filosofia

Un gioco ingiusto

Lun, 02/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Non me ne vogliano gli amici arbitri...

Questo post parla di loro, dell’impatto che hanno sul GIOCO, di come vengono percepiti e della profonda INGIUSTIZIA che, a ben guardare, si nasconde dietro al loro ruolo.

Chi mi conosce lo sa, non sono tenero con chi si approccia al GIOCO senza tenere presente regole e regolamento, siano tecnici, giocatori o ufficiali di gara (il pubblico… quello è un’altra storia…):

in sport estremamente tecnici come il baseball e il softball, le regole, da sempre, condizionano la tecnica e l’evoluzione del GIOCO è figlia di adattamenti dell’una alle altre e viceversa.

Nel GIOCO, sarebbe impensabile il contrario, sono compresi gli arbitri.

Gli arbitri…

Che a loro piaccia o meno sono e saranno, visti dal dugout, come i colpevoli di tutti gli errori, di tutti i fallimenti e di tutte le sconfitte.

Non è bello, non è corretto, non è elegante, non è, soprattutto, giusto, ma è, assolutamente, così.

Naturalmente ci sono arbitri esperti e ci sono arbitri inesperti, arbitri molto bravi e arbitri un po’ meno bravi, arbitri che capiscono il proprio posto nel GIOCO e arbitri che questo posto lo disconoscono, ma tutti, lo spero ardentemente, dovrebbero essere, comunque, in campo al servizio del GIOCO.

Quanto detto sopra vale anche per allenatori e giocatori (il pubblico… quello è un’altra storia…) che, senza doverlo ripetere, possono essere più o meno bravi più o meno esperti, più o meno CONSAPEVOLI.

Tutti gli “attori” della partita, consapevoli del proprio ruolo, dovrebbero far si che il GIOCO, sia appagante per chi gioca e bello per chi lo guarda.

Magari fosse così.

In ogni partita, sempre e comunque, purtroppo, si possono vedere:

giocatori inferociti per una chiamata di STRIKE (o di BALL, o di OUT,  di SALVO, tanto fa…) che perdono la loro concentrazione per inveire e protestare su quell’ERRORE fondamentale, quella profonda ingiustizia perpetrata nei loro confronti, dimenticandosi che, magari, prima di quella chiamata, hanno sbagliato due o tre giocate (quelle si, fondamentali), preso un paio di decisioni discutibili e provato a battere lanci molto lontani dalla mazza…

Allenatori che, invece di assomigliare a strateghi dai nervi saldi, attenti a ogni segnale proveniente dal campo, solutori di problemi fedeli al proprio “game plan”, si trasformano in mitologiche bestie schiumanti rabbia, che trasudano irritazione per ogni chiamata contraria alla propria squadra, dimenticandosi che, la stessa chiamata, stretta, difficile, fortunata, li ha favoriti un secondo prima.

Arbitri che, mai e poi mai, vengono assaliti dal dubbio, che invece di impersonare il saggio garante del GIOCO, si trasformano in crudeli quanto irreprensibili carnefici, dimenticando che, spesso, le vittime di quel poter assoluto che esercitano, sono proprio loro e che, la tensione e il nervosismo che gli viene riversato addosso, anche dalle tribune (ma il pubblico si sa, è un'altra storia…) fanno parte della profonda INGIUSTIZIA del gioco.

Perché è verità assoluta, dogmatica e innegabile che Baseball e Softball siano giochi ingiusti e che gran parte di questa ingiustizia è data dal fatto che tutto quello che succede in campo, senza eccezioni, dipende, anzi è, determinato dal GIUDIZIO dell’arbitro.

Nel Baseball e nel Softball, infatti, il giudizio arbitrale “è”, a tutti gli effetti, il regolamento:

non c’è OUT o SALVO, battuta BUONA o FOUL, lancio STRIKE o BALL che non venga SENTENZIATO dal direttore di gara e ogni azione, ogni giocata, ogni decisone sono, immancabilmente, sottoposte al suo giudizio.

