filosofia

Fuss, Sietz, Platz!

Lun, 18/01/2016 - 00:34 -- Fabio Borselli

 

Ormai credo che tutti sappiano come la penso.

In particolare su certi argomenti che tendo a “looppare” spesso e volentieri:

specializzazione precoce, metodologia dell’allenamento, allenamento divertente, avviamento all’agonismo, apprendimento motorio e via da capo…

Non starò quindi ad annoiare nessuno con la “solita” tirata su argomenti già abbondantemente trattati, insomma niente “pippone” stavolta (per una esaustiva definizione del termine “pippone” è possibile seguire questo link).

Prima di tutto vorrei proporre questo video che gira da un po’ per il web, credo che non ci sia allenatore/allenatrice/giocatrice di softball che non lo abbia visto, condiviso e commentato:

“che carina!”

Mi sembra quasi di sentire il coretto...

Vorrei, anche, che si osservasse con attenzione (e spirito critico) quest’altro video.

Solo per il gusto di banalizzare un po’ (ed evitare di prendermi troppo sul serio) direi che, in definitiva, i protagonisti dei due filmati sono due “cuccioli”, che eseguono magistralmente degli esercizi, complessi e complicati, non c’è dubbio alcuno, ma comunque esercizi.

Ora (come promesso senza “pippone”) io non trovo grandi differenze tra i due filmati:

c’è stato, Lo si vede bene, un grande lavoro di addestramento.

Mi chiedo:

davvero vogliamo e abbiamo bisogno di giocatrici addestrate?

Davvero siamo dell’idea che la “maturità” e la corretta esecuzione del “gesto tecnico” che si nota nella bimba la renderà un eccellente lanciatrice?

Davvero nessuno tranne me (ma io sono un “pipponatore”, si sa) si è fatto domande sul come è stata “addestrata” la bimba?

Davvero nessuno si è, poi, posto domande sul perché è stato fatto e sulla reale utilità e necessità di quello che è stato fatto?

E qualcuno si è, infine, chiesto quanto tempo è servito, tempo che, in ultima analisi, poteva essere impiegato facendo altro, che so battere, giocare interbase oppure, eresia, facendo qualcosa che non c’entrasse nulla con il softball?

Sento una vocina (forse un po’ più di una):

Fabio, ma non potevi limitarti anche tu a un “che carina!” e lasciar correre?

È più forte di me, ho l’animo del rompiscatole:

mi faccio domande e andando avanti con l'età peggioro.

Ora, non pretendo certo di essere quello "che ha capito tutto", ma spero sinceramente, con tutto il cuore, che quella bimba sia davvero felice di fare quello che fa, come sembra nel video.

Il cane lo sembra, ma a lui, sicuramente, hanno dato una montagna di bocconcini e di coccole (non oso pensare a possibili rinforzi negativi) per addestrarlo a fare cose che, tutto sommato, se io fossi un cane, non so se avrei così tanta voglia di fare.

Ma lo ripeto, sono io che la vedo così e, magari, mi sbaglio.

Ah! Dimenticavo! Prima che qualcuno sollevi l’obiezione, lo faccio da solo:

ho notato, si stia pur tranquilli, che il movimento di lancio non è poi così perfetto e il tecnico che è in me ha già provveduto a elaborare adeguate strategie di correzione…

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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Sab, 02/01/2016 - 10:06 -- Fabio Borselli

 

Le 6.28 del mattino… Il giorno è il 2 gennaio 2016.

In cuffia, paradossalmente, suona questa canzone.

Tra poco più di un’ora e mezza scenderò per l‘ultima volta dalla “romeo 109”, una delle ambulanze della CROCE ROSSA di Arezzo.

Tra poco più di un’ora e mezza terminerà il mio ultimo turno di emergenza come “soccorritore”.

C’è un po’ di tristezza… C’è un po’ di commozione… Da domani ci sarà un po’ di nostalgia.

Difficile non diventare retorici o “mielosi” in occasioni come queste.

Potrei raccontare del cambiamento che mi aspetta, della nuova “avventura” che sta per cominciare, ma in questo momento, mentre l’alba si avvicina, il pensiero va, inevitabilmente, a quello che, tra poco, non sarà più.

