filosofia

Una Promessa è una Promessa - seconda parte -

Lun, 16/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e "gli attrezzi"  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione...

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base” perché significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA' e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA, già, perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d'esecuzione.
  • La FORZA VELOCE che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell'organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice, infatti anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida (da 0 a 150 millisecondi);
  • FORZA esplosiva (da 150 a 300 millisecondi );
  • FORZA dinamica (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi) mentre la FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione, quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

 

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Una Promessa è una Promessa - prima parte -

Lun, 09/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

 

 

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats (una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio, decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà del lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza e altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e iniziare il movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

"i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

 

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Lavare a secco

Lun, 19/12/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

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il seguente post contiene opinioni personali non sempre in linea con il pensare corrente.

Ogni riferimento a metodiche  di allenamento realmente esistenti , a esercitazioni effettivamente proposte o a fatti realmente accaduti è assolutamente e fortemente voluto.

Nel post potranno essere descritte tecniche barbare e contrarie alla pubblica decenza.

Softball Inside declina ogni responsabilità se si decide di andare avanti con la lettura.

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Una delle cose che sento ripetere, con insistenza, parlando del baseball e del softball, oltre alla tiritera delle ottomila regole (pronunciare “ottomila” enfatizzando le “o”, per favore) è quella della difficoltà estrema (“il gesto più difficile di tutti gli sport”) della BATTUTA.

Una mia carissima amica (allenatrice e commentatrice televisiva d’oltreoceano) ama ripetere che “colpire un oggetto sferico con un attrezzo cilindrico” è, quantomeno, un modo molto fantasioso per complicarsi la vita.

Quindi, appurata l’estrema difficoltà insita nel gesto tecnico della “battuta”, dopo aver stimolato, allenato e potenziato le capacità motorie che ne costituiscono i “prerequisiti” (capacità di tracking, capacità di reazione, capacità di coordinazione oculo-manuale, capacità di anticipazione, ecc…) posso dire con certezza, quasi assoluta, che il miglior modo di allenare il “gesto tecnico della battuta” sia proprio quello di…

Battere la palla.

Sembra una banalità, ma vi assicuro che non lo è.

Non lo è, appunto una banalità, se si da un’occhiata, appena un’occhiata, a una miriade (scusate l’esagerazione per difetto) di filmati che girano per i social, su youtube e compagnia cantando.

Non lo è, appunto una banalità, se si fa capolino nelle palestre di allenamento in questo periodo (inverno) in cui “si lavora sulla forza per poi poterla TRASFORMARE in esplosività” e si “correggono gli errori tecnici” (perdonatemi le virgolette, ma la tastiera le ha scritte da sola…).

Tralasciando la assoluta mancanza di evidenza scientifica dei “sedicenti” metodi  per la “trasformazione delle tipologie di forza l’una nell’altra” (quello che sembra essere il più efficace, in questo momento, si trova seguendo questo link)  e tralasciando pure la “fantasiosa” metodologia usata per la correzione degli errori che si basa solo ed esclusivamente (correggetemi se sbaglio…) su infinite serie di ripetizioni poco legate a quello che si sa (qui, all’opposto, con ridondanza di documentazione scientifica) sulle modalità di apprendimento motorio e di ritenzione dei movimenti (vi garantisco che mi vengono i brividi a rileggere i virgolettati, tanto sono inaccurati sia come termini che come concetto, ma tant'è).

Purtroppo (il purtroppo è voluto) quello che si vede troppo spesso è una tipologia di lavoro che mi fa sudare freddo solo a nominarla:

il famigerato “esercizio a secco”.

"A secco", per essere chiari, non si riferisce al Martini di fine allenamento... "A secco" in questo caso, vuol dire senza palla.

Senza palla!

Lo ripeto per essere sicuro di non essere frainteso:

senza palla.

Mi spiego:

si “fa finta” di battere (e di lanciare, di prendere, di tirare, per non farsi mancare nulla) “immaginando” di colpire la palla lanciata effettuando il movimento SENZA che ci sia la palla.

