filosofia

Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Il libretto delle istruzioni

Lun, 11/05/2015 - 08:27 -- Fabio Borselli

 

Chi non conosce il LEGO?

Il “gioco di costruzioni più famoso al mondo” ha, in ogni scatola di mattoncini, il libretto delle istruzioni.

Se si acquista, per esempio, il set n. 60074 (BULLDOZER), dentro la scatola si troveranno 384 pezzi e un libretto di istruzioni che, con l’aiuto di dettagliate illustrazioni, permette a chiunque di costruire un giocattolo, esattamente identico a quello rappresentato sulla confezione.

Quando ho cominciato ad allenare avevo delle certezze assolute riguardo ai “fondamentali”.

Avevo ben presente come volevo che fossero i miei giocatori e facevo di tutto perché fossero esattamente uguali al modello che avevo in testa.

Questo modello era rigidissimo e non erano ammesse deviazioni:

si batte così! Si lancia così! Si prende così!

La tecnica doveva essere perfetta, assolutamente precisa, GIUSTA.

La GIUSTA TECNICA rappresentava, per me, il libretto delle istruzioni per poter “costruire”, nel modo corretto, gli atleti e la squadra.

Cercavo in ogni modo di realizzare, senza errori, il disegno rappresentato sulla confezione.

Negli anni i miei modelli si sono fatti meno rigidi, molto più elastici e adattabili.

Ho ragionato su quanto l’efficacia del gesto sia da preferire alla forma e sul fatto che esistono soluzioni diverse allo stesso problema.

Detto questo sono ancora convinto che ci siano degli assoluti tecnici e biomeccanici in ogni tecnica del baseball e del softball dai quali non si può prescindere e che rappresentano dei punti obbligati “di passaggio” per raggiungere la massima efficacia del gesto.

Ma sono ancor di più convinto che ogni fondamentale sia frutto di interpretazione, rielaborazione e adattamento da parte dell’atleta.

Con il LEGO, usando in maniera diversa da quanto previsto nelle istruzioni i 384 pezzetti di plastica che fanno parte del set Buldozzer (questo i bambini lo sanno benissimo) è possibile, con la sola limitazione della fantasia, realizzare praticamente qualsiasi cosa.

I componenti rimangono gli stessi, ma l’utilizzo che se ne fa porta a un risultato ogni volta diverso.

Allo stesso modo gli atleti possono diventare efficaci anche utilizzando approcci e soluzioni diverse allo stesso problema.

Nel baseball e nel softball non c’è una valutazione formale dei gesti, non si ottengono punteggi in base all’esecuzione, non c’è una giuria che valuta l’eleganza o la postura, si vince o si perde solo in base all’efficacia di quanto i giocatori fanno in campo:

il tiro deve produrre un’eliminazione o impedire un avanzamento, una battuta deve far muovere i corridori sulle basi, un lancio non deve essere agevole da colpire per il battitore, ne più ne meno di questo.

Buoni fondamentali aiutano la prestazione ma l’efficacia ne determina il risultato.

Credo che la tecnica debba essere al servizio del giocatore e del gioco e non fine a se stessa,

Personalmente ho smesso di cercare il “libretto di istruzioni” degli atleti e allo stesso modo ho smesso di pensare che ognuno di loro debba essere il più possibile simile all’illustrazione sulla confezione.

 

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Prendi il lancio!

Lun, 04/05/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

“Prendi il lancio!”, ma può essere anche “lascia passare!” oppure “non girare la mazza!”.

Chi non ha questo “segnale” nel proprio set?

Chi non ha mai ceduto alla tentazione di “gestire il conto” del proprio battitore dal box del suggeritore o dalla panchina?

Mi è capitato di discuterne spesso.

Quando chiedo il motivo, la necessità, di ordinare al battitore di non tentare di colpire la palla in arrivo, ottengo, con poche eccezioni, una gamma di risposte che raccontano di “strategia del conteggio”, di “disciplina nel box di battuta”, di statistiche e di tendenze…

Che, ben inteso, sono tutte risposte appropriate:

un buon battitore è capace di gestire il suo turno di battuta (o dovrebbe essere capace di farlo) e la sua abilità nello scegliere quali lanci tentare di battere o lasciare passare, anche e soprattutto in senso tattico, determina la sua possibilità di successo.

