filosofia

La felicità non è nel risultato

Lun, 24/11/2014 - 09:36 -- Fabio Borselli

Fino a stamattina non avevo idea di chi fosse Unai Emery, allenatore del Siviglia, squadra di football (non americano…) che fa parte della LIGA, la prima serie del campionato di calcio, in Spagna.

Su di lui ho letto un interessante articolo pubblicato sul web dalla rivista online “Ultimo Uomo”, dedicata, appunto al mondo del pallone.

Emery viene definito, nell’articolo, “un allenatore ossessivo e con una filosofia dell'adattamento che sta risultando vincente”.

Oltre al titolo dell’articolo, “La felicità non è nel risultato”, molto interessante ed evocativo e che vorrei commentare, voglio anche riportare questa sua frase, che mi ha molto colpito:

“gli errori ci sono, impossibile prescindere dagli errori, ma allora che gli errori entrino a far parte del processo di crescita. Si ritorna quindi al processo di crescita come vera gioia di un allenatore”.

Naturalmente sono parole che si riferiscono al suo lavoro di allenatore di squadre evolute, di altissimo livello, i cui giocatori sono, nella maggior parte dei casi maturi al punto giusto da avere, quasi del tutto, esaurito il proprio percorso “di formazione” e pronti, per questo, a fornire la massima prestazione possibile.

Sono però frasi POTENTI, che rappresentano una filosofia dello sport che trascende il livello degli atleti che si allenano:

a proposito della “vittoria che non dipende dal risultato” penso che fare sport, anche se necessita di immane fatica solo per effettuare il tentativo di raggiungere risultati di alto livello e che questi non siano garantiti, sia fonte di divertimento.

Credo anche, però, che il divertimento non sia, e non debba essere, solamente quello che si ottiene quando si vince.

Mi spiego, se l’atleta, l’allenatore, condizionano il proprio “divertimento”, la propria “felicità”, solo ed esclusivamente al risultato finale della partita, rimanderanno al termine dell’incontro il giudizio su quello che hanno fatto “durante”, perdendosi la gioia del “giocare qui e adesso”, che è ciò che rende lo sport una meravigliosa avventura.

Una delle frasi che uso, forse anche troppo spesso, per dissuadere i giocatori dal valutare la propria prestazione SOLO dalla vittoria o dalla sconfitta è:

“se guardate SOLO il tabellone, alla fine, vedrete SOLO il tabellone”, a significare che se si considera come unità di misura l’aver vinto o perso si rischia, poi, di “perdere per strada” tutto quello che, sia esso buono o meno buono, viene fatto durante la gara.

In uno dei film della serie Pirati dei Caraibi, l’attore Johnny Depp, fa dire al suo personaggio, il capitano Jack Sparrow: “Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”, e se lo dice Johnny Depp…

Coach Emery ha le idee chiarissime su quello che significa ERRORE, tanto chiare da considerarlo parte integrate del processo di formazione dell’atleta.

Io condivido questa visione, aggiungo soltanto che l’errore, di per se, spaventa molto di più gli allenatori che gli atleti e che questa paura  porta, spesso, gli allenatori, a non lasciare il giusto tempo perché l’errore venga superato dall’atleta stesso.

Credo che ogni individuo abbia bisogno dei “propri tempi”, prima di tutto per capire quello che sta facendo e quello che sta sbagliando e, poi, per trovare la soluzione.

Compito dell’allenatore è, secondo me, prima di tutto fornire le conoscenze giuste ed i mezzi per utilizzarle, lasciando che l’atleta, il giocatore, trovi la sua strada in autonomia, per poi aiutare a costruire sul risultato ottenuto, nuove conoscenze.

Sono rimasto molto colpito dallo scoprire che, in un’ambiente, come quello del calcio professionistico, apparentemente dominato da logiche economiche tali da  mettere in discussione la sua reale appartenenza al mondo dello SPORT, ci possa essere spazio per allenatori che, pur con i distinguo della loro situazione oggettiva, pensano e lavorano come fa (o dovrebbe fare) un allenatore di settore giovanile, in qualsiasi altro sport.