Squadre di mimi imperversano le nostre palestre:

swing su swing, senza che ci sia un solo rumore, nemmeno uno piccolo piccolo, nemmeno un misero foul…

Ora, se si trattasse di allenamento ideomotorio (ne parlerò presto, eccome se ne parlerò…) e ne seguisse i presupposti e le modalità non avrei nulla da obiettare, anzi....

Purtroppo questi “esercizi a secco” NON hanno nulla di ideomotorio.

Sono proposti, invariabilmente, quando più, quando meno, utilizzando numeri di ripetizioni elevati che, giocoforza, fanno diminuire la velocità di esecuzione e senza nessun tipo di variazione.

IMa il peggio arriva quando si fanno serie “a tempo” (ben oltre il minuto…) in cui la velocità scade rapidamente insieme alla qualità del gesto.

E se non bastasse, troppo spesso, queste serie si fanno con mazze appesantite (quando va ancora benino) oppure con “attrezzi della sala pesi” a velocità (insomma, velocità non è la parola adatta…) che non raggiungono nemmeno il 50% di quella effettiva (non che arrivare al 75%-85% farebbe una grossa differenza…).

Oltretutto guai a ipotizzare un “giro”, un misero giro, dalla “parte sbagliata” (da sinistra per i destri, per esempio) fosse solo per “riequilibrare”.

Ora, secondo me, ma magari sbaglio, se non si ricerca la massima velocità in OGNI SINGOLO SWING si perde la componente essenziale (per me) della battuta, che è la sua “ritmicità” e "sincronicità" tra le fasi in cui certe catene muscolari preparano e aprono il lavoro a quelle successive successive, in un crescendo "sinfonico" (scusate la licenza, mi è scappata!)

Sempre secondo me, solo questo basterebbe a “non far girare” MAI la mazza più lentamente della velocità di gara (massimale).

Viste queste brevissime considerazioni  mi chiedo, davvero, qual è l’utilità del “lavoro a secco”?

Non sarebbe meglio “sbattere” la mazza contro una palla? Magari proveniente da direzioni diverse? Magari in arrivo a velocità diverse e ad altezze diverse?

Ma forse sono io che sbaglio e, visto che gli “esercizi a secco” sono divertentissimi, vale la pena di sacrificare un po’ di tempo e di efficacia per non far annoiare troppo i giocatori, specie quelli più giovani…

 

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Nessun batting tee, mazza o palla sono stati maltrattati durante la realizzazione di questo post. Neppure un graffio o una scalfitura. Ce ne siamo guardati bene…

 

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Come, cosa e quando

Lun, 12/12/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Pubblico, senza tante chiacchiere aggiuntive, questa tabella:

 

Seguita, immediatamente, di nuovo senza troppi commenti, da questa:

 

Credo che se le mettiamo insieme a quella contenuta nel mio post "A proposito del Signor Martin" di spunti per una profonda riflessione su quello che pensiamo, diciamo e facciamo a proposito di ALLENAMENTO GIOVANILE (e di tutto quello che ne consegue) ce ne sono un bel po'...

 

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Lun, 05/12/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Ci sono queste foto che girano sui social…

Sapete (se non lo sapete sarà chiaro presto) come la penso,  ripetere, però, come dicevano i latini, giova:

non sono assolutamente convinto che la specializzazione precoce, nello sport, qualsiasi sport, sia garanzia di successo.

La mia convinzione ha basi scientifiche serie e fondate (ce ne sono di serie e fondate anche nell’altro “versante” che, però, non mi convincono) ma, soprattutto, nasce da più di 40 anni di frequentazioni di campi da baseball e da softball di ogni “ordine e grado”.

In questi anni qualcosina ho imparato:

ho imparato, che non esistono soluzioni che vanno bene a tutti, che gli atleti sono, prima di tutto persone, che il loro successo (o il loro fallimento) sportivo poco ha a che vedere con l’ADDESTRAMENTO cui, spesso, troppo spesso, vengono sottoposti.

Ho imparato anche che, anche in questo caso troppo spesso, pochissimi diventano “giocatori maturi” e che moltissimi condividono la “strada del baseball e softball” per pochissimo tempo.

Sono certo che per quei giocatori che “non mollano” cambi pochissimo se il modo in cui sono stati allenati (o addestrati) non era quello “migliore” per loro:

il “morbo” (per citare l’amico Giulio) li ha, infatti, “infettati“ in un modo così profondo che non c’era, fin dal principio, modo di guarirne.

