filosofia

Attivare la Modalità Partita

Lun, 27/05/2013 - 12:44 -- Fabio Borselli

Brad Gilbert, prima tennista professionista, poi allenatore di successo, dice, nel suo libro  “Winning Ugly”:

"Non importa quanto lavori, quanto talento hai, perché é la mente la tua arma principale. E la maggior parte dei tennisti la usa contro sé stesso”

Io direi che la frase potrebbe tranquillamente adattarsi ad ogni atleta, di qualsiasi sport.

Credo che, proprio l’approccio mentale, faccia la differenza durante le gare e possa condizionarle, sia in positivo che in negativo. Cred, anche che, sia l’atleta, sia l’allenatore possano fare molto per sviluppare il giusto approccio alla gara.

Senza voler entrare nello specifico del mental training vorrei definire un aspetto, secondo me molto importante, nell’approccio alla gara:

prima di tutto, la partita NON è l’allenamento, così come l’allenamento NON è la partita. Ricercare, in allenamento, l’intensità di gara è, sicuramente funzionale, ma giocare la partita usando la “testa da allenamento”, non solo non lo è, ma risulta, anche estremamente negativo.

L’obiettivo principale da perseguire, secondo me, è quello di portare gli atleti, di qualsiasi livello essi siano, ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, in quello che hanno imparato e fiducia sul fatto che possono ancora imparare. La fiducia si basa, fondamentalmente, sulle risposte che l’atleta ottiene, prima in allenamento, dove impara e poi in gara, dove mette in pratica quello che ha imparato.

Bisogna, però, prima di tutto imparare come allenatori e poi insegnare, che l’approccio alla partita non si può fare mantenendo le stesse modalità di pensiero con cui ci si è allenati.

Si deve far capire all’atleta che ci sono due possibili possibilità di approccio mentale:

Il primo, più pratico ed analitico, che si usa  (o si dovrebbe usare) in allenamento, quando si cerca di migliorare la tecnica di gioco o gli aspetti tattici, quando  si lavora per definire ed affinare le proprie capacità per farle evolvere e migliorarle.

Il secondo è l’approccio alla prestazioni, che si usa in gara, quando si cerca di spremere al massimo le proprie capacità, cercando di utilizzare quanto si è imparato e di eseguire al meglio i gesti tecnici per vincere la partita, ma non certo per migliorarli.

Il problema è che non è facile riuscire ad entrare in questo modello di pensiero “orientato alla situazione”:

spesso gli allenatori continuano ad “allenare” anche durante le partite, sommergendo l’atleta di istruzioni, comandi, correzioni che oltre a non permettere il passaggio alla “modalità di gara” minano, sovente, la fiducia dell’atleta stesso nelle sue capacità o possibilità.

A volte è proprio il giocatore che si pone nella situazione di continuare ad allenarsi durante la gara, ricercando,  in maniera ossessiva, la perfezione nell’esecuzione e sintonizzandosi, per riuscirci, sui propri movimenti e gesti senza, per così dire, dare fiducia ed applicare il lavoro di preparazione fatto in allenamento. Continuando, di fatto, ad analizzare i possibili errori e cercando di correggerli nel momento sbagliato, anzichè giocare la partita...

Come si può correggere questa tendenza ed insegnare agli atleti ad “entrare in modalità game”?

Prima di tutto l’allenatore dovrebbe riuscire ad entrare, lui stesso, in questo tipo di modalità:

cercando di limitare i propri comportamenti prescrittivi e correttivi riguardo la tecnica individuale, ma orientando il proprio approccio alla lettura tattica della partita ed alla gestione della squadra. Dovrebbe, inoltre rinforzare la fiducia dei singoli atleti nelle proprie capacità.

Credo, poi, che ribadire la differenza tra i due momenti, allenamento e gara, possa essere un buon sistema, credo che sia anche giusto insegnare che si può decidere, coscientemente, di "settare" il proprio approccio scegliendo tra quello orientato all’apprendimento e quello che serve per giocare…

In ogni caso il problema fondamentale è, lo  ribadisco, un problema di fiducia:

da un lato la fiducia da parte dell’atleta riguardo alle proprie capacità e sul lavoro svolto per migliorarle, dall’altro la fiducia dell’allenatore sulle capacità dell’atleta stesso, ma, sopratutto, sulla qualità del proprio lavoro.

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Specializzazione Precoce? No, grazie?

Lun, 20/05/2013 - 12:42 -- Fabio Borselli

Cosa significa, allenando giovani e giovanissimi, fare specializzazione precoce?

Essenzialmente, vuol dire allenare e preparare solo di quello che risulta utile nell’immediato, magari anche il gesto tecnico perfetto o la disposizione tattica più funzionale, senza pensare ad ampliare l’orizzonte delle esperienze motorie e delle capacità individuali degli atleti. Significa costruire sul poco invece di aspettare e prepararsi per quando l'allievo avrà i requisiti per poter applicare quello che ha imparato e sta imparando.

È il vano tentativo di approfittare di caratteristiche fisiche o nervose più sviluppate in alcuni bambini precoci e più maturi  rispetto ai coetanei.

E, in ambito sportivo,' un vero controsenso. Uno di quelli più duro da capire e da modificare.