Il valore del giocatore, di ogni giocatore, relativamente alla propria precisione, velocità, abilità e capacità decisionale è GIUDICATO dall’arbitro, così come lo stesso arbitro GIUDICA la bontà delle scelte dell’allenatore e l’efficacia delle sue decisioni.

Può non piacere, è profondamente ingiusto, ma è così.

Punto.

Mi piacerebbe, allora, che, in questo gioco ingiusto, prima o poi, si possano vedere partite in cui i giocatori se ne vanno, sicuramente arrabbiati ma sereni, dopo uno “strike-out”, allenatori che escono dal dugout per CHIEDERE, magari gentilmente, invece che ESIGERE e PROTESTARE, e arbitri che ascoltano veramente, consapevoli di quanto la loro CHIAMATA significhi nel GIOCO.

Arbitri capaci di dire, qualche volta, “HO SBAGLIATO” (se si rendono conto di averlo fatto, naturalmente) cambiando la loro “prima impressione” (magari con l’aiuto del collega, visto le continue lamentele sulla difficoltà di arbitrare DA SOLI) consapevoli che la loro reputazione, il loro valore e la loro figura ne uscirebbe ingigantita e non ridimensionata.

Credo che il valore di un arbitro, come di un giocatore e di un allenatore, non dipenda dal fatto che NON SBAGLIA MAI, ma da quello che fa dopo che ha sbagliato.

Se tutti in campo si comportassero così, allora, forse, il GIOCO, rimanendo comunque ingiusto, avrebbe probabilmente più estimatori, magari più pubblico, anche se il pubblico si sa, è un’altra storia…

 

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In the wind of change

Lun, 25/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Non seguo troppo assiduamente il basket, non quanto vorrei, cioè.

Inutile dire che, quando posso, la mia attenzione è rivolta  quello professionistico americano, quello della NBA, per intenderci. Questo non per snobismo ma, semplicemente, perché è esaltante da vedere:

ben ripreso, ben commentato ma, soprattutto, ben giocato.

Anche da “spettatore distratto” non è stato comunque possibile non accorgersi che c’è una rivoluzione in corso, nel mondo NBA, una rivoluzione tecnica, un nuovo modo di giocare e approcciarsi al gioco che, di fatto, lo sta cambiando.

Come spesso ricordo sono molto sensibile alle innovazioni nel mondo dello sport e il mio idolo indiscusso rimane DICK FOSBURY (ne ho abbondantemente parlato qui e qui).

Ebbene, sembra che anche il basket abbia il suo FOSBURY!

Si chiama STEPHEN CURRY e, secondo qualche commentatore sportivo, oltre ad essere il miglior giocatore del campionato, in un certo sta danneggiando il gioco.

Brevemente:

CURRY è il playmaker dei Golden State Warriors, la squadra campione dello scorso anno, e il miglior giocatore della passata stagione della NBA. Ed anche è quello che, più di tutti, sta rivoluzionando il modo di giocare nel campionato di basket più importante del mondo.

Gioca infatti una pallacanestro imprevedibile e,  apparentemente, molte delle sue scelte di gioco sono le classiche “scelte sbagliate”:

cose che gli allenatori chiedono ai giocatori di non fare, perché hanno una bassa percentuale di riuscita o troppo avventate.

Evidentemente CURRY non lo sa e continua a segnare con  tiri difficili , facendolo con percentuali notevoli, fa passaggi complicati e spettacolari che spesso si trasformano in assist per i compagni.

Il “problema”, è che molti giocatori giovani, soprattutto nei college, hanno cominciato a imitarlo, rischiando azioni difficili e complicate, fallendo, spesso, da questo fatto l'ipotesi del "presunto danneggiamento del gioco".