Non è possibile raccontare cosa significa “stare” in CROCE ROSSA:

non si può raccontare la profondità e la forza dei rapporti che si creano, non si può descrivere la necessità, quasi fisica, del “mettersi a disposizione” della gente, non si può spiegare la serenità che nasce dal sapere che “stai facendo la cosa giusta”.

La CROCE ROSSA, con la sua gente, è stata, in un momento difficile e complesso della mia vita, un porto sicuro, una famiglia, una tana dove potersi fermare per leccarsi le ferite…

Adesso vado, adesso devo andare, adesso voglio andare…

Ma questa gente, queste persone, questo luogo vengono, comunque, con me.

Qualcuno dei miei “colleghi” soccorritori, una sera, ha detto che, tolta la maglietta di dosso, la CROCE ROSSA che campeggia sul NOSTRO logo, rimane appiccicata alla pelle…

È una verità incontrovertibile:

sono stato e rimarrò, ovunque vada o mi trovi, per sempre, un “volontario della CROCE ROSSA”.

È quello che sento ed è quello che, nell’intimo, sono.

 

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Lun, 28/12/2015 - 08:42 -- Fabio Borselli

 

La notizia mi arriva la mattina di Natale ed è tristissima:

“è morto Carlo Vittori, storico allenatore di Pietro Mennea”, recita il titolo sul sito web della Gazzetta dello Sport.

Non ho nessuna intenzione di scrivere un necrologio, altri lo faranno, meglio e più a proposito.

In questo blog ho spesso ripetuto di sentirmi allenatore nell’anima e nel cuore e sono convinto che allenare sia qualcosa di più di “un mestiere”.

Ecco perché oltre alla tristezza per la scomparsa di Vittori provo anche un po’ (solo un po’, per carità) di sana disillusione nel sentire, sempre e comunque, il suo nome accostato a quello di Pietro Mennea.

Quello che penso di Mennea come uomo e come atleta (aggiungerei come vero e proprio mito) l’ho scritto nel post “Diciannove e settantadue!” pubblicato su Softball Inside (questo il link).

Credo che non ci sia null’altro da aggiungere.                                

Allo stesso modo credo che Carlo Vittori non sia stato SOLO l’allenatore di Pietro Mennea, anche se lo è stato, così come è stato allenatore anche di Marcello Fiasconaro, per nominarne uno.

Però Vittori è stato, anche, “l’inventore” del centro federale di Formia e, soprattutto, il padre putativo della velocità italiana, quello che ha teorizzato, prima e messo in pratica, poi, una metodologia di allenamento nuova, o quantomeno innovativa, per i velocisti.

Alcuni tra i suoi scritti fanno parte della mia “biblioteca” e, rielaborati e rivisti alla luce delle evidenze scientifiche successive, alcuni dei “suoi” principi metodologici sono parte integrante del mio “metodo di allenamento”.

Ripeto, da sempre, che l’allenatore dovrebbe essere un “facilitatore” della prestazione e che, in definitiva, gare e partite vengono vinte (e perse…) da atleti e giocatori…

Non ho mai creduto che sotto la luce dei riflettori debbano finirci gli allenatori, non è quello il nostro lavoro.

Ecco perché ho voluto scrivere queste due righe.

Credo che il TECNICO Carlo Vittori non debba essere ricordato, adesso, solo per le vittorie dei suoi atleti, ma anche e soprattutto, per la solidità del suo pensiero, per la forza con cui ha cercato di farlo diventare vero e reale e per l’essere stato,  un GRANDE ALLENATORE.

Il titolo di “Professore della Velocità” che gli viene attribuito sul sito web della FIDAL mi sembra, per questo, molto, molto appropriato.

Credo anche che il mondo dello sport italiano sia, adesso, un po’ più povero.

 

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La forza s’è svegliata, due. (COME AL SOLITO NON CONTIENE SPOILER!)

Mar, 22/12/2015 - 17:29 -- Fabio Borselli
 
 
 
Questa invece è, forse, una recensione, comunque senza Spoiler, lo giuro!

Sul “Risveglio della forza” ho letto e sentito di tutto:

mi è piaciuto, non mi è piaciuto, è un remake, non è un remake, la trama è debole, la trama funziona, è un capolavoro, è una ciofeca, non vale la pena…

Insomma, parliamone.

