filosofia

Sulla tradizione: the banana experiment

Lun, 22/06/2015 - 08:54 -- Fabio Borselli

 

Questa volta la prendo un po’ alla lontana…

Siamo nel 1967, l’esimio Dott. Stephenson, mette a punto un esperimento:

rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia c’è una scala e sulla scala un casco di banane.

Come è naturale, le scimmie si accorgono immediatamente delle banane. Una di loro si arrampica sulla scala. Non Appena lo fa, però, lo sperimentatore la bagna con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie che non hanno tentato di raggiungere le banane.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e infreddolite, Ben Presto un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore bagna la scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata.

Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane, le altre scimmie, volendo evitare di essere bagnate, la tirano via dalla scala malmenandola.

Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

L’esperimento prosegue con l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia in sostituzione di una di quelle già presenti. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle.

Le altre scimmie, conoscendo l’esito del tentativo, la obbligano a scendere e la picchiano.

Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a tentare di prendere le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non possa farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, viene sostituita con una nuova.

Il nuovo gruppo è quindi  composto da 3 delle scimmie iniziali (che sanno cosa succede quando si  tenta di prendere le banane), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

La nuova scimmia, come previsto, tenta di raggiungere le banane. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di tentare senza che il ricercatore debba spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata bagnata, ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata prendesse le banane.

La sostituzione progressiva delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state bagnate con l’acqua.

L’ultima arrivata tenta di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:

nessuna di esse, però, conosce il perché del divieto di raggiungere le banane, non avendo fatto l’esperienza diretta della punizione. Una nuova regola è stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni si sono perse con la scomparsa del gruppo che aveva sperimentato le conseguenze della violazione.

Che cosa c’entra il “banana experiment” con il baseball e il softball?

Ho paura che c’entri e che c’entri parecchio.

Basta pensare alla monotonia di certi allenamenti, fatti di ripetizioni, correzioni e poi ancora ripetizioni (che, si badi bene, sono indispensabili, ma non rappresentano la “sola” modalità possibile) specialmente quando questi coinvolgono i bambini e i ragazzi in una serie infinita di gesti scollegati dalla gara e mai eseguiti per risolvere il problema “avversario”.

La sequenza sempre la stessa. I gesti sempre gli stessi, da Bolzano a Caltanissetta:

due giri di campo, palleggio, “diamante”, batting practice (due smorzate, due batti e corri, dieci battute)… Dai sette ai quarant’anni per 2 o 3 volte alla settimana… E tutti ricordano quella volta che le battute furono 15… Se va tutto bene sono trent’anni (a volte molti di più) di una noia mortale.

Eppure di cose da fare, divertenti, motivanti, allenanti, non consuete ce ne sarebbero un sacco.

Allora perché?

Perché non si riesce  cambiare questo approccio che, forse, è uno dei principali responsabili dall’abbandono precoce?

Le risposte: “Non lo so, è così che si fa da queste parti! Il baseball (e il softball, aggiungo) sono questi! In America si fa così!” Suonano familiari?

Spesso si ripetono gesti e si rispettano consuetudini perché è quello che si è sempre visto fare senza sapere esattamente il perché.

E la conseguenza è che il gioco ristagna, non si evolve, resta indietro rispetto ad altre realtà che hanno numeri e dimensioni diverse, che fanno si che l’abbandono per noia o inefficienza non pregiudichi il livello tecnico.

Ho già detto, spessissimo, che non siamo l’America (ma nemmeno Cuba o il Giappone) e che i nostri praticanti hanno bisogno che ci si pongano domande diverse, che si trovino nuove soluzioni a vecchi problemi.

Il nostro baseball e il nostro softball non hanno bisogno di tradizioni, hanno bisogno che non si smetta di cercare, di interrogarsi, di riuscire a proporre nuovi paradigmi.