Ma, si sa, l’imitazione del più forte o divertente giocatore è, da sempre, scontata:

è successo con Michael Jordan, con Maradona, con Andre Agassi per citarne alcuni.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima che un giocatore talentuoso o un modo nuovo di giocare vengono accusati di “eresia” prima che la loro “rivoluzione” cambi per sempre le regole del gioco.

Non voglio entrare in tecnicismi, ma il gioco che CURRY sta portando avanti, fatto di spettacolari tiri da tre punti, da posizioni lontanissime dal canestro, sotto pressione e con il corpo in assetti spesso non “ortodossi”, sta costringendo allenatori e giocatori a rivedere il proprio modo di giocare, nel tentativo di arginarlo.

Quello che rende questo giocatore così forte e così bello da guardare sono le cose imprevedibili che fa con la palla in mano…

Tutto questo cosa ha a che vedere con il baseball e il softball?

Molto i più di quello che sembra:

consiglio di andare a vedersi, per esempio, i video che mostrano CURRY durante il riscaldamento pre-game.

CURRY è un virtuoso del “ball-handling”, cioè dell’abilità di palleggiare e “trattare” la palla e fa, durante il riscaldamento, una serie di esercizi di “funambolismo” che lo aiutano a entrare, direi, in simbiosi con il pallone.

Ma non è solo questo e, Incuriosito da  questo “show”, sono andato a cercarmi anche il suo “allenamento tipo”:

oltre al lavoro fisico e a un innumerevole quantità di tiri ci sono una serie di esercizi inaspettati, fatti con l’aiuto di palle e palline di tutti i tipi, da quella da basket a quella da tennis, usate in coppia e con entrambe le mani, in condizioni di equilibrio precario…

Insomma una vera e propria seduta di allenamento multilaterale!

Ce n’è da attingere a piene mani, anche solo per “rompere” la (noiosissima) routine dei nostri (noiosissimi) allenamenti.

Ma non basta ancora:

ciliegina sulla torta, il simpatico CURRY segna, anche se non spessissimo, tirando con la mano sinistra, che non è la sua preferita, ma che  usa indistintamente rispetto alla destra in tutte le fasi del gioco.

Che dipenda dal fatto che, infischiandosene allegramente della “ortodossia”, il ragazzo non abbia timore di allenarsi anche con qualcosa di diverso dal “solito”?

 

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La linea

Lun, 18/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Quando ero molto più giovane di quanto mi piaccia ammettere, “la linea” era un cartone animato.

La linea di cui voglio parlare, oggi, invece, è la linea che una giocatrice mi ha chiesto di disegnare in campo durante un allenamento:

brevemente:

stiamo “impostando” la difesa del bunt, in questa fase senza corridori sulle basi  e senza il  battitore, lavorando solo sui movimenti e sulla sequenza “reagisco-carico-raccolgo-tiro”, quindi in modo abbastanza “easy” e senza pressioni esterne.

la squadra è giovane, gioca insieme da poco, non c’è molta esperienza, ci sono “esordienti” in alcune “posizioni chiave”… Insomma, siamo alla prima “imbastitura” del gioco (movimenti, reazioni, priorità, precedenze, ecc…):

c’è molta irruenza, ma allo stesso tempo timore, c’è voglia di fare e di fare bene, ma allo stesso tempo paura di sbagliare, c’è timore riverenziale da parte delle giocatrici “giovani” e qualche insofferenza da parte di quelle “esperte”, ci sono domande da fare, chiarimenti da dare, abitudini radicate da “aggirare”, c’è, soprattutto, tanta voglia che tutto vada SUBITO a posto. Il problema è che non è possibile che vada SUBITO tutto a posto, ci vuole tempo, lavoro, ripetizioni,

Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Niente che non sia già successo migliaia di volte ogni volta che una squadra scende in campo per allenarsi.