Prima di tutto, che ci piaccia o no, “Il Risveglio della Forza” non è solo un film:

è un pezzo di leggenda, ma anche un’operazione commerciale, è un “cult”, ma deve anche “vendere un prodotto” a gente che della trilogia originale ha solo sentito parlare, insomma è tutto e il contrario di tutto.

Quando è uscito “episodio IV” io avevo 15 anni:

entri in un cinema con le sedie di legno e la “ribaltina” e… trovi le spade laser, le esplosioni, il MILLENIUM FALCON, i robot antropomorfi... come potevi non innamorarti?

Come potevi non pensare che quello era, davvero, un pezzo “vero” di futuro?

La trama?

Davvero importava la trama?

C’erano i buoni e poi i cattivi, poi la “forza”, poi i buoni le prendono e sembra che perdano, poi c’è l’eroe e il suo amico “maledetto”, una vera principessa e soprattutto, alla fine, ma proprio alla fine fine, tipo 10 secondi prima del disastro per i buoni, esplode qualcosa e i buoni vincono…

Diamine! Che trama originale!

Ma vuoi mettere la magia?

Adesso, di anni, ne ho più di 50 :

le spade laser, vere e funzionanti, le vedono alla COOP, il mio cellulare fa più cose di R2D2 (e ha probabilmente più suonerie) e mio figlio manovra le sue console di gioco (ovviamente più di una…) con più maestria di quella con cui Han Solo pilotava il suo Falcon.

Anche il cinema, inteso come luogo, è cambiato:

le sale sono auditorium, l’acustica è perfetta, le poltrone sono sedili da astronave stellare (magari non proprio pulitissimi e asettici…) e il bar serve pop-corn al prezzo di un pranzo da gourmet di 12 portate.

Per non parlare dei film:

effetti speciali anche nelle pellicole per bambini, widevision, treddì, tutti i colori possibili e immaginabili da una mente femminile, pervinca compreso.

E allora come è possibile pensare di essere stupiti da quello che è diventato ordinario?

E allora come è possibile aspettarsi che “Il Risveglio della Forza” possa possedere la forza dirompente del primo episodio (che ricordo si chiama invece episodio IV e anche questo è a suo modo straordinario vista l’epoca in cui è uscito…).

Il film è esattamente quello che promette di essere:

un film realizzato con maestria, un salto nel passato, un operazione di marketing, un prodotto per il grande pubblico.

Ma è soprattutto un modo per gli appassionati di ritrovare vecchi amici e di riscoprire vecchie emozioni, un po’ come una cena tra compagni di classe:

tutti un po’ più vecchi, un po’ più esperti, la più bella della classe che, diciamolo, non assomiglia più alla “principessa Leila” dei nostri sogni e un po’ più grassottelli, ma comunque, sempre gli stessi e con gli occhi pieni di ricordi, inevitabilmente volti indietro a guardare, di nuovo, il passato.

In definitiva “Il Risveglio della forza” a me è piaciuto!

Mi è piaciuto anche se, forse, non è un capolavoro ed  è “solo” un altro episodio della saga di GUERRE STELLARI…

Vi pare poco?

 

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Dom, 20/12/2015 - 23:35 -- Fabio Borselli

 

Una volta tanto non parlerò di baseball o di softball, né di allenamento o filosofia, nemmeno di specializzazione precoce o agonismo e, tranquilli, nemmeno di fumetti!

Questa settimana, infatti, è la settimana del “Risveglio della forza”.

Per i due o tre, tra Umani e  Wookiee, che non sanno di cosa si tratti dirò, semplicemente, che è il titolo del film settimo (SETTIMO!) episodio della saga di STAR WARS… Questo vi basti.

Naturalmente non voglio raccontare, recensire o, tantomeno, spoilerare il film (notare il forbito linguaggio da nerd…), ci mancherebbe.

Voglio invece condividere la mia passione per questa storia ambientata in una “galassia lontana lontana”.

Tranquilli di nuovo:

nessuna dotta disquisizione, solo una breve, brevissima, dichiarazione d’amore:

Tutto è iniziato nel vecchio cinema POLITEAMA di Arezzo, spettacolo delle 15.00.