Il tentativo di specializzare, anzitempo, i giovani che si avvicinano ad una disciplina sportiva viene, spesso, giustificato con l’affermazione che è necessario che i bambini imparino subito e bene la tecnica e la tattica di gioco, invece di giocare in libertà e senza schemi imposti, per evitare di imparare difetti ed errori, poi difficili da correggere.

Questo modo di pensare è, secondo me, uno dei più grossi limiti dello sport.

Le ricerche dimostrano, infatti, che prestazioni e risultati di eccellenza conseguiti  da adulti non sono, generalmente, raggiunti da soggetti che da bambini o da adolescenti abbiano iniziato, più precocemente degli altri, l’allenamento di alto livello.

Il problema, secondo me, è che, da una parte, manca l'abitudine ad educare ed allenare il giocatore ad usare, da solo, le proprie risorse, pretendendo di pilotarlo come fosse un automa, mentre, dall'altra, c’è il peso della tradizione, che ogni sport si porta dietro e che ogni allenatore subisce: il "come si è sempre fatto" e il "così fanno tutti" che risulta rassicurante.

Ma l’atleta bambino non è, semplicemente, materiale grezzo alla quale dare forma secondo un modello ideale. Occorre, per prima cosa capire questo, per poi poter uscire dal circolo vizioso della udineconsuet, del “si è sempre fatto così” e considerarlo, invece, come un individuo, un atleta le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire, sviluppare e valorizzare.

La specializzazione precoce e l'allenamento intensivo (cioè l’ insegnare subito e in modo forzato ed innaturale i gesti tecnici e la tattica adatti al gioco degli adulti ed il farlo, soprattutto, usando le parole, i concetti, le astrazioni) per un bambino sono dannosi e inutili.

Imitare un gesto tecnico definito ottimale, imposto a priori, significa, per l’atleta, non sviluppare il proprio adattamento personale e tutte le relative qualità, sia fisiche che tecniche, per costruirlo. Significa, anche, sottoporre il bambino ad una attività non adeguata, visto che non ha ancora sviluppato le strutture, mentali fisiche e fisiologiche per poter ragionare e lavorare sul gesto ed impegnarsi in un lavoro di costruzione. Significa, infine, programmare attività che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero portare a notevoli squilibri nello sviluppo fisico, posturale e funzionale.

Occorre sempre tenere presente che il bambino che si avvicina allo sport dovrà, poi, diventare un adulto che non potrà, necessariamente, essere un puro esecutore di ordini e prescrizioni, bensì un soggetto che conosce, pensa, decide ed impara ad organizzarsi da solo.

Ritengo che formare ed orientare i bambini, esclusivamente, secondo aspettative e parametri assoluti o, peggio, standardizzati, nella visione dell’allenatore, porterà ad avere atleti tutti uguali, magari anche stilisticamente perfetti, ma atleti che non avranno sviluppato, o almeno non lo avranno sviluppato pienamente, il proprio potenziale individuale.

C’è, anche. una considerazione puramente funzionale da fare: Il gesto tecnico imparato da un bambino, che ha una struttura fisica e mentale del tutto diversa da quella di un adulto, non potrà essere quello definitivo, quello che andrà ad eseguire quando sarà cresciuto. Proprio in virtù di questo, sviluppare solo e soltanto le poche qualità che un bambino possiede e sa usare, non gli permette di esplorare le sue possibilità e scoprire tutte le altre, che si esprimono e maturano solo se possono essere sperimentate.

Credo sia assurdo il pretendere di trasformare un giovane atleta in un giocatore tecnicamente e tatticamente evoluto, utilizzando le poche qualità fisiche già disponibili e modelli ideali, magari irraggiungibili, ma sia, invece, necessario sviluppare le potenzialità presenti in ognuno, in modo che sia lui stesso a costruirsi un proprio modello, che sia la somma di tutte le sue qualità.

Sono convinto che lo sportivo completo, l’atleta evoluto, non sia quello che cerca di imitare qualcosa che, probabilmente, non gli appartiene, ma quello che è capace di usare al meglio, integrandole, tutte le capacità e le conoscenze di cui dispone.

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Front -Toss: esercizi per il Timing

“TEAM BUILDING – parte 1: Principi” di Candida Cerri

Ven, 17/05/2013 - 12:32 -- Fabio Borselli

Lo SPEAKER'S CORNER di oggi è dedicato ad un esauriente articolo sul TEAM BUILDING scritto da Coach Candida Cerri.

Candida è allenatrice con un grande passato da atleta alle spalle e conta numerose presenze con le rappresentative Nazionali, vive e lavora a Forlì, dove si dedica all'allenamento delle giovanissime.

Fa parte, da sempre, dello staff del Progetto Verde Rosa e, recentemente, ha ricevuto l’incarico di Pitching Coach della Nazionale Italiana under 19.

L’intervento che segue, diviso in due parti, è stato presentato, nel gennaio 2013, alla XXVII° Coach Convention degli allenatori Italiani.

***

"Lo scopo degli esercizi di team building è quello di creare dei punti in comune, dei momenti di condivisione e complicità, tra le componenti di una squadra. Parlo al femminile basandomi sulla mia personale esperienza nel softball.