Concludo con un’altra citazione di Emery:

“la partita la si può anche perdere, ma che sia per il talento avversario, non per la loro maggior voglia o preparazione”.

Inutile dire quanto la condivido.

 

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Cent'anni di solitudine

Lun, 27/10/2014 - 08:46 -- Fabio Borselli

Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”, finisce così il capolavoro di Gabriel García Márquez…

Ora, credo che la persona più sola del mondo, in una squadra di softball, sia l’allenatore.

Non è difficile riconoscerlo, in disparte, nel suo angolo della panchina, circondato, se è fortunato, dai suoi pochi “bravi” (coach, scorer e poco più), gli stessi che prima del “famigerato” terzo canto del gallo saranno pronti a lasciarlo in balia degli eventi.

L’allenatore, colui che è destinato ad essere “IL” capro espiatorio da sacrificare alle Divinità del softball se le cose non vanno bene e l’unico che nelle foto guarda da un’altra parte, se capita di vincere.

E pensare che, in principio l'allenatore, semplicemente non c'era:

era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o diritto di nascita ne era il capitano, ad impartire ordini e a fare la formazione, salvo poi appassionarsi e cominciare (quale illusione...) a pensare di poter essere l’uomo del destino, la “forgia” che trasforma gli uomini in eroi.

Eccolo così trasfigurato nell’allenatore.

Un dilettante (nel senso che “si diletta” ad allenare e che quindi, per questo, non lo pagano) ma che, poi, tanto dilettante non è visto che si è sciroppato corsi, abilitazioni, clinics, in un parossismo di centri di preparazione olimpica, autogrill, stanze condivise con compagni di viaggio dal sonno pesante e dal russare poderoso, investendo in tutto ciò l’equivalente del PIL di una repubblica caraibica di taglia media.

Ha poi passato notti insonni  a perfezionare e rielaborare ed ancora perfezionare programmi d’allenamento, ha girato per campi per vedere le amichevoli degli avversari, letto, studiato, digerito.

Questo uomo picaresco, lo si riconosce subito anche dall’abbigliamento:

è quello che ha, sempre, la tuta diversa dal resto della squadra (ed anche se la avesse come gli altri sarebbe della misura sbagliata) primo perché è un maschio e poi perché, quando arriva in squadra i dirigenti gli dicono: “aspettiamo le tute nuove, che per ora son finite”… Prima che gli forniscano un giacchetto per ripararsi dall’acqua bisogna aspettare il passaggio dei monsoni e per avere (eresia) un paio di scarpe deve ostentare per alcune settimane vecchie Superga sfilacciate, con vista ditone.

Per riuscire a farsi offrire una birra gratis, al bar del campo (non esageriamo, eh!), ci vogliono almeno due vittorie per non parlare di aver diritto ad un sorriso, per il quale occorrono mesi di applicazione.

A casa, poi, ci sono notti insonni ed agitate, fame compulsiva, assenze, distrazioni, inappetenza di nuovo compulsiva, che si accompagnano a veri stati d’allucinazione nelle notturne,  febbrili vigilie delle, immancabili, partite verità.

Dalle giocatrici non si deve aspettare nessun aiuto:

sono cordiali, affabili, fanno complimenti e lo chiamano con nomignoli affettuosi solo nella speranza di giocare, se sono riserve, o per il timore di essere relegate in panchina se sono titolari. Tutte lo fanno, comunque, sempre e soltanto per sperare in minori fatiche ed ottenere favori o favoritismi.

E non importa se trotterellano allegramente durante i giri del campo e se le palle rimbalzano nel guanto o volano alte oltre la recinzione perché devono chiacchierare, loro hanno sempre qualche scusa pronta o, nella versione più evoluta, qualche minaccia, del tipo:

“mica sono una  professionista”, “ho un sacco di cose per la testa” , “sei un fanatico”, “ce la sto davvero mettendo tutta”, “tu mi tratti così ma sappi che l’Atletico Borgotrecase mi vuole e mi ha cercato”.