In conclusione mi è obbligo rivelare che, molto probabilmente, la descrizione del “the banana experiment” è frutto dell’elaborazione di una serie di esperimenti successivi e che, ancora più probabilmente, le modalità di svolgimento non siano state quelle che ho raccontato. D’altra parte si era nel 1967…

Ma anche se l’esperimento risultasse, effettivamente, una rielaborazione, le sue conclusioni sarebbero tanto diverse dal nostro modo di allenare baseball e softball?

 

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Io sono un Imbecille!

Lun, 15/06/2015 - 09:47 -- Fabio Borselli

 

Questa volta non si parla di baseball o di softball.

Non si parla di tecnica o di approccio mentale, di battuta o preparazione fisica…

Questa volta si parla di Softball Inside in quanto blog, in quanto luogo virtuale, in quanto cittadino del web e del suo diritto di farne parte.

la scorsa settimana lo scrittore Umberto Eco (questo il suo profilo su wikipedia), parlando alla cerimonia di conferimento della sua Laurea Honoris Causa all’Università di Torino avrebbe detto (come riportato dal sito web del quotidiano “La Stampa”):

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli Imbecilli“.

Eco ha detto anche altre cose, sulla rete, sul complottismo e sul fatto che basta armarsi di computer e chiunque può dire tutto, o il contrario di tutto, senza controllo, senza tema di smentita e creandosi, comunque, seguito e platea.

Ripeto che questa volta non si parla di baseball o di softball.

Si parla, invece, del diritto che SOFTBALL INSIDE, del sottoscritto e di chi scrive, a volte, sullo SPEAKER’S CORNER, di avere delle opinioni, di poterle esternare e di poter essere valutato per esse senza che il Professor Eco, o chi per lui, debba prima mettere il suo “imprimatur”.

Preferisco trovare degli Imbecilli (o esserlo io stesso…) su internet perché è possibile farlo e preferisco poter decidere io se lo sono davvero, piuttosto che dover ascoltare solo "verità consolidate" promosse dagli esperti, da “quelli che lo sanno fare”.

Avevo detto che non avrei parlato di baseball o softball, ma non ne posso proprio fare a meno…

Sul web, a voler cercare, si trova davvero di tutto:

dalle modalità di allevamento del paguro terrestre in cattività a come assemblare un ombrellone al contrario, figuriamoci se non è possibile trovare informazioni, filmati, teorie o idee bislacche sul baseball e sul softball.

Non tutti i contenuti reperibili sono ideati da fini conoscitori o da esperti accreditatii, non tutti i contenuti sono delle verità assolute, molte cose sono prodotte, più o meno bene, scritte, più o meno bene, raccontate, più o meno bene, da inesperti, fanatici, sperimentatori, appassionati, folli, visionari e, diciamocelo, anche da qualche Imbecille così caro al professor Eco.

Non tutto funziona o è dimostrato scientificamente, molte cose sono palesemente forzature, molte errate interpretazioni, altre estremizzazioni di teorie più che legittime.

Molto spesso manca in chi cerca l’esperienza, lo spirito critico o la capacità di discernimento e si corre il pericolo che il “popolino”, “la massa”, “il volgo” facciano di tutt’erba un fascio e che vengano fuori proposte, allenamenti, tecniche “sbagliate”

Meglio quindi un sano controllo della rete e delle informazioni che permetta la diffusione solo e esclusivamente del pensiero ortodosso.

Questo teorizza l’intervento di Eco.

Dimenticando che le conquiste scientifiche, le rivoluzioni, i cambiamenti, anche troppo spesso, sono frutto di intuizioni o di errori di interpretazione fatti da “battitori liberi”, “scienziati pazzi”, “folli sperimentatori”, “visionari”… Insomma, quelli definiti dal senso comune come Imbecilli.

Si metta l’anima in pace il filosofo Eco, e con lui quelli che si sono affrettati a sposarne le tesi, in questo ben strano mondo abbiamo davvero bisogno anche degli Imbecilli, non fosse altro che per evitare di perderci, magari, il futuro Dick Fosbury…

Per questo (e per molto altro...) Softball Inside rimarrà sul web, dando voce a tutti gli Imbecilli che sentono di avere qualcosa da dire.