Certo, ho la presunzione di pensare che, magari, se allenati “meglio” i loro risultati avrebbero potuto essere più importanti ma… Non lo sapremo mai, quindi  tant’è.

Ho la certezza, invece, che per molti “abbandoni” si sarebbe potuto fare di più e di meglio, la certezza deriva dai miei fallimenti e dalle mie sconfitte, visto che ogni abbandono rappresenta, sempre, una sconfitta.

Ho la certezza che una “gestione” diversa di quelle persone che hanno appena sfiorato il nostro mondo potrebbe averne limitato la fuga e forse avrebbe lasciato in loro ricordi tanto positivi da farli, comunque, “parlar bene del baseball e del softball” che, credo, sia la cosa di cui abbiamo più bisogno adesso.

Purtroppo, vedo poca felicità in giro per i campi…

Ne vedo, soprattutto,  pochissima nei campi dove giocano bambini e bambine.

Vedo esasperazione, pressappochismo, EGO smisurati, ignoranza (mi perdonerete ma non c’è altro modo di chiamarla) e ADDESTRAMENTO dove ci sarebbe bisogno di gioia, sano agonismo, confronto, competenza, ALLENAMENTO.

Sono spaventato dalla deriva che, mi pare, stia prendendo il nostro movimento:

reclutare prima. Prima di un sacco di cose:

prima della scuola elementare, prima degli altri sport, prima che…

In modo che poi, per tutta la vita, facciano SOLO il baseball ( il softball) guai a fargli vedere o, peggio, provare un altro sport, non fosse mai che poi “gli piace”.

Più della metà dei nostri bambini e bambine, qualsiasi sia l’età del loro reclutamento, appena sfiorano l’adolescenza, se la battono e non giocano più.

Possiamo continuare a dirci che succede anche negli altri sport, che non è colpa nostra, che la Società, che le famiglie…

Oppure possiamo cambiare e diventare quegli SPORT DIVERSI che raccontiamo di essere.

Un modo possibile potrebbe essere quello di RICOMINCIARE a considerarli bambini, non PICCOLI GIOCATORI e formarli “come se fossero” bambini…

Un modo possibile potrebbe essere quello di FARGLI FARE ESPERIENZE MOTORIE che fuori dai campi e dalle palestre, ci piaccia o no, nostalgia o no, non fanno più.

Un modo possibile potrebbe essere quello di farli (o lasciarli) “giocare” agli “altri sport” (GIOCARE e ALTRI SPORT sono le chiavi del discorso) in modo che possano apprezzare e scoprire, da soli la diversità del baseball e del softball.

Ecco perché queste belle foto, di bambini TRAVESTITI da adulti, di bambini che SEMBRANO adulti, che tanti MI PIACE raccolgono sui social, a me fanno PAURA, fanno scorrere un brivido freddo lungo la mia schiena e per mio figlio, davvero, non vorrei mai.

 

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Uno, nessuno e Centomila

Lun, 28/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scomodo Pirandello per il titolo di questa breve riflessione…

Sono un assiduo frequentatore di “Che palle!” la rubrica che Mario Salvini gestisce sul sito Web della “Gazzetta dello Sport” e che ritengo un luogo virtuale molto importante (anche se pochi se ne sono accorti) per la creazione, anche da noi, di una “letteratura, non di nicchia, DI e SUL baseball”.

Su “Che palle!”, all’inizio della scorsa settimana, mi sono imbattuto in Scambio di ruoli”, un articolo dedicato al football americano.

Il pezzo racconta di come sia possibile ragionare “fuori dagli schemi” avendo successo e, cosa da non trascurare, facendo notizia…

Ad un certo punto, cito testualmente, Salvini dice:

“Suggerendoci al contempo che nella vita, sul lavoro e in qualsiasi altro ambito, ogni tanto sarebbe bello scambiarsi ruoli, mansioni, modi di operare e forse persino di pensare. A volte può persino capitare di andare in meta”.

Fare l’impensato… Scambiarsi i ruoli… Giocare “contro” il libro…

Chi più ne ha più ne metta.

