filosofia

Che male c’è?

Mar, 27/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

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Diciamocelo, lo sport, sia quello ultra-esasperato dei professionisti, sia quello ad approccio più soft degli amatori, passando, purtroppo per i settori giovanili, è esposto, pesantemente, al rischio DOPING.

Non voglio tenere una “lectio magistralis” sul come, sul cosa e sul perché il DOPING sia entrato in modo così radicale e pesante nel mondo sportivo.

Non voglio nemmeno “qualunqueggiare” sul problema con affermazioni del tipo:

“c’è sempre stato” o peggio.

Infine, non voglio nemmeno minimizzare il problema, che c’è, esiste e ha proporzioni, forse inimmaginabili.

Voglio solo fare una breve riflessione sul come è possibile che il DOPING, inteso come aiuto legittimo e legittimato alla prestazione, irrompa, a un certo punto nell’attività sportiva.

Ben inteso, ci tengo a precisarlo, quanto segue è “farina del mio sacco”, non è supportata da rilievi statistici, non è frutto di una ricerca scientifica e potrei sbagliarmi clamorosamente.

Purtroppo, però, sono convinto di non andare troppo lontano dalla realtà:

allora immaginiamo che si giochi una partita under 13 di softball, a mezzo agosto, su un campo assolato, in una giornata senza un filo di vento e che il dugout, in muratura, diventi ben presto una fornace rovente sotto il sole.

Immaginiamo anche che le ragazzine abbiano continua necessità di reidratarsi e che per questa necessità sia disponibile SOLO della (banalissima) acqua.

Immaginiamo poi una torma di genitori al seguito e un prospicente, ammiccante, “baretto”.

Immaginiamo, sempre per il gusto di immaginare naturalmente, che il suddetto “baretto” venda (a caro prezzo) una serie di bibite isotoniche/ipotoniche/energizzanti/reintegranti dai nomi che finiscono in ADE (pronunciare EID, per favore) e dai colori improbabili che vanno dal giallo fluò al blu oltremare.

Ecco che la partita si trasforma in un via vai di bottigliette (quelle coloratissime) che passano dal ripiano del frigo a colonna del bar agli stomaci delle giovani, accaldate e assetate, atlete.

Ecco che le giocatrici bevono solo e solamente queste “pozioni magiche” di Asterixiana memoria, lasciando pressoché intatte le bottiglie d’acqua abbandonate e dimenticate in fondo alla panchina.

Ecco che, banalmente e senza che nessuno ci abbia fatto caso, si innesca il “meccanismo dell’aiutino”:

sostengo la mia prestazione con “qualcosa” che arriva da fuori, letteralmente da fuori il campo di gioco, che mi permette di “giocare meglio”.

Il barista allunga le bottigliette da dietro il bancone, i genitori passano le bottigliette sopra la rete, gli allenatori lo consentono, le atlete ingurgitano:

 “tanto, che male può fare, sono solo integratori, nevvero?”

Piano piano, senza parere, inesorabilmente, il “piccolo sostegno alla prestazione” diventa abituale, lecito, necessario, irrinunciabile…

Piano piano, senza parere, si comincia a pensare che senza, forse, “non ce la posso fare”:

“hanno sete, d’altronde…  Non vorremo davvero che bevano SOLO acqua?”

Forse sarò esagerato ma l’ho visto succedere con e sotto i miei occhi, senza per altro poter far nulla per impedirlo.

Forse sarò esagerato ma credo proprio che il “problema doping” nasca così, senza che nessuno ci faccia caso.

Forse, solo forse, non sarebbe il caso di ricominciare a bere SOLO quella “banalissima”, ma buonissima, acqua?

 

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Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

Lun, 19/09/2016 - 13:11 -- Fabio Borselli

 

Negli ultimi anni sono stato fortunato:

come “formatore” ho potuto incontrare decine (forse centinaia…) di “aspirati allenatori” a e di tutti i livelli di preparazione, formazione, ispirazione.

Uno dei concetti FONDAMENTALI (a mio modesto parere) che cerco di “far passare” è quello di MODELLO PRESTATIVO.