 

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Ricevitori

Lun, 08/06/2015 - 08:53 -- Fabio Borselli

 

Qualche flash preso direttamente dalla giornata di sabato scorso, passata in campo per il try-out del Progetto Verde Rosa.

Per prima cosa c’era un gran caldo. Poi c’erano tante ragazzine. Poi la giornata è stata davvero lunga. Per tutti, atlete e allenatori.

Succede che, all'interno delle attività della giornata, per poter valutare le abilità dei catcher, gli stessi debbano, a un certo punto, indossare l’attrezzatura.

Succede anche che alcuni accompagnatori delle giocatrici, che in questa categoria (under 13) sono, essenzialmente, i loro genitori, facciano notare che c’è molto caldo e lo fanno con una battuta:

“ti diverti a torturarle? Con questo caldo gli fai tenere la maschera?”

Naturalmente è una battuta detta scherzosamente, ma qualcosa si mette in moto nella mia testa…

Passiamo oltre, per adesso.

Nel pomeriggio si giocano delle partite, per vedere “in action” le ragazze:

Le lanciatrici prescelte come partenti cominciano a scaldarsi con i propri catcher e qui cominciano i guai:

in tutti i campi (ne avevamo ben 3 a disposizione…) i tecnici sono costretti a ricordare ai catcher di indossare la maschera durante il riscaldamento.

Prendo nota e andiamo avanti.

Arriva il momento dei primi cambi sulla pedana e c’è la necessità per i rilievi di scaldarsi:

escono dal dug-out insieme ai catcher e il problema maschera sembra risolto:

infatti, questa volta, i ricevitori, tutti, invariabilmente, non hanno nemmeno pettorina e schinieri:

"fa caldo!” è la motivazione che danno quando gli viene fatto notare.

Come la penso sull’argomento “attrezzatura di gioco” e sulla necessità che, in particolar modo da parte dei ricevitori, debba essere sempre indossata al completo, partita o allenamento che si stia facendo l’ho già detto nel mio post  “Attrezzi per giocare”.

Ribadisco il concetto:

i catcher, quando si allenano o giocano in difesa, devono indossare, SEMPRE, le proprie protezioni, maschera compresa, anche se fa caldo, anche se stanno “semplicemente scaldando” la lanciatrice.

Non è solo una questione di sicurezza, ci sono anche delle serie motivazioni tecniche.

Personalmente io chiedo ai ricevitori di non togliere mai la maschera:

nemmeno per le volate in foul, visto che la moderna attrezzatura permette una perfetta visuale, ma soprattutto quando devono difendere il piatto.

Mi è capitato di vedere, non tanto tempo fa, un giovane catcher colpito a un occhio dalla palla tirata a casa base dall’esterno e rimbalzata male.

Risultato:

brutta contusione, partita finita e corridore avversario a punto.

Se avesse avuto la maschera avrebbe realizzato l’out e avrebbe continuato, tranquillamente, a giocare.

Oltre che per la sicurezza la maschera è utile anche per togliere ogni titubanza nella presa della palla che può essere resa difficile dal sopraggiungere del corridore e per dare un piccolo vantaggio “di approccio” al ricevitore:

credo che dover cercare di conquistarsi il punto contro un avversario “corazzato” possa, almeno un po’, intimorire e rallentare il corridore che si trova, improvvisamente, di fronte una vera e propria “muraglia umana” che non offre nessun “punto debole” e apparentemente impenetrabile.

Ma se nell’indossare attrezzatura e maschera ci sono solo vantaggi, perché è così difficile che venga fatto abitualmente?

Credo che la risposta possa essere dovuta a una sorta di “eccesso d’amore”:

mi sembra che allenatori e genitori vedano nell’imposizione dell’attrezzatura, specialmente “in allenamento quando non serve”, un inutile tortura, una punizione o un modo per sovraccaricare “quelle povere bambine”.