Per riuscire a giocare bene le atlete femmine devo sentirsi a proprio agio anche al di fuori del campo da gioco (al contrario dei maschietti, che non badano a dettagli come: quella mi ha guardato male, lo sento a pelle che non ci vado d’accordo, io non parlo con quelle delle altre squadre, guarda com'è vestita, e così via). Gli esercizi funzionano perfettamente anche per gruppi consolidati, di atlete che giocano insieme da tempo.

La strategia del team buiding è stata sviluppata durante gli ultimi vent'anni in Australia e negli Stati Uniti come attività per bambini, adattata poi al mondo del lavoro e con versioni specializzate per gli sport. (È possibile trovare una definizione di “team building” su Wikypedia.)

Il team building è uno strumento potente, che può dare grandi risultati, ma come allenatori dovete credere nella sua efficacia, se avete dei dubbi allora scegliete altre attività aggregative.Le gare di bowling, le pizzate, le feste di compleanno sono importanti per l’aggregazione ma non arrivano al fulcro della personalità delle atlete.

Non c’è bisogno di essere esperti per iniziare, ma anche in Italia ci sono persone specializzate in questi esercizi.

Uno dei punti fondamentali del team building (che solitamente viene praticato in pre-season o durante i raduni in caso di selezioni) è di creare situazioni che portino la squadra al successo nel raggiungere risultati risolvendo situazioni sempre più difficili, facendo sentire di aver raggiunto un grande risultato tutte insieme. La squadra avrà vinto prima ancora di mettere piede in campo. Quando inizieranno le partite, quel gruppo avrà già lottato per qualcosa, ragionato, discusso e vinto. Questo elimina parzialmente la scusa “non abbiamo mai giocato insieme”.

Durante gli esercizi di team building l’allenatore deve fungere da arbitro e giudice, regolando l’andamento dell’esercizio e facendo rispettare le regole. Se siete più allenatori, dato che le atlete devono fidarsi soprattutto di voi, alternatevi nella guida degli esercizi e partecipate. Allo stesso tempo deve stimolare mentalmente le atlete, specialmente alla fine, chiedendo qual è secondo loro lo scopo dell’esercizio appena eseguito. Ricordiamoci che nessuna risposta sarà sbagliata, essendo l’opinione personale dell’atleta, e servirà da ispirazione ad altre. Daremo poi la nostra spiegazione che probabilmente combacerà con quella di qualche atleta.

Gli esercizi di team building non devo riguardare il softball (altrimenti le atlete più capaci sarebbero avvantaggiate), riguardano il lato umano, il superare le paure e le timidezze, controllare atteggiamenti aggressivi o saccenti, sviluppare strategia, comunicazione e lavoro di gruppo. Come allenatori capirete il perché di alcuni atteggiamenti delle atlete e le gestirete molto meglio durante le partite.

Mi raccomando: MAI, MAI, MAI mettere le atlete in imbarazzo prendendole in giro per qualcosa accaduto durante gli esercizi, e non permettete alle atlete di prendersi in giro a vicenda.

Questi esercizi vanno presentati alle atlete sotto forma di intrattenimento, non devono sentirsi obbligate a partecipare. Di solito nessuna rifiuta, perché tutte le altre accettano. Sta già nascendo lo spirito di gruppo.

Si impara molto osservando le atlete durante gli esercizi. Scoprirete tre categorie di persone:

1 - Il tipo che vuole comandare e decidere.

2 - Il tipo che segue chi ha l’idea più gradita (o quello che urla di più).

3 - Il tipo privo di interesse e che si lamenta sempre.

Occhi aperti dunque, perché il comportamento delle atlete durante gli esercizi corrisponderà quasi del tutto al loro atteggiamento durante le partite.

Il Tipo 1, se ha veramente la stoffa del leader, prenderà in mano la situazione e senza imporsi, con garbo, guiderà le altre nell’esecuzione dell’esercizio. Sarà normale avere più di un Tipo 1, ma avranno atteggiamenti diversi (collaborazione o scontro, vanno bene entrambi), e le altre - la maggior parte sono di Tipo 2 - seguiranno naturalmente il Tipo 1 che sa porsi con sicurezza.

Nella mia esperienza con entrambi i gruppi del Progetto Verde Rosa, quindi con atlete molto giovani, il Tipo 1 si è rivelata veramente in grado di gestire le compagne anche in partita. In entrambi i casi era il ricevitore. Abbiamo detto che il Tipo 2 è la giocatrice media ed è facile da individuare e da gestire. Il Tipo 3 SEMBRA privo di interesse, in realtà probabilmente non si sente all’altezza della situazione e tende a rinunciare. A queste atlete vanno dati degli incarichi di responsabilità, come: fare in modo che le compagne siano puntuali, controllare che tutta l’attrezzatura sia in ordine, ecc. Questo le farà sentire in grado di far parte del gruppo e l’atteggiamento cambierà.

Le atlete non vanno trattate tutte allo stesso modo, vanno trattate ognuna secondo la propria esigenza e il proprio carattere, cercando però di non fare preferenze. Bisogna anche avere buona memoria. Nel nostro staff siamo stati trattati come fanno le teenagers con i genitori: se uno dice no, vai dall’altra! Quindi serve anche molta comunicazione sia tra allenatori che con le ragazze. E servono anche tanto entusiasmo e tanta pazienza."

