filosofia

Blue Moon

Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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Quando tutti saranno Super

Lun, 30/03/2015 - 10:42 -- Fabio Borselli

 

Chi mi conosce, ormai lo sa benissimo:

quando si parla di attività giovanile sono un acceso sostenitore del “tutti devono giocare”, sono così convinto di questo assoluto che e lo ripeto all’infinito, diventando, me ne rendo conto da solo, alquanto pedante.

La suddetta pedanteria, poi, raggiunge l’apice quando ci aggiungo anche la frase “in tutti ruoli”.

Tralasciando di raccontare lo scetticismo che, spesso, accompagna queste mie esternazioni, voglio invece fare alcune riflessioni su una delle risposte tipiche che mi sento dare, questa:

“ci sono bambini che preferiscono non giocare. Si sentono male solo al pensiero, perché sono troppo emotivi e hanno paura”.

Riferita al giocare in tutti i ruoli, poi, questa risposta standard è arricchita da alcune variazioni sul tema, la più gettonata suona più o meno così:

“non tutti possono LANCIARE, perché quando si rendono conto di NON ESSERE ALL’ALTEZZA, sono proprio loro a non volerlo fare”.

Vorrei fare su questi concetti alcune considerazioni.

La prima è quella relativa all’assoluta verità del fatto che qualche bambino abbia PAURA e preferisca non giocare nelle partite ufficiali.

Ora, partendo dal presupposto che ciò sia un oggettivo dato di fatto, mi chiedo:

perché mai?

Cosa spinge un bambino a frequentare assiduamente le sedute di allenamento e a presentarsi, poi, agli appuntamenti agonistici rifiutandosi però di diventarne protagonista, non “volendo”, per esempio, lanciare o, all’estremo, non “volendo”, addirittura, giocare?

Credo che ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda e interrogarsi su cosa causa questo comportamento, a tutti gli effetti anomalo e incomprensibile, anziché limitarsi a considerarlo un evento assolutamente casuale e imprevedibile e accettarlo così com’è.

E allora, perché un bambino che sceglie il baseball come suo sport, che decide di impegnarsi per impararlo, decide anche di non affrontare quella che del baseball è l’essenza cioè la partita?

Io credo che, come sempre, la colpa di questo comportamento, sia degli adulti.

Non solo degli allenatori, intendiamoci, ma anche di tutti gli adulti “di riferimento” che girano intorno alla “carriera agonistica” dei giovani atleti.

Sarò un sognatore, ma sono convinto che l’agonismo dei bambini e, di conseguenza, le competizioni dei bambini, siano esclusivamente un “affare da bambini” e che nessun adulto dovrebbe caricarle di qualsiasi altro significato.

Invece…

Ogni avversario, spesso, diventa la NEMESI, il nemico giurato, che deve essere assolutamente sconfitto, quasi che ne andasse della sopravvivenza.

Secondo me questo approccio alla competizione genera istantaneamente, ansia da prestazione, ansia che non tutti i bambini sono in grado di affrontare ed ecco che i più “deboli” possono pensare di sottrarsi a questa tempesta emotiva, che li spaventa a morte, evitando di “mettersi in gioco”, partecipando alla partita da spettatori, evitando così di essere corresponsabili della possibile sconfitta.

In questa logica, seguendo la “fenomenologia del baseball (e del softball)”, i lanciatori sono, a tutti gli effetti, veri e propri “predestinati”:

vezzeggiati, coccolati, sostenuti, questi giovani eroi, dotati di capacità superiori, spesso da soli, possono determinare la vittoria dell’intera squadra.

Ma se questo è il ruolo che viene assegnato al lanciatore sorprende che qualche bambino non voglia salire in pedana?

Ma è colpa loro e della loro “scarsa attitudine alla competizione” o è colpa degli adulti che caricano, i giovani pitchers di responsabilità eccessive?

C’è uno spezzone del film “Gli Incredibili”, visibile seguendo questo link al canale YouTube di Softball Inside, che parla proprio di questo:

In un mondo di supereroi, dotati di poteri inimmaginabili, di fronte alle minacce e alle difficoltà, le persone normali possono solo nascondersi, lasciando a questi esseri superiori il compito di risolvere la situazione…

Ma se tutti possedessero superpoteri, allora, come dice il cattivo del film, sarebbe come se nessuno li avesse e si trovasse a non dover più dipendere da “entità superiori” per risolvere i problemi.