Quale ne sia il motivo sono convinto che sia un errore... Un errore di quelli gravi e, probabilmente, imperdonabili.

 

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Ma davvero?

Lun, 01/06/2015 - 09:42 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da un pomeriggio di “navigazione casuale, ma non troppo” sul web…

Leggo sulla pagina facebook di ALESSIO BARONCINI questo post che riporto integralmente:

“Non è molto carino da dire "Asfaltati" ad una squadra che perde "tanto a.. zero". Molto spesso si tratta di ragazzi/e alle prime esperienze di gioco che nel loro piccolo fanno di tutto per impegnarsi, non mancare agli allenamenti, seguire i consigli dei loro allenatori. Con oggi l'ho/abbiamo già letto in tre occasioni diverse... non è bello. Un bravo a chi vince ed un bravo a chi si impegna per ... vincere la prossima volta.”

Poi mi ricordo di questa notizia, letta qualche giorno fa sulla pagina internet del sito CAMPIONI.CN, dalla quale riporto un piccolo estratto:

“… Riteniamo che sia importante saper vincere senza sentirsi dei supereroi come il saper perdere senza sentirsi dei buoni a nulla. Non è colpa dei ragazzi: se non riusciamo noi dirigenti in questo compito, saremo noi ad aver fallito, non certo loro.”

Torno, infine, sul sito della GAZZETTA DELLO SPORT (sezione sport vari) per rileggere questo articolo di qualche tempo fa, del quale, questo passaggio mi sembra assai pertinente:

“… Molte volte, tuttavia, nell’attività motoria proposta dagli adulti non c’è gioco, gioia e allegria. Al loro posto pressioni eccessive, agonismo esasperato, allenamenti noiosi. “Sono molti gli allenatori molto più preoccupati a vincere o a non perdere – precisa Maurizio Mondoni - piuttosto che interessati alla prestazione dei propri atleti.”

Ho spesso espresso il mio pensiero su quelle che ritengo le possibili cause dell’abbandono dello sport agonistico (o sulla mancata partecipazione) da parte dei bambini e degli adolescenti .

L’ho fatto con forza e profonda convinzione nel post “A ruota libera dopo la trentesima convention…”.

Credo che un’attenta lettura di questi piccoli interventi in proposito possano chiarirlo ulteriormente.

Non sono, naturalmente, completamente d’accordo sullo “sport senza agonismo”, che ritengo un estremizzazione che cerca di risolvere, eccedendo in senso opposto, le problematiche comuni ai “pezzi” citati.

Ma chiarito questo mi chiedo, di nuovo:

abbiamo tutti sotto gli occhi i risultati di un certo tipo di approccio, non è, forse, il caso di cominciare a riflettere a fondo sull’argomento e provare a invertire la tendenza?

 

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Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Il libretto delle istruzioni

Lun, 11/05/2015 - 08:27 -- Fabio Borselli

 

Chi non conosce il LEGO?

Il “gioco di costruzioni più famoso al mondo” ha, in ogni scatola di mattoncini, il libretto delle istruzioni.

Se si acquista, per esempio, il set n. 60074 (BULLDOZER), dentro la scatola si troveranno 384 pezzi e un libretto di istruzioni che, con l’aiuto di dettagliate illustrazioni, permette a chiunque di costruire un giocattolo, esattamente identico a quello rappresentato sulla confezione.

Quando ho cominciato ad allenare avevo delle certezze assolute riguardo ai “fondamentali”.

Avevo ben presente come volevo che fossero i miei giocatori e facevo di tutto perché fossero esattamente uguali al modello che avevo in testa.

Questo modello era rigidissimo e non erano ammesse deviazioni:

si batte così! Si lancia così! Si prende così!

La tecnica doveva essere perfetta, assolutamente precisa, GIUSTA.