Non bisogna nemmeno farsi illusioni se sembra che le cose vadano bene  perché, prima o poi, questo si rivelerà un pericoloso boomerang:

basta un campionato vinto ed ecco che il tapino, che si convince di avere  diritto ad un futuro fatto di fiducia ed entusiasmo, comincia ad immaginare anni felici e la possibilità di “cambiare quello che non va”.

È un errore imperdonabile.

Gli stessi dirigenti, i (pochi) tifosi che in ottobre festeggiavano la promozione come se in campo fossero scesi loro, a metà aprile, a stagione a malapena iniziata (e la tuta ancora non si vede…) sono pronti a “dimissionarlo” perché: “quest’anno ha perso mordente”.

Basta una sconfitta inopinata contro la solita Dinamo Riotortodisotto che, complice la delazione di alcuni giocatori, il malcontento inizia a serpeggiare insidioso. Non sono certo gli errori “di guanto” ed i lanci al rallentatore,  a far perdere le partite, e nemmeno la lentezza generale o il non prendere i segnali: “è lui, è colpa sua, con i suoi metodi, con le sue idee bislacche, proprio non ci divertiamo”.

A questo punto, per lui, sarebbe meglio andarsene, sarebbe anche meglio essere cacciato, che rimanere ancora più solo, senza giacchetto, con le scarpe bucate e la tuta diversa (sempre che, alla fine, sia riuscito ad averla…) senza un cane che lo saluta, senza più abbracci e senza nomignoli...

Ma se tutto questo è vero, ed è vero, senza possibilità di smentita, perché continuiamo a farlo?

Perché continuiamo a stare li, in quel posto solitario, sotto gli occhi sornioni e bugiardi di quelli che, loro si, saprebbero come fare, come gestire, chi far giocare?

Lo facciamo perché ci sono momenti in cui, anche se la solitudine è totale e opprimente, il tempo sembra fermarsi: cominciano a succedere cose che le persone intorno a te riusciranno a capire soltanto “dopo”, mentre tu già sapevi, “da prima”, che sarebbero successe.

E quando saranno pronte a reagire, o penseranno di poterlo fare, questo accadrà esattamente un secondo dopo che tu avrai già deciso cosa fare e lo avrai, anche, già fatto.

È quel secondo, davvero, che cancella tutto il resto.

 

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Age quod agis

Lun, 20/10/2014 - 08:44 -- Fabio Borselli

“Age quod agis” è un proverbio latino che tradotto letteralmente vuol dire: “fa quello che fai”, e che ri-tradotto in sportivese, diventa “Mettiti in gioco”.

Che poi vuol dire che quando si fa una cosa, qualsiasi cosa, bisogna fare proprio quella cosa lì, ed in quella cosa lì che si sta facendo, mettere tutto se stesso: la testa, il cuore, le mani, i sentimenti… Insomma, tutto quello che si ha.

Perché se una cosa la si fa con tutto l’impegno possibile, quella  esperienza arricchisce, che si riesca o che non si riesca, che si vinca o che si perda, in questo modo, alla fine, sia che il risultato raggiunto sia grande o che sia piccolo, questo diventa, comunque, significativo.

Da questo punto di vista credo che la sterile ed abusata polemica che, periodicamente, percorre il mondo dello sport tra i fautori della “competizione” e quelli dell’”importante è partecipare”, abbia ben poca ragione di esistere:

prima di tutto perché il termine “competizione” vuol dire tante cose, ma io credo che non c’entri niente (o almeno non quanto comunemente si crede) con il “vincere” e poi perché le parole SPORT e COMPETIZIONE sono, sempre a mio parere, sinonimi in senso lato.

Al contrario dire “basta partecipare”, soprattutto se a praticare lo sport sono i bambini, assume troppo spesso il significato di “deve essere SOLO divertente”.