Qualche volta, per non dire spesso (d’atra parte sarebbe inutile “allenare” a difendere solo situazioni semplici e senza problemi particolari) quando la palla rotola nelle zone in cui le priorità e precedenze sono meno definite e chiare, le giocatrici non siano ancora precise nelle chiamate e nelle decisioni:

a volte si trovano in tre ( se non in quattro…) a voler giocare la stessa palla e, per questo, si ostacolano a vicenda non riuscendo a completare il gioco oppure la stessa palla rimane per terra mentre, le stesse tre giocatrici, sono preoccupate e impegnate a non ostacolare la compagna.

In ognuno di questi due casi estremi (e in mezzo ce ne sono almeno un miliardo, tutti diversi per dinamica e situazione) il problema si risolve, paradossalmente, continuando a proporlo:

piano piano, errore dopo errore, le giocatrici cominciano a conoscersi, a intuire le difficoltà e i punti di forza dell’una o dell’altra e risolvono la questione, o almeno è quello che si augura ogni allenatore.

Ebbene, proprio in una di queste “confuse” fasi inziali una delle giocatrici mi ha chiesto di “disegnare una linea”, in modo che fosse chiaro, per tutti, fino a dove “quella palla era sua” o quando “doveva lasciarla alla compagna”.

Dal punto di vista concettuale non c’è nulla da eccepire e in effetti, le aree di competenza e di priorità nella giocata, nei manuali di baseball e softball, sono chiaramente delineate…

Purtroppo (o fortunatamente) si gioca sul campo e non sui manuali o sulla carta e, sul campo, i contorni sono molto più sfumati:

ci sono un sacco di “dipende” e un sacco di “distinguo”, che vanno dalla velocità della palla alla posizione di partenza dei difensori, passando per le caratteristiche e il numero dei corridori sulle basi e considerando le condizioni del campo, il tipo di lancio e una, pressoché infinita, serie di altre variabili.

Insomma, non è proprio possibile tracciare “una linea” precisa e il bello del softball, secondo me, sta proprio qui:

in quella assoluta indeterminazione delle situazioni per la quale, credo, non sia possibile che ci sia una partita, un’azione, una giocata mai, esattamente, uguale a un’altra.

Credo che, proprio in virtù di questa caratteristica del gioco, la soluzione non sia “la linea”, ma il continuare a lavorare, proponendo alle atlete “problemi da risolvere” e non offrendo soltanto “soluzioni a portar via” che, se da un lato possono risolvere la maggior parte delle situazioni, dall’altro potrebbero non metterle in condizioni “pensare con la propria testa” e renderle capaci di risolvere quelle situazioni invece, “scomode” che, spesso, se non sempre, sono quelle che determinano la vittoria o la sconfitta.

 

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Ogni maledetta domenica o, qualche volta, anche di sabato...

Sab, 02/04/2016 - 00:42 -- Fabio Borselli

 

L'ultimo allenamento è finito... Le luci del campo si sono spente da poco...  Le ragazze sono già andate casa...  C'è buio e fa quasi freddo... Anzi, senza quasi, fa proprio freddo... Sono stanco e ho fame... Ma non riesco ad andarmene.

Domani comincia la STAGIONE.

Domani si gioca sul serio.

Anche se non sarà il primo "play ball" dell'anno quello di domani sarà comunque il primo di quelli che "valgono per la classifica".

Già, perchè le amichevoli e i tornei servono solo a preparare quello che è "l'avvenimento importante", quello per il quale ci si prepara tutto l'inverno precedente e quello di cui si parlerà per tutto il successivo, in un ciclo infinito.

Domani, per quasi tutti "quelli del softball" inizia, infatti, il CAMPIONATO.

Il CAMPIONATO... Di qualsiasi serie o categoria si tratti, per tutti, allenatori, giocatori e compagnia cantando, queste sono le ore dei pensieri, dei dubbi, delle decisioni.

Io mi scopro molto emozionato e me ne sto qui, davanti al campo chiuso, in una nuova città, con una nuova squadra a chiedermi come andrà a finire.