Se lanciare (o giocare ricevitore, esterno, interbase…) fosse una cosa che tutti DEVONO fare e TUTTI i bambini sapessero che durante OGNI partita quei ruoli gli saranno sicuramente assegnati (senza chiedere di fare niente di più che il proprio meglio) allora giocare in quei ruoli sarebbe assolutamente normale e non potrebbe, per la sua normalità, generare ansia o stress eccessivi e insormontabili.

Non credo ci sarebbero più bambini che non vogliono giocare (o lanciare, o fare il ricevitore o l’interbase…).

E, ancora, obbligherebbe, di fatto, gli allenatori a preparare TUTTI al meglio per affrontare TUTTE le possibili sfide, senza pensare a selezionare i “campioni” e scartare i “poco dotati”

E non è questo che ogni allenatore dovrebbe fare?

 

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Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

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La forza dell’abitudine

Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Tu non hai la sfera di cristallo…

Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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I Bambini non conoscono la competizione: la imparano dagli adulti!

Lun, 09/02/2015 - 08:06 -- Fabio Borselli

 

La frase che da il titolo a questo intervento è presa direttamente dal post “PUO’ IL SOFTBALL COPIARE DAL FOOTBALL AMERICANO?” di Aurora Puccio, pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER di Softball Inside la scorsa settimana (qui il link).

Direi che l’interpretazione di Aurora contiene una grande verità, ma anche una piccola bugia.

La bugia è che i bambini non conoscono la competizione, la conoscono eccome, solo che non è quel tipo di competizione, e qui arriviamo alla verità, che gli adulti gli impongono.

Succede che per competere i bambini debbano prima imparare a riconoscere “nell’altro” qualcosa di diverso da un mezzo per esplorare il mondo che li circonda.

Detesto dare limiti temporali (a quest’età succede questo…) perché ogni individuo è diverso sia biologicamente che psicologicamente e quello che succede all’uno, magari, è già successo o deve ancora succedere, all’altro.

Si può però provare a generalizzare:

prima dei 4 o 5 anni è molto difficile che il bambino sia capace di “mettersi nei panni dell’altro” e, per questo, nel gioco sperimenta, con ovvi distinguo, la propria individualità, “utilizzando” gli altri, appunto come “strumenti di gioco”.

Solo più avanti (si dice intorno a i 6 o 7 anni, ma qualche autore ipotizza anche gli 8 o 9 anni…) i bimbi cominciano a integrare nel loro mondo “gli altri” e  a ritenerli sia interlocutori che compagni di gioco, cominciando prima con il concordare regole e, solo in un secondo tempo, a rispettare quelle provenienti dall’esterno.

Quando il gioco comincia a d avere queste caratteristiche (immedesimarsi nell’altro,  comprensione e rispetto delle regole) nasce quella che io chiamo “sana competizione”.

Quella che dovrebbe essere alla base di ogni gara, partita o campionato giovanile.

Per competere, nei giochi, i bambini si accorgono, infatti che hanno bisogno di una componente fondamentale: l’avversario.

Scoprono, naturalmente, che non si può gareggiare da soli, che non si può prevaricare l’avversario, correndo il rischio che abbandoni il gioco, che non si possono violare le regole perché questo destabilizza il gioco stesso.

Ma, soprattutto, scoprono che vittoria e sconfitta sono opzioni parimenti possibili e che, anzi, proprio l’incertezza sul “chi vincerà” rende interessante un gioco piuttosto che un altro.

Scoprono anche che non si può vincere sempre (anzi che perdere succede molto più spesso…) e che vittoria o sconfitta sono importanti ed hanno valore solo ed esclusivamente nell’ambito, particolare e ristretto, del gioco stesso.

Questo non vuol dire che le competizioni siano “all’acqua di rose”, anzi, sono confronti duri, spigolosi, senza quartiere:

basta osservare attentamente e con mente aperta i giochi spontanei dei bambini per capire che cercano la vittoria, la supremazia, con ogni mezzo e con tutte le proprie forze. Poi il gioco finisce e sono subito pronti per una nuova sfida.