                                                                           Candida Cerri

Qualche considerazione sul Pre-Game

Lun, 13/05/2013 - 12:44 -- Fabio Borselli

Quanti giocatori condizionano le proprie aspettative di rendimento in base al riscaldamento pre-partita?

Quanti hanno bisogno di sentire che hanno “funzionato” bene nel warm-up per sentirsi sicuri all'inizio della gara?

Credo che sia un fenomeno abbastanza comune per i giocatori: si tende a giudicare la qualità del riscaldamento prima di una partita e si da per scontato che le prestazioni in gara saranno,esattamente, le stesse.

Se questa astrazione è confortata da un riscaldamento ben eseguito, nel quale tutto funziona bene, la fiducia del giocatore di ottenere una  buona prestazione ne uscirà, sicuramente, rinforzata.

Ma che cosa accade alla fiducia quando il warm-up non fornisce feedback positivi o, meglio, quando è percepito come inefficace?

C’è la seria possibilità che l’atleta possa cominciare a pensare che, se qualcosa di negativo è già successo mentre si riscaldava, è probabile che possa accadere di nuovo, specialmente in partita.

Questo eccesso di generalizzazione, assolutamente infondato, in particolare se si estende dal singolo a tutto il team, può portare alla formulazione di una profezia che si auto-avvera, cioè ad una catena di eventi non positivi, provocati, per così dire, dalle aspettative degli stessi.

Se gli atleti sono particolarmente sensibili alla qualità del proprio riscaldamento, cosa si può fare, dal punto di vista dell’approccio mentale per fargli iniziare il gioco con maggiore fiducia?

Occorre, secondo me, innanzitutto, ricordargli che il riscaldamento è solo il riscaldamento, non è la partita. Non si dove vincere il warm-up! Non si sta ancora giocando! Ci si deve attrezzare per poterlo fare, al meglio, ma non è ancora il momento della gara.

Bisogna utilizzare questo tempo per prepararsi fisicamente e mentalmente al gioco: acquisire confidenza, sentirsi a proprio agio, condividere le emozioni con i compagni di squadra, focalizzarsi sui propri obiettivi personali e su quelli comuni…

In secondo luogo l’atleta deve essere messo nella condizione di saper riconoscere l’intensità dell’attività che sta svolgendo: colpire la palla durante il batting practice non è come andare nel box di battuta per affrontare il lanciatore avversario.

Il giocatore deve saper distribuire le proprie risorse, siano esse fisiche, mentali od emotive, ed impiegarle con intensità diverse in dipendenza della situazione che deve affrontare di volta in volta.

Deve poi, poter fare affidamento sulla propria esperienza: non può, assolutamente, permettere a 30 minuti di attività di riscaldamento di affossare la sua fiducia, anche se sente di non essere andato bene.

Essere fiduciosi, avere confidenza con il gioco ed aspettarsi una buona prestazione è frutto di un progetto e di lavoro a lungo termine, costruito con mesi, se non anni, di pratica e di preparazione e non può essere, assolutamente, condizionato da qualche esercizio andato storto prima di una partita.

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A me gli occhi!

 

"ATTENZIONE AI PARTICOLARI" di Paola Marfoglia

Ven, 10/05/2013 - 10:04 -- Fabio Borselli

Tiene a battesimo la sezione SPEAKER’S CORNER coach Paola Marfoglia, per tutti Marfi, manager della Nazionale italiana softbal under 22 e coach della Nazionale maggiore. Paola è allenatrice di grande esperienza e relatrice di spessore alle Coach Convention italiane. Recentemente è stata  impegnata come docente anche all’estero.

Pubblico con grande piacere il suo intervento sulla corsa sulle basi e la ringrazio per il prezioso contributo:

* * *

“Le cose che noi coach ci dimentichiamo, o più tecnicamente parlando, quelle abilità tecniche a cui dedichiamo poca attenzione in fase di allenamento.

In questi anni di softball mi sono resa conto che ci sono abilità che noi coach  dimentichiamo... o meglio... abilità che alleniamo una volta ogni tanto. Le stesse abilità che poi in partita pretendiamo che i nostri giocatori eseguano in modo impeccabile.

Faccio qualche esempio… La corsa sulle basi:

la tecnica di corsa... il movimento delle braccia durante la corsa... l'appoggio dei piedi e la successiva spinta… le ginocchia alte... l'uscita dal box.... la corsa  in prima… calpestare la base arancione sul l'angolo frontale... le traiettorie casa-seconda... come si gira la base... l'azione del corpo, delle braccia e la spalla che cadono verso l'interno del campo per cercare la traiettoria più breve, che permette  di ritrovarsi  immediatamente in linea con la seconda. E poi la partenza dalla base... il tempo d'uscita... a seconda della posizione di partenza dalla base... il pesta e corri... la lettura della battuta…

Per coprire ogni argomento e allenarlo al meglio quanto tempo dobbiamo dedicare???

Io credo che dobbiamo soffermarci di più sui dettagli... e dedicare il tempo necessario per allenare e parlare di  corsa  sulle basi.