Penso alle mie giocatrici, qualcuna esperta, qualcuna decisamente meno, e a come staranno passando le ultime ore prima dell'inizio.

Penso alle loro ansie e alle loro cerezze, alle loro "paure" e ai loro propositi e, oltre a immaginare che sono, sicuramente, molto simili ai miei, mi rendo conto che, probabilmente sono anche le stesse ansie e le stesse certezze, le stesse "paure" e gli stessi propositi di tutti quelli che domani, o forse, domenica, scenderanno in campo per iniziare questa nuova STAGIONE.

Non so, davvero, cosa succedera domani.

L'unica cosa che so con certezza è che il SOFTBALL riuscirà comunque a stupirmi, come ha sempre fatto e che tornerò a casa, comunque, alla fine della giornata, un po' più ricco, con altri ricordi da catalogare e lezioni da ricordare.

Quella che inizia domani è la mia STAGIONE numero quaranta... La trentaquattresima da allenatore... Pensavo di essere ormai abituato... Pensavo... Invece eccomi qui, seduto davanti ad un campo buio a immaginare il futuro.

Ma non vorrei essere, davvero, da nessuna altra parte...

PLAY BALL!

 

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Tre palle, un soldo

Lun, 21/03/2016 - 17:18 -- Fabio Borselli

 

Sto seguendo la querelle, in auge da un po’ sul web (sottolineo, solo sul web) relativa all’adozione, per la prossima stagione, nei campionati della categoria “ragazzi”, della palla “ufficiale”:

come è noto si passa dalla “famigerata” KENKOBALL ad una “normale” palla da baseball di peso e misure regolamentari.

Leggo pareri discordanti e io, naturalmente ho il mio, ma il pensiero di scrivere questo post è nato da alcuni commenti che definiscono la KENKOBALL come “l’antibaseball”.

Detesto, per principio, ogni radicalismo o integralismo e sentire parole come “antibaseball” mi scatena una profonda irritazione:

credo che come in tutte le cose, anche nello sport non ci siano verità assolute.

Basta pensare a come si sono evoluti alcuni dei “fondamentali” nel corso degli anni, basta pensare a con che "attrezzi" molti di noi, non piùgiovanisimi, abbiano cominciato a giocare e basta anche riflettere sul come si giocavano e allenavano, nemmeno 20 anni fa, il baseball e il softball per rendersi conto che le cose cambiano, si evolvono, migliorano, nonostante la “resistenza al cambiamento” riscontrabile in ogni ambito, non solo in quello sporttivo.

Proprio per non cadere nella tentazione dell’integralismo della “religione del vero baseball” proviamo a partire dal principio e a fare chiarezza:

il tipo di KENKOBALL usata da noi  è (era) una palla di gomma che pesa 4.5 once (contro le 5/2.25 di una palla di pelle regolamentare) e che misura 8.5 pollici di diametro (contro i 9/9.25 di una palla di pelle regolamentare).

Si tratta di piccole differenze:

di poco meno di 2 centimetri sul diametro della palla (la KENKO è più piccola di circa il 5%) e di poco più di 14 grammi sul peso (la KENKO è più leggera di circa il 10%).

Una differenza sostanziale, però, è data dal materiale che, assorbendo di più l’impatto con la mazza, genera velocità di uscita dalla stessa più basse di quelle registrate con la palla “regolamentare” e quindi risulta essere PIU’ SICURA rispetto a possibili colpi ricevuti dai piccoli umani che si cimentano nel gioco.

La tabella che segue, tratta dal volume  di R. Cross “Physics of Baseball & Softball” edito nel 2011, in soldoni, mette in evidenza come la KENKOBALL abbia una capacità di assorbire la forza applicata dalla mazza  molto più vicina a quella di una palla da tennis che a una da baseball o da softball “vera”.

