filosofia

Questione di coerenza

Lun, 03/08/2015 - 11:02 -- Fabio Borselli

 

Ho incontrato Mauro Berruto alla Coach Convention del 2014.

La sensazione che ne ho avuto è quella di avere davanti un grande professionista. Quella di avere davanti un uomo di sport  consapevole di quello che dice. Quella di trovarmi di fronte a un visionario, cioè a un uomo capace di avere una visione.

Mauro Berruto non è più l’Head Coach della Nazionale di Pallavolo Maschile.

Non lo è più perché, come allenatore e come uomo, ha deciso di rimanere fedele ai propri principi.

Le vicende che hanno portato Coach Berruto a prendere alcune decisioni “gestionali” che hanno scatenato numerose polemiche sono riassunte in questo articolo apparso sul sito web della gazzetta dello sport.

Sul suo blog, Mauro Berruto, il 29 luglio scorso, ha invece pubblicato questo post, dal titolo "grazie mi fermo qui", che spiega, con limpidezza e coerenza la sua decisione di lasciare la guida dell’Italvolley.

Sono, fondamentalmente, un uomo di sport. Mi ritengo, aldilà delle differenze tra sport e sport, un collega di Berruto, un allenatore come lui.

Sono un uomo di principi saldi, chi mi conosce sa che non sono disponibile al compromesso su questi principi.

Non so se Coach Berruto leggerà questo post, di sicuro io ho letto il suo e, per quello che vale, la mia razione è stata di pensare un grande e sacrosanto:

“Bravo Mauro! Questo fanno gli uomini!”

Lo ringrazio per la sua coerenza, per la sua capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e per la forza di quelle stesse decisioni.

Avevo seguito il suo intervento alla Coach Convention con gioia e attenzione, ma il suo post è davvero una “Lectio Magistralis”

Grazie Coach Berruto!

Grazie di cuore!

 

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Una voce fuori dal coro

Lun, 27/07/2015 - 09:04 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da questo grafico, pubblicato all'inizio della stagione del football da Coach Urban Mayer, capo allenatore dei Buckeyes, la squadra della Ohio State University.

Coach Mayer, che è uno dei due soli allenaori a livello universitario ad aver vinto il titolo della "Big Ten Conference" guidando due diversi programmi in due diverse scuole.

Il grafico dice che dei 47 giocatori cui l'unversita dell'Ohio ha offerto di entrare nella squadra, ben 42 provengono da scuole dove hanno praticato altre discipline, oltre al football e che solo 5 (più o meno il 10%) sono, invece, atleti specializzati.

Questa tabella ha suscitato scalpore e riacceso un dibattito che vede contrapposte due scuole di pensiero:

da una parte i fautori di una expertise precoce, dall'altra chi crede in una formazione multilaterale e polisportiva.

Chi mi conosce sa come la penso...

Non voglio aggiungere commenti, solo sperare che, vista la provenienza dell'informazione, si possa cominciare, anche da noi, a ragionare sul problema.

 

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Remember the Titans

Lun, 20/07/2015 - 07:13 -- Fabio Borselli

 

Adoro il cinema, in ogni sua forma. Adoro le belle storie, quelle ben raccontate, quelle raccontate con gusto.

Adoro i film che parlano di sport.

Mi commuovono, specie quelli che raccontano, davvero, senza retorica, di sport e di vita.

Tutte le volte, e dico proprio tutte le volte, quando passano in tv in qualche oscuro canale, non riesco a smettere di guardarli e riguardarli che si tratti del vetusto l'idolo delle folle o del recente MoneyBall.

Ho finito da poco di rivedere, per l’ennesima volta, la versione italiana del film Remember the Titans (tradotto orribilmente in “Il sapore della vittoria – Uniti si vince”), che racconta la vera storia, della squadra di football americano del liceo T.C. Williams High School di Alexandria (Virginia) durante la drammatica stagione 1971.

Il film, come è ovvio, si prende alcune “licenze” rispetto alla storia vera ma resta molto fedele nel raccontare il clima che, proprio nel 1971, si respirava in Virginia mentre, a colpi di decreti legge, si tentava di integrare in un’unica comunità la variegata popolazione dello stato.