Saper organizzare gli allenamenti significa prestare attenzione ai dettagli... suddividere la squadra in gruppi... e suddividere l'abilità tecnica in fasi, significa lavorare sui quei dettagli... ottimizzando il tempo... significa, per noi coach, anche se siamo soli, poter  tenere sotto controllo  il lavoro delle nostre atlete e dar loro indicazioni, consigli ed incoraggiamento.

Quante volte leggendo lo scoorer mi rimbombava nella testa questo dato? LOB... Left On Base....lasciati in base…

È vero, significa che non abbiamo battuto al momento giusto... ma, forse, anche che in base siamo poco aggressivi... per mancanza di fiducia... abbiamo paura di osare  a prendere una base in più sfruttando anche la più piccola occasione… e questo mi riporta  immediatamente alle domande successive...ma quanto tempo dedico nei mie allenamenti alla corsa sulle basi? la mia squadra si sente forte in questa abilità? Oppure è titubante?

Se voglio una squadra aggressiva sulle basi, che metta pressione alla difesa avversaria, che corra aspettando da me coach solo il segnale di fermarsi, devo per forza di cose allenarla a questo.

La partita riproduce fedelmente quello che io faccio in allenamento...”

                                                                                                      Paola Marfoglia

La giusta distanza

Lun, 24/12/2012 - 16:42 -- Fabio Borselli

Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team (inteso come gruppo di lavoro, comprendente tutte le persone che gravitano intorno al team stesso) è quello delle relazioni che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri che lo compongono.

Questa rete di rapporti, che da semplice e visibile diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata, pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che, naturalmente, riesce a percepire.

La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi, il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascuna di esse assume in quel contesto, la capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore, deve essere parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.

Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo/gruppo che gli gravita intorno.
Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.
Questa distanza determinerà le sue risposte.

Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini, ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.
La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.
Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano e dall’altro a non perdere la nostra capacità di analisi obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.

Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi e poco significativi potrebbero essere o diventare quelli umani.

Ma se le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team, situazione tipica di gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico, l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza”dalle cose o dalle persone.

Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.

Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga per tutto e per tutti.

Sono convinto che la capacità di valutare la situazione e decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.

Operare con atleti dilettanti porta necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza” tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra: i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali… insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.

La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione, in modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale è, e deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.

Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni, lacerazioni dolorose e, spesso, insanabili.

Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare la distanza da tenere rispetto alle componenti del team nella sua interezza: più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti) più sarà necessario, da parte del coach, che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale, il mettersi in gioco.

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Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

Gio, 20/12/2012 - 14:55 -- Fabio Borselli

Si possono capire le motivazioni di una persona, in qualsiasi ambito, non solo in quello sportivo, comprendendo, o cercando di comprendere, quale sia la tipologia degli obiettivi che persegue.

Generalizzando: per alcuni atleti la motivazione primaria alla pratica sportiva è rappresentata dal miglioramento di se stessi, dal desiderio di imparare, sviluppare e padroneggiare certe abilità e tecniche.
Sono individui, prevalentemente, orientati al compito, che si concentrano sul processo e sul miglioramento, piuttosto che sul risultato, inteso come vittoria sull’avversario.

Altri, invece, si concentrano su obiettivi strettamente legati al risultato e alla vittoria, la loro motivazione, in questo caso, si basa sul “confronto/scontro” con gli altri e sulla dimostrazione della propria superiorità che la vittoria gli fornisce.
Sono atleti orientati al Sé, per loro il risultato è fondamentale, vincere è l’aspetto più rilevante.

E’ naturale che vi siano anche individui che presentano vari livelli di motivazione in entrambe le direzioni e, anche soggetti la cui motivazione non è orientata né da compito né dal risultato.

Conoscere le motivazioni primarie dei propri atleti è un compito fondamentale e prioritario per l’allenatore.

Conoscere non vuol dire però, necessariamente, assecondare.

Credo che l’allenatore abbia la possibilità di reindirizzare la motivazione primaria individuale sostituendola, almeno parzialmente, con quella di gruppo, attraverso la costituzione del giusto “clima di squadra”,

Condividere, con gli atleti, la messa a punto di obiettivi d’eccellenza, di crescita e miglioramento costante, facilita lo sviluppo di motivazioni orientate al compito, incoraggiando il coinvolgimento nel compito stesso e rafforzando l’autostima.

Imporre obiettivi di prestazione, legati esclusivamente alla vittoria sugli avversari, provoca l’effetto opposto, ostacolando il coinvolgimento individuale nel compito e rinforza la possibile percezione di sentimenti negativi quali timore e ansia.

Preferisco lavorare con squadre orientate al compito.
Molto del mio lavoro si basa sulla ricerca e sulla costruzione di un “rumore di fondo” che agevoli questo orientamento.

