filosofia

Bench Coach

Lun, 31/03/2014 - 07:43 -- Fabio Borselli

Devo essere sincero, l’idea di scrivere questo post è nata oggi pomeriggio mentre me ne stavo nel box di terza base a suggerire.

Alla mia squadra (under 21, per la cronaca) era toccato il dugout di prima base e, quindi, ce l’avevo proprio di fronte, mentre alle mie spalle c’era la panchina avversaria.

Alessandro, il mio coach di oggi, oltre che dirigente accompagnatore, era a suggerire in prima e le atlete, in quella panchina, tutte, erano desolatamente sole…

Non che mancasse gente in quel dugout, non che non ci fosse animazione, ma non sono in grado di dire se le giocatrici fossero ancora “in partita” oppure no…

Posso ipotizzare che, visto che la partita era già avviata verso la fine ed il risultato ormai acquisito, non tutte fossero, propriamente, “sul pezzo”.

Dietro di me, invece, nonostante che ci fosse sicuramente meno affollamento (visto che l’altra squadra era schierata in difesa) e che la partita fosse “segnata” sentivo, comunque, oltre ai soliti “suoni da panchina” anche continui “re-indirizzamenti dell’attenzione” da parte degli allenatori:

le solite cose, spiegazioni, chiarimenti, puntualizzazione, rimbrotti...

Credo, anzi ne sono profondamente convinto, che oggi, a me, alla mia squadra, al mio coach, sarebbe servito, indubbiamente, avere in panchina un altro allenatore, che potesse “tenere sott’occhio” la situazione.

Non so se questa figura possa corrispondere al BENCH COACH che sembra essere presente in ogni squadra di Major League. Non so, nemmeno, quale siano, effettivamente, i compiti, del BENCH COACH.

Tornato a casa, per cominciare mi sono documentato:

viene fuori che, prima di tutto, la figura è relativamente nuova e che questo “famigerato” BENCH COACH, nelle squadre del campionato MLB (ed in quelle che, magari non giocano in Major League, ma che lo hanno in organico) fa un po’ di tutto…

Si occupa dello stretching, di controllare le mazze, di monitorare giocatori, sia della propria squadra che avversari, assiste il manager, lo consiglia per aiutarlo a prendere decisioni e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono, naturalmente, differenze di gestione di questa figura tra team e team, ma, in definitiva, mi pare di poter dire che il BENCH COACH è un tuttofare, con competenze tecniche importanti.

Premesso che non è facile per squadre non professionistiche avere uno staff tecnico numerosissimo, premesso anche che questa tendenza è, purtroppo, ancora più evidente a livello giovanile e premesso, infine, che la “sindrome del Manager” è un virus che difficilmente sarà debellato.

Nota esplicativa: la “sindrome del Manager " è quella strana forma di intossicazione che fa ritenere le figure di “secondo”, “coach”, “assistente”, “aiutante allenatore" come una sorta di PARIA della squadra, per cui o si è il MANAGER o non si è nessuno… Con il risultato di vedere, sempre di più, compagini guidate da ONE MAN BAND, che fanno tutto da soli, spesso, neanche troppo bene.

Tutto ciò premesso, dicevo, vorrei spiegare quali sarebbero, secondo me, i compiti del BENCH COACH:

innanzitutto dovrebbe, non solo nelle squadre giovanili, aiutare atlete ed atleti a “rimanere in partita”, mantenendo attivata la “modalità gara”.

Dovrebbe essere, poi, in grado di risolvere eventuali problematiche fisiche o psicologiche dei giocatori (naturalmente nei limiti delle competenze possedute) che, regolarmente, vengono fuori durante le partite.

Il suo compito principale, tuttavia, dovrebbe essere quello di FARE L’ALLENATORE, nel senso vero della parola, utilizzando la sua posizione privilegiata, in mezzo agli atleti, durante le gare, per far si che le “esperienze” vissute momento per momento, da giocatori e giocatrici, possano essere comprese, contestualizzate, interiorizzate e, perché no, sdrammatizzate.

Nella mia visione dello staff tecnico ideale, spero lo si sia capito, oltre ad un numero rilevante di figure (tecniche e non) , che hanno rapporti paritari fra di loro e che sono, tutti, orientati alla crescita complessiva del gruppo di atleti di cui si occupano, il BENCH COACH è, di sicuro, uno dei ruoli centrali.

