Attivare la Modalità Partita
Brad Gilbert, prima tennista professionista, poi allenatore di successo, dice, nel suo libro “Winning Ugly”:
"Non importa quanto lavori, quanto talento hai, perché é la mente la tua arma principale. E la maggior parte dei tennisti la usa contro sé stesso”
Io direi che la frase potrebbe tranquillamente adattarsi ad ogni atleta, di qualsiasi sport.
Credo che, proprio l’approccio mentale, faccia la differenza durante le gare e possa condizionarle, sia in positivo che in negativo. Cred, anche che, sia l’atleta, sia l’allenatore possano fare molto per sviluppare il giusto approccio alla gara.
Senza voler entrare nello specifico del mental training vorrei definire un aspetto, secondo me molto importante, nell’approccio alla gara:
prima di tutto, la partita NON è l’allenamento, così come l’allenamento NON è la partita. Ricercare, in allenamento, l’intensità di gara è, sicuramente funzionale, ma giocare la partita usando la “testa da allenamento”, non solo non lo è, ma risulta, anche estremamente negativo.
L’obiettivo principale da perseguire, secondo me, è quello di portare gli atleti, di qualsiasi livello essi siano, ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, in quello che hanno imparato e fiducia sul fatto che possono ancora imparare. La fiducia si basa, fondamentalmente, sulle risposte che l’atleta ottiene, prima in allenamento, dove impara e poi in gara, dove mette in pratica quello che ha imparato.
Bisogna, però, prima di tutto imparare come allenatori e poi insegnare, che l’approccio alla partita non si può fare mantenendo le stesse modalità di pensiero con cui ci si è allenati.
Si deve far capire all’atleta che ci sono due possibili possibilità di approccio mentale:
Il primo, più pratico ed analitico, che si usa (o si dovrebbe usare) in allenamento, quando si cerca di migliorare la tecnica di gioco o gli aspetti tattici, quando si lavora per definire ed affinare le proprie capacità per farle evolvere e migliorarle.
Il secondo è l’approccio alla prestazioni, che si usa in gara, quando si cerca di spremere al massimo le proprie capacità, cercando di utilizzare quanto si è imparato e di eseguire al meglio i gesti tecnici per vincere la partita, ma non certo per migliorarli.
Il problema è che non è facile riuscire ad entrare in questo modello di pensiero “orientato alla situazione”:
spesso gli allenatori continuano ad “allenare” anche durante le partite, sommergendo l’atleta di istruzioni, comandi, correzioni che oltre a non permettere il passaggio alla “modalità di gara” minano, sovente, la fiducia dell’atleta stesso nelle sue capacità o possibilità.
A volte è proprio il giocatore che si pone nella situazione di continuare ad allenarsi durante la gara, ricercando, in maniera ossessiva, la perfezione nell’esecuzione e sintonizzandosi, per riuscirci, sui propri movimenti e gesti senza, per così dire, dare fiducia ed applicare il lavoro di preparazione fatto in allenamento. Continuando, di fatto, ad analizzare i possibili errori e cercando di correggerli nel momento sbagliato, anzichè giocare la partita...
Come si può correggere questa tendenza ed insegnare agli atleti ad “entrare in modalità game”?
Prima di tutto l’allenatore dovrebbe riuscire ad entrare, lui stesso, in questo tipo di modalità:
cercando di limitare i propri comportamenti prescrittivi e correttivi riguardo la tecnica individuale, ma orientando il proprio approccio alla lettura tattica della partita ed alla gestione della squadra. Dovrebbe, inoltre rinforzare la fiducia dei singoli atleti nelle proprie capacità.
Credo, poi, che ribadire la differenza tra i due momenti, allenamento e gara, possa essere un buon sistema, credo che sia anche giusto insegnare che si può decidere, coscientemente, di "settare" il proprio approccio scegliendo tra quello orientato all’apprendimento e quello che serve per giocare…
In ogni caso il problema fondamentale è, lo ribadisco, un problema di fiducia:
da un lato la fiducia da parte dell’atleta riguardo alle proprie capacità e sul lavoro svolto per migliorarle, dall’altro la fiducia dell’allenatore sulle capacità dell’atleta stesso, ma, sopratutto, sulla qualità del proprio lavoro.
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