La considerazione che sta alla base di questo MODELLO è, in fondo, molto semplice e molti studiosi di cose sportive che ne hanno scritto sembrano parlare della “scoperta dell’acqua calda”:

“Il miglior maestro per l’allenamento è la gara” (Cramer, 1987)

“Dalla gara capiamo che cosa dobbiamo allenare” (Krauspe-Rauhut-Teschner, 1990)

“Se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara” (Northpoth, 1988)

Di fatto tutto ciò vuol dire, semplicemente che l’allenamento deve essere coerente con la gara:

in allenamento il giocatore e la squadra devono prepararsi ad affrontare ciò che si troveranno, realmente, di fronte durante la partita.

Per definire il MODELLO PRESTATIVO del baseball e del softball (davvero molto, molto vicini, nonostante le differenze tra i due sport) si deve perciò, prima di tutto, partire dall’osservazione del gioco per poterne, poi, ricavare indicazioni sul cosa e come fare per incrementare la possibilità di performance.

Grazie a un lavoro di ricerca molto approfondito (svolto, in Italia, da Colli, Faina e Machetti  nel 1987 e completato da Madella, Mantovani e Aquili nel 1992) è possibile fare questo breve elenco di considerazioni relative alla partita:

  • Costante alternanza tra azione e pause.
  • Mediamente, solo un lancio su tre evolve in una azione di gioco.
  • In nessun caso si sono verificate più di 20 azioni in metà inning, mentre sono stati effettuati anche 50 lanci.
  • Questo evidenzia il diverso impegno metabolico in relazione ai ruoli.
  • Le azioni durano in media 4"47 (+/- 2"45), sia nel baseball che nel softball.
  • La pausa media tra un lancio ed un altro è di 23" (+/- 13").

Da queste è possibile arrivare alle seguenti conclusioni:

  • le azioni di gioco si succedono ogni 45/50 secondi circa e la loro durata è estremamente breve,
  • è richiesta una elevata capacità di esprimere potenza in tempi brevissimi.
  • c’è un ELEVATO utilizzo del sistema anaerobico alattacido, uno SCARSO utilizzo del sistema aerobico lattacido e l’utilizzo del sistema aerobico praticamente NULLO,
  • le qualità motorie necessarie sono rappresentate da alti livelli di forza esplosiva e di rapidità,
  • necessita lo sviluppo delle capacità coordinative al massimo livello.

Detto questo ne consegue che le modalità di allenamento, ferma restando la necessità di agevolare l’apprendimento della tecnica, siano assolutamente certe e direttamente riconducibili alla partita.

Provo a puntualizzare:

nel gioco “reale”, il terza base, per esempio, raccoglie la palla battuta e, spesso, in condizioni di disequilibrio, sotto la pressione dell’avversario e risolvendo una miriade di problemi (che possono andare dal ritardo del suo compagno nel coprire la prima base, alle condizioni di luce, passando per rimbalzi irregolari o rotazioni “strane” della pallina) effettua il tiro per l’eliminazione.

Questa sequenza di azioni, lo dice l’analisi del gioco, dura circa quattro secondi nel baseball, circa tre nel softball (se dura di più, mi dispiace... Sarà per un’altra volta: il corridore è SALVO!) dopo di che c’è una lunga pausa e non è detto che la battuta successiva (mediamente una ogni 2/3 lanci) sia di nuovo sul terza base.

In quest’ottica, quale significato hanno infinite ripetizioni, che durano anche 5/10 minuti consecutivi, di presa della palla (magari battuta alla stessa velocità, angolazione e profondità, per aumentare la standardizzazione) senza nessuna pausa, con la velocità di esecuzione in vertiginoso calo ad ogni nuova sequenza presa/tiro, perdendo le caratteristiche fondamentali de baseball (per non parlare del softball) che sono la rapidità e l’esplosività del gesto?

Non sarebbe più “allenante” inventarsi qualcosa di più vicino alla gara, anche e soprattutto dal punto di vista della “pressione” emotiva?