Non è, sicuramente, la stessa cosa prepararsi a battere sul conteggio di 3 ball e 0 strike piuttosto che su quello di 1 ball e 2 strike.

Ma non credo che questo giustifichi il fatto che possa essere qualcuno diverso dal battitore  a scegliere quale lancio provare a battere e non credo, anzi sono sicuro, che il segnale “prendi il lancio!" abbia una qualsivoglia utilità strategica sia individuale che di squadra.

Credo invece che, purtroppo, poter pensare di utilizzare questo tipo di segnale abbia a che fare con la “l’illusione  del controllo” che, a tutti i livelli, gli allenatori pensano di poter esercitare sui propri giocatori e sulla gara.

Non voglio entrare in discussioni filosofiche sul "chi giochi e chi vinca le partite di baseball e di softball" o sul ruolo che, nelle vittorie come nelle sconfitte ha, o dovrebbe avere, l’allenatore.

Personalmente non ho l’abitudine di chiedere ai miei battitori di incassare un lancio.

Prima di tutto perché credo che i giocatori debbano imparare, rapidamente, a camminare con le proprie gambe e a essere capaci di prendere decisioni, specialmente quelle che li riguardano direttamente.

La battuta è, essenzialmente, un duello fisico e mentale con il lanciatore avversario e la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie abilità e capacità, anche decisionali, fanno la differenza tra l’essere un mediocre o un buon battitore.

Non voglio, assolutamente, che il battitore vada nel box pensando che l’allenatore possa decidere al posto suo:

deve vincere da solo la sua battaglia, imparando dai suoi fallimenti e affinando le sue capacità tattiche sperimentando sulla propria pelle le situazioni.

Per poter arrivare all’autonomia del giocatore, naturalmente, il ruolo dell’allenatore è fondamentale nel fornire, oltre alle abilità puramente tecniche, anche e soprattutto, informazioni tattiche e strategiche che possano aiutare la “presa di decisione” nel box di battuta.

Tutto qui.

Da quando mette piede nel box il battitore è solo con se stesso:

il suo obiettivo dovrebbe essere, unicamente, quello di colpire la palla e dovrebbe utilizzare, per farlo, tutte le armi che ha a disposizione.

L’allenatore ha finito il suo compito.

Può, è vero ed è nella logica del gioco, chiedere giocate particolari, ma questo non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare con l’ordinare di “prendere un lancio”.

Purtroppo, invece, questa modalità di cercare di “radiocomandare” i giocatori è molto diffusa e, paradossalmente, utilizzatissima nell’attività giovanile. Non c’è nemmeno bisogno che dica che se la ritengo una cattiva abitudine con atleti maturi, la considero una vera e propria aberrazione se messa in atto con giocatori giovani, inesperti e insicuri.

Io penso che la MISSION dell’allenatore dovrebbe aiutare gli atleti a diventare sicuri dei propri mezzi, consapevoli dei propri punti di forza, fiduciosi nella possibilità di riuscire, renderli,  in ultima analisi, indipendenti.

E penso anche che una cosa, apparentemente banale, come il segnale di “prendere il lancio”, racconti una storia che, invece di parlare di fiducia nei propri atleti e dell’orgoglio del proprio operato, metta l’ego del coach davanti a tutto…

 

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Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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Quando tutti saranno Super

Lun, 30/03/2015 - 10:42 -- Fabio Borselli

 

Chi mi conosce, ormai lo sa benissimo:

quando si parla di attività giovanile sono un acceso sostenitore del “tutti devono giocare”, sono così convinto di questo assoluto che e lo ripeto all’infinito, diventando, me ne rendo conto da solo, alquanto pedante.

La suddetta pedanteria, poi, raggiunge l’apice quando ci aggiungo anche la frase “in tutti ruoli”.

Tralasciando di raccontare lo scetticismo che, spesso, accompagna queste mie esternazioni, voglio invece fare alcune riflessioni su una delle risposte tipiche che mi sento dare, questa:

“ci sono bambini che preferiscono non giocare. Si sentono male solo al pensiero, perché sono troppo emotivi e hanno paura”.

Riferita al giocare in tutti i ruoli, poi, questa risposta standard è arricchita da alcune variazioni sul tema, la più gettonata suona più o meno così:

“non tutti possono LANCIARE, perché quando si rendono conto di NON ESSERE ALL’ALTEZZA, sono proprio loro a non volerlo fare”.