Questa è la competizione che fa bene ai bambini, che li fa crescere, che li prepara al “dopo”:

un momento di divertimento e di confronto con sé stessi, per conoscere meglio le proprie caratteristiche e capire come coordinarsi, come pensarsi e compensarsi, come migliorarsi…

Un qualcosa che riesce ad offrirgli delle occasioni per guadagnare sicurezza e autostima.

Ma in questa bella storia, purtroppo, ad un certo punto arrivano gli adulti:

i genitori, gli insegnati, gli allenatori, le società sportive…

Improvvisamente la gara non è più “competizione fra pari” ma “lotta per la supremazia”  e tutto viene fatto, esclusivamente, in funzione della vittoria CONTRO l’altro:

voti migliori per essere “buoni studenti”, allenamenti specializzanti per diventare “buoni atleti”, vittorie nelle gare per essere “campioni”.

Questi sono meccanismi e giudizi che nascono dagli adulti e che invadono il mondo dei bambini senza tenere conto delle loro esigenze, costringendoli  a valutare le proprie azioni sempre in termini di “sono migliore o peggiore” degli altri.

La competizione, invece di essere un momento di crescita e di esplorazione del proprio mondo, diventa così l’unica motivazione ad agire. Si compete per competere, in una gara continua, che attribuisce valore in termini di vittorie o sconfitte.

Ecco perché non sono d’accordo con Aurora:

i bambini conoscono benissimo la competizione, la cercano e la ricercano ed è fondamentale nella loro “esplorazione” di se stessi, degli altri e del mondo.

Purtroppo, invece, dagli adulti imparano, troppo spesso, che VINCERE è l’unica cosa, che non c’è secondo posto e che se non sei un vincente non vali nulla…

Come genitore, insegnante ed allenatore non vorrei mai che la competizione, con la gioia della vittoria e la tristezza della sconfitta, sparisse dal mondo dei bambini, ma vorrei che gli adulti (me compreso) diventassero così “bravi” dal lasciarli fare da soli:

aumentiamo le possibilità di confronto coinvolgendoli in attività che li mettano alla prova (come per esempio organizzando situazioni in cui, attraverso una riscrittura condivisa delle regole, sia possibile creare un “confronto tra pari”) ma evitiamo di farne una questione da adulti.

 

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Lun, 01/12/2014 - 08:11 -- Fabio Borselli

Nel mio post “Oketi Poketi Woketi Wa” ho detto, direi abbastanza chiaramente, quanto amo il cinema di animazione.

Nello stesso post ho anche detto che in molti di questi gioielli grafici si trovano frasi o, addirittura, intere sequenze, che possono parlare agli atleti, specie se giovani o giovanissimi, meglio di come potrei fare io.

Ma allo stesso modo ci sono sequenze che parlano anche agli adulti e, qualche volta, lo fanno in maniera dirompente.

Mi gira in testa, ad esempio, HOPPER la cavalletta, comandante in capo dei cattivi in “A Bug’s Life”.

Ora, in una scena del film, Hopper, che in quel momento, è giusto sottolinearlo, fa la parte del “bullo”, si rivolge alla principessa ATTA, futura regina delle formiche, con una frase che è tanto CHIARA quanto POTENTE:

“prima regola del comando: ogni cosa è colpa tua” .

Lo spezzone in questione si può vedere sul CANALE YOUTUBE di SOFTBALL INSIDE seguendo questo link.

Difficile non soffermarsi a pensare alle implicazioni contenute in questa, tutto sommato, semplicissima affermazione.

Prima di tutto chi fa l’allenatore, come me, dovrebbe avere questa regola impiantata “di default” nel proprio cervello… Dico di più, dovrebbe essere uno dei  MOTORI principali delle sue azioni.

Ma non è una frase che no dovrebbe riguardare “solo” agli allenatori

Purtroppo, invece, senza con questo voler fare della facile retorica, raramente questo principio è osservato.

Anzi, è costume fare esattamente l’opposto:

chi sta più in alto nella scala gerarchica, scarica, invariabilmente la colpa sui sottoposti, in una catena che porta, paradossalmente, a far ricadere la responsabilità dei fallimenti su chi, è all’ultimo posto, spesso quello che opera seguendo indicazioni sulle quali non ha, assolutamente, nessun controllo.