Era il 1971… non la fine dell’800… Il problema razziale era vivo e vegeto appena l’altro ieri e forse resta comunque aperto anche oggi…

I Titans, squadra di High Schoool, allenata da un coach nero, composta da giocatori bianche e neri, vincerà il campionato statale contro squadre composte da giocatori bianchi e guidate da coach bianchi.

Raccontato così il film sembra, solo ed esclusivamente, una storia di integrazione e di riscatto, ma Remember the Titans è soprattutto una storia di sport, una storia di vittorie e di sconfitte, una storia di ragazzi che provano, in campo, a diventare uomini.

Come se questo non bastasse, in quella stagione, magica e drammatica, i Titans, oltre a scrivere un pezzo di storia (e di epica…) dello sport, hanno dovuto superare la perdita a metà stagione, del loro campione più rappresentativo, Gerry  Bertier, che, come raccontato nel film, perderà l’uso delle gambe a seguito di un incidente stradale, ma sarà così forte e determinato da superare quell’handicap e diventare un atleta paraolimpico vincitore di due medaglie d’oro… Una storia nella storia.

Brad Pitt, nel film (ebbene si, un altro film…) MoneyBall, parlando con la voce di Billy Beane dice:

“come si fa a non essere romantici con il baseball?”.

Vorrei parafrasarlo e dire che:

“è impossibile rimanere insensibili alle vicende dello sport, di qualsiasi sport, quando sono vere e parlano al cuore”.

Un amico, qualche tempo fa, ha scritto sullo SPEAKER’S CORNER che “lo sport prepara alla vita”, io preferisco pensare che lo sport faccia parte, realmente, della vita, con significati diversi a seconda delle stagioni, ma che sia un caldo e avvolgente “rumore di fondo” che è impossibile ignorare.

 

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Straordinario

Lun, 06/07/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

il baseball e il softball, inutile negarlo sono in questo momento, in  Italia, ai minimi storici, sia come livello tecnico che come numero di praticanti.

Intendiamoci, non è che la situazione nel resto del vecchio continente sia più rosea e questo ci permette, complici anche “oculate scelte di mercato” di mantenerci ai vertici, o quasi, del movimento europeo, ma in questo caso non mi sembra proprio il caso di festeggiare il “mal comune, mezzo gaudio”

Tra tutte le possibili cause e concause di questa situazione vorrei analizzarne una, quella del basso numero dei praticanti e quindi parlare di reclutamento e abbandono precoce, ma non solo.

Prima di tutto un’affermazione:

gli allenatori italiani di baseball e softball sono, a mio parere, allenatori eccezionali.

Infatti, con pochissimo “materiale umano” riescono ad allestire squadre, a giocare partite, a competere, anche ad alto livello, spremendo da quei pochi praticanti che arrivano alla soglia dell’età adulta prestazioni di tutto rispetto.

Ci sono però domande che mi sono posto e la prima è questa:

siamo sicuri che gli atleti che, resistendo, continuano a giocare fino e oltre i 19/20 anni siano i migliori possibili? I migliori talenti?

E la domanda successiva è:

siamo sicuri che le nostre metodologie di allenamento siano quelle che ne esaltano tutto il potenziale?

È innegabile che i nostri atleti e le nostre atlete over 20 siano dei “sopravvissuti”:

quando va bene hanno giocato per almeno 10 anni, spesso in un unico ruolo, se precoci e dotati di appropriati livelli di forza, magari, hanno anche lanciato, fino a quando, raggiunta la pubertà sono stati “reindirizzati” verso altre posizioni.

Quando va bene si sono allenati allo stesso modo, anche con allenatori diversi, scimmiottando, inutile nascondersi, le modalità di allenamento degli adulti:

due giri di corsa, qualche esercizio di stretching, qualche “passo di andatura”, qualche scatto, palleggio, difesa, difesa, difesa e batting practice (con qualche bunt e qualche batti e corri).