Per non parlare della battuta… 30/40/50 swing in una sequenza pressoché continua, senza soluzioni di continuità… Con la velocità della mazza che cala a ogni ripetizione e il gesto che si adatta alla fatica muscolare… Senza che il lancio in arrivo cambi mai di “consistenza”, di direzione, di velocità o di angolo… Peccato che i nostri battitori, in gara, facciano al massimo 2/3 swing per turno di battuta…

Non esiste, davvero, un modo per allenare i battitori che sia più “like a game”?

Il concetto di MODELLO PRESTATIVO è ormai ben conosciuto (lo tocco con mano a tutti i corsi cui partecipo) e, almeno a giudicare dalle tesine, dalle risposte ai questionari e dalle discussioni, ben compreso.

Manca l’ultimo passo però, quello più importante:

adattare l’allenamento al MODELLO, superando la tradizione, “quello che si è sempre fatto”, se questo va in netta contrapposizione al MODELLO stesso.

In fondo la domanda fondamentale che dovremo farci è davvero:

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

 

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Talento

Lun, 12/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Una foto, nemmeno fatta tanto bene, trovata sul web:

qualche frase, anzi singole parole, quasi (solo quasi...) casuali.

Qualche frase, anzi singole parole, pesanti come macigni.

Un "manifesto" da appendere in ogni dugout, in ogni spogliatoio, allo specchio del bagno nelle case di ogni atleta e di ogni allenatore.

Una sola grande verità:

IL TALENTO DA SOLO NON BASTA!

Scusate se è poco...

 

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L'allenatore

Lun, 05/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

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Mi capita di fermarmi ai bordi di un campetto di baseball di periferia.

Mi capita di fermarmi a osservare i ragazzi che aspettano di allenarsi.

Prima, li vedo giocare spensierati con una palla mezzo scucita e di quell’indefinibile colore che hanno le palle da baseball un po’ vecchie.

Poi, vedo il loro cambiamento, di umore e di approccio, una volta avvistato l’allenatore in arrivo.

Quel cambiamento, per capirci un po’ da “giorno dell’interrogazione”, si vede negli occhi, nei gesti, nella postura.

Incuriosito mi fermo, c’è una specie di “parterre” di fortuna, e mi siedo a guardare l’allenamento.

I ragazzi non sono molti, forse una dozzina, ma sono diligenti, ordinati rispettosi:

corrono in silenzio, in silenzio seguono un compagno al centro del cerchio che guida il riscaldamento, altrettanto in silenzio si mettono a coppie e palleggiano poi, tutti insieme attorniano il coach che da le direttive:

allenamento di battuta.

Tralascio di raccontare la noia provata a seguire questo “eterno” batting practice e sorvolerò anche sul fatto che in circa 45 minuti ogni bimbo ha, di fatto, girato a mazza 30 volte e “pascolato” tra prato e terra rossa nel tempo restante.

Arriva qualche genitore, si siede e ci scambiamo due parole, poi la loro attenzione è tutta per i figli, la passione per il gioco è palpabile e i commenti sono tutti del tipo: “che buon contatto!”, “ha proprio un bello swing”, “peccato per quelle mani troppo basse”…

Li sento parlare dell’allenatore, di come ha portato una “mentalità vincente”, di come ha corretto molti errori dei ragazzi, anche se c’è ancora “tanto da fare”, di come la squadra “sia pronta” grazie a lui.

Osservo il mio collega con un pizzico di invidia e mi dico che sarebbe bello sentire genitori o atleti che parlano così di me.

Poi lo osservo meglio e vedo che, dopo ogni lancio, ripeto:

dopo ogni singolo lancio, arriva precisa e implacabile una sua correzione/indicazione/puntualizzazione:

“tieni le mani alte”, “guarda la palla”, “hai fatto il passo troppo lungo”, gira più veloce”, “tieni la mazza parallela” e altri “slogan” perfettamente conosciuti a chi frequenta i campi di gioco da troppo tempo come me.

Lo osservo alla fine del “giro di battuta” radunare la squadra e spiegare, per quasi un quarto d’ora, come LORO, i ragazzi, siano ancora lontani dalla perfezione, su quanto ci sia da lavorare per, poi, fargli vedere “lo swing giusto”.