In caso di successo, invece, non c’è neanche bisogno di dirlo, un “capo” di questo tipo, non fa nessuna fatica ad assumersi tutti i meriti, dimenticandosi perfino di ricordare chi, il lavoro, l’ha fatto sul serio.

Mi rendo conto che estrapolare da “A Bug’s Life” un messaggio così forte è, forse, un po’ un esagerazione.

Si tratta, in fondo, “soltanto” di un film di animazione e non è certo “L’Arte della Guerra”.

Anche John Lasseter (per quanto io possa ritenerlo geniale) non è, di certo, Sun Tzu.

Però:

la “prima regola del comando: ogni cosa è colpa tua”, forse, può far riflettere su quelle che dovrebbero essere le caratteristiche di un LEADER per poter svolgere il suo compito al meglio.

Magari ci sarebbero anche altre cose da dire sulla LEADERSHIP, magari qualcun altro più competente potrebbe formulare il “decalogo del Leader perfetto”, ma credo che partire da questa regoletta, presa da un cartone animato, potrebbe essere un discreto punto di partenza.

Personalmente, non essendo abituato alle mezze misure, ho sempre difeso a spada tratta le mie decisioni, ma, allo stesso modo, non mi sono mai nascosto dietro di esse, assumendomi, sempre e comunque, la responsabilità sia delle mie azioni e di quelle degli altri quando queste fossero mia diretta responsabilità.

Torno a ripeterlo, mi piacciono i film di animazione.

Forse qualche volta esagero nel volerci trovare quello che, probabilmente, non c’è.

In ogni caso: “è colpa mia”.

 

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Lun, 24/11/2014 - 09:36 -- Fabio Borselli

Fino a stamattina non avevo idea di chi fosse Unai Emery, allenatore del Siviglia, squadra di football (non americano…) che fa parte della LIGA, la prima serie del campionato di calcio, in Spagna.

Su di lui ho letto un interessante articolo pubblicato sul web dalla rivista online “Ultimo Uomo”, dedicata, appunto al mondo del pallone.

Emery viene definito, nell’articolo, “un allenatore ossessivo e con una filosofia dell'adattamento che sta risultando vincente”.

Oltre al titolo dell’articolo, “La felicità non è nel risultato”, molto interessante ed evocativo e che vorrei commentare, voglio anche riportare questa sua frase, che mi ha molto colpito:

“gli errori ci sono, impossibile prescindere dagli errori, ma allora che gli errori entrino a far parte del processo di crescita. Si ritorna quindi al processo di crescita come vera gioia di un allenatore”.

Naturalmente sono parole che si riferiscono al suo lavoro di allenatore di squadre evolute, di altissimo livello, i cui giocatori sono, nella maggior parte dei casi maturi al punto giusto da avere, quasi del tutto, esaurito il proprio percorso “di formazione” e pronti, per questo, a fornire la massima prestazione possibile.

Sono però frasi POTENTI, che rappresentano una filosofia dello sport che trascende il livello degli atleti che si allenano:

a proposito della “vittoria che non dipende dal risultato” penso che fare sport, anche se necessita di immane fatica solo per effettuare il tentativo di raggiungere risultati di alto livello e che questi non siano garantiti, sia fonte di divertimento.

Credo anche, però, che il divertimento non sia, e non debba essere, solamente quello che si ottiene quando si vince.

Mi spiego, se l’atleta, l’allenatore, condizionano il proprio “divertimento”, la propria “felicità”, solo ed esclusivamente al risultato finale della partita, rimanderanno al termine dell’incontro il giudizio su quello che hanno fatto “durante”, perdendosi la gioia del “giocare qui e adesso”, che è ciò che rende lo sport una meravigliosa avventura.

Una delle frasi che uso, forse anche troppo spesso, per dissuadere i giocatori dal valutare la propria prestazione SOLO dalla vittoria o dalla sconfitta è:

“se guardate SOLO il tabellone, alla fine, vedrete SOLO il tabellone”, a significare che se si considera come unità di misura l’aver vinto o perso si rischia, poi, di “perdere per strada” tutto quello che, sia esso buono o meno buono, viene fatto durante la gara.