Siamo sicuri che non c’è un'altra strada e che non riusciamo a percorrerla per evitare di disperdere il patrimonio di bambini e bambine che l’attività di diffusione nelle scuole porta sui campi a ogni nuova stagione?

Credo che, di fondo, ci sia un problema di paura.

Baseball e Softball sono due giochi straordinari e devono essere giocati e allenati in maniera straordinaria. Punto.

Essere straordinari comporta il rischio di fare delle scelte.

Essere straordinari comporta il rischio che queste scelte non piacciano a qualcuno, specialmente a quelli che: “si è sempre fatto così, da queste parti”.

Questo, però, fa parte della definizione stessa del termine STRAORDINARIO.

Non bisogna avere paura, non bisogna smettere di essere, davvero STRAORDINARI.

Basta ricordarsi che nessuno ottiene mai, o può pensare di ottenere,  l'unanime approvazione di tutti, chi emerge, per forza di cose, va incontro anche alle critiche e al dissenso.

Purtroppo questo non è solo un problema di baseball e softball:

Non si cambia, non si corrono dei rischi, non si prova a diventare STRAORDINARI,  perché SI HA PAURA DI SBAGLIARE.

Questa paura la si impara a scuola.

È a scuola che si inizia a pensare che conviene stare al proprio posto, che è meglio colorare il disegno senza uscire dai margini, che non conviene fare troppe domande durante la lezione e guai a eseguire il compito diversamente dal modo in cui viene richiesto.

Nelle nostre scuole,  si dispongono i ragazzini tutti in fila e ci si impegna, con ogni mezzo, per non avere pezzi difettosi. L'obiettivo finale è che nessuno emerga, nessuno rimanga indietro, nessuno che corra in testa o che esca dai ranghi.

con queste premesse  mi chiedo:

siamo davvero sicuri che, riproporre questo modello, non trasformi lo STRAORDINARIO che baseball e softball hanno nel loro DNA in qualcosa che è uguale a tutto il resto e che ha, oltretutto, lo stesso sapore di tutto il resto? Lo sport giovanile è diventato, purtroppo, un mercato e un mercato affollato, dove seguire le regole, essere come gli altri, significa fallire e dove non emergere equivale a essere invisibili.

Sono convinto che siamo bravissimi e che riusciamo a “vendere” i nostri sport a bambini e famiglie di ogni tipo proprio perché nei nostri occhi c’è la capacità di raccontare lo STRAORDINARIO. Ma se una volta che abbiamo riempito i nostri campi di gioco, si smette di esserlo e si ritorna ad essere “ordinari  e normali” come è possibile pensare di poter trattenere al baseball e al softball quei bambini che vogliono invece, davvero, essere straordinari?

 

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Sulla tradizione: the banana experiment

Lun, 22/06/2015 - 08:54 -- Fabio Borselli

 

Questa volta la prendo un po’ alla lontana…

Siamo nel 1967, l’esimio Dott. Stephenson, mette a punto un esperimento:

rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia c’è una scala e sulla scala un casco di banane.

Come è naturale, le scimmie si accorgono immediatamente delle banane. Una di loro si arrampica sulla scala. Non Appena lo fa, però, lo sperimentatore la bagna con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie che non hanno tentato di raggiungere le banane.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e infreddolite, Ben Presto un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore bagna la scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata.

Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane, le altre scimmie, volendo evitare di essere bagnate, la tirano via dalla scala malmenandola.

Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

L’esperimento prosegue con l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia in sostituzione di una di quelle già presenti. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle.

Le altre scimmie, conoscendo l’esito del tentativo, la obbligano a scendere e la picchiano.

Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a tentare di prendere le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non possa farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, viene sostituita con una nuova.

Il nuovo gruppo è quindi  composto da 3 delle scimmie iniziali (che sanno cosa succede quando si  tenta di prendere le banane), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

La nuova scimmia, come previsto, tenta di raggiungere le banane. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di tentare senza che il ricercatore debba spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata bagnata, ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata prendesse le banane.

La sostituzione progressiva delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state bagnate con l’acqua.