Saluto i genitori che stanno elogiando le grandi conoscenze del “mister” e mi allontano riflettendo…

Ho un turbine di pensieri per la testa e scrivendo queste righe altri mi si affollano nella mente.

Ma su tutti una domanda:

cosa deve fare l’allenatore? Quale è, davvero, il suo mestiere?

Nonostante il grande successo riscosso tra i genitori e supportato, invece, dalle facce tristi di quasi tutti i bambini, io sono convinto che quello che ho visto non sia allenare, o almeno non sia allenare bene:

allenare è, di questo sono assolutamente convinto, mettersi al servizio del gioco, della squadra, dell’atleta.

Allenare è osservare e studiare per capire quello che si vede.

Allenare è utilizzare quello che si conosce e quello che si impara per far si che quello che si vede, l’atleta e il suo approccio al gioco, possano far parte del gioco per quello che possono dare, non per quello che ci piacerebbe che dessero.

Allenare non è “insegnare a battere”, allenare è “aiutare a battere, nonostante”.

Allenare non è cercare la perfezione, allenare è aiutare gli atleti a usare la loro imperfezione al meglio.

Allenare non è creare dipendenza, allenare è dare indipendenza.

Allenare non è scegliere al posto dell’atleta, allenare è dare possibilità di scelta a ognuno dei propri giocatori.

Certo è più difficile! Molto più difficile!

È molto più semplice continuare a ripetere all’infinito “frasi fatte” che, a torto o a ragione crediamo possano cambiare le cose.

È ancora più semplice convincere i giocatori che possono cambiare il loro modo di tirare, o di battere o di prendere la palla ascoltando le mie indicazioni piuttosto che inventare e strutturare le cose in modo che quello che dico sia facile da fare.

Credo che allenare non sia una semplice questione di tecnica o di appeal.

Non conta quello che sai tu, ma quello che alla fine non solo sanno, ma sanno fare, quelli che hai allenato e, mi scuso se suona molto o troppo retorico, conta molto quello che sei capace di imparare, ogni volta, anno dopo anno, dai giocatori che alleni.

 

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EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno quattro

Ven, 12/08/2016 - 23:49 -- Fabio Borselli

Il giorno della faida nella famiglia ITALIA è arrivato e, senza drammi, già passato.

Come da copione le "grandi" di ITALIA 1 hanno battuto abbastanza agevolmente le "belle addormentate" (a dire il vero tutte le nostre atlete sono stanche visti i ritmi di gioco e le poche ore di sonno disponibili) di ITALIA 2, mentre la RUSSIA ha fatto man bassa della CROAZIA chiudendo la questione piazzamenti.

I risultati, le classifiche e compagnia cantante si possono trovare seguendo questo link, a noi basta sapere che domani si assegnano le medaglie e che se ITALIA 1 è già sicura di portarne a casa almeno una, ITALIA 2 dovrà, domattina all'alba, conquisarsi questo privilegio scalando il page system.

Tutto è possibile e le MINI hanno dimostrato di essere squadra quadrata e duttile... Gli imprevisti sono sempre in agguato ma il team (coach compresi) ci crede:

vogliamo questa medaglia! Certo se non dovesse venire non ne faremo un drammi, ma...

In ogni caso, contingenze e retorica a parte, guardare queste bimbe giocare scalda il cuore e ci fa sperare per il futuro di questo sport (come dico sempre sarebbe ora ci decidessimo a diventare grandi, abbandonando il vittimismo e i però...).

E poi, diciamocelo, queste ragazze sono bellissime!

Prestazioni sportive a parte la giornata è stata, al solito, molto densa e interessante.

Si comincia con la finale olimpica di canottaggio sull'erba, categoria "otto con capo voga" andata in scena subito dopo la partita tra le due ITALIE... Vista in diretta la regata è stata aspra e combattuta, la replica è visibile sulla pagina facebook dedicata al Torneo.

Frugando a caso tra i ricordi della giornata vengono fuori i miei soliti "game plan",

necessari se si vogliono gestire i cambi e le rotazioni che permettano a tutte le atlete in rosa di giocare, ma inutili visto che succede sempre qualcosa che costringe a cambiare in corsa...