In uno dei film della serie Pirati dei Caraibi, l’attore Johnny Depp, fa dire al suo personaggio, il capitano Jack Sparrow: “Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”, e se lo dice Johnny Depp…

Coach Emery ha le idee chiarissime su quello che significa ERRORE, tanto chiare da considerarlo parte integrate del processo di formazione dell’atleta.

Io condivido questa visione, aggiungo soltanto che l’errore, di per se, spaventa molto di più gli allenatori che gli atleti e che questa paura  porta, spesso, gli allenatori, a non lasciare il giusto tempo perché l’errore venga superato dall’atleta stesso.

Credo che ogni individuo abbia bisogno dei “propri tempi”, prima di tutto per capire quello che sta facendo e quello che sta sbagliando e, poi, per trovare la soluzione.

Compito dell’allenatore è, secondo me, prima di tutto fornire le conoscenze giuste ed i mezzi per utilizzarle, lasciando che l’atleta, il giocatore, trovi la sua strada in autonomia, per poi aiutare a costruire sul risultato ottenuto, nuove conoscenze.

Sono rimasto molto colpito dallo scoprire che, in un’ambiente, come quello del calcio professionistico, apparentemente dominato da logiche economiche tali da  mettere in discussione la sua reale appartenenza al mondo dello SPORT, ci possa essere spazio per allenatori che, pur con i distinguo della loro situazione oggettiva, pensano e lavorano come fa (o dovrebbe fare) un allenatore di settore giovanile, in qualsiasi altro sport.

Concludo con un’altra citazione di Emery:

“la partita la si può anche perdere, ma che sia per il talento avversario, non per la loro maggior voglia o preparazione”.

Inutile dire quanto la condivido.

 

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Cent'anni di solitudine

Lun, 27/10/2014 - 08:46 -- Fabio Borselli

Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”, finisce così il capolavoro di Gabriel García Márquez…

Ora, credo che la persona più sola del mondo, in una squadra di softball, sia l’allenatore.

Non è difficile riconoscerlo, in disparte, nel suo angolo della panchina, circondato, se è fortunato, dai suoi pochi “bravi” (coach, scorer e poco più), gli stessi che prima del “famigerato” terzo canto del gallo saranno pronti a lasciarlo in balia degli eventi.

L’allenatore, colui che è destinato ad essere “IL” capro espiatorio da sacrificare alle Divinità del softball se le cose non vanno bene e l’unico che nelle foto guarda da un’altra parte, se capita di vincere.

E pensare che, in principio l'allenatore, semplicemente non c'era:

era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o diritto di nascita ne era il capitano, ad impartire ordini e a fare la formazione, salvo poi appassionarsi e cominciare (quale illusione...) a pensare di poter essere l’uomo del destino, la “forgia” che trasforma gli uomini in eroi.

Eccolo così trasfigurato nell’allenatore.

Un dilettante (nel senso che “si diletta” ad allenare e che quindi, per questo, non lo pagano) ma che, poi, tanto dilettante non è visto che si è sciroppato corsi, abilitazioni, clinics, in un parossismo di centri di preparazione olimpica, autogrill, stanze condivise con compagni di viaggio dal sonno pesante e dal russare poderoso, investendo in tutto ciò l’equivalente del PIL di una repubblica caraibica di taglia media.

Ha poi passato notti insonni  a perfezionare e rielaborare ed ancora perfezionare programmi d’allenamento, ha girato per campi per vedere le amichevoli degli avversari, letto, studiato, digerito.

Questo uomo picaresco, lo si riconosce subito anche dall’abbigliamento:

è quello che ha, sempre, la tuta diversa dal resto della squadra (ed anche se la avesse come gli altri sarebbe della misura sbagliata) primo perché è un maschio e poi perché, quando arriva in squadra i dirigenti gli dicono: “aspettiamo le tute nuove, che per ora son finite”… Prima che gli forniscano un giacchetto per ripararsi dall’acqua bisogna aspettare il passaggio dei monsoni e per avere (eresia) un paio di scarpe deve ostentare per alcune settimane vecchie Superga sfilacciate, con vista ditone.

Per riuscire a farsi offrire una birra gratis, al bar del campo (non esageriamo, eh!), ci vogliono almeno due vittorie per non parlare di aver diritto ad un sorriso, per il quale occorrono mesi di applicazione.