A questo proposito, qui di seguito, riporto alcuni criteri utilizzabili per orientare un approccio di gruppo incentrato sul compito:

  • Task (compito) – offrire una sfida personale. Individualizzare i programmi dì lavoro in funzione delle necessità specifiche di ogni componente del gruppo.
  • Authority (autorità) – Coinvolgere gli atleti nel processo decisionale, nella definizione e applicazione delle regole. Costruire situazioni nelle quali ci sia l’opportunità di sperimentare una leadershìp individuale. Incoraggiare a farsi carico della propria crescita personale.
  • Recognìtion (riconoscimento) – Riconoscere i progressi, gli sforzi ed i miglioramenti ottenuti da ogni singolo atleta. Fornire un feedback individuale, offrire l’opportunità di ottenere ricompense.
  • Grouping – Promuovere, all’interno della squadra, gruppi con capacità diverse che lavorino su compiti diretti alla risoluzione di problemi. Variare le dimensioni e la composizione dei gruppi per agevolare l’integrazione ed il riconoscimento delle capacità dell’individuo.
  • Evaluation (valutazione) – Basare le misurazioni delle prestazioni su obiettivi di processo. Coinvolgere ed incoraggiare gli atleti alla propria autovalutazione.
  • Timing (tempo) – Pianificare il ritmo, i progressi ed i tempi dei programmi di lavoro, in collaborazione con gli atleti. Dedicare lo stesso tempo di intervento a ciascun atleta.

La sequenza delle lettere iniziali di ciascuno di questi principi , in lingua inglese, forma l’acronimo TARGET (obiettivo).

L’obiettivo, appunto, è quello di fornire ai singoli atleti, possibili motivazioni di gruppo senza perdere di vista, però, l’individualità di ciascuno.

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La funzione educativa dell'Allenatore

Gio, 06/12/2012 - 09:19 -- Fabio Borselli

Per me, l’allenatore, è, anche e soprattutto, un educatore, quale che sia il livello di qualificazione a cui svolge le proprie mansioni.
Le sue capacità di insegnamento si manifestano, in particolare, nella sua opera di aiutare, tramite interventi di assistenza e di supporto, lo sviluppo degli atleti con cui lavora.

Purtroppo, spesso, alcune forme di “aiuto” che gli allenatori danno, in perfetta buona fede, in realtà non sono affatto tali e, nonostante siano state concepite per quello scopo, non sempre portano al miglioramento sperato, sia dell’impegno che della prestazione.

Utilizzare critiche frequenti e correzioni fatte in tono formale e senza coinvolgimento emotivo, nella maggior parte dei casi, contribuisce ad abbassare la fiducia degli atleti nelle proprie capacità. E chiaro che, se gli interventi di questo tipo consistono prevalentemente od unicamente in un’assistenza a livello tecnico, tattico e condizionale, di fatto, si privano i giocatori di quel rinforzo a livello relazionale che è, per l’atleta stesso, ben più importante e più efficace.

E’ dimostrato che le lodi, gli incoraggiamenti e le espressioni di stima e di fiducia (feedback positivi) siano un presupposto perché gli interventi correttivi specifici risultino efficaci.

Dare agli atleti sostegno e assistenza di tipo emotivo comporta, però, anche dei rischi.
L’utilizzo esclusivo delle lodi può, nel lungo periodo, causare una sorta di dipendenza dalle stesse e comportare una mancata o rallentata maturazione.
L’uso della lode ha, comunque, effetti sicuramente positivi, specialmente se l’allenatore la utilizza come meccanismo di innesco per lo sviluppo di una seria capacità di auto-valutazione da parte dell’atleta stesso.

Dire ”bravo”, però, non basta.

Occorre, prima di tutto crederlo fermamente, poi aggiungere, anche, il motivo di quella affermazione, in modo da consentire all’atleta di comprenderne le ragioni.

Questo meccanismo, chiaramente utilizzato in modo non ossessivo, dovrebbe far sì che, poco a poco, l’atleta si cominci ad auto-valutare, impegnandosi in prima persona a stabilire e raggiungere i propri obiettivi e che, in questo percorso, trovi motivo di soddisfazione, ottenendo, autonomamente, conferma delle proprie capacita.

Si tratta di un processo lungo, ma penso che, se attuato, possa portare il rapporto tra atleta ed allenatore al” livello successivo”.
Livello nel quale l’atleta diventa sempre più indipendente dalla lode o dal giudizio dell’allenatore e l’allenatore stesso interviene, correggendo, solo quando le sensazioni le percezioni di auto-valutazione dell’atleta non concordano con la sue.

Naturalmente non è soltanto facendo, agli atleti, lodi motivate che si incrementa la loro capacità di auto-valutarsi e di auto-correggersi, ma anche, soprattutto, facendo sì che gli atleti imparino ad osservarsi e ad osservare i compagni, acquisendo la capacità di correggersi a vicenda

Credo che, in definitiva, sia compito di chi allena offrire, ai giocatori, un vero supporto, che possa aiutare a sviluppare spirito e volontà di iniziativa personale.

L’obiettivo da raggiungere è di due tipi: da un lato, bisogna fare in modo che l’atleta riduca il bisogno di assistenza e di sostegno da parte del tecnico e, dall’altro, che possa diventare capace di gestire questi interventi in autonomia e, nel contempo, rappresentare per i compagni fonte di sostegno.

Ogni allenatore è un modello. Che lo voglia oppure no.