Vorrei fare su questi concetti alcune considerazioni.

La prima è quella relativa all’assoluta verità del fatto che qualche bambino abbia PAURA e preferisca non giocare nelle partite ufficiali.

Ora, partendo dal presupposto che ciò sia un oggettivo dato di fatto, mi chiedo:

perché mai?

Cosa spinge un bambino a frequentare assiduamente le sedute di allenamento e a presentarsi, poi, agli appuntamenti agonistici rifiutandosi però di diventarne protagonista, non “volendo”, per esempio, lanciare o, all’estremo, non “volendo”, addirittura, giocare?

Credo che ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda e interrogarsi su cosa causa questo comportamento, a tutti gli effetti anomalo e incomprensibile, anziché limitarsi a considerarlo un evento assolutamente casuale e imprevedibile e accettarlo così com’è.

E allora, perché un bambino che sceglie il baseball come suo sport, che decide di impegnarsi per impararlo, decide anche di non affrontare quella che del baseball è l’essenza cioè la partita?

Io credo che, come sempre, la colpa di questo comportamento, sia degli adulti.

Non solo degli allenatori, intendiamoci, ma anche di tutti gli adulti “di riferimento” che girano intorno alla “carriera agonistica” dei giovani atleti.

Sarò un sognatore, ma sono convinto che l’agonismo dei bambini e, di conseguenza, le competizioni dei bambini, siano esclusivamente un “affare da bambini” e che nessun adulto dovrebbe caricarle di qualsiasi altro significato.

Invece…

Ogni avversario, spesso, diventa la NEMESI, il nemico giurato, che deve essere assolutamente sconfitto, quasi che ne andasse della sopravvivenza.

Secondo me questo approccio alla competizione genera istantaneamente, ansia da prestazione, ansia che non tutti i bambini sono in grado di affrontare ed ecco che i più “deboli” possono pensare di sottrarsi a questa tempesta emotiva, che li spaventa a morte, evitando di “mettersi in gioco”, partecipando alla partita da spettatori, evitando così di essere corresponsabili della possibile sconfitta.

In questa logica, seguendo la “fenomenologia del baseball (e del softball)”, i lanciatori sono, a tutti gli effetti, veri e propri “predestinati”:

vezzeggiati, coccolati, sostenuti, questi giovani eroi, dotati di capacità superiori, spesso da soli, possono determinare la vittoria dell’intera squadra.

Ma se questo è il ruolo che viene assegnato al lanciatore sorprende che qualche bambino non voglia salire in pedana?

Ma è colpa loro e della loro “scarsa attitudine alla competizione” o è colpa degli adulti che caricano, i giovani pitchers di responsabilità eccessive?

C’è uno spezzone del film “Gli Incredibili”, visibile seguendo questo link al canale YouTube di Softball Inside, che parla proprio di questo:

In un mondo di supereroi, dotati di poteri inimmaginabili, di fronte alle minacce e alle difficoltà, le persone normali possono solo nascondersi, lasciando a questi esseri superiori il compito di risolvere la situazione…

Ma se tutti possedessero superpoteri, allora, come dice il cattivo del film, sarebbe come se nessuno li avesse e si trovasse a non dover più dipendere da “entità superiori” per risolvere i problemi.

Se lanciare (o giocare ricevitore, esterno, interbase…) fosse una cosa che tutti DEVONO fare e TUTTI i bambini sapessero che durante OGNI partita quei ruoli gli saranno sicuramente assegnati (senza chiedere di fare niente di più che il proprio meglio) allora giocare in quei ruoli sarebbe assolutamente normale e non potrebbe, per la sua normalità, generare ansia o stress eccessivi e insormontabili.

Non credo ci sarebbero più bambini che non vogliono giocare (o lanciare, o fare il ricevitore o l’interbase…).

E, ancora, obbligherebbe, di fatto, gli allenatori a preparare TUTTI al meglio per affrontare TUTTE le possibili sfide, senza pensare a selezionare i “campioni” e scartare i “poco dotati”

E non è questo che ogni allenatore dovrebbe fare?

 

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Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

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Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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I Bambini non conoscono la competizione: la imparano dagli adulti!

Lun, 09/02/2015 - 08:06 -- Fabio Borselli

 

La frase che da il titolo a questo intervento è presa direttamente dal post “PUO’ IL SOFTBALL COPIARE DAL FOOTBALL AMERICANO?” di Aurora Puccio, pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER di Softball Inside la scorsa settimana (qui il link).