Due professionisti, in uno sport professionale hanno “osato” un cambiamento:

hanno sorpreso, hanno costretto a pensare, hanno costretto a ri-pensare, hanno costretto a organizzare, hanno costretto a ri-organizzare…

Vi sembra poco?

Magari pensiamoci.

Pensiamoci la prossima volta che andiamo in campo, la prossima volta che prepariamo il nostro allenamento, la prossima volta che “facciamo quello che si è sempre fatto”, la prossima volta che, arrogantemente, precludiamo ai nostri bambini e bambine la possibilità di FAR VEDERE tutto il proprio potenziale.

Pensiamoci quando, in nome e per conto della nostra esperienza, impediamo a qualcuno di giocare in un ruolo diverso da quello che il del nostro “naso da coach” ha DECISO per lui.

Forse far battere anche dal box “sbagliato” o far provare a tutti a lanciare potrebbe riservare delle sorprese…

Forse potrà “persino capitare di andare in meta”.

 

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Grazie!

Lun, 07/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Gestire un blog è un mestieraccio!

Fermi tutti!

Mi pare di sentirvi:

“e chi te l’ha ordinato? Il Medico? Se non lo vuoi fare non farlo e non stare tanto a lamentarti…”

Fatemi finire:

gestire un blog è un mestieraccio, dicevo, perché non sempre si trovano argomenti e qualche volta dopo aver scritto un post si chiude il portatile pensando:

“ma a chi vuoi che interessi?”

Gestire un blog è un mestieraccio, ripeto, ma a volte diventa una vera e propria passeggiata di salute!

Questo post infatti si è scritto praticamente da solo e devo ringraziare chi, di fatto, mi ha aiutato a mettere in fila le parole.

Partiamo dl principio:

nel post LETTERA, che ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE, facevo una ampia e umorale riflessione su sport, softball, talento, gestione dello stesso, allenatori, mentori, famiglie e forse su un’altra decina di cose che, in ordine sparso, ogni allenatore affronta o è costretto ad affrontare nella sua quotidianità.

Non ho risparmiato critiche a nessuno, cercando di parlare in difesa (come sempre faccio, del resto) dell’attore più importante del contesto sportivo:

l’ATLETA.

Fortunatamente il suddetto post è piaciuto.

Fortunatamente ha scatenato un bel vespaio.

Segno che, forse, il problema c’è, esiste, è sentito.

Ho ricevuto messaggi di plauso: “era ora che qualcuno lo dicesse”.

Ho ricevuto messaggi di biasimo: "ma come ti permetti, tu non sai chi sono io”.

Ho ricevuto solidarietà: “anche a me è successo e come ti muovi viene fuori un disastro”.

Ho ricevuto messaggi di ansia: "ma parlavi di me?”.

Ho ricevuto minacce: "ti aspetto fuori”.

Ho ricevuto…

Gestire un blog è un mestieraccio!

Ma, ripeto, questa volta è stato facile:

un sacco di click, un sacco di contatti, di commenti, di interesse… La soddisfazione di scoprire che quello che scrivi viene letto… La sensazione che quello che pensi provoca discussione, pensieri, parole…

Insomma una bella iniezione di orgoglio per il mio EGO, che qualcuno, che ringrazio, ha definito monumentale.

Per questo grazie! Grazie di cuore a tutti!

A chiunque abbia trovato un secondo per leggere e commentare, per leggere e riflettere, per leggere e mandarmi a quel paese, per leggere e basta.

Alla fine della fiera, parafrasando un certo Francesco Guccini, il motivo per cui ho deciso di gestire un blog è esattamente questo,:

“io scrivo quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi”.

Magari non tutti saranno d’accordo, magari non tutti ne saranno felici, magari non tutti...

Me ne farò una ragione.

 

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La nave

Lun, 31/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Antoine de Saint-Exupery, autore de “Il Piccolo Principe” (a chi non ha letto il libro consiglio di provvedere) diceva:

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

Per essere subito chiari scrivo per parlare di apprendimento, di motivazione, di baseball, di softball, di emozioni, a ruota libera e senza un ordine particolare, seguendo il filo di pensieri, forse casuali, certamente causali…

Da insegnante e da allenatore sono in possesso di “competenze” e, speriamo, in grado di trasferirle consapevolmente.