Peccato, oggi, non averlo avuto…

 

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Mar, 04/03/2014 - 13:17 -- Fabio Borselli

Quando ho cominciato ad allenare ero, davvero, molto giovane.

Sicuramente inesperto.

Il gap che mi separava da quelli che erano i miei allievi era, davvero, molto piccolo.

C’era ben poca differenza tra me e loro nel modo di pensare, di sognare, di affrontare la vita.

Ero uno di loro che “aveva saltato il fosso”.

Non faccio certo la scoperta dell’acqua calda se dico che gli atleti e le atlete che alleno oggi, oltre ad essere molto più giovani di me, sono anche molto diversi, nel modo di fare e nel modo di essere, da quelli che ho conosciuto quando ho iniziato la mia carriera.

Lasciando perdere facili stereotipi credo che la differenza, sostanziale, sia, soprattutto, nel “temperamento”:

sono più impazienti e meno disponibili a darsi tempo, anzi a perdere tempo.

Se una cosa non gli riesce subito, od in breve tempo, si scoraggiano, si disamorano, passano oltre.

Ora, lo sappiamo, per quanto bravi e talentuosi si possa essere, per sviluppare e confermare quanto appreso in allenamento bisogna, prima di tutto, avere del tempo, darsi del tempo:

prima per consolidare, poi per farlo proprio ed infine per poterne disporre in gara.

C’è bisogno, insomma di pazienza ed anche, di autoindulgenza, di fiducia che, con il giusto tempo e la giusta applicazione i risultati verranno.

Ecco che questo diventa, secondo me, il nodo centrale del “mestiere di allenare” :

è dimostrato e lo tocchiamo con mano tutti i gironi che la rivoluzione tecnologica che ha investito le generazioni più giovani, come del resto ha investito l’intera società civile, riduce la capacità di prestare attenzione per lunghi periodi di tempo.

C’è un modo diverso di vedere il mondo, di leggere le informazioni, di imparare.

È proprio per questo che devono essere allenati ad andare oltre, ad affrontare i compiti con un impegno costante nel tempo e questo non solo nello sport…

La sfida, per insegnanti, educatori ed allenatori è, secondo me, quella di farli restare motivati nello svolgimento di quei compiti ripetitivi che, oltre che nello sport, sono presenti in ogni attività.

In poche parole far si che la loro “freccia rimanga puntata sul bersaglio”, anche quando l’ultimo modello di telefonino suona o la fatica e la frustrazione gli fanno “cercare il tasto reset”.

Certo è complicato.

Alle volte tremendamente complicato.

Ma, da quello che vedo, ne vale la pena.

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Lun, 17/02/2014 - 10:22 -- Fabio Borselli

Ho già citato, in passato, Gian Paolo Montali, coach pluripremiato del VolleyBall italico.

Nel suo libro SCOIATTOLI E TACCHINI Coach Montali dice:

"È possibile insegnare a un tacchino a salire in cima a un albero, però per quel lavoro sarebbe meglio scegliere uno scoiattolo".

Impossibile contraddirlo!

La logica dell’affermazione è inattaccabile:

Trovare uno scoiattolo e fargli fare quello che è già un suo istinto naturale è molto più facile e meno complicato che insegnare ad un tacchino ad andare contro la sua natura.

La ricerca del talento, in ambito sportivo, si basa molto su questa metafora presa dal mondo animale.

Ed ecco che allenatori, esperti e scienziati dello sport sono, costantemente, a caccia dei tacchini, da eliminare, per aiutare gli scoiattoli ad emergere.

Ma che succede se, dopo aver scartato ed allontanato tutti i tacchini, si scopre che quegli scoiattoli, coscienziosamente selezionati, non sono poi così “scoiattolosi”?

Che, in fondo, non si arrampicano così bene come pensavamo?

È il problema ed il pericolo che si corre SELEZIONANDO gli “atleti scoiattoli” sulla base delle  caratteristiche fisiche e motorie che mostrano in un determinato momento.

Alla maniera di Esopo e per rimanere nell’ambito del regno animale mi piace ricordare come il brutto e sgraziato (e, diciamolo, anche un po’ ripugnante) bruco diventi, alla fine, una