrazione e poca attenzione: “prima si finisce meglio è”.

A poco servivano le sollecitazioni o le raccomandazioni.

Per cambiare l’approccio ed ottenere una partecipazione attiva è bastato chiedere alle atlete, rimanendo all’interno degli obiettivi del periodo,  di pensare ed organizzare gli esercizi e le attività di quella particolare fase dell’allenamento riservato esclusivamente a loro.

Settimanalmente, a turno, ognuna di loro ha proposto un paio di esercizi, motivandone la scelta e curandone l’organizzazione, definendo la prassi di esecuzione ed adattando i carichi alle indicazioni.

Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso:

le attività e gli esercizi che hanno “tirato fuori” sono stati sia la riproposizione di cose conosciute, sia l’elaborazione di varianti. Ma sono anche andate oltre, effettuando vere e proprie ricerche e proponendo, in alcuni casi, esercitazioni poco comuni ed innovative.

Il clima durante il “loro momento” è migliorato, diventando sicuramente più positivo e propositivo:

sono attente e concentrate e, spesso, rumorosissime mentre si incoraggiano a vicenda. La loro consapevolezza e la loro partecipazione all’allenamento ha subito, sicuramente, un innalzamento di livello ed anche l’esecuzione degli esercizi è precisa ed accurata.

Credo che questa sia la strada da seguire.

Credo che trasformare l’atleta da “soggetto passivo” dell’allenamento a “parte attiva” dello stesso, debba essere l’obiettivo che, come allenatori, dobbiamo essere capaci di porci, senza che questo possa creare particolari ansie rispetto alla nostra funzione ed alla nostra identità.

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Tris

Regole, regolamenti e trasgressioni.

Lun, 03/02/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

Mi sembra che l’argomento abbia suscitato molto interesse…

Tanti commenti, tante opinioni, a volte molto diverse, sicuramente articolate…

Questa è la mia risposta, in “ordine sparso”, ad alcuni di quei commenti.

Per prima cosa un chiarimento:

quando dico che non amo le “punizioni” e che cerco di farne a meno non asserisco certo che non debba esistere un sistema di regole condiviso all’interno di squadre, gruppi o società.

Le regole ci sono e ci devono essere.

Altro paio di maniche è gestirne la trasgressione.

Nella mia esperienza mi sono accorto che la “linea dura” non funziona:

se una regola è trasgredita forse è la regola stessa a non essere condivisa o condivisibile, se viene trasgredita spesso la sua inefficienza diventa palese. Non credo che con la “giusta punizione” si possa negare questa realtà oggettiva delle norme.

L’ho già detto ma mi fa piacere ripeterlo:

se i bambini e le bambine arrivano in ritardo o saltano partite od allenamenti spesso, spessissimo, non dipende da loro. Di questo sono convinto e questa convinzione nasce da più di 30 anni sui campi.

Se invece i bimbi saltano gli allenamenti o le partite e sono in ritardo per colpa loro proviamo a farci una semplicissima domanda: “si divertono?”

perché a me pare impossibile che si decida di “saltare” volontariamente un'attività divertente…

Si cerca di “scantonare” quando una cosa non ci piace, non ci fa stare bene o ci mette ansia…

Ecco perché evito di punire: se non è colpa loro non avrebbe senso, se è colpa loro il messaggio che mi stanno inviando è chiaro!

Allora mi devo chiedere: ma siamo veramente convinti che la punizione risolva il problema? Io non credo. Credo che, invece, lo acutizzi…

Per chiarire, definitivamente, faccio un paio di esempi, presi dalla vita vera:

esempio # 1

fase 1: giri di campo usati come punizione;

fase2: stessi giri di campo, prima punitivi, usati come allenamento (sorvoliamo sull’efficacia…)

Quanto tempo occorre prima di creare l’uguaglianza “mentale” tra giri di campo e punizione?

Da li il passo è breve ad arrivare a quella tra preparazione e punizione e quindi all’attività fisica “non baseball” vista soltanto come una punizione…

Esempio # 2

Regola: “chi arriva in ritardo non gioca!!!”

Se poi ad arrivare fuori orario sono i due migliori lanciatori della squadra, in ritardo perché la mamma li ha accompagnati tardi, cosa facciamo?

Non mi spaventano le regole.

Mi spaventano di più le deroghe che siamo disposti a concedere a queste regole.

Non è forse meglio, allora, come qualcuno ha commentato, cercare di rendere partecipata e condivisa l'attività ed il suo "sistema di regole" attraverso i contenuti e lo "stare bene" (imparo, divento più bravo, mi diverto, per mia scelta e non perchè qualcuno mi "obbliga" a farlo), piuttosto che instaurando un "regime di polizia"?