Parlando di attività giovanile, questo genera la convinzione che, l’unica scelta possibile sia tra la RICERCA DELLA VITTORIA e la PARTECIPAZIONE PER DIVERTIRSI.

Nulla di più sbagliato!

La situazione è molto più complicata di così!

Io non ho mai visto un bambino che si diverte perdendo, anzi sono sicuro che perdere, e perdere spesso, fa associare la sconfitta alla frustrazione e aiuta a costruire convinzioni depotenzianti che, nella maggioranza dei casi, porta all’abbandono.

Ma anche la vittoria, potrebbe essere accompagnata da sensazioni e sentimenti negativi che, a lungo andare, potrebbe portare lo stesso risultato di rifiuto dello sport.

Il concetto da cui deve partire un’analisi corretta della “competitività” è che, forse, la vittoria non è lo scopo primario, o che almeno occorre definire con precisione cosa si intende per vittoria e capire che questo significato cambia di volta in volta.

Credo che il reale significato di COMPETERE sia l’AFFRONTARE DELLE SFIDE e che queste possano essere, di volta in volta, semplici, difficili o irrimediabilmente impossibili da superare.

E’ chiaro che questo pone l’allenatore, insieme a quanti si occupano del gruppo o del singolo atleta (genitori, società, federazioni) davanti alla scelta di utilizzare la competizione non come fine a se stessa ma come parte del processo di crescita e formazione dell’individuo che pratica sport. In questo modo la competizione non è solo la partita o la gara, ma diventa parte integrante delle sedute di allenamento, sia come contenuto specifico, che come “tema di fondo”.

Gareggiare, misurasi, nello sport è fondamentale:

se vogliamo educare dei competitori è indispensabile che giochino e che gareggino da subito, ma bisogna pensare a competizioni o gare EQUILIBRATE, in cui l’avversario sia impegnativo. ma non troppo facile o impossibile da battere, gare che mettano in evidenza il processo di formazione e che aiutino a consolidare quanto appreso. gare che servano a verificare se la rotta tracciata è giusta o se servano degli aggiustamenti.

È necessario, di volta in volta, caso per caso, che l’obiettivo della gara sia ben chiaro nella mente dell’allenatore e, specialmente, degli atleti e che questo possa non essere il "semplice" superare l’avversario, bensì il raggiungimento di una traguardo svincolato dal risultato finale, che sia  individuale o di squadra.

È poi estremamente importante parlare della SCONFITTA, che è possibile, sempre, quando si gareggia o ci si misura:

rendere la sconfitta una possibilità e metterla nella giusta prospettiva aiuta gli atleti (anche quelli meno giovani) a considerarla come parte integrante del processo, annullando la carica negativa che una battuta d’arresto, se non ben compresa, possiede.

Credo che nello sport gareggiare sia inevitabile, ma credo anche sia fondamentale capire che “gli altri” non sono il nemico da battere, da annullare, da umiliare, ma punti di riferimento e compagni di viaggio e che gareggiare con loro ha, ogni volta, il significato ed l’importanza che “io” decido di dargli.

E potrei andare avanti...

Ora tutto questo è difficile e complicato e presuppone che chi lavora con i giovani sappia esattamente qual è la rotta da tenere per raggiungere quello che io ritengo essere il vero obiettivo finale: la piena maturazione dell’atleta.

Ma, d’altra parte, chi ha mai detto che fare l’allenatore sia un mestiere facile?

 

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Il nono difensore

Lun, 13/10/2014 - 07:57 -- Fabio Borselli

Ho visto molte squadre, anche ottime squadre, perdere partite per un pessimo tiro della lanciatrice verso la prima base.

Ancora, negli anni, ho sentito un sacco di opinioni riguardo la capacità delle lanciatrici di essere anche dei buoni difensori.

Premetto che sono un convinto assertore della necessità di avere pitcher che, una volta lanciata la palla, nella malaugurata ipotesi che questa venga ribattuta, debbano essere in grado di raccoglierla e tirarla, forte e precisa, ad ogni base sia necessario, o anche, capaci di decidere di non tirare.