A casa, poi, ci sono notti insonni ed agitate, fame compulsiva, assenze, distrazioni, inappetenza di nuovo compulsiva, che si accompagnano a veri stati d’allucinazione nelle notturne,  febbrili vigilie delle, immancabili, partite verità.

Dalle giocatrici non si deve aspettare nessun aiuto:

sono cordiali, affabili, fanno complimenti e lo chiamano con nomignoli affettuosi solo nella speranza di giocare, se sono riserve, o per il timore di essere relegate in panchina se sono titolari. Tutte lo fanno, comunque, sempre e soltanto per sperare in minori fatiche ed ottenere favori o favoritismi.

E non importa se trotterellano allegramente durante i giri del campo e se le palle rimbalzano nel guanto o volano alte oltre la recinzione perché devono chiacchierare, loro hanno sempre qualche scusa pronta o, nella versione più evoluta, qualche minaccia, del tipo:

“mica sono una  professionista”, “ho un sacco di cose per la testa” , “sei un fanatico”, “ce la sto davvero mettendo tutta”, “tu mi tratti così ma sappi che l’Atletico Borgotrecase mi vuole e mi ha cercato”.

Non bisogna nemmeno farsi illusioni se sembra che le cose vadano bene  perché, prima o poi, questo si rivelerà un pericoloso boomerang:

basta un campionato vinto ed ecco che il tapino, che si convince di avere  diritto ad un futuro fatto di fiducia ed entusiasmo, comincia ad immaginare anni felici e la possibilità di “cambiare quello che non va”.

È un errore imperdonabile.

Gli stessi dirigenti, i (pochi) tifosi che in ottobre festeggiavano la promozione come se in campo fossero scesi loro, a metà aprile, a stagione a malapena iniziata (e la tuta ancora non si vede…) sono pronti a “dimissionarlo” perché: “quest’anno ha perso mordente”.

Basta una sconfitta inopinata contro la solita Dinamo Riotortodisotto che, complice la delazione di alcuni giocatori, il malcontento inizia a serpeggiare insidioso. Non sono certo gli errori “di guanto” ed i lanci al rallentatore,  a far perdere le partite, e nemmeno la lentezza generale o il non prendere i segnali: “è lui, è colpa sua, con i suoi metodi, con le sue idee bislacche, proprio non ci divertiamo”.

A questo punto, per lui, sarebbe meglio andarsene, sarebbe anche meglio essere cacciato, che rimanere ancora più solo, senza giacchetto, con le scarpe bucate e la tuta diversa (sempre che, alla fine, sia riuscito ad averla…) senza un cane che lo saluta, senza più abbracci e senza nomignoli...

Ma se tutto questo è vero, ed è vero, senza possibilità di smentita, perché continuiamo a farlo?

Perché continuiamo a stare li, in quel posto solitario, sotto gli occhi sornioni e bugiardi di quelli che, loro si, saprebbero come fare, come gestire, chi far giocare?

Lo facciamo perché ci sono momenti in cui, anche se la solitudine è totale e opprimente, il tempo sembra fermarsi: cominciano a succedere cose che le persone intorno a te riusciranno a capire soltanto “dopo”, mentre tu già sapevi, “da prima”, che sarebbero successe.

E quando saranno pronte a reagire, o penseranno di poterlo fare, questo accadrà esattamente un secondo dopo che tu avrai già deciso cosa fare e lo avrai, anche, già fatto.

È quel secondo, davvero, che cancella tutto il resto.

 

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Age quod agis

Lun, 20/10/2014 - 08:44 -- Fabio Borselli

“Age quod agis” è un proverbio latino che tradotto letteralmente vuol dire: “fa quello che fai”, e che ri-tradotto in sportivese, diventa “Mettiti in gioco”.

Che poi vuol dire che quando si fa una cosa, qualsiasi cosa, bisogna fare proprio quella cosa lì, ed in quella cosa lì che si sta facendo, mettere tutto se stesso: la testa, il cuore, le mani, i sentimenti… Insomma, tutto quello che si ha.