Naturalmente questo è il mio pensiero, la mia “filosofia” nell’allenare e nel gestire i gruppi, niente di più e niente di meno, nessuna velleità di detenere la verità assoluta:

un amico, una volta, ha scritto: “non sempre, in una discussione, c’è una parte che convince l’altra…”.

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Lun, 27/01/2014 - 07:50 -- Fabio Borselli

Mi aspettavo che non tutti fossero d’accordo con il mio giudizio e con i miei commenti  sulla “lettera ai genitori” di Mike Matheny, della quale ho ampiamente parlato nel post DESPICABLE ME!

Ci torno sopra perché sollecitato dall'amico Paolo Castagnini che sul suo sitowww. baseballontheroad .com “fa le pulci” (detto in senso benevolo, naturalmente) al mio pensiero.

Paolo nel suo post dal titolo CRITICA ALLA LETTERA DI MATHENY cita il mio commento, appunto, “alla lettera” e non posso esimermi dal puntualizzare e confermare il senso di quanto ho detto:

prima di tutto mi rallegro della corrispondenza di pensiero che, mi pare di capire, condivido con Lui riguardo alla questione orfani.

Ben inteso, nessun problema nel comprendere le motivazioni di genitori, coerenti con il proprio pensiero e con quello di Matheny, che per aiutare i figli ad esprimere il proprio potenziale gli volessero far dono dell’attributo di “orfanità”

Non sono, invece, neanche questa volta, d’accordo con quanto Paolo Castagnini, citando sempre Matheny, dice riguardo alla questione “regole e punizioni”.

Prima di tutto un asserzione: non credo e non ho mai creduto nelle punizioni!

Mi ricordo che da piccolo, bambino, scolaro, mini-atleta che fossi, le detestavo:

quelle “giuste” perché ferivano il mio orgoglio e non mi insegnavano niente, se non la “cattiveria” del: “non farti beccare, la prossima volta!”.

Quelle “ingiuste” perché mi facevano crollare il mondo addosso e suscitavano, spesso, oscuri pensieri del tipo “l’universo ce l’ha con me…”.

Magari però ero un bambino strano… visto che ai giocatori di Paolo sembrano addirittura piacere…

Da adulto, insegnante, padre, allenatore, quale sia il mio ruolo, le continuo a detestare:

essenzialmente perché rappresentano, in ogni caso, una mia, implicita, ammissione di fallimento (non essere riuscito a far passare l'informazione) ed in secondo luogo perché le ritengo, specie quelle comminate a priori, per nulla risolutive.

Ecco perché cerco di non usarle:

preferisco spiegare le mie ragioni (ora qualche mia atleta direbbe che questa è, di per se, una punizione e mio figlio sarebbe d’accordo) e cercare di capire quello che ha portato alla “mancanza”.

Mi sono accorto che questo, spesso, risolve quasi tutti i problemi.

Ma sono, anche, convinto che il tema “punizioni” scaturisca dal significato che attribuiamo al concetto di “errore”:

se l’errore è parte del processo di apprendimento, cosa della quale sono fermamente convinto, allora non dovrebbe essere punito, anzi dovrebbe essere salutato come il raggiungimento di una tappa fondamentale e, paradossalmente, premiato!

Nella “famigerata” lettera c’è poi la questione delle assenze alle partite,  che si può tranquillamente equiparare alle assenze agli allenamenti, ai ritardi e a tutte quelle piccole deroghe, quotidiane, che chi fa l’allenatore è costretto a concedere ai propri atleti:

in ambito giovanile si manca ad una partita (ad un allenamento, ad una riunione di squadra) o perché si è ammalati o perché si è impegnati in qualcos’altro o perché non si viene accompagnati. Stessa cosa per i possibili ritardi.

Le altre casistiche, più o meno, possono essere ricondotte a queste tre grandi categorie.

In tutti e tre i casi perché punire?

O quantomeno: perché punire il figlio per, palesi, “mancanze” dei genitori?

Lo ripeto: non credo nelle punizioni!

Credo nel dialogo, nell’esempio (quanti di noi pretendono la puntualità e poi sono i primi a disattenderla?) e nell’abilità che ognuno di noi deve avere per “suscitare un duraturo interesse verso il baseball ed il softball”.

La passione, quella che ti fa arrivare al campo presto, prima dell’orario e ti fa andare via per ultimo.

La passione, quella che non ti fa saltare, mai, nessuna  partita o allenamento.

La passione, insomma, da dove nasce? Chi l’aiuta?

Sicuramente non è solo l’allenatore…

Ma sono certo che non è con le punizioni che sia possibile suscitarla, anzi...

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