L’ultima arrivata tenta di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:

nessuna di esse, però, conosce il perché del divieto di raggiungere le banane, non avendo fatto l’esperienza diretta della punizione. Una nuova regola è stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni si sono perse con la scomparsa del gruppo che aveva sperimentato le conseguenze della violazione.

Che cosa c’entra il “banana experiment” con il baseball e il softball?

Ho paura che c’entri e che c’entri parecchio.

Basta pensare alla monotonia di certi allenamenti, fatti di ripetizioni, correzioni e poi ancora ripetizioni (che, si badi bene, sono indispensabili, ma non rappresentano la “sola” modalità possibile) specialmente quando questi coinvolgono i bambini e i ragazzi in una serie infinita di gesti scollegati dalla gara e mai eseguiti per risolvere il problema “avversario”.

La sequenza sempre la stessa. I gesti sempre gli stessi, da Bolzano a Caltanissetta:

due giri di campo, palleggio, “diamante”, batting practice (due smorzate, due batti e corri, dieci battute)… Dai sette ai quarant’anni per 2 o 3 volte alla settimana… E tutti ricordano quella volta che le battute furono 15… Se va tutto bene sono trent’anni (a volte molti di più) di una noia mortale.

Eppure di cose da fare, divertenti, motivanti, allenanti, non consuete ce ne sarebbero un sacco.

Allora perché?

Perché non si riesce  cambiare questo approccio che, forse, è uno dei principali responsabili dall’abbandono precoce?

Le risposte: “Non lo so, è così che si fa da queste parti! Il baseball (e il softball, aggiungo) sono questi! In America si fa così!” Suonano familiari?

Spesso si ripetono gesti e si rispettano consuetudini perché è quello che si è sempre visto fare senza sapere esattamente il perché.

E la conseguenza è che il gioco ristagna, non si evolve, resta indietro rispetto ad altre realtà che hanno numeri e dimensioni diverse, che fanno si che l’abbandono per noia o inefficienza non pregiudichi il livello tecnico.

Ho già detto, spessissimo, che non siamo l’America (ma nemmeno Cuba o il Giappone) e che i nostri praticanti hanno bisogno che ci si pongano domande diverse, che si trovino nuove soluzioni a vecchi problemi.

Il nostro baseball e il nostro softball non hanno bisogno di tradizioni, hanno bisogno che non si smetta di cercare, di interrogarsi, di riuscire a proporre nuovi paradigmi.

In conclusione mi è obbligo rivelare che, molto probabilmente, la descrizione del “the banana experiment” è frutto dell’elaborazione di una serie di esperimenti successivi e che, ancora più probabilmente, le modalità di svolgimento non siano state quelle che ho raccontato. D’altra parte si era nel 1967…

Ma anche se l’esperimento risultasse, effettivamente, una rielaborazione, le sue conclusioni sarebbero tanto diverse dal nostro modo di allenare baseball e softball?

 

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Io sono un Imbecille!

Lun, 15/06/2015 - 09:47 -- Fabio Borselli

 

Questa volta non si parla di baseball o di softball.

Non si parla di tecnica o di approccio mentale, di battuta o preparazione fisica…

Questa volta si parla di Softball Inside in quanto blog, in quanto luogo virtuale, in quanto cittadino del web e del suo diritto di farne parte.

la scorsa settimana lo scrittore Umberto Eco (questo il suo profilo su wikipedia), parlando alla cerimonia di conferimento della sua Laurea Honoris Causa all’Università di Torino avrebbe detto (come riportato dal sito web del quotidiano “La Stampa”):

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli Imbecilli“.

Eco ha detto anche altre cose, sulla rete, sul complottismo e sul fatto che basta armarsi di computer e chiunque può dire tutto, o il contrario di tutto, senza controllo, senza tema di smentita e creandosi, comunque, seguito e platea.

Ripeto che questa volta non si parla di baseball o di softball.

Si parla, invece, del diritto che SOFTBALL INSIDE, del sottoscritto e di chi scrive, a volte, sullo SPEAKER’S CORNER, di avere delle opinioni, di poterle esternare e di poter essere valutato per esse senza che il Professor Eco, o chi per lui, debba prima mettere il suo “imprimatur”.