Ognuno tragga le proprie considerazioni in proposito.

Poi, sempre a proposito di “antibaseball”, voglio far notare che la categoria ragazzi gioca su un campo che è circa il 33% più piccolo di quello regolamentare e che il lanciatore lancia da una distanza che è circa il 23% più corta di quella del “vero baseball”.

A me sembra che se vogliamo fare i puristi…

Proprio per chi si sente un purista aggiungo un’altra considerazione relativa ad uno sport “concorrente”, il basket:

nel minibasket, quello giocato dai bambini, il campo è più piccolo, i canestri più bassi e la palla (eresia) non è una palla “vera”, ma una palla più leggera e più piccola…

Ci viene in mente nulla?

Come si sarà capito io sono MOLTO FAVOREVOLE all’utilizzo di palle da gioco più sicure e, incidentalmente, credo che le dimensioni non abbiano nulla a che fare con il far diventare, quello giocato dai bambini, una “ragionevole approssimazione” dello sport giocato dagli adulti.

Come ho già detto la parola “antibaseball” evoca in me spettri di integralismo e di “guerra santa” che oltre a essere molto lontani dal mio pensiero mi fanno, in qualche modo, anche un po’ paura (già detto in un altro post).

Credo che fondamentali sbagliati o approssimativi, allenamenti noiosi e ripetitivi, fotocopia di quelli degli adulti (anche quelli, spesso, noiosi e ripetitivi, ammettiamolo…) istruzioni tecniche date “per sentito dire” e poca, anzi pochissima, voglia di sperimentare e applicare tecniche innovative (strade che altri sport percorrono invece abitualmente) siano i veri flagelli del baseball e del softball, altro che una palla un po’ diversa da quella “vera”

 

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Lun, 07/03/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Torna su Softball Inside il gioco del "tris", che ho già usato come "espediente" didattico nel post intitolato, appunto, "Tris".

Il mio carissimo amico Andrea De Angelis, allenatore e uomo innamorato del baseball, oltre che molto attento, ha condiviso, qualche giorno fa, sul mio profilo facebook, questo video, intitolato TIC, TAC, TOE, che alto non è un altro nome del "tris".

Andrea, che è spesso ospite dello SPEAKER'S CORNER di Softball Inside (“Alla ricerca dello swing perfetto”, “primo contatto”, “Il numero 9”, “Reset, fai la scelta giusta”, "Genitori come e perché”) conosce la mia assoluta predilezione per esercizi allenanti che siano, allo stesso tempo, innovativi, divertenti e competitivi oltre che, naturalmente, utili.

Nel breve filmato (pubblicato in rete da Thomas Bauer) si può vedere come, rispettando i criteri dell'allenamento multilaterale, sia possibile dare ad un esercizio per lo sviluppo delle capacità motorie anche una connotazione "cognitiva" che, a ben vedere altro non è che "allenamento alla tattica".

Il gioco si presta, naturalmente a mille possibili varianti e interpretazioni, resta comunque invariata la sua forza nell'unire le due "anime" dello sport di situazione (e il baseball e softball lo sono nella maniera più assoluta):

quella squisitamete fisica e quella mentale, oltretutto utilizzate in un contesto dinamico dove le scelte e le decisioni da prendere cambiano in base a quelle fatte dall'avversario...

Mi chiedo:

Possono i nostri giovani atleti (e forse anche qualcuno meno giovane...) trarre benefici da un tipo di allenamento costruito con questi criteri?

Quanto è dificile "pensare" a modalità di lavoro che escano dai canoni convenzionali (dettati spesso da abitudine e riproposti per sentito dire) puntando a sviluppare nei nostri atleti anche la componente cognitiva?

Credo che non ci sia bisogno di ulteriori commenti...

 

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Lun, 18/01/2016 - 00:34 -- Fabio Borselli

 

Ormai credo che tutti sappiano come la penso.