Oggi, in macchina, mentre guidavo verso casa, reduce da una intensa sessione di “esami”, riflettendo sul lavoro svolto, ri-pensando alle espressioni, alle facce e alle “tensioni” degli esaminandi, mi è balenato in mente questo pensiero:

“Non c’è apprendimento senza emozione”.

Sono sempre più convinto che stabilire standard basati esclusivamente sulle competenze faccia dimenticare che l’apprendimento, qualsiasi apprendimento, deve avvenire in un contesto significativo. La base per un apprendimento superiore unisce alle informazioni, una serie di emozioni e sensazioni che integrano e devono integrare la conoscenza, completandola e arricchendola.

Per gli allenatori, studiare e “insegnare” il baseball e il softball come se fossero “solo” sport (esattamente l’approccio che ho visto da parte di molti colleghi) è il miglior metodo per allontanare definitivamente i ragazzi e le ragazze dal campo di gioco.

Sono convinto che i nostri sport siano, di sicuro, molto più che correre dietro a un palla..

Perché i ragazzi e le ragazze non fanno sport (nella fattispecie perché non giocano a baseball o a softball)?

Perché, se lo fanno, prima o poi fuggono dai campi e dalle palestre?

Perché non sono “motivati” a praticare uno sport?

Perché non sono “motivati” a non abbandonarne la partica?

Siamo sicuri che sia tutta colpa loro, della loro incapacità di concentrarsi, delle loro inesistenti abilità fisiche, della PlayStation, del Web, delle serie tv?

Da che mondo è mondo, la motivazione non sorge spontanea dei ragazzi, bensì è accesa da qualcos’altro: un’esperienza, un affetto, un’emozione, una sensazione abbastanza intensa… E potrei continuare.

Mi viene da pensare che se “lo sport” (al pari della scuola) fosse capace di cogliere le “motivazioni” e di sostenerle, forse avremo più atleti (e meno dispersione scolastica).

Se siamo convinti, a torto secondo me, che la tecnologia multimediale è il nemico, allora perché non proviamo ad allearci, a usarla, a integrarla, visto che non riusciremo a sconfiggerla?

A cosa serve continuare a vestire i panni dell’allenatore competente senza interrogarsi sul perché gli atleti sono svogliati e demotivati?

Io sono sicuro che non è solo e sempre colpa dei ragazzi, delle loro famiglie, della televisione, degli amici, della (ancora) PlayStation, di internet, di “Walking Dead" o dell’influsso di Saturno che transita nel Toro.

Proviamo, almeno proviamo, a modernizzare le nostre conoscenze, il nostro modo di vedere e di esprimerci anche a forza di "serie tivù", visto che tutti i nostri atleti, nessuno escluso, le guardano e le seguono

Non guardatemi male e non scuotete la testa, stiamo perdendo la battaglia, siamo in retroguardia e disperati:

proviamo, almeno, ad escogitare altre e nuove strategie.

La competenza va benissimo, anzi è indispensabile, ma abbiamo capito che da sola non basta. Un allenatore che conosce “solo” lo sport non è più sufficiente, non attira, non convince. Secondo me ci vuole un po’ d’inventiva e l’immedesimarsi nei ragazzi va ancora meglio.

Questo non vuol dire “diventare loro” ma vuol dire “capire e conoscere quello che li muove” e usarlo per “portarli sul nostro campo”.

Carlo Freccero, che di società e di cambiamenti ne capisce, o almeno sembra farlo, ha detto che secondo lui;

“si devono guardare le serie di telefilm americani come fanno tutte le persone intelligenti [...] perché i nuovi telefilm dettano il linguaggio dei tempi e mettono al bando l’ascolto distratto, tipico della televisione. Per essere capiti richiedono una concentrazione assoluta e anche visioni successive”.

Può non piacere, ma fa riflettere.

Ciò che i nostri giovani vedono e usano aiuta a capire molto del loro mondo e del loro linguaggio.

Mi sembra inutile ritirarsi sull’Aventino della propria competenza quando ci sono molteplici “universi cognitivi” e “altrimondi” che possono essere condivisi solo attraverso le emozioni.