Ritengo che gli atleti non apprendano dall’allenatore soltanto ad un livello puramente tecnico-motorio. Per esperienza e studi sono convinto che l’interazione possa provocare, anche, un apprendimento ”per modello” e che questo possa portare a modificazioni di comportamento in contesti non strettamente sportivi.

Secondo Volkamer e Zimmer, che hanno condotto una ricerca sull’argomento, il comportamento dell’insegnante-allenatore, utilizzato come modello, può esercitare influenze sull’atleta a tre livelli diversi:

  • LIVELLO MOTORIO:
    per cui l’ atleta apprende le varie abilità motorie per imitazione del modello esecutivo dell’allenatore, cioè facendo propri i comportamenti motori corrispondenti alla forma esecutiva del tecnico.
  • LIVELLO COGNITIVO E COMPORTAMENTALE:
    durante gli allenamenti e nelle gare gli atleti sono in grado di analizzare e riconoscere il modo di pensare e di comportarsi proprio dell’allenatore. Per imitazione possono fare proprie le sue particolari strategie e norme di risoluzione dei problemi, oltre ai quei modelli comportamentali messi in atto dall’allenatore in situazioni tipiche della vita sportiva.
  • LIVELLO DI VALORI E NORME:
    sempre in allenamento e durante la gara gli atleti fanno esperienza della concezione dell’allenatore a proposito di sport, prestazione, rapporto con i propri atleti e con gli avversari. Questo può influenzare fortemente (qualche volta anche condizionare) le loro opinioni, le loro convinzioni e stabilisce gerarchie di valore.

Credo che la prima regola che un allenatore deve seguire per diventare un modello positivo è quella di comportarsi, lui stesso, coerentemente con quanto richiede ed esige dagli atleti. Dovrebbe, poi:

  • istituire uno stile di allenamento e comportamento che porti ad clima favorevole allo sviluppo di relazioni impostate sul modello cooperativo e sociale, di condivisione.
  • Rifiutare di assumere posizioni di potere che possano portare a comportamenti di prevaricazione e iniquità nei confronti dei propri giocatori.
  • Essere obiettivo nelle proprie valutazioni e capace di cambiare idea quando necessario, non solo in ambito tecnico-sportivo.
  • Essere aperto e sincero, disponibile al confronto ed ad aiutare.
  • Eliminare comportamenti che implicano instabilità emotiva. Evitare cinismo e sarcasmo diretti a singoli atleti, al gruppo o avversari e persone esterne alla squadra.

Sono sicuro che. dal punto di vista educativo, risulti essere più utile e coerente offrire, agli atleti, un modello positivo, attraverso il proprio comportamento, piuttosto che dare consigli, fornire indicazioni e imporre normative relative a quello che ci attendiamo da loro.

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La stagione del cambiamento

Lun, 03/12/2012 - 14:06 -- Fabio Borselli

E’ tutta colpa dell’inverno, sempre.

Il baseball ed il softball d’inverno non si giocano. E’ così vero da farne oggetto d’aforismi.

D’inverno ci si prepara per giocare, in primavera ed estate si gioca.

Prepararsi vuol dire allenarsi ed allenarsi, per chi fa l’allenatore, vuol dire progettare, programmare, pianificare. Vuol dire, soprattutto, aggiornarsi, perché niente rimane uguale, specialmente nello sport, specialmente se lo sport è supportato dalla SCIENZA.

Ecco che d’inverno si studia, si ricerca, si sperimenta.

Le sedute di allenamento, i piani di allenamento diventano il laboratorio dove “l’allenatore-alchimista” cerca la sua formula, più o meno segreta, per arrivare alla sua “pietra filosofale” per la perfezione: l’allenamento perfetto, l’esercizio perfetto, la soluzione perfetta.

Baseball e softball, non sono uguali, condividono gli attrezzi, il campo, la “musica di sottofondo” e quasi tutti i gesti, ma non sono uguali.

Non sono, sicuramente, uguali nell’approccio ai cambiamenti: mentre il baseball rimane fedele a se stesso nel tempo, si evolve lentamente e i suoi movimenti hanno la velocità della tettonica a zolle, (caschetto senza copri-orecchie, con un solo copri-orecchio, con tutti e due i copri-orecchie…) il softball cammina spedito, anzi corre, verso mutazioni, talmente veloci che si fa, quasi, fatica a tenergli dietro (doppia base, base intenzionale, contasecondi per i lanci…).

Nonostante questa differenza, secondo me abissale, se si va a guardare nello specifico si scopre che, invece, giocatori e giocatrici, continuano ad allenarsi ed ad essere allenati senza grosse novità, senza scossoni, in una calma piatta fatta di routines ed esercizi conosciuti, sempre uguali, sempre quelli.
Come se ognuno avesse maturato, individualmente, le stesse decisioni, fatto le stesse esperienze, raggiunto le stesse conclusioni, di tutti gli altri praticanti.
Come se, baseball e softball, fossero giochi ormai codificati, immobili ed immobilizzati,non sport in evoluzione.

Perché si continua a farlo? Perché si continuano ad usare metodi e mezzi che la ricerca, la scienza, la biomeccanica (a volte anche il buon senso…) hanno dimostrato essere, se non proprio sbagliati, quantomeno discutibili? Perché è così difficile convincere un giocatore od una giocatrice (ma anche tanti allenatori) che cambiare si può?