La GIUSTA TECNICA rappresentava, per me, il libretto delle istruzioni per poter “costruire”, nel modo corretto, gli atleti e la squadra.

Cercavo in ogni modo di realizzare, senza errori, il disegno rappresentato sulla confezione.

Negli anni i miei modelli si sono fatti meno rigidi, molto più elastici e adattabili.

Ho ragionato su quanto l’efficacia del gesto sia da preferire alla forma e sul fatto che esistono soluzioni diverse allo stesso problema.

Detto questo sono ancora convinto che ci siano degli assoluti tecnici e biomeccanici in ogni tecnica del baseball e del softball dai quali non si può prescindere e che rappresentano dei punti obbligati “di passaggio” per raggiungere la massima efficacia del gesto.

Ma sono ancor di più convinto che ogni fondamentale sia frutto di interpretazione, rielaborazione e adattamento da parte dell’atleta.

Con il LEGO, usando in maniera diversa da quanto previsto nelle istruzioni i 384 pezzetti di plastica che fanno parte del set Buldozzer (questo i bambini lo sanno benissimo) è possibile, con la sola limitazione della fantasia, realizzare praticamente qualsiasi cosa.

I componenti rimangono gli stessi, ma l’utilizzo che se ne fa porta a un risultato ogni volta diverso.

Allo stesso modo gli atleti possono diventare efficaci anche utilizzando approcci e soluzioni diverse allo stesso problema.

Nel baseball e nel softball non c’è una valutazione formale dei gesti, non si ottengono punteggi in base all’esecuzione, non c’è una giuria che valuta l’eleganza o la postura, si vince o si perde solo in base all’efficacia di quanto i giocatori fanno in campo:

il tiro deve produrre un’eliminazione o impedire un avanzamento, una battuta deve far muovere i corridori sulle basi, un lancio non deve essere agevole da colpire per il battitore, ne più ne meno di questo.

Buoni fondamentali aiutano la prestazione ma l’efficacia ne determina il risultato.

Credo che la tecnica debba essere al servizio del giocatore e del gioco e non fine a se stessa,

Personalmente ho smesso di cercare il “libretto di istruzioni” degli atleti e allo stesso modo ho smesso di pensare che ognuno di loro debba essere il più possibile simile all’illustrazione sulla confezione.

 

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Prendi il lancio!

Lun, 04/05/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

“Prendi il lancio!”, ma può essere anche “lascia passare!” oppure “non girare la mazza!”.

Chi non ha questo “segnale” nel proprio set?

Chi non ha mai ceduto alla tentazione di “gestire il conto” del proprio battitore dal box del suggeritore o dalla panchina?

Mi è capitato di discuterne spesso.

Quando chiedo il motivo, la necessità, di ordinare al battitore di non tentare di colpire la palla in arrivo, ottengo, con poche eccezioni, una gamma di risposte che raccontano di “strategia del conteggio”, di “disciplina nel box di battuta”, di statistiche e di tendenze…

Che, ben inteso, sono tutte risposte appropriate:

un buon battitore è capace di gestire il suo turno di battuta (o dovrebbe essere capace di farlo) e la sua abilità nello scegliere quali lanci tentare di battere o lasciare passare, anche e soprattutto in senso tattico, determina la sua possibilità di successo.

Non è, sicuramente, la stessa cosa prepararsi a battere sul conteggio di 3 ball e 0 strike piuttosto che su quello di 1 ball e 2 strike.

Ma non credo che questo giustifichi il fatto che possa essere qualcuno diverso dal battitore  a scegliere quale lancio provare a battere e non credo, anzi sono sicuro, che il segnale “prendi il lancio!" abbia una qualsivoglia utilità strategica sia individuale che di squadra.

Credo invece che, purtroppo, poter pensare di utilizzare questo tipo di segnale abbia a che fare con la “l’illusione  del controllo” che, a tutti i livelli, gli allenatori pensano di poter esercitare sui propri giocatori e sulla gara.