Dopo avere raccontato dell'ormai famigerato rituale della "pittura unghie dei coach dopo le vittorie"

4  

vorrei dedicare qualche foto al mio coaching staff:

Betty, detta Elisabetta e Gianni, qui in veste di semaforo

  

senza di loro non saprei davvero come fare, visto che, praticamente, il lavoro lo portano avanti, davvero, tutto loro... Io mi limito a comunicare i cambi e poco altro. Quest'anno è mancato, come avevo già raccontato, il quarto componente di questa gabbia di matti... Voglio tranquillizzare Graziano:

Il suo sostituto si è dimostrato un "pallone gonfiato" ed è "scoppiato" alle prime difficoltà, accasciandosi in panchina.

Sempre per ampliare l'album dei ricordi ecco come è fatta la faccia di una rappresentante del clan degli "gnomi da giardino" di ITALIA 2 doopo aver divorato (letteralmente) una piadina alla nutella grande quanto un frisbee...

Cosa gli vuoi dire a una tipa così?

La stessa tipa è poi una delle menti e, soprattutto, delle braccia che hanno provveduto a organizzare il gavettone di fine partita ai coach... Ma il reato di lesa maesta non è rimasto impunito!

  

Nel ringraziare Giacomo Canali per gli scatti voglio anche far notare la mia "divisa d'ordinanza" di quest'anno, completa di calzettoni alla "Afrika Korps", in perfetto "Erwin Rommel style"... (smettete di prendermi in giro, non me li toglierò!).

Poco altro da dire o far vedere.

Sono passate da poco le due ed è già sabato, il "giorno dei giorni", l'utimo giorno del Torneo, CASA ITALIA è silenziosa (a parte quel lieve rumore di motosega proveniente dal letto alla mia destra...) tra un po', davvero poco, si ricomincia a giocare, per l'ultima volta... Buonanotte!

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno tre

Gio, 11/08/2016 - 23:58 -- Fabio Borselli

 

Il terzo giorno comincia troppo presto...

Se è difficile trovare il verso dei pantaloni, sperare almeno di far andare per quello giusto le gare si rivela anche più complesso.

alle sei e tre quarti ITALIA MINI è già sulla stada per il campo e, dopo una rapida colazione, inizia ad attivarsi per la prima partita della giornata e siamo subito in emergenza:

sangue dal naso, distrazioni, qualche palla mancata e la tenda dei volontari del soccorso (splendidi, qualunque divisa vestano) si popola di "giovani italiane in ambasce".

Alla fine si risolve tutto e il "ghiaccio magico" dell'ambulanza lenisce ogni sofferenza permettendo a tutte le atlete di ritornare in campo prima dell'inizio della gara.

La partita è più complicata di quanto il punteggio finale (15-4 in nostro favore) faccia immaginare:

ITALIA 2 è ancora addormentata e, complice anche qualche ansia da prestazione, ci vuole tutta la pazienza dello staff per districare la matassa che sembra ingarbugliarsi un po' di più a ogni tetativo di sistemazione.

Al solito, il "game plan" della gara è completamente stravolto, ma alla fine ne usciamo vivi e ancora in corsa.

Al ritorno a CASA ITALIA troviamo il tempo per la foto ufficiale dello staff tecnico di ITALIA 2 al completo.

Betty e Gianni sono i miei fidi compari in questa avventura e Graziano... Graziano è quello in verde!

La lunga giornata si conclude con la qualificazione di entrambe le compagini "Verde Rosa" al girone per il titolo:

cammino facile per ITALIA 1 che conquista i primo posto nel girone battendo con rotondi punteggi prima la CROAZIA e poi il team CEKIA 2, mentre ITALIA 2 centra la qualificazione (un bel risultato per le terribili MINI) batendo in una gara combattuta la forte CEKIA 1.

Solo il tempo di rilassarsi un attimo dedicandosi alla "nails art" (domani i coach di ITALIA 2 esibiranno, infatti, le nuove fiammanti unghie celebrative per le vittorie di oggi)

poi tutti a letto (ancora nessuno dorme, tanta è l'adrenalina da smaltire) visto che anche domani si comincia presto e il copione prevede come apertura di giornata e, probabilmente come partita di cartello, lo scontro fratricida tra i due team ITALIA...