Dico questo perché non riesco a concepire la posizione della lanciatrice se non come quella di un giocatore completo, che oltre al suo compito specifico, individuale, deve anche giocare insieme alla sua squadra, coralmente.

Quando sento parlare di lanciatrici che NON POSSONO anche essere dei buoni difensori perché il ruolo è cosi specializzato ed impegnativo che non rimane tempo per l’allenamento in difesa, mi viene da pensare che sarebbe come allenare i catchers a prendere e bloccare i lanci ma non farli lavorare su quello che viene dopo la ricezione…

Ripeto, ho sentito un sacco di teorie, ma rimango della mia idea:

la lanciatrice DEVE saper giocare come difensore, senza se e senza ma, per questo è NECESSARIO programmare, nei piani di allenamento, del tempo per allenarla a gestire le palle battute.

Allenare le lanciatrici a giocare in difesa, oltre a migliorare l’efficienza complessiva della squadra, permette anche di renderle molto più selettive sui “rischi da prendere” quando una palla non agevole da controllare è battuta verso di loro.

Generalmente voglio che le mie lanciatrici sappiano raccogliere i bunt effettuati direttamente verso di loro e, se sono destre, provare a raggiungere anche quelli verso la  prima, quando il prima-base fosse, per qualsiasi motivo, in ritardo. Se sono mancine, vista la difficoltà aggiuntiva nel doversi girare completamente per il tiro, preferisco lasciare ai difensori agli angoli il compito di raccogliere le smorzate non dirette alla lanciatrice.

Su palla battuta verso di loro, per prima cosa, do una semplicissima indicazione:

“la lanciatrice deve provrea a prendere SOLO le palle che passano all’interno del cerchio intorno alla pedana, avendo l’accortezza di NON tentare nemmeno se la battuta è FUORI dal cerchio”.

Questo per evitare che il tentativo DEVII la palla dalla sua traiettoria originale mettendo “fuori tempo” l’interbase o il seconda-base.

Quando le lanciatrici diventano più esperte questa indicazione viene integrata ed ampliata:

“la lanciatrice NON deve provare a prendere le palle battute dal lato del suo braccio di lancio (verso l’interbase per le lanciatrici destre, verso il seconda-base, nel caso di anciatrici mancine)”

Questo perché il naturale proseguimento del movimento di lancio le porta, spessissimo, ad essere sbilanciate verso il lato del guanto, rendendo difficile il raccogliere la palla in contro-guanto ed aumentando, come già detto, la possibilità di un DEVIAZIONE.

Dare semplicemente indicazioni, naturalmente, non basta.

Programmare attentamente l’allenamento della lanciatrice in difesa, oltre ad integrarla con le compagne di squadra per evitare che non si muova in armonia con le stesse nelle situazioni in cui CHI deve giocare la palla battuta non è immediatamente individuabile, permette alle stesse lanciatrici l’esatta comprensione del proprio “raggio di azione”, cosa che le aiuterà a “non provare a mettere il guanto” su certe battute.

Personalmente impiego le lanciatrici quando lavoro sulla difesa del bunt e non manco mai di farle lavorare sulla raccolta di rimbalzanti e successivo tiro sulle basi (tutte le basi, perché non si sa mai…), al pari di tutti gli altri interni. Non tralascio nemmeno di farle allenare sui propri movimenti e coperture quando gli esterni lavorano ai tiri sulle basi.

Tutto questo vale, a maggior ragione, quando si tratta di allenare squadre giovanili, ma in questo caso, visto che la specializzazione non dovrebbe essere così esasperata come nelle squadre seniores, le lanciatrici dovrebbero già allenarsi per ricoprire anche gli altri ruoli difensivi.

 

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La vita per conto dei figli

Lun, 06/10/2014 - 10:16 -- Fabio Borselli

“I figli ci danno grandi soddisfazioni!”