Preferisco trovare degli Imbecilli (o esserlo io stesso…) su internet perché è possibile farlo e preferisco poter decidere io se lo sono davvero, piuttosto che dover ascoltare solo "verità consolidate" promosse dagli esperti, da “quelli che lo sanno fare”.

Avevo detto che non avrei parlato di baseball o softball, ma non ne posso proprio fare a meno…

Sul web, a voler cercare, si trova davvero di tutto:

dalle modalità di allevamento del paguro terrestre in cattività a come assemblare un ombrellone al contrario, figuriamoci se non è possibile trovare informazioni, filmati, teorie o idee bislacche sul baseball e sul softball.

Non tutti i contenuti reperibili sono ideati da fini conoscitori o da esperti accreditatii, non tutti i contenuti sono delle verità assolute, molte cose sono prodotte, più o meno bene, scritte, più o meno bene, raccontate, più o meno bene, da inesperti, fanatici, sperimentatori, appassionati, folli, visionari e, diciamocelo, anche da qualche Imbecille così caro al professor Eco.

Non tutto funziona o è dimostrato scientificamente, molte cose sono palesemente forzature, molte errate interpretazioni, altre estremizzazioni di teorie più che legittime.

Molto spesso manca in chi cerca l’esperienza, lo spirito critico o la capacità di discernimento e si corre il pericolo che il “popolino”, “la massa”, “il volgo” facciano di tutt’erba un fascio e che vengano fuori proposte, allenamenti, tecniche “sbagliate”

Meglio quindi un sano controllo della rete e delle informazioni che permetta la diffusione solo e esclusivamente del pensiero ortodosso.

Questo teorizza l’intervento di Eco.

Dimenticando che le conquiste scientifiche, le rivoluzioni, i cambiamenti, anche troppo spesso, sono frutto di intuizioni o di errori di interpretazione fatti da “battitori liberi”, “scienziati pazzi”, “folli sperimentatori”, “visionari”… Insomma, quelli definiti dal senso comune come Imbecilli.

Si metta l’anima in pace il filosofo Eco, e con lui quelli che si sono affrettati a sposarne le tesi, in questo ben strano mondo abbiamo davvero bisogno anche degli Imbecilli, non fosse altro che per evitare di perderci, magari, il futuro Dick Fosbury…

Per questo (e per molto altro...) Softball Inside rimarrà sul web, dando voce a tutti gli Imbecilli che sentono di avere qualcosa da dire.

 

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Ricevitori

Lun, 08/06/2015 - 08:53 -- Fabio Borselli

 

Qualche flash preso direttamente dalla giornata di sabato scorso, passata in campo per il try-out del Progetto Verde Rosa.

Per prima cosa c’era un gran caldo. Poi c’erano tante ragazzine. Poi la giornata è stata davvero lunga. Per tutti, atlete e allenatori.

Succede che, all'interno delle attività della giornata, per poter valutare le abilità dei catcher, gli stessi debbano, a un certo punto, indossare l’attrezzatura.

Succede anche che alcuni accompagnatori delle giocatrici, che in questa categoria (under 13) sono, essenzialmente, i loro genitori, facciano notare che c’è molto caldo e lo fanno con una battuta:

“ti diverti a torturarle? Con questo caldo gli fai tenere la maschera?”

Naturalmente è una battuta detta scherzosamente, ma qualcosa si mette in moto nella mia testa…

Passiamo oltre, per adesso.

Nel pomeriggio si giocano delle partite, per vedere “in action” le ragazze:

Le lanciatrici prescelte come partenti cominciano a scaldarsi con i propri catcher e qui cominciano i guai:

in tutti i campi (ne avevamo ben 3 a disposizione…) i tecnici sono costretti a ricordare ai catcher di indossare la maschera durante il riscaldamento.

Prendo nota e andiamo avanti.

Arriva il momento dei primi cambi sulla pedana e c’è la necessità per i rilievi di scaldarsi:

escono dal dug-out insieme ai catcher e il problema maschera sembra risolto:

infatti, questa volta, i ricevitori, tutti, invariabilmente, non hanno nemmeno pettorina e schinieri:

"fa caldo!” è la motivazione che danno quando gli viene fatto notare.