In particolare su certi argomenti che tendo a “looppare” spesso e volentieri:

specializzazione precoce, metodologia dell’allenamento, allenamento divertente, avviamento all’agonismo, apprendimento motorio e via da capo…

Non starò quindi ad annoiare nessuno con la “solita” tirata su argomenti già abbondantemente trattati, insomma niente “pippone” stavolta (per una esaustiva definizione del termine “pippone” è possibile seguire questo link).

Prima di tutto vorrei proporre questo video che gira da un po’ per il web, credo che non ci sia allenatore/allenatrice/giocatrice di softball che non lo abbia visto, condiviso e commentato:

“che carina!”

Mi sembra quasi di sentire il coretto...

Vorrei, anche, che si osservasse con attenzione (e spirito critico) quest’altro video.

Solo per il gusto di banalizzare un po’ (ed evitare di prendermi troppo sul serio) direi che, in definitiva, i protagonisti dei due filmati sono due “cuccioli”, che eseguono magistralmente degli esercizi, complessi e complicati, non c’è dubbio alcuno, ma comunque esercizi.

Ora (come promesso senza “pippone”) io non trovo grandi differenze tra i due filmati:

c’è stato, Lo si vede bene, un grande lavoro di addestramento.

Mi chiedo:

davvero vogliamo e abbiamo bisogno di giocatrici addestrate?

Davvero siamo dell’idea che la “maturità” e la corretta esecuzione del “gesto tecnico” che si nota nella bimba la renderà un eccellente lanciatrice?

Davvero nessuno tranne me (ma io sono un “pipponatore”, si sa) si è fatto domande sul come è stata “addestrata” la bimba?

Davvero nessuno si è, poi, posto domande sul perché è stato fatto e sulla reale utilità e necessità di quello che è stato fatto?

E qualcuno si è, infine, chiesto quanto tempo è servito, tempo che, in ultima analisi, poteva essere impiegato facendo altro, che so battere, giocare interbase oppure, eresia, facendo qualcosa che non c’entrasse nulla con il softball?

Sento una vocina (forse un po’ più di una):

Fabio, ma non potevi limitarti anche tu a un “che carina!” e lasciar correre?

È più forte di me, ho l’animo del rompiscatole:

mi faccio domande e andando avanti con l'età peggioro.

Ora, non pretendo certo di essere quello "che ha capito tutto", ma spero sinceramente, con tutto il cuore, che quella bimba sia davvero felice di fare quello che fa, come sembra nel video.

Il cane lo sembra, ma a lui, sicuramente, hanno dato una montagna di bocconcini e di coccole (non oso pensare a possibili rinforzi negativi) per addestrarlo a fare cose che, tutto sommato, se io fossi un cane, non so se avrei così tanta voglia di fare.

Ma lo ripeto, sono io che la vedo così e, magari, mi sbaglio.

Ah! Dimenticavo! Prima che qualcuno sollevi l’obiezione, lo faccio da solo:

ho notato, si stia pur tranquilli, che il movimento di lancio non è poi così perfetto e il tecnico che è in me ha già provveduto a elaborare adeguate strategie di correzione…

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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Sab, 02/01/2016 - 10:06 -- Fabio Borselli

 

Le 6.28 del mattino… Il giorno è il 2 gennaio 2016.

In cuffia, paradossalmente, suona questa canzone.

Tra poco più di un’ora e mezza scenderò per l‘ultima volta dalla “romeo 109”, una delle ambulanze della CROCE ROSSA di Arezzo.

Tra poco più di un’ora e mezza terminerà il mio ultimo turno di emergenza come “soccorritore”.

C’è un po’ di tristezza… C’è un po’ di commozione… Da domani ci sarà un po’ di nostalgia.

Difficile non diventare retorici o “mielosi” in occasioni come queste.

Potrei raccontare del cambiamento che mi aspetta, della nuova “avventura” che sta per cominciare, ma in questo momento, mentre l’alba si avvicina, il pensiero va, inevitabilmente, a quello che, tra poco, non sarà più.