Nulla, dopo, è stato più lo stesso...

Uscito di là volevo assolutamente un MILLENIUM FALCON.

Ditemi come si fa a non desiderare un aggeggio che:

ha fatto la rotta di Kessel in meno di 12 parsec! Ha lasciato dietro le navi più veloci della galassia, non quelle commerciali, ma i più veloci mezzi militari dell'Impero, supera di 0,5 punti la velocità della luce ...”

E anche se non so cosa sia un fattore 0,5 della velocità della luce e nemmeno che cosa c'entri un’unità di misura di distanza (il parsec) usata come unità di tempo, continuo a volerne, assolutamente, uno tutto mio.

Sono passati quasi 40 anni da allora e, irrimediabilmente nerd, ancora mi sorprendo a far finta di aprire le porte automatiche “usando la forza”.

Probabilmente il film non piacerà a tutti, qualcuno rimarrà deluso, qualcuno lo amerà, qualcuno lo odierà.

Comunque sia, meno male che, finalmente, la forza si è svegliata!

Di nuovo…

 

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Il pensiero unico

Lun, 14/12/2015 - 14:45 -- Fabio Borselli

 

L’immagine non l’ho scelta a caso e spero che colpisca come ha colpito me.

Ho, da sempre, una sacrosanta avversione per dogmi e verità rivelate.

Ho, da sempre, una sacrosanta ammirazione per gli innovatori.

Ho, da sempre, un sacrosanto rispetto per chi “ci mette la faccia”.

Tutto questo è parte integrante, anzi, è il vero “core” della mia filosofia di allenatore (e di vita, dire).

Ed è tanto vero che sul desktop del mio computer campeggia la foto di Dick Fosbury che, oltre a rappresentare la sintesi di quello che ho appena detto, mi serve anche come “reminder”.

Purtroppo se mi guardo intorno, però, vedo e sento solo dogmi e certezze, solo formule preconfezionate e soluzioni standard, solo ripetizioni di “quello che si è sempre detto e fatto”, senza che sorga, il seppur minimo, dubbio.

Conosco insegnanti eccezionali, così come conosco allenatori eccezionali, capaci di mettere lo studente o l’atleta al centro del processo di apprendimento, capaci di essere “facilitatori” di quell’apprendimento anziché essere “unici depositari del sapere”, capaci di lasciare che studenti ed atleti trovino la strada da soli e scoprano da soli le proprie soluzioni.

Il tutto senza che la loro competenza e autostima, come educatori e come persone, venga messa minimamente in discussione:

non hanno bisogno di dimostrare quello che sanno… Lo mettono a disposizione, lo rendono fruibile…

Purtroppo questa eccezionalità non è la regola.

Purtroppo si continua a voler “conformare” la risposta di chi sta imparando a quella nella testa di chi insegna.

Io sono solo un allenatore e da sempre sono convinto che questo voglia dire essere anche un educatore (ma, soprattutto, un “influenzatore”) e sono sinceramente spaventato da questo voler “inscatolare” tutto in confezioni precise e asettiche, in “fondamentali” precisi e rigorosi, in “risposte standardizzate”, aggiungerei eterne e immutabili.

Basta guardarsi intorno:

Il mondo cambia con una rapidità impressionante…

Non sono del tutto sicuro che il mondo sportivo faccia altrettanto.

Ecco perché Dick Fosbury continuerà ad occhieggiarmi dallo schermo del mio computer.

Ecco perché cerco, sempre e comunque, di esercitare il sano “diritto al dubitare”, di tutto.

Ecco perché detesto profondamente il pensiero unico.

Io la penso così, ma, lo ripeto, sono solo un allenatore, per carità, niente a che vedere con mestieri più importanti:

 in fondo è solo sport…

 

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Mal di pancia

Lun, 07/12/2015 - 11:55 -- Fabio Borselli

 

C’è una cosa che succede spessissimo a chi fa l’allenatore di baseball o di softball:

dover prendere decisioni immediate, senza che ci sia modo di riflettere troppo (spesso, anzi, per nulla…) sulla base di non si sa bene quale “ispirazione” o “intuizione”.