Come la penso sull’argomento “attrezzatura di gioco” e sulla necessità che, in particolar modo da parte dei ricevitori, debba essere sempre indossata al completo, partita o allenamento che si stia facendo l’ho già detto nel mio post  “Attrezzi per giocare”.

Ribadisco il concetto:

i catcher, quando si allenano o giocano in difesa, devono indossare, SEMPRE, le proprie protezioni, maschera compresa, anche se fa caldo, anche se stanno “semplicemente scaldando” la lanciatrice.

Non è solo una questione di sicurezza, ci sono anche delle serie motivazioni tecniche.

Personalmente io chiedo ai ricevitori di non togliere mai la maschera:

nemmeno per le volate in foul, visto che la moderna attrezzatura permette una perfetta visuale, ma soprattutto quando devono difendere il piatto.

Mi è capitato di vedere, non tanto tempo fa, un giovane catcher colpito a un occhio dalla palla tirata a casa base dall’esterno e rimbalzata male.

Risultato:

brutta contusione, partita finita e corridore avversario a punto.

Se avesse avuto la maschera avrebbe realizzato l’out e avrebbe continuato, tranquillamente, a giocare.

Oltre che per la sicurezza la maschera è utile anche per togliere ogni titubanza nella presa della palla che può essere resa difficile dal sopraggiungere del corridore e per dare un piccolo vantaggio “di approccio” al ricevitore:

credo che dover cercare di conquistarsi il punto contro un avversario “corazzato” possa, almeno un po’, intimorire e rallentare il corridore che si trova, improvvisamente, di fronte una vera e propria “muraglia umana” che non offre nessun “punto debole” e apparentemente impenetrabile.

Ma se nell’indossare attrezzatura e maschera ci sono solo vantaggi, perché è così difficile che venga fatto abitualmente?

Credo che la risposta possa essere dovuta a una sorta di “eccesso d’amore”:

mi sembra che allenatori e genitori vedano nell’imposizione dell’attrezzatura, specialmente “in allenamento quando non serve”, un inutile tortura, una punizione o un modo per sovraccaricare “quelle povere bambine”.

Quale ne sia il motivo sono convinto che sia un errore... Un errore di quelli gravi e, probabilmente, imperdonabili.

 

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Lun, 01/06/2015 - 09:42 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da un pomeriggio di “navigazione casuale, ma non troppo” sul web…

Leggo sulla pagina facebook di ALESSIO BARONCINI questo post che riporto integralmente:

“Non è molto carino da dire "Asfaltati" ad una squadra che perde "tanto a.. zero". Molto spesso si tratta di ragazzi/e alle prime esperienze di gioco che nel loro piccolo fanno di tutto per impegnarsi, non mancare agli allenamenti, seguire i consigli dei loro allenatori. Con oggi l'ho/abbiamo già letto in tre occasioni diverse... non è bello. Un bravo a chi vince ed un bravo a chi si impegna per ... vincere la prossima volta.”

Poi mi ricordo di questa notizia, letta qualche giorno fa sulla pagina internet del sito CAMPIONI.CN, dalla quale riporto un piccolo estratto:

“… Riteniamo che sia importante saper vincere senza sentirsi dei supereroi come il saper perdere senza sentirsi dei buoni a nulla. Non è colpa dei ragazzi: se non riusciamo noi dirigenti in questo compito, saremo noi ad aver fallito, non certo loro.”

Torno, infine, sul sito della GAZZETTA DELLO SPORT (sezione sport vari) per rileggere questo articolo di qualche tempo fa, del quale, questo passaggio mi sembra assai pertinente:

“… Molte volte, tuttavia, nell’attività motoria proposta dagli adulti non c’è gioco, gioia e allegria. Al loro posto pressioni eccessive, agonismo esasperato, allenamenti noiosi. “Sono molti gli allenatori molto più preoccupati a vincere o a non perdere – precisa Maurizio Mondoni - piuttosto che interessati alla prestazione dei propri atleti.”