Chi non ricorda la propria, terribile ed esigentissima, professoressa di latino, di certo preparatissima, che faceva paura a tutti senza però riuscire a convincerci a studiare la sua materia, insegnata, purtroppo, in un modo poco motivante e parlando una “lingua morta”?

Io, personalmente, vorrei essere ricordato diversamente…

 

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L'allenatore

 

Domenica è sempre domenica

Lun, 24/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Chi si ricorda il mio post “cent’anni di solitudine” di quasi due anni fa alzi la mano!

Tranquilli, non pretendo che in questo caos che è la vita qualcuno se ne ricordi per davvero, per questo, per leggerlo e rinfrescarsi la memoria, basta seguire questo link.

Due anni dopo eccomi con la seconda parte, ovvero “la domenica del coach”, ovvero il compendio di “un anno vissuto pericolosamente” sulla panchina di una qualsiasi squadra, di una qualsiasi serie, di questo sport di pazzi (e pazze) che è il softball.

Oggi si gioca!

Il sole è appena sorto, sono forse le cinque meno qualcosa, e già il “povero allenatore” deve cambiare i suoi piani, è appena arrivato, infatti, il primo whatsapp della giornata sul gruppo della squadra:

il catcher titolare, quello che avrebbe dovuto cambiare la giornata, scrive che non può venire perché domani ha il compito e deve studiare (il compito, di una materia scelta a caso naturalmente, è stato fissato nella notte, intorno alle tre, dalla sua professoressa-vampiro che ha informato la classe con i suoi pipistrelli-viaggiatori).

Mentre il malcapitato impreca in Swahili suona di nuovo il telefono, ancora un whatsapp e ancora un “lieve contrattempo”, il primo dei seguenti 19 che narrano di lutti in famiglia e catastrofi stradali per giustificare assenze e ritardi (e sono, come già detto, ancora, più o meno “solo” le cinque del mattino…).

Poi, mentre riscrive per l’ennesima volta la formazione partente, arriva l’ultimo sms, quello definitivo:

“hai tu il mio guanto?”.

Mentre una lacrima scende, il coach spegne il telefono e decide che, insomma, “è solo un gioco, perché arrabbiarsi? Oggi vinciamo lo stesso”.

Dopo aver a lungo parlato con se stesso, in mutande, davanti allo specchio del bagno, convincendosi che si, “si può fare”, esce di casa, abbigliato di tutto punto, pronto allo scontro, in cerca del primo caffè della giornata, quello in quel bar lì, che porta fortuna, che non è proprio scaramanzia, ma male non può fare.

Eccolo, pieno di fiducia, davanti al bar e il bar, naturalmente, è chiuso:

“hai dimenticato che sono le sei del mattino?”

L’appuntamento con la squadra (quello che ne è rimasto) è alle nove, la partita è alle undici e quindi lui arriva al campo “abbastanza prima”… Fa niente, “così scarico la tensione” si dice, passeggiando sul campo bagnato in compagnia dei suoi, lugubri e premonitori, pensieri.

Dopo tre ore circa arrivano le prime giocatrici e lo trovano addormentato sulla panchina, solo il tempo di riattivare il telefono ed ecco che già suona perché, secondo copione, la prima lanciatrice è in ritardo.

In silenzio, rassegnato, spegne di nuovo il cellulare.

Poi, sorridendo come un puglie suonato, aspetta con pazienza l’arrivo dell’ultima sua “atleta” mentre osserva, con invidia “l’altro coach” appena sceso dal pulmann, la barba ben rasata e un sorriso da rivista patinata che ha con se (come potrebbe essere diversamente?) il suo team al completo (anzi, fammi guardare meglio, ma “quella” non giocava da un’altra parte?).

Vada come vada si arriva all’inizio della partita, driblando pallinate sulle caviglie, disidratazione (ci sono 12 gradi ma le “bimbe” hanno, davvero, troppo caldo, tutte, esclusa una che ha, davvero, troppo freddo) piccole scaramucce (“quella mi ha guardato male”) crisi d’ansia (“io con quest’arbitro non riesco a giocare”) borbottii, fraintendimenti, dolori… Ho già nominato l’ansia?