Ne vedremo delle belle, peccato per chi non ci sarà.

Buonanotte, CASA ITALIA chiude.

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno due

Mer, 10/08/2016 - 21:08 -- Fabio Borselli

 

CASA ITALIA si sveglia presto per scoprire che, a scanso di equivoci e per poter innescare tutte le chiacchiere possibili sui cambiamenti climatici, piove!

Quando arriviamo allo stadio di Collecchio per la colazione le malcapitate giocatrici del team GB e della CROAZIA cercano, sotto una pioggia battente, di impedire ulteriori devastazioni al nuovo calendario della manifestazione che scricchiola sotto i colpi di maglio dei tuoni che accompagnano la gara di apertura.

La pioggia fa saltare la sgambata delle squadre azzurre che devono, mestamente tornare in palestra e organizzarsi per allenarsi lontano dal capo.

ITALIA 2 improvvisa allora un acceso torneo di TRIS (qui qualche notizia in più sul gioco) e una serie di sfide accesissime aiuta il team MINI ad arrivare all'ora della sfida con la RUSSIA.

Per la cronaca (i risultati completi si trovano qui) ITALIA 2 ha perso la sua gara per 3 a 2 agli extra inning mentre ITALIA 1, in serata, ha battuto rotondamente (11 a 0) il team GB, vendicando le under 19.

Domani sarà una lunga giornata:

tutte e due le squadre dovranno affrontare una doppia fatica e solo a fine serata sapremo se avranno centrato entrambe l'obiettivo della pool per le medaglie.

Nel frattempo i nostri alacri "ragionieri" hanno provveduto a far ottenere la "patente" alle mazze, cosa tutt'altro che semplice, come si può vedere;

solo battute certificate in questo torneo!

Le "azzurrine" si sono poi distinte nella cerimonia di apertura del "European Massimo Romeo Youth Trophy" dimostrando invidiabili doti canore "stringendosi a coorte" e esaltando il loro amor patrio dichiarandosi "pronte alla morte"... A noi basterebbe che fossero pronte domani!

Mentre il torneo imperversa e tutti sono impeganti (chi più, chi meno...) in attività tecniche e non c'è chi si occupa, nei momenti liberi (quali momenti liberi?) di documetare per i posteri tutto quello che succede, anche quello che, forse, sarebbe bene non documentare affatto:

CASA ITALIA adesso è silenziosa, tutto (o quasi) tace, ma la mattina arriverà anche troppo presto, garantito.

Noi non vediamo l'ora...

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno uno

Dom, 07/08/2016 - 22:15 -- Fabio Borselli

 

Sarà un lungo torneo...

Dopo un inizio tranquillo e di routine (arrivo, controllo presenze e documenti, scarico materiale e vestizione) c'è il primo intoppo:

CASA ITALIA non sarà la solita di sempre, magari un po' scomoda e affollata ma vicinissima ai campi di gioco.

L'organizzazione ci ha infatti sistemato in una palestra, completamente a nostra disposizione, ma decentrata e abbastanza lontana dall'impianto, costringendoci a riorganizzare gli orari e a gestire spostamenti imprevisti.

Nonostante questa "scomodità" CASA ITALIA  è bellissima!

Le ragazze l'hanno subito trasformata in un festival di materassini, sacchi a pelo e disordine... Adesso, una distesa di azzurro e grigio ci accoglie al rientro.

Naturalmente ci sono già dei cambiamenti e il calendario è già stato stravolto:

la squadra della Polonia non arriverà e la rivoluzione dei gironi vedrà le due squadre azzurre impegnate, domani e dopodomani, in un pre-girone di qualificazione:

in serata ITALIA 1 (in azzurro) affronterà all'esordio il team GB, mentre ITALIA 2 (in grigio) nel primo pomeriggio se la dovrà vedere con le campionesse uscenti del team RUSSIA.

Ci stiamo conoscendo piano piano.