Come si può non essere d’accordo con questa semplice affermazione?

Da quando sono genitore ho gongolato (più o meno segretamente) per ogni singola conquista del “mio bambino”, soffrendo invece (più o meno in silenzio) per ogni suo, per quanto minuscolo, fallimento.

Quando i nostri figli hanno successo, diciamolo francamente, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, spesso diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono e quando i figli diventano un nostro prolungamento possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance, la possibilità di riuscire a coronare, per interposta persona, i NOSTRI sogni.

Ecco che, d'un tratto, tutto gira intorno a noi, più che intorno a loro, ed ecco che la nostra felicità inizia a confondersi con la loro...

Quando questo succede il “carico emotivo” che viene riversato sulla testa, ignara, del “piccolo fenomeno” o supposto tale, diventa un problema:

le aspettative diventano gigantesche e, qualche volta, non si riesce più a capire se a desiderare qualcosa, qualsiasi cosa, sia il figlio, il genitore o il figlio per non deludere il genitore…

Oltre a questo, però, c’è dell’altro:

siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, che cadano, che commettano errori, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma, è risaputo, che le avversità fanno parte della vita e che non c’è apprendimento senza tentativi a vuoto ed errori, solo affrontandoli i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti, nella vita da adulti.

Ragion per cui, anche se risolvendo i loro problemi e stemperando le loro ansie sembra di far loro un favore, in realtà, secondo me, non stiamo facendo altro che ritardare la loro crescita:

siamo così preoccupati, così predisposti ad impedire che soffrano che si prediligono i benefici a breve termine, eliminando ogni possibile situazione di disagio, piuttosto che pensare  al loro “benessere” nel lungo periodo.

Parlando sempre da genitore, se c'è una cosa che spero di non aver sbagliato e di continuare a non sbagliare con il mio “giovane virgulto” è il non cercare di sostituire il mio IO al suo NUCLEO ESSENZIALE.

Non c’è nessuno, di questo sono profondamente e sicuramente convinto, che sia in grado di imporre una personalità ai proprio figli, che sia capace di trasformare un individuo in un altro, visto che la vera essenza di ciascuno troverà, comunque , la strada per venire fuori.

E’ vero, però, che i bambini cercano gratificazioni a breve termine, e tocca a noi come genitori cercare, o almeno provare a farlo, di vedere più lontano.

Noi, anche se questo può sembrare triste, sappiamo che ciò che avrà importanza quando saranno adulti non sarà quanto forte riusciranno a lanciare una palla, ne se saranno musicisti, aviatori o poeti, se saranno il massaggiatore o il capitano della squadra, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi.

Se vogliamo che la loro personalità si formi, che la loro fiducia in se stessi, la loro forza, la loro resilienza ne facciano degli “adulti felici”, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e scoprano di possedere quell’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte (molto più spesso di quanto crediamo) dobbiamo riuscire a lasciarlo succedere. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse…

La personalità, la fibra morale, la bussola interiore, la capacità di credere in se stessi... sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice e sono assolutamente sicuro che contano più di qualsiasi bel voto a scuola, di una medaglia o di un posto in prima fila ottenuto senza lottare.

Ma tutto questo con lo sport e con l’allenare cosa c’entra?

 

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Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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Lun, 07/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo di questo post agli Utopia, la rock band guidata da Todd Rundgren: l’album in questione è uscito nella mia, ormai lontana, adolescenza e l’ho suonato, a tutto volume sul mio giradischi, per tantissimo tempo.

Da allenatore ho spesso la sensazione di essere, purtroppo, sul pianeta sbagliato...

Io sono un allenatore “severo”… dicono, e forse lo sono davvero...

Prima di tutto vorrei fare una digressione:

se li Interroghiamo sul perché abbandonino la pratica agonistica i nostri giovani, statisticamente, nei due terzi dei casi, ci forniranno motivazioni legate allo studio ed alla mancanza di tempo.