Direi che l’interpretazione di Aurora contiene una grande verità, ma anche una piccola bugia.

La bugia è che i bambini non conoscono la competizione, la conoscono eccome, solo che non è quel tipo di competizione, e qui arriviamo alla verità, che gli adulti gli impongono.

Succede che per competere i bambini debbano prima imparare a riconoscere “nell’altro” qualcosa di diverso da un mezzo per esplorare il mondo che li circonda.

Detesto dare limiti temporali (a quest’età succede questo…) perché ogni individuo è diverso sia biologicamente che psicologicamente e quello che succede all’uno, magari, è già successo o deve ancora succedere, all’altro.

Si può però provare a generalizzare:

prima dei 4 o 5 anni è molto difficile che il bambino sia capace di “mettersi nei panni dell’altro” e, per questo, nel gioco sperimenta, con ovvi distinguo, la propria individualità, “utilizzando” gli altri, appunto come “strumenti di gioco”.

Solo più avanti (si dice intorno a i 6 o 7 anni, ma qualche autore ipotizza anche gli 8 o 9 anni…) i bimbi cominciano a integrare nel loro mondo “gli altri” e  a ritenerli sia interlocutori che compagni di gioco, cominciando prima con il concordare regole e, solo in un secondo tempo, a rispettare quelle provenienti dall’esterno.

Quando il gioco comincia a d avere queste caratteristiche (immedesimarsi nell’altro,  comprensione e rispetto delle regole) nasce quella che io chiamo “sana competizione”.

Quella che dovrebbe essere alla base di ogni gara, partita o campionato giovanile.

Per competere, nei giochi, i bambini si accorgono, infatti che hanno bisogno di una componente fondamentale: l’avversario.

Scoprono, naturalmente, che non si può gareggiare da soli, che non si può prevaricare l’avversario, correndo il rischio che abbandoni il gioco, che non si possono violare le regole perché questo destabilizza il gioco stesso.

Ma, soprattutto, scoprono che vittoria e sconfitta sono opzioni parimenti possibili e che, anzi, proprio l’incertezza sul “chi vincerà” rende interessante un gioco piuttosto che un altro.

Scoprono anche che non si può vincere sempre (anzi che perdere succede molto più spesso…) e che vittoria o sconfitta sono importanti ed hanno valore solo ed esclusivamente nell’ambito, particolare e ristretto, del gioco stesso.

Questo non vuol dire che le competizioni siano “all’acqua di rose”, anzi, sono confronti duri, spigolosi, senza quartiere:

basta osservare attentamente e con mente aperta i giochi spontanei dei bambini per capire che cercano la vittoria, la supremazia, con ogni mezzo e con tutte le proprie forze. Poi il gioco finisce e sono subito pronti per una nuova sfida.

Questa è la competizione che fa bene ai bambini, che li fa crescere, che li prepara al “dopo”:

un momento di divertimento e di confronto con sé stessi, per conoscere meglio le proprie caratteristiche e capire come coordinarsi, come pensarsi e compensarsi, come migliorarsi…

Un qualcosa che riesce ad offrirgli delle occasioni per guadagnare sicurezza e autostima.

Ma in questa bella storia, purtroppo, ad un certo punto arrivano gli adulti:

i genitori, gli insegnati, gli allenatori, le società sportive…

Improvvisamente la gara non è più “competizione fra pari” ma “lotta per la supremazia”  e tutto viene fatto, esclusivamente, in funzione della vittoria CONTRO l’altro:

voti migliori per essere “buoni studenti”, allenamenti specializzanti per diventare “buoni atleti”, vittorie nelle gare per essere “campioni”.

Questi sono meccanismi e giudizi che nascono dagli adulti e che invadono il mondo dei bambini senza tenere conto delle loro esigenze, costringendoli  a valutare le proprie azioni sempre in termini di “sono migliore o peggiore” degli altri.

La competizione, invece di essere un momento di crescita e di esplorazione del proprio mondo, diventa così l’unica motivazione ad agire. Si compete per competere, in una gara continua, che attribuisce valore in termini di vittorie o sconfitte.

Ecco perché non sono d’accordo con Aurora:

i bambini conoscono benissimo la competizione, la cercano e la ricercano ed è fondamentale nella loro “esplorazione” di se stessi, degli altri e del mondo.