Ho spesso espresso il mio pensiero su quelle che ritengo le possibili cause dell’abbandono dello sport agonistico (o sulla mancata partecipazione) da parte dei bambini e degli adolescenti .

L’ho fatto con forza e profonda convinzione nel post “A ruota libera dopo la trentesima convention…”.

Credo che un’attenta lettura di questi piccoli interventi in proposito possano chiarirlo ulteriormente.

Non sono, naturalmente, completamente d’accordo sullo “sport senza agonismo”, che ritengo un estremizzazione che cerca di risolvere, eccedendo in senso opposto, le problematiche comuni ai “pezzi” citati.

Ma chiarito questo mi chiedo, di nuovo:

abbiamo tutti sotto gli occhi i risultati di un certo tipo di approccio, non è, forse, il caso di cominciare a riflettere a fondo sull’argomento e provare a invertire la tendenza?

 

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Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Lun, 11/05/2015 - 08:27 -- Fabio Borselli

 

Chi non conosce il LEGO?

Il “gioco di costruzioni più famoso al mondo” ha, in ogni scatola di mattoncini, il libretto delle istruzioni.

Se si acquista, per esempio, il set n. 60074 (BULLDOZER), dentro la scatola si troveranno 384 pezzi e un libretto di istruzioni che, con l’aiuto di dettagliate illustrazioni, permette a chiunque di costruire un giocattolo, esattamente identico a quello rappresentato sulla confezione.

Quando ho cominciato ad allenare avevo delle certezze assolute riguardo ai “fondamentali”.

Avevo ben presente come volevo che fossero i miei giocatori e facevo di tutto perché fossero esattamente uguali al modello che avevo in testa.

Questo modello era rigidissimo e non erano ammesse deviazioni:

si batte così! Si lancia così! Si prende così!

La tecnica doveva essere perfetta, assolutamente precisa, GIUSTA.

La GIUSTA TECNICA rappresentava, per me, il libretto delle istruzioni per poter “costruire”, nel modo corretto, gli atleti e la squadra.

Cercavo in ogni modo di realizzare, senza errori, il disegno rappresentato sulla confezione.

Negli anni i miei modelli si sono fatti meno rigidi, molto più elastici e adattabili.

Ho ragionato su quanto l’efficacia del gesto sia da preferire alla forma e sul fatto che esistono soluzioni diverse allo stesso problema.

Detto questo sono ancora convinto che ci siano degli assoluti tecnici e biomeccanici in ogni tecnica del baseball e del softball dai quali non si può prescindere e che rappresentano dei punti obbligati “di passaggio” per raggiungere la massima efficacia del gesto.

Ma sono ancor di più convinto che ogni fondamentale sia frutto di interpretazione, rielaborazione e adattamento da parte dell’atleta.

Con il LEGO, usando in maniera diversa da quanto previsto nelle istruzioni i 384 pezzetti di plastica che fanno parte del set Buldozzer (questo i bambini lo sanno benissimo) è possibile, con la sola limitazione della fantasia, realizzare praticamente qualsiasi cosa.

I componenti rimangono gli stessi, ma l’utilizzo che se ne fa porta a un risultato ogni volta diverso.

Allo stesso modo gli atleti possono diventare efficaci anche utilizzando approcci e soluzioni diverse allo stesso problema.

Nel baseball e nel softball non c’è una valutazione formale dei gesti, non si ottengono punteggi in base all’esecuzione, non c’è una giuria che valuta l’eleganza o la postura, si vince o si perde solo in base all’efficacia di quanto i giocatori fanno in campo:

il tiro deve produrre un’eliminazione o impedire un avanzamento, una battuta deve far muovere i corridori sulle basi, un lancio non deve essere agevole da colpire per il battitore, ne più ne meno di questo.

Buoni fondamentali aiutano la prestazione ma l’efficacia ne determina il risultato.

Credo che la tecnica debba essere al servizio del giocatore e del gioco e non fine a se stessa,

Personalmente ho smesso di cercare il “libretto di istruzioni” degli atleti e allo stesso modo ho smesso di pensare che ognuno di loro debba essere il più possibile simile all’illustrazione sulla confezione.

 

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