Queste stesse “scuse” (magari artisticamente arricchite) sono le stesse che ci vengono propinate quando gli atleti devono saltare le sedute di allenamento o, addirittura, le gare.

Specialmente quelle legate alla scuola…

C’è una leggenda, perché di leggenda si tratta, secondo me, che tra sport agonistico e carriera scolastico/universitaria ci sia incompatibilità.

Purtroppo c’è, invece, una sorta di “patto scellerato” sancito tra figli e genitori (in cui i figli sono la parte lesa) che si può riassumere con la frase:“se vai bene a scuola... allora...”

In questo “accordo scolastico”, però, non c’è nessun accenno alle aspirazioni del giovane (inteso come individuo) ed alle sue necessità, non c’è, soprattutto, nessun accenno al valore del tempo ed al suo utilizzo come mezzo per la realizzazioni delle stesse aspirazioni.

In questo patto che fine fa il talento di ognuno? O i sogni? O la, passatemi il termine, discrezionalità?

Mi viene da alzare gli occhi al cielo mormorando: “se le persone (e la loro individualità) contassero veramente e le loro qualità venissero coltivate…” Allora, forse, i genitori  potrebbero cercare di capire le inclinazioni dei propri figli e potrebbero aiutarli ad indirizzare le loro energie per coltivarle.

Invece, troppe volte, si sente dire: “Mi basta che…”

E questo sostituisce le idee, i sogni e nessuno, o molto pochi, predicano il “se lo vuoi DEVI provare a farlo”, anzi, le sfide “non importanti” sono viste come una cosa da evitare, da scansare.

In questa logica lo sport “minore”, quello “povero”, che non garantisce la pagnotta a “quelli bravi” è visto come una perdita di tempo e si fa, si pratica fino a che non “ruba tempo alle cose davvero importanti”.

Ho visto, in questi anni, lanciatrici, catcher, interbase, che avrebbero potuto vivere una FELICE “carriera da atleta non professionista”, immolate sull’altare della “laurea a tutti costi”, finire prigioniere in vite da ufficio che non volevano e che continuano a non volere, sognando scivolate e terra rossa.

Non si pensi che non credo nel valore di una carriera accademica, che non abbia fiducia nella scuola, che pensi che la cultura non sia importante.

Ma credo anche che, in fondo, come non tutti possono giocare in seconda base, non tutti debbano, per forza, studiare medicina:

meglio una persona felice, che pensa con la propria testa e che prova a cambiare il mondo che lo circonda cercando di rendere felice chi gli sta vicino, che fa un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, che un medico “per forza”, che sarà, alla fin fine, oltre che una persona triste, anche un pessimo medico.

Detto questo, anzi, proprio per questo io sono un allenatore “severo”!

Sono severo perché sono molto esigente, perché non tollero scelte fatte a metà, perché non ascolto giustificazioni figlie del “potevo ma non voglio”, perché voglio che se qualcuno ha dei sogni faccia di tutto per raggiungerli.

Sono severo perché credo che si possa studiare (imparare a guidare il trattore, allevare le api, suonare uno strumento…) e, contemporaneamente, allenarsi per diventare catcher (esterno destro, prima base…).

Sono severo perché i sogni degli atleti diventano i miei sogni e non gli permetto di dimenticarli.

Sono severo perché, alla fine, voglio, anzi PRETENDO, che ognuno provi ad essere il giocatore migliore che può essere, senza scuse, giustificazioni o autoindulgenza.

Poi.. che allenare significhi, troppo spesso, scendere a compromessi... è, purtroppo, un’altra storia…

 

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Lun, 31/03/2014 - 07:43 -- Fabio Borselli

Devo essere sincero, l’idea di scrivere questo post è nata oggi pomeriggio mentre me ne stavo nel box di terza base a suggerire.

Alla mia squadra (under 21, per la cronaca) era toccato il dugout di prima base e, quindi, ce l’avevo proprio di fronte, mentre alle mie spalle c’era la panchina avversaria.