Penso che la nostra resistenza al cambiamento, come esseri umani, possa essere una delle variabili in gioco, ma da sola non basta a rispondere a queste domande.

Credo che comprendere quanto baseball e softball siano, essenzialmente, SPORT MENTALI, possa aiutare, a spiegare quello che, usualmente, tutti fanno. Quello che, tutti facciamo.

Ridotto ai minimi termini, penso che il problema sia questo:
facciamo quello che realmente ci serve, per l’allenamento, per la prestazione, per il rendimento, o, invece, facciamo quello che “è usuale pensare” che ci possa servire?
Dove si trova il confine tra cambiare un comportamento perché è sicuramente più corretto o lasciarlo com‘è perché “ci fa sentire bene”, perché “si è sempre fatto così”, anche se non è la cosa migliore che si possa fare?
Quando e quanto devo intervenire per modificare esercizi, gesti, abitudini. che non sono “allo stato dell’arte”, ma che fanno sentire i giocatori e le giocatrici a proprio agio, focalizzati, pronti?

Non ho le risposte. Forse ne esiste più di una. Forse non ne esiste nessuna.

Sicuramente bisogna cambiare. Ce lo impone lo scorrere del tempo, l’evoluzione, la conoscenza, ce lo impone, in fondo, la vita stessa.
Altrettanto sicuramente non bisogna, certo, cambiare solo per il gusto del cambiamento in sé.
Penso e voglio che il cambiamento debba nascere da una esigenza di crescita, di maturazione, di miglioramento.

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Ancora sui battitori Mancini

Lun, 05/11/2012 - 10:54 -- Fabio Borselli

Nel mio post Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto? facevo riferimento al fatto che le peculiarità del gioco del softball, in qualche modo, favoriscono l’addestramento di battitori capaci di battere dal box di battuta sinistro.

Vorrei puntualizzare questo concetto.

Si assiste, ad alto ed altissimo livello, ad un dominio incontrastato delle lanciatrici sui battitori ed i punti segnati sono veramente pochi.

In questa situazione le gare possono essere risolte:

  • da battitori di elevata potenza, capaci di capitalizzare i propri turni di battuta rastrellando i pochi corridori che sono arrivati sulle basi
  • utilizzando un tipo di gioco che metta sotto pressione la difesa avversaria, la costringa all’errore e neutralizzi la “dominanza” della lanciatrice avversaria.

Le tattiche di “short game” (gioco corto), prevedono l’utilizzo di bunt e battute in corsa che possano scardinare l’apparato difensivo avversario, il presupposto essenziale per l’applicazione, vincente, di questo tipo di gioco è la velocità: velocità di esecuzione, velocità di corsa, per far si che la difesa non abbia il tempo di reagire con successo a quanto i battitori avversari “stanno facendo accadere”.

La ricerca della velocità porta, nel softball, ad una semplice constatazione: il box di battuta “mancino” è più vicino alla prima base di quello destro. Tra due battitori di pari velocità, che partono l’uno dalla destra e l’altro dalla sinistra del piatto, il “mancino” arriverà sul cuscino, sicuramente, per primo, ma, soprattutto con un buon vantaggio.

Penso che questa sia, da sola, una buonissima motivazione per avere battitori mancini nel Line-Up. Se poi si aggiunge il fatto che un mancino, se ben preparato ed addestrato, ha una range di armi a propria disposizione che un battitore destro non ha, non capisco perché si vedano, qui da noi, squadre che non hanno nemmeno un battitore da sinistra nel proprio ordine di battuta.

Ho fatto una semplice ricerca, limitata agli ultimi 5 anni, sul sito web della squadra nazionale U.S.A. di softball femminile e le risultanze sono tali da convincermi ancora di più della mia tesi:

  • nel 2008, per esempio, a fronte di un roster di 18 atlete, di cui 4 lanciatrici, ben 9 battevano da sinistra, anche se le mancine “vere” erano solo 4;
  • nel 2009 e nel 2010 erano addirittura 11, ma c’e da aggiungere al numero anche uno switch-hitter, rispettivamente su 18 e 17 giocatrici nella lista;
  • nel 2011 le atlete a disposizione diventano 20, ma resta immutato ad 11 il numero delle battitrici da sinistra;
  • nell’ultima stagione, il box sinistro è stato usato da 6 battitori su 17.

Complessivamente, in 5 stagioni, hanno militato nella nazionale statunitense 90 atlete e ben 47 di loro battevano di “mancino”, una percentuale ben oltre il 50%.

In definitiva, non vedo perché, se una delle squadre più forti al mondo, espressione di un movimento notevole sia come numeri che come qualità, sceglie di utilizzare oltre la metà delle proprie atlete di eccellenza come battitori mancini, non costituisca un esempio da seguire.

Naturalmente si tratta di una scelta strategica: non è pensabile di addestrare le giocatrici da adulte, una volta che siano già tecnicamente ed atleticamente formate, quando approdano nelle squadre di eccellenza. Occorre che lo sviluppo delle capacità che servono per poter utilizzare il box di battuta sinistro, debba essere programmato all’inizio della carriera sportiva di ciascuna di esse.

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