Non voglio entrare in discussioni filosofiche sul "chi giochi e chi vinca le partite di baseball e di softball" o sul ruolo che, nelle vittorie come nelle sconfitte ha, o dovrebbe avere, l’allenatore.

Personalmente non ho l’abitudine di chiedere ai miei battitori di incassare un lancio.

Prima di tutto perché credo che i giocatori debbano imparare, rapidamente, a camminare con le proprie gambe e a essere capaci di prendere decisioni, specialmente quelle che li riguardano direttamente.

La battuta è, essenzialmente, un duello fisico e mentale con il lanciatore avversario e la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie abilità e capacità, anche decisionali, fanno la differenza tra l’essere un mediocre o un buon battitore.

Non voglio, assolutamente, che il battitore vada nel box pensando che l’allenatore possa decidere al posto suo:

deve vincere da solo la sua battaglia, imparando dai suoi fallimenti e affinando le sue capacità tattiche sperimentando sulla propria pelle le situazioni.

Per poter arrivare all’autonomia del giocatore, naturalmente, il ruolo dell’allenatore è fondamentale nel fornire, oltre alle abilità puramente tecniche, anche e soprattutto, informazioni tattiche e strategiche che possano aiutare la “presa di decisione” nel box di battuta.

Tutto qui.

Da quando mette piede nel box il battitore è solo con se stesso:

il suo obiettivo dovrebbe essere, unicamente, quello di colpire la palla e dovrebbe utilizzare, per farlo, tutte le armi che ha a disposizione.

L’allenatore ha finito il suo compito.

Può, è vero ed è nella logica del gioco, chiedere giocate particolari, ma questo non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare con l’ordinare di “prendere un lancio”.

Purtroppo, invece, questa modalità di cercare di “radiocomandare” i giocatori è molto diffusa e, paradossalmente, utilizzatissima nell’attività giovanile. Non c’è nemmeno bisogno che dica che se la ritengo una cattiva abitudine con atleti maturi, la considero una vera e propria aberrazione se messa in atto con giocatori giovani, inesperti e insicuri.

Io penso che la MISSION dell’allenatore dovrebbe aiutare gli atleti a diventare sicuri dei propri mezzi, consapevoli dei propri punti di forza, fiduciosi nella possibilità di riuscire, renderli,  in ultima analisi, indipendenti.

E penso anche che una cosa, apparentemente banale, come il segnale di “prendere il lancio”, racconti una storia che, invece di parlare di fiducia nei propri atleti e dell’orgoglio del proprio operato, metta l’ego del coach davanti a tutto…

 

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Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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Quando tutti saranno Super

Lun, 30/03/2015 - 10:42 -- Fabio Borselli

 

Chi mi conosce, ormai lo sa benissimo:

quando si parla di attività giovanile sono un acceso sostenitore del “tutti devono giocare”, sono così convinto di questo assoluto che e lo ripeto all’infinito, diventando, me ne rendo conto da solo, alquanto pedante.

La suddetta pedanteria, poi, raggiunge l’apice quando ci aggiungo anche la frase “in tutti ruoli”.

Tralasciando di raccontare lo scetticismo che, spesso, accompagna queste mie esternazioni, voglio invece fare alcune riflessioni su una delle risposte tipiche che mi sento dare, questa:

“ci sono bambini che preferiscono non giocare. Si sentono male solo al pensiero, perché sono troppo emotivi e hanno paura”.

Riferita al giocare in tutti i ruoli, poi, questa risposta standard è arricchita da alcune variazioni sul tema, la più gettonata suona più o meno così:

“non tutti possono LANCIARE, perché quando si rendono conto di NON ESSERE ALL’ALTEZZA, sono proprio loro a non volerlo fare”.

Vorrei fare su questi concetti alcune considerazioni.

La prima è quella relativa all’assoluta verità del fatto che qualche bambino abbia PAURA e preferisca non giocare nelle partite ufficiali.