Naturalmente ogni staff ha gestito autonomamente la giornata, utilizzando il tempo per il necessario lavoro di "team building".

ITALIA 2 in questo momento è un cantiere a cielo aperto e, mentre scrivo, Betty, valorosamente, sta dipingendo le unghie delle nostre MINI giocatrici nel regolamentare azzurro di ordinanza:

ci piace essere in ordine ed eleganti quando andiamo in campo.

Gianni invece sta preparando la "borsa degli attrezzi" per la breve seduta di allenamento fissata per domani.

A ben guardare non manca niente per giocare a softball.

L'ultimo componente dello staff di ITALIA 2, Graziano, purtroppo, non potrà essere della partita per problemi personali sopraggiunti all'improvviso.

Il nostro TEAM MANAGER, Marina, non ha potuto sostituirlo e allora lo abbiamo fatto in autonomia e convocato, a sorpresa, "l'altro Graziano",

che se magari pecca in competenza però ci allieta con la sua allegria contagiosa e non potremo fare a meno di lui in panchina...

La giornata non è però stata solo vestizione e team building, c'è infatti stata anche una parentesi di alto contenuto agonistico:

coinvolgendo al completo entrambe le squadre, sul campo di allenamento, è andata in scena una avvincente e agguerrita sfida a ruba-bandiera,

ricca di contenuti tecnici e spettacolari, conclusasi al tie-breack senza vincitori ne vinti, per sopraggiunta ora di cena.

Dalla confusione che ancora si sente a CASA ITALIA credo che sarà praticamente impossibile metterle a dormire prima della mezzanotte.

E domani si gioca:

non saprei dire se è una minaccia o una liberazione!

Buonanotte da CASA ITALIA, passo e chiudo.

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno zero

Dom, 07/08/2016 - 21:57 -- Fabio Borselli

 

In partenza per l’ormai classico “European Massimo Romeo Youth Trophy”

Anche quest’anno agosto è arrivato e una parte delle mie ferie saranno dedicate alle rappresentative del “progetto Verde-Rosa”, under 13 softball, impegnate a Collecchio (Parma) nel tradizionale appuntamento con questo torneo di formato Europeo.

Quest’anno al mio collaudato e rodatissimo staff sarà affidata la formazione “MINI”, composta da ragazze nate negli anni 2004, 2005 e 2006.

Per il terzo anno il “progetto Verde-Rosa” è, infatti, articolato su due squadre, una formata da ragazze all’ultimo anno di categoria (2003) che si batteranno, almeno questo è nelle intenzioni, per il titolo e una formata da quelle più piccole che affronteranno il torneo con l’intento di cominciare ad accumulare esperienza...

Tutto è pronto, la borsa è già in auto, domattina si parte presto e, almeno sulla carta, il programma della prima giornata già  fatto, ma in questi casi bisogna essere pronti e aperti agli imprevisti e ai cambiamenti che, specie con le più piccole, sono sempre in agguato.

Conosciamo già il calendario degli incontri (disponibile qui) ma, come sempre, sappiamo ben poco delle avversarie, se si esclude, naturalmente, l’altra squadra azzurra.

Noi saremo, come tradizione, ITALY 2.

Chi mi conosce sa che questo mio essere manager di una SELEZIONE è un qualcosa che non va molto d’accordo con la mia idea (non solo mia e ben più che un’idea… visto che è una evidenza scientifica ) che la SPECIALIZZAZIONE PRECOCE non serva a sviluppare al meglio le potenzialità di un bambino e che non sia la strada giusta (o quantomeno non l’unica…) per garantire il raggiungimento della massima prestazione possibile una volta che il bambino sia diventato un atleta maturo.

La buona notizia è che proprio la giovane età delle ragazze selezionate permette, nei limiti delle loro aspettative e in una logica di “lavoro al servizio dell’atleta”, di sperimentare e provare esperienze diverse da quelle che fanno nei propri club.

Questo fornisce, oltretutto, un punto di vista “nuovo” e “diverso” dal solito, non solo alle ragazze ma anche ai loro genitori, ai loro allenatori e, perché no, agli stessi “selezionatori”.