C’è qualcosa nella pancia di noi allenatori che, a un certo punto, scatta e ci fa saltare sulla panchina per correre fuori, che sia per sostituire il lanciatore, per cambiare una disposizione, per dare un segnale, per una giocata diversa da quella programmata.

Quante volte è capitato?

Credo che ogni allenatore ricordi almeno un centinaio di situazioni in cui ha dato ascolto alla pancia e altrettante in cui ha deciso, invece, di ignorarla.

Nella mia mente, per esempio, continuo a rigiocare partite che sono finite male perché o non ho ascoltato la mia pancia o perché non “ho fatto in tempo” a mettere in atto quello che sempre lei, la pancia, mi suggeriva.

Ma cosa è quel brontolio che ci agita e che ci fa pensare a dei cambiamenti o a delle decisioni improvvise che, viste da fuori sembrano impulsive ed estemporanee?

È solo ed esclusivamente intuito?

E se lo è, cos’è, davvero, l’intuito?

Secondo me è un tipo di “intelligenza” che  riesce a  superare le apparenze, e fa percepire quello che non è immediatamente tangibile e permette di utilizzarlo per indicare la “direzione giusta”.

L’intuizione, sempre secondo me, non segue le ferree regole e la logica della ragione, e per questo è più rapida, immediata e inconsapevole.

Per questo credo che seguire la pancia voglia dire, essenzialmente, fidarsi delle proprie percezioni emotive, ma che questo non sia così irrazionale come potrebbe sembrare:

quello che ci suggerisce l’intuizione è frutto di una logica alternativa, che elabora tutte le informazioni che riceviamo dall'ambiente tramite una “intelligenza emotiva e intuitiva”,  capace di fornire adeguate soluzioni senza che, apparentemente, ci sia bisogno di ragionamento.

Il ragionamento invece c’è, ma si tratta di un tipo di ragionamento che proviene dal corpo e che si palesa come quella sensazione vaga e impossibile da descrivere, ma al tempo stesso solida nelle sue convinzioni, così solida che è impossibile non dargli ascolto.

E allora com’è che guardando indietro alla storia delle nostre decisioni, non riusciamo mai a trovare qualche esempio di “scelte emotive” e riusciamo, invece, a ricondurle, quasi tutte, a solide motivazioni logiche e razionali.

La spiegazione che la nostra mente cosciente riesce sempre a trovare, a posteriori, le ragioni per giustificare le decisioni prese inconsciamente, non è sufficiente a spiegare la reticenza ad accettare quella “intelligenza emotiva” che, partita dopo partita, si è affinata con l’esperienza e ci fa percepire, prima che succeda, quello che sta per accadere.

Ho imparato, a mie spese purtroppo, a fidarmi della mia “vocina interiore”, della “mia pancia”:

durante gli incontri, quando “sento dentro” che devo prendere una decisione non mi pongo più il problema della logica e seguo il mio istinto, ben sapendo che se non lo facessi, avrei un’altra partita da aggiungere alla lista di quelle “da rigiocare”, ossessivamente, nella mia mente.

 

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Lun, 30/11/2015 - 18:14 -- Fabio Borselli

 

 

A scanso di equivoci, nonostante il titolo un po’ pomposo, questa è una semplice riflessione nata in un freddo sabato pomeriggio e non una “lectio magistralis” sull’argomento.

Scena:

piccolo parco giochi all’aperto, uno di quei “non luoghi” in cui,  per aiutare la motricità dei piccoli umani dell’epoca del vetroferrocemento, pedane di legno, corde, catene, cavi e colori brillanti hanno sostituito gli “attrezzi da strada e cortile” cui ero abituato io (alberi, marciapiedi, fossi…).

In questo scenario una coppia senza età si avvicina al percorso d’equilibrio (simile a quello della foto) un groviglio di cavi, tronchetti e catene, costruito e pensato per aiutare a sviluppare equilibrio e coordinazione.

La copia si ferma a parlare vicino alla struttura e la giovane donna appare subito interessata “all’aggeggio”, del quale, chiaramente, non riesce a interpretare immediatamente la funzionalità.