Vada come vada la partita si gioca e sono le due ore più belle della giornata (poi, sfortunatamente ce ne sono altre due, quelle della seconda partita...) durante le quali il nostro coachè felice come “un tornado in un parcheggio di roulotte” (chi indovina la citazione, mi scriva…) perché, vada come vada, sa esattamente cosa e come fare e sente, esattamente, che quello è il “suo posto”.

Poi la polvere si posa e la partita finisce.

Tutti scappano a casa, dentro la vita vera, lui, invece rimane ancora un po’ lì, a ciondolare, godendosi, finalmente, il silenzio.

Il campo è bellissimo.

C’è una luce… I colori sono… Le emozioni...

Decide che si, davvero, ama il softball e che quelle “pazze”, in fondo, sono la sua squadra e, in fondo, ama pure loro (né il softball né la squadra lo ricambiano, ma questa è un’altra storia).

Ignaro riaccende il telefono e, mestamente, legge il messaggio, l’ultimo della serie, della più piccola della squadra che:

“coach, oggi non vengo, si sposa nonna”, scritto poco dopo la fine della seconda partita e dopo che tutti erano stati in apprensione per lei.

Il cellulare viene, definitivamente, spento e scaraventato verso il campo esterno e poi ci vogliono tre quarti d’ora per ritrovare la copertura posteriore che si è staccata…

È un po’ triste e un po’ stanco e decide che, sia andata come sia andata, in fondo, si merita quel caffè.

Quello che non è ancora riuscito a prendere.

Arriva al bar, quello portafortuna e, naturalmente, nemmeno da dirlo, lo trova chiuso:

“è domenica, te lo sei dimenticato?”.

 

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Lettera

Lun, 17/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Caro genitore,

per prima cosa mi scuso per il “tu”, ma sui campi di gioco siamo abituati a non essere troppo formali puntando all’essenza delle cose.

Sono l’allenatore di tua figlia, della tua giovane e talentuosa figlia, giocatrice di softball.

Credo che, probabilmente, tu sia stato confuso e fuorviato da tanti dei miei colleghi che nascondono la propria insicurezza dietro il mantra “il giocatore ideale è un orfano” (tanto stupido quanto illogico) visto che, impossibile non notarlo, la tua partecipazione alla vita sportiva di tua figlia è, purtroppo, nulla.

Nello sport come nella vita si incontrano tante persone diverse, ogni atleta si porta al campo, volente o nolente, anche un pezzo della propria famiglia:

ci sono i genitori insopportabili, maniaci del controllo e ossessivi.

Ci sono genitori intrepidi, cavalieri in armatura, sempre vigili in caso di ingiustizie, vere o presunte, perpetrate contro la propria discendenza.

Ci sono i genitori che vivono la loro vita “conto terzi”, come se le sconfitte o le vittorie dei figli fossero le loro.

Ci sono i genitori “metti la maglia di lana”, che costruiscono un castello inespugnabile per difendere i propri pargoli da qualsiasi imprevisto o probabilità.

Ci sono i genitori “la vuoi la banana?”, che prevengono i bisogni visto che, d’altra parte, quando si fa fatica c’è sempre bisogno di potassio, no?

Ci sono anche, fortunatamente, genitori presenti ma non invadenti, sempre sorridenti, pronti a incoraggiare e sostenere e, ragionevolmente, a valutare e giustificare.

Molti di queste figure non sono positive, per carità e, anzi, qualche volta vorremo tutti, figli compresi, che i contorni sbiadissero un po’, che si potesse respirare, che ci fosse modo di affrontare lo sport più serenamente e non sempre come una questione di vita o di morte.

Ma tu, invece, tu sei una figura strana, che fatico a capire e, francamente, a giustificare.

Tu, semplicemente, non ci sei.

Non la accompagni e nemmeno la vieni a riprendere agli allenamenti o alle partite e, mai e poi mai, ti ho visto in tribuna.

Tua figlia è un giovane talento, lo senti ripetere da un po’ e invece di farti forza di questo sembra che questa cosa non ti tocchi, anzi, oserei dire, che ti disturba.

So che sei molto preso dal tuo lavoro e che, la vita non sempre serve ostriche e caviale, so anche che gli orari, le esigenze, gli altri figli, il menage familiare e compagnia cantante non aiutano certo a mettere le cose nella giusta prospettiva.