Perché se una cosa la si fa con tutto l’impegno possibile, quella  esperienza arricchisce, che si riesca o che non si riesca, che si vinca o che si perda, in questo modo, alla fine, sia che il risultato raggiunto sia grande o che sia piccolo, questo diventa, comunque, significativo.

Da questo punto di vista credo che la sterile ed abusata polemica che, periodicamente, percorre il mondo dello sport tra i fautori della “competizione” e quelli dell’”importante è partecipare”, abbia ben poca ragione di esistere:

prima di tutto perché il termine “competizione” vuol dire tante cose, ma io credo che non c’entri niente (o almeno non quanto comunemente si crede) con il “vincere” e poi perché le parole SPORT e COMPETIZIONE sono, sempre a mio parere, sinonimi in senso lato.

Al contrario dire “basta partecipare”, soprattutto se a praticare lo sport sono i bambini, assume troppo spesso il significato di “deve essere SOLO divertente”.

Parlando di attività giovanile, questo genera la convinzione che, l’unica scelta possibile sia tra la RICERCA DELLA VITTORIA e la PARTECIPAZIONE PER DIVERTIRSI.

Nulla di più sbagliato!

La situazione è molto più complicata di così!

Io non ho mai visto un bambino che si diverte perdendo, anzi sono sicuro che perdere, e perdere spesso, fa associare la sconfitta alla frustrazione e aiuta a costruire convinzioni depotenzianti che, nella maggioranza dei casi, porta all’abbandono.

Ma anche la vittoria, potrebbe essere accompagnata da sensazioni e sentimenti negativi che, a lungo andare, potrebbe portare lo stesso risultato di rifiuto dello sport.

Il concetto da cui deve partire un’analisi corretta della “competitività” è che, forse, la vittoria non è lo scopo primario, o che almeno occorre definire con precisione cosa si intende per vittoria e capire che questo significato cambia di volta in volta.

Credo che il reale significato di COMPETERE sia l’AFFRONTARE DELLE SFIDE e che queste possano essere, di volta in volta, semplici, difficili o irrimediabilmente impossibili da superare.

E’ chiaro che questo pone l’allenatore, insieme a quanti si occupano del gruppo o del singolo atleta (genitori, società, federazioni) davanti alla scelta di utilizzare la competizione non come fine a se stessa ma come parte del processo di crescita e formazione dell’individuo che pratica sport. In questo modo la competizione non è solo la partita o la gara, ma diventa parte integrante delle sedute di allenamento, sia come contenuto specifico, che come “tema di fondo”.

Gareggiare, misurasi, nello sport è fondamentale:

se vogliamo educare dei competitori è indispensabile che giochino e che gareggino da subito, ma bisogna pensare a competizioni o gare EQUILIBRATE, in cui l’avversario sia impegnativo. ma non troppo facile o impossibile da battere, gare che mettano in evidenza il processo di formazione e che aiutino a consolidare quanto appreso. gare che servano a verificare se la rotta tracciata è giusta o se servano degli aggiustamenti.

È necessario, di volta in volta, caso per caso, che l’obiettivo della gara sia ben chiaro nella mente dell’allenatore e, specialmente, degli atleti e che questo possa non essere il "semplice" superare l’avversario, bensì il raggiungimento di una traguardo svincolato dal risultato finale, che sia  individuale o di squadra.

È poi estremamente importante parlare della SCONFITTA, che è possibile, sempre, quando si gareggia o ci si misura:

rendere la sconfitta una possibilità e metterla nella giusta prospettiva aiuta gli atleti (anche quelli meno giovani) a considerarla come parte integrante del processo, annullando la carica negativa che una battuta d’arresto, se non ben compresa, possiede.

Credo che nello sport gareggiare sia inevitabile, ma credo anche sia fondamentale capire che “gli altri” non sono il nemico da battere, da annullare, da umiliare, ma punti di riferimento e compagni di viaggio e che gareggiare con loro ha, ogni volta, il significato ed l’importanza che “io” decido di dargli.

E potrei andare avanti...

Ora tutto questo è difficile e complicato e presuppone che chi lavora con i giovani sappia esattamente qual è la rotta da tenere per raggiungere quello che io ritengo essere il vero obiettivo finale: la piena maturazione dell’atleta.

Ma, d’altra parte, chi ha mai detto che fare l’allenatore sia un mestiere facile?

 

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