Dopo una serie di domande che, si capiva chiaramente, non hanno avuto risposte esaurienti, la ragazza in questione molla la borsetta al suo compagno e, in tacchi e gonna, sale sul primo tronchetto.

Studia per un attimo la questione e poi comincia, incerta, a muoversi sul percorso:

prova gli appoggi, cerca la presa migliore e a poco a poco la sua avanzata diventa sicura e precisa, fino a giungere rapidamente e agilmente in fondo al “ponte tibetano”, risolvendo, rapidamente e agevolmente, il problema dello scarso equilibrio che l’incastellatura genera a ogni passo.

“Bella forza!” - potrebbe dire qualcuno - “è un adulto che si muove su un gioco strutturato per dei bambini, per forza che è riuscito a completare il percorso senza problemi!”

Non voglio entrare nel merito della reale utilità del gioco che, probabilmente, non rappresenta una sfida “incrementale” nemmeno per i bambini che, dopo una serie, presumo non troppo lunga, di ripetizioni se ne stancano facilmente, considerandolo “troppo facile”.

Voglio invece condividere questo pensiero che mi è balenato alla mente osservando la scena:

la giovane donna che ha affrontato, evidentemente per la prima volta, il “percorso equilibrio” è paragonabile, senza “se” e senza “ma” ai bambini e bambine che approcciano il baseball e il softball.

Mi spiego:

sia a lei che ai bambini si presenta lo stesso esatto problema che è quello di risolvere un “compito motorio” sconosciuto e mai affrontato prima.

Se prendiamo, ad esempio, l’abilità “tiro” necessaria per il gioco del baseball e analizziamo le “istruzioni tecniche” che gli allenatori danno ai principianti per “insegnare il giusto fondamentale” scopriamo che le indicazioni sono quasi tutte “prescrittive” e che cercano di conformare la risposta del soggetto al “modello esecutivo” che l’allenatore stesso vede come “perfetto”.

La giovane donna che ha affrontato il “ponte tibetano” ha invece risolto il suo compito elaborando una riposta individuale e personale senza che questa dovesse corrispondere ad un “modello ideale di prestazione”.

La Scienza, quella con la “S” maiuscola, ha da tempo dimostrato che gli apprendimenti fatti assecondando la modalità “imitazione-elaborazione-prova-errore-analisi…” è quella più funzionale per l’essere umano:

genera risposte che diventano sempre più precise e meno dispendiose dal punto di vista energetico e, soprattutto, le rende “adattabili” al variare della situazione, senza imprigionare in risposte stereotipate che, spesso, perdono di funzionalità.

Per non parlare, poi, della gioia che c’è dietro la scoperta, dietro la consapevolezza, di “esserci riusciti” da soli.

Allora mi chiedo:

perché nello sport si fa così fatica a uscire dalla visione dell’allenatore, del tecnico, come unico mediatore tra il “problema motorio” e l’atleta?

Perché non far diventare l’allenatore un “agevolatore di apprendimento”, capace di proporre attività che, stimolando la ricerca di soluzioni individuali, sviluppino negli atleti una “consapevolezza motoria” (e quindi, in ultima analisi, tecnica) diversa e più significativa per loro?

Penso che, probabilmente, è giunto il momento di  ripensare la figura e le competenze dell’allenatore che, come dico spesso, dovrebbe riuscire a smettere i panni dell’appassionato e diventare uno scienziato dello sport.

Tutto questo al parco, di sabato pomeriggio…

 

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Lun, 09/11/2015 - 11:28 -- Fabio Borselli

 

INDICAZIONE METODOLOGICA:

leggere il seguente post ascoltando la romanza “Recondita Armonia”, dalla “Tosca” (qui il link).

 

Questo non è il post che avevo scritto per oggi…

Succede che visitare, quasi quotidianamente, i pochi siti in italiano dedicati al baseball sia diventato un punto di impegno:

conosco la fatica e il lavoro (e le spese…) necessarie per gestire una pagina web, che mi sembra giusto contribuire, anche con un semplice click.

Finisce che “faccio un giro di ispezione” toccandole tutte. Anche quelle che pubblicano spesso cose che, a ben riflettere, mi interessano poco.

Stamattina sul sito “My Baseball” ho trovato un post (qui il link) commentato dall’amico Ozy Miani.