Tua figlia pratica (forse sarebbe meglio dire, vista l’età, “gioca”) uno sport particolare, poco diffuso, qualcuno dice minore, qualcuno dice povero, io dico uno sport “diverso”, uno sport che tutti possono giocare, ma che non tutti riescono a capire.

Tua figlia è molto brava, tanto brava che, all’inizio, non ha fatto nessuna fatica e, anzi, il suo talento l’ha fatta primeggiare senza sforzo apparente, illudendola che questo “dono del cielo” fosse gratuito, che non costasse nulla, che non avesse bisogno di essere supportato per crescere.

Noi, d’altra canto, ci abbiamo messo del nostro:

giustificando le sue assenze agli allenamenti, alimentando il suo ego, sfruttandola (non c’è un modo più dolce di dirlo) per vincere partite e sentirci gli “allenatori di una futura campionessa”, quelli che “l’hanno scoperta”

Ma abbiamo anche fatto di peggio:

ci siamo sostituiti a te che, preso dalla tua vita, non avevi tempo per sostenere il suo impegno e, soprattutto per farle capire che, senza quell’impegno, non si va da nessuna parte.

L’abbiamo coccolata, accudita, ascoltata… Abbiamo macinato kilometri per venircela a prendere e riaccompagnarla a casa dopo partite, allenamenti, raduni…  L’abbiamo viziata, blandita, tranquillizzata…

Noi Abbiamo sbagliato!

Lei è cresciuta convinta che tutto le fosse dovuto, che allenatori, compagne di squadra, dirigenti, genitori delle altre, fossero li per lei, perché il suo talento la rendeva  una regina.

Lei è cresciuta convinta che si potesse eccellere senza lavorare, senza allenarsi, senza impegnarsi.

Ma questo anche per colpa tua!

Quante volte ha assecondato la sua pigrizia perché “così non devo perdere tempo” oppure perché sapevi che, alla lunga, il suo mentore avrebbe risolto il problema?

Adesso è un po’ più grande e il suo grande talento non basta più…

Lei lo sta scoprendo nel modo più feroce:

non vince più, non è più la migliore, anzi, sembra che tutto quello che fa non funzioni più e peggiori le cose.

Noi, gli allenatori, l’abbiamo lasciata andare, la stiamo rimproverando:

le rimproveriamo il poco impegno e lei, dove prima trovava comprensione, affetto, disponibilità, famiglia, adesso trova ostilità e poca propensione ad assecondare le sue esigenze.

Non è più una principessa e per tornare a esserlo deve conquistarsi ogni cosa. Questo però la spiazza e fa fatica a capirlo.

Ripeto, per chiarezza:

Noi abbiamo sbagliato!

Ma ora sei tu a sbagliare!

Caro Genitore, ora è il momento di sostenerla, di spronarla, di aiutarla con l’esempio a diventare grande, ad assumersi responsabilità, a non cercare scuse,

Invece…

Non ci sei mai, non la sostieni, continui a rifiutare il tuo aiuto, la tua disponibilità, il tuo tempo e lei, purtroppo, usa questa tua assenza come scusa:

“non mi posso allenare perché non mi possono portare”, l’ho sentita ripetere più e più volte.

“non mi posso allenare perché devo studiare”, “perché devo aiutare a casa”, “perché…”

Purtroppo è un film già visto:

lei lascerà questo sport, lascerà lo sport, qualsiasi sport, magari prima provando a cambiare, ma senza capire che non deve cambiare lo sport ma il suo approccio…

Quando lo farà, quando se ne andrà, sarà per colpa nostra, dirà, per colpa dell’allenatore che la fa giocare poco o che non gli insegna (se solo fosse un po’ presente…)  oppure dirà che le compagne non la capiscono o non la amano.

Dirà che “tutti ce l’hanno con lei”, che “non è colpa sua”

In questo caso avrà ragione:

non è colpa sua, la colpa maggiore è la tua!

Per questo, caro Genitore, mi permetto un consiglio:

sostieni la sua passione o almeno cerca di scoprire se questa passione ce l’ha davvero e poi aiutala a capire.

A capire cosa vuole e spiegale cosa deve fare per ottenerlo e, soprattutto, fai in modo di esserci!

Non è questo che, alla fine, devono fare i buoni Genitori?

 

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