L’obiettivo, ampiamente condiviso da tutto lo staff del PROGETTO, non è infatti VINCERE a tutti costi, ma fornire alle atlete una esperienza positiva che le faccia perseverare nell’impegno e che serva a consolidare il loro profondo interesse per il softball.

Impegno e interesse indispensabili per farle proseguire nella pratica del softball e affrontarne le “fatiche”.

Nel limite del tempo disponibile, che nei prossimi giorni diventerà inesorabilmente pochissimo, vorrei condividere, su questo sito, una sorta di “diario di viaggio” di questa emozionante avventura:

non racconterò però  di vittorie o di sconfitte, nemmeno di fuoricampo o strike out.

Spero di riuscire a raccontare, giorno dopo giorno, quello che c’è “dietro” le partite, "dietro" le prestazioni:

i sogni, le speranze, le gioie e le tristezze, la quotidianità di un gruppo di ragazzine che, per la prima volta nella loro vita (sperando che non sia l’ultima…) indossa una “maglia importante” cercando di portarla con gioia.

In fondo il mio obiettivo (e quello di tutti gli altri coach) nei prossimi giorni sarà proprio questo:

far si che per queste splendide bambine, la responsabilità di rappresentare il proprio paese venga vissuta come un sogno e che del sogno abbia la bellezza e la leggerezza.

Non c’è più molto tempo:

domani arrivano le ragazze e dopo domani si gioca già…

 

Ali Bumaye!

Lun, 06/06/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Imposibile non averlo saputo.

Giornali, televisione, siti web hanno già riportato la notizia e ne hanno parlato, parlato, parlato...

Cassius Clay è morto. Il più grande non c'è più.

Non voglio certo aggiungere futili parole al fiume che già è stato scritto o detto, voglio solo condividere il mio ricordo di Muhammad Ali:

Clay-Ali mi ricorda mio padre, mi ricorda l'amore che aveva per la boxe e come questo amore ha cercato di condividere con me, bambino esile e mingherlino che di quello sport così aggressivo e violento aveva un po' paura.

Mio padre adorava la boxe e adorava Clay (non ho ricordo che lo abbia mai chiamato Muhammad Ali) e mi parlava di lui e della sua boxe con la stessa enfasi con la quale, oggi, io parlo di baseball e di softball.

Rimanevo affascinato a sentirlo parlare di Benvenuti, di Monson, di Clay e Foreman, di "ganci" e "montanti" ed ero felicissimo di "fare tardi" la sera davanti alla tv (canale unico e bianco e nero) per vedere quello sport che lui così tanto amava.

Ai tempi non sapevo nulla di “The Rumble in The Jungle” (30 ottobre 1974) o di “Thrilla in Manila” (1 ottobre 1975), solo dopo ho scoperto quanto quegli incontri, visti insieme a babbo quando ormai era passata da un pezzo la mia ora di andare a dormire, fossero importanti e famosi:

per me erano solo un'occasione per stare con mio padre che mi raccontava della boxe.

Ho poi scoperto il baseball e mi sono allontananto dalla boxe (che proprio non sono mai riuscito ad amare), ma ancora oggi mi sorprendo a usare, parlando di baseball e softballl, la stessa enfasi di mio padre quando parlava di pugilato e di Cassius Clay.

Di Clay adoravo, da piccolo, l'insolenza e l'invincibilità da supereroe, da grande ne ho amato la capacità comunicativa e la fede incrollabile in se stesso, la sua forza di volontà e la assoluta convinzione che il lavoro conta più del talento.

Una sua frase che parla di questo è parte integrante della mia filosofia di allenatore:

"Champions are made from something they have deep inside them, a desire, a dream, a vision. They have to have the skill and the will. But the will must be stronger than the skill"  (che tradota liberamente suona così: "I campioni sono fatti di qualcosa che hanno dentro: un desiderio, un sogno, una visione. I campioni devono possedere talento e volontà, ma la volontà deve essere più forte del talento").

Oggi il più grande non c'è più, altri parleranno delle sue lotte e della sua vita fuori dal ring, io so solo che, oggi, se ne è andato un pezzo importante dei miei ricordi.

 

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