Coach Miani è stato spesso ospite dello SPEAKER’S CORNER di SOFTBALL INSIDE e condivido molti dei suoi pensieri e delle sue idee riguardo “il baseball (e il softball), l’universo e tutto quanto” (i più attenti si saranno accorti della mia gustosa parafrasi che cita il mai troppo compianto Douglas Adams e la sua famigerata “Guida Galattica per Autostoppisti”).

Sono anche molto allineato con il suo non essere allineato.

Per questo, leggendo il suo commento, sono rimasto colpito dalla sua “seriosità”, ben diversa dalla “serietà ironica e scanzonata” alla quale mi ha abituato.

Ecco perché ho deciso di rispondergli, addirittura riscrivendo il post di sana pianta:

 

caro Ozy, mi dispiace, ma questa volta non condivido quello che dici.

Chiedi a gran voce che ci siano “adulti” a “gestire soldi, fatica, stress enti pubblici, trattorino e pulmino, sennò i VERI bambini di otto anni, come fanno sport?”

Ma cosa ti fa credere che chi legge fumetti, gioca a “Board of Dream”, colleziona pupazzetti o figurine sia meno adulto?

Come puoi usare la parola “bambino” come sinonimo di “immaturo” o “superficiale” o, spero di sbagliarmi, “stupido”?

Mi figlio ha 15 anni e legge manga (“al contrario”, naturalmente)…

A me non piacciono, ma tutti, ripeto tutti e con buona approssimazione, i ragazzi e le ragazze li leggono…

A me non piacciono ma…

Se voglio avere argomenti in comune con loro, se voglio avere una speranza di interessarli al baseball e al softball, non posso pensare di ignorare quella che è la loro realtà.

A me non piacciono, ma se in una lezione di baseball a scuola, GIACOMINO, mi cita “Devil Man” e GIACOMINA, invece, “Naruto”, sapere chi sono mi aiuta a entrare in sintonia con lro.

Magari non serve, magari finisce che GIACOMINO giocherà, comunque, a polo nella sua vita, ma sapere che il suo “maestro di baseball” si interessa al suo mondo potrebbe fare la differenza…

Perché perdere l’occasione? Solo perché i fumetti sono “roba da bambini”?

Io ho scoperto il baseball grazie ai PEANUTS e sarei orgoglioso di scoprire che grazie a CASA BASE anche un solo bimbo (o bimba) ha deciso di prendere il guantone in mano.

Credo che lo stesso valga per l’amico Marco Pieri e per il suo “Board of Dream”.

Caro Ozy, io leggo fumetti (pensa che ne scrivo addirittura uno mio…), gioco a “Board of Dream”, colleziono gadget ma, nel contempo, alleno, organizzo, gestisco attività molto, ma molto, seriamente.

Mi ritieni forse meno adulto?

Ritieni che il mio lavoro, all’interno del movimento, perda efficacia perché quando vedo qualcosa che mi fa soffermare a guardare, in giro per campi  (e non solo), la volgo in commedia dentro un striscia a fumetti?

Credo di essere una persona seria e di fare un buon lavoro.

Credo che il nostro mondo (quello del baseball e del softball) sia pieno di persone serie che fanno un buon lavoro, come credo che ci siano persone anche troppo serie che fanno, invece, un pessimo lavoro.

Credo che se ogni tanto, tutte queste persone serie, si fanno una risata mentre leggono un fumetto o  tirano dei dadi, la qualità del loro lavoro possa migliorare.

Certo, mi posso sbagliare eh?

Io credo che l’obiettivo sia portare 1.000.000 di GIACOMINI e GIACOMINE ad avvicinarsi al baseball e al softball e che per farlo un fumetto, un film, una figurina possano servire come e quanto una lezione in palestra.

Spero di non essere diventato troppo serioso e spero che Ozy, utilizzando il suo noto superpotere della sintesi, mi risponda e mi dica che l’ho frainteso e che lui è arrabbiato solo perché “lo disegnano così”.

Mentre aspetto mi infilerò nel mio sgargiante costume e, dopo un veloce controllo ai miei lancia ragnatele, me ne andrò un po’ in giro a pattugliare la città, proteggendo gli ignari cittadini…

 

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