Ora, partendo dal presupposto che ciò sia un oggettivo dato di fatto, mi chiedo:

perché mai?

Cosa spinge un bambino a frequentare assiduamente le sedute di allenamento e a presentarsi, poi, agli appuntamenti agonistici rifiutandosi però di diventarne protagonista, non “volendo”, per esempio, lanciare o, all’estremo, non “volendo”, addirittura, giocare?

Credo che ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda e interrogarsi su cosa causa questo comportamento, a tutti gli effetti anomalo e incomprensibile, anziché limitarsi a considerarlo un evento assolutamente casuale e imprevedibile e accettarlo così com’è.

E allora, perché un bambino che sceglie il baseball come suo sport, che decide di impegnarsi per impararlo, decide anche di non affrontare quella che del baseball è l’essenza cioè la partita?

Io credo che, come sempre, la colpa di questo comportamento, sia degli adulti.

Non solo degli allenatori, intendiamoci, ma anche di tutti gli adulti “di riferimento” che girano intorno alla “carriera agonistica” dei giovani atleti.

Sarò un sognatore, ma sono convinto che l’agonismo dei bambini e, di conseguenza, le competizioni dei bambini, siano esclusivamente un “affare da bambini” e che nessun adulto dovrebbe caricarle di qualsiasi altro significato.

Invece…

Ogni avversario, spesso, diventa la NEMESI, il nemico giurato, che deve essere assolutamente sconfitto, quasi che ne andasse della sopravvivenza.

Secondo me questo approccio alla competizione genera istantaneamente, ansia da prestazione, ansia che non tutti i bambini sono in grado di affrontare ed ecco che i più “deboli” possono pensare di sottrarsi a questa tempesta emotiva, che li spaventa a morte, evitando di “mettersi in gioco”, partecipando alla partita da spettatori, evitando così di essere corresponsabili della possibile sconfitta.

In questa logica, seguendo la “fenomenologia del baseball (e del softball)”, i lanciatori sono, a tutti gli effetti, veri e propri “predestinati”:

vezzeggiati, coccolati, sostenuti, questi giovani eroi, dotati di capacità superiori, spesso da soli, possono determinare la vittoria dell’intera squadra.

Ma se questo è il ruolo che viene assegnato al lanciatore sorprende che qualche bambino non voglia salire in pedana?

Ma è colpa loro e della loro “scarsa attitudine alla competizione” o è colpa degli adulti che caricano, i giovani pitchers di responsabilità eccessive?

C’è uno spezzone del film “Gli Incredibili”, visibile seguendo questo link al canale YouTube di Softball Inside, che parla proprio di questo:

In un mondo di supereroi, dotati di poteri inimmaginabili, di fronte alle minacce e alle difficoltà, le persone normali possono solo nascondersi, lasciando a questi esseri superiori il compito di risolvere la situazione…

Ma se tutti possedessero superpoteri, allora, come dice il cattivo del film, sarebbe come se nessuno li avesse e si trovasse a non dover più dipendere da “entità superiori” per risolvere i problemi.

Se lanciare (o giocare ricevitore, esterno, interbase…) fosse una cosa che tutti DEVONO fare e TUTTI i bambini sapessero che durante OGNI partita quei ruoli gli saranno sicuramente assegnati (senza chiedere di fare niente di più che il proprio meglio) allora giocare in quei ruoli sarebbe assolutamente normale e non potrebbe, per la sua normalità, generare ansia o stress eccessivi e insormontabili.

Non credo ci sarebbero più bambini che non vogliono giocare (o lanciare, o fare il ricevitore o l’interbase…).

E, ancora, obbligherebbe, di fatto, gli allenatori a preparare TUTTI al meglio per affrontare TUTTE le possibili sfide, senza pensare a selezionare i “campioni” e scartare i “poco dotati”

E non è questo che ogni allenatore dovrebbe fare?

 

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Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

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