Alessandro, il mio coach di oggi, oltre che dirigente accompagnatore, era a suggerire in prima e le atlete, in quella panchina, tutte, erano desolatamente sole…

Non che mancasse gente in quel dugout, non che non ci fosse animazione, ma non sono in grado di dire se le giocatrici fossero ancora “in partita” oppure no…

Posso ipotizzare che, visto che la partita era già avviata verso la fine ed il risultato ormai acquisito, non tutte fossero, propriamente, “sul pezzo”.

Dietro di me, invece, nonostante che ci fosse sicuramente meno affollamento (visto che l’altra squadra era schierata in difesa) e che la partita fosse “segnata” sentivo, comunque, oltre ai soliti “suoni da panchina” anche continui “re-indirizzamenti dell’attenzione” da parte degli allenatori:

le solite cose, spiegazioni, chiarimenti, puntualizzazione, rimbrotti...

Credo, anzi ne sono profondamente convinto, che oggi, a me, alla mia squadra, al mio coach, sarebbe servito, indubbiamente, avere in panchina un altro allenatore, che potesse “tenere sott’occhio” la situazione.

Non so se questa figura possa corrispondere al BENCH COACH che sembra essere presente in ogni squadra di Major League. Non so, nemmeno, quale siano, effettivamente, i compiti, del BENCH COACH.

Tornato a casa, per cominciare mi sono documentato:

viene fuori che, prima di tutto, la figura è relativamente nuova e che questo “famigerato” BENCH COACH, nelle squadre del campionato MLB (ed in quelle che, magari non giocano in Major League, ma che lo hanno in organico) fa un po’ di tutto…

Si occupa dello stretching, di controllare le mazze, di monitorare giocatori, sia della propria squadra che avversari, assiste il manager, lo consiglia per aiutarlo a prendere decisioni e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono, naturalmente, differenze di gestione di questa figura tra team e team, ma, in definitiva, mi pare di poter dire che il BENCH COACH è un tuttofare, con competenze tecniche importanti.

Premesso che non è facile per squadre non professionistiche avere uno staff tecnico numerosissimo, premesso anche che questa tendenza è, purtroppo, ancora più evidente a livello giovanile e premesso, infine, che la “sindrome del Manager” è un virus che difficilmente sarà debellato.

Nota esplicativa: la “sindrome del Manager " è quella strana forma di intossicazione che fa ritenere le figure di “secondo”, “coach”, “assistente”, “aiutante allenatore" come una sorta di PARIA della squadra, per cui o si è il MANAGER o non si è nessuno… Con il risultato di vedere, sempre di più, compagini guidate da ONE MAN BAND, che fanno tutto da soli, spesso, neanche troppo bene.

Tutto ciò premesso, dicevo, vorrei spiegare quali sarebbero, secondo me, i compiti del BENCH COACH:

innanzitutto dovrebbe, non solo nelle squadre giovanili, aiutare atlete ed atleti a “rimanere in partita”, mantenendo attivata la “modalità gara”.

Dovrebbe essere, poi, in grado di risolvere eventuali problematiche fisiche o psicologiche dei giocatori (naturalmente nei limiti delle competenze possedute) che, regolarmente, vengono fuori durante le partite.

Il suo compito principale, tuttavia, dovrebbe essere quello di FARE L’ALLENATORE, nel senso vero della parola, utilizzando la sua posizione privilegiata, in mezzo agli atleti, durante le gare, per far si che le “esperienze” vissute momento per momento, da giocatori e giocatrici, possano essere comprese, contestualizzate, interiorizzate e, perché no, sdrammatizzate.

Nella mia visione dello staff tecnico ideale, spero lo si sia capito, oltre ad un numero rilevante di figure (tecniche e non) , che hanno rapporti paritari fra di loro e che sono, tutti, orientati alla crescita complessiva del gruppo di atleti di cui si occupano, il BENCH COACH è, di sicuro, uno dei ruoli centrali.

Peccato, oggi, non averlo avuto…

 

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