Purtroppo, invece, dagli adulti imparano, troppo spesso, che VINCERE è l’unica cosa, che non c’è secondo posto e che se non sei un vincente non vali nulla…

Come genitore, insegnante ed allenatore non vorrei mai che la competizione, con la gioia della vittoria e la tristezza della sconfitta, sparisse dal mondo dei bambini, ma vorrei che gli adulti (me compreso) diventassero così “bravi” dal lasciarli fare da soli:

aumentiamo le possibilità di confronto coinvolgendoli in attività che li mettano alla prova (come per esempio organizzando situazioni in cui, attraverso una riscrittura condivisa delle regole, sia possibile creare un “confronto tra pari”) ma evitiamo di farne una questione da adulti.

 

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Vita da insetti

Lun, 01/12/2014 - 08:11 -- Fabio Borselli

Nel mio post “Oketi Poketi Woketi Wa” ho detto, direi abbastanza chiaramente, quanto amo il cinema di animazione.

Nello stesso post ho anche detto che in molti di questi gioielli grafici si trovano frasi o, addirittura, intere sequenze, che possono parlare agli atleti, specie se giovani o giovanissimi, meglio di come potrei fare io.

Ma allo stesso modo ci sono sequenze che parlano anche agli adulti e, qualche volta, lo fanno in maniera dirompente.

Mi gira in testa, ad esempio, HOPPER la cavalletta, comandante in capo dei cattivi in “A Bug’s Life”.

Ora, in una scena del film, Hopper, che in quel momento, è giusto sottolinearlo, fa la parte del “bullo”, si rivolge alla principessa ATTA, futura regina delle formiche, con una frase che è tanto CHIARA quanto POTENTE:

“prima regola del comando: ogni cosa è colpa tua” .

Lo spezzone in questione si può vedere sul CANALE YOUTUBE di SOFTBALL INSIDE seguendo questo link.

Difficile non soffermarsi a pensare alle implicazioni contenute in questa, tutto sommato, semplicissima affermazione.

Prima di tutto chi fa l’allenatore, come me, dovrebbe avere questa regola impiantata “di default” nel proprio cervello… Dico di più, dovrebbe essere uno dei  MOTORI principali delle sue azioni.

Ma non è una frase che no dovrebbe riguardare “solo” agli allenatori

Purtroppo, invece, senza con questo voler fare della facile retorica, raramente questo principio è osservato.

Anzi, è costume fare esattamente l’opposto:

chi sta più in alto nella scala gerarchica, scarica, invariabilmente la colpa sui sottoposti, in una catena che porta, paradossalmente, a far ricadere la responsabilità dei fallimenti su chi, è all’ultimo posto, spesso quello che opera seguendo indicazioni sulle quali non ha, assolutamente, nessun controllo.

In caso di successo, invece, non c’è neanche bisogno di dirlo, un “capo” di questo tipo, non fa nessuna fatica ad assumersi tutti i meriti, dimenticandosi perfino di ricordare chi, il lavoro, l’ha fatto sul serio.

Mi rendo conto che estrapolare da “A Bug’s Life” un messaggio così forte è, forse, un po’ un esagerazione.

Si tratta, in fondo, “soltanto” di un film di animazione e non è certo “L’Arte della Guerra”.

Anche John Lasseter (per quanto io possa ritenerlo geniale) non è, di certo, Sun Tzu.

Però:

la “prima regola del comando: ogni cosa è colpa tua”, forse, può far riflettere su quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un LEADER per poter svolgere il suo compito al meglio.

Magari ci sarebbero anche altre cose da dire sulla LEADERSHIP, magari qualcun altro più competente potrebbe formulare il “decalogo del Leader perfetto”, ma credo che partire da questa regoletta, presa da un cartone animato, potrebbe essere un discreto punto di partenza.

Personalmente, non essendo abituato alle mezze misure, ho sempre difeso a spada tratta le mie decisioni, ma, allo stesso modo, non mi sono mai nascosto dietro di esse, assumendomi, sempre e comunque, la responsabilità sia delle mie azioni e di quelle degli altri quando queste fossero mia diretta responsabilità.

Torno a ripeterlo, mi piacciono i film di animazione.

Forse qualche volta esagero nel volerci trovare quello che, probabilmente, non c’è.

In ogni caso: “è colpa mia”.

 

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