Non è possibile raccontare cosa significa “stare” in CROCE ROSSA:

non si può raccontare la profondità e la forza dei rapporti che si creano, non si può descrivere la necessità, quasi fisica, del “mettersi a disposizione” della gente, non si può spiegare la serenità che nasce dal sapere che “stai facendo la cosa giusta”.

La CROCE ROSSA, con la sua gente, è stata, in un momento difficile e complesso della mia vita, un porto sicuro, una famiglia, una tana dove potersi fermare per leccarsi le ferite…

Adesso vado, adesso devo andare, adesso voglio andare…

Ma questa gente, queste persone, questo luogo vengono, comunque, con me.

Qualcuno dei miei “colleghi” soccorritori, una sera, ha detto che, tolta la maglietta di dosso, la CROCE ROSSA che campeggia sul NOSTRO logo, rimane appiccicata alla pelle…

È una verità incontrovertibile:

sono stato e rimarrò, ovunque vada o mi trovi, per sempre, un “volontario della CROCE ROSSA”.

È quello che sento ed è quello che, nell’intimo, sono.

 

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Lun, 28/12/2015 - 08:42 -- Fabio Borselli

 

La notizia mi arriva la mattina di Natale ed è tristissima:

“è morto Carlo Vittori, storico allenatore di Pietro Mennea”, recita il titolo sul sito web della Gazzetta dello Sport.

Non ho nessuna intenzione di scrivere un necrologio, altri lo faranno, meglio e più a proposito.

In questo blog ho spesso ripetuto di sentirmi allenatore nell’anima e nel cuore e sono convinto che allenare sia qualcosa di più di “un mestiere”.

Ecco perché oltre alla tristezza per la scomparsa di Vittori provo anche un po’ (solo un po’, per carità) di sana disillusione nel sentire, sempre e comunque, il suo nome accostato a quello di Pietro Mennea.

Quello che penso di Mennea come uomo e come atleta (aggiungerei come vero e proprio mito) l’ho scritto nel post “Diciannove e settantadue!” pubblicato su Softball Inside (questo il link).

Credo che non ci sia null’altro da aggiungere.                                

Allo stesso modo credo che Carlo Vittori non sia stato SOLO l’allenatore di Pietro Mennea, anche se lo è stato, così come è stato allenatore anche di Marcello Fiasconaro, per nominarne uno.

Però Vittori è stato, anche, “l’inventore” del centro federale di Formia e, soprattutto, il padre putativo della velocità italiana, quello che ha teorizzato, prima e messo in pratica, poi, una metodologia di allenamento nuova, o quantomeno innovativa, per i velocisti.

Alcuni tra i suoi scritti fanno parte della mia “biblioteca” e, rielaborati e rivisti alla luce delle evidenze scientifiche successive, alcuni dei “suoi” principi metodologici sono parte integrante del mio “metodo di allenamento”.

Ripeto, da sempre, che l’allenatore dovrebbe essere un “facilitatore” della prestazione e che, in definitiva, gare e partite vengono vinte (e perse…) da atleti e giocatori…

Non ho mai creduto che sotto la luce dei riflettori debbano finirci gli allenatori, non è quello il nostro lavoro.

Ecco perché ho voluto scrivere queste due righe.

Credo che il TECNICO Carlo Vittori non debba essere ricordato, adesso, solo per le vittorie dei suoi atleti, ma anche e soprattutto, per la solidità del suo pensiero, per la forza con cui ha cercato di farlo diventare vero e reale e per l’essere stato,  un GRANDE ALLENATORE.

Il titolo di “Professore della Velocità” che gli viene attribuito sul sito web della FIDAL mi sembra, per questo, molto, molto appropriato.

Credo anche che il mondo dello sport italiano sia, adesso, un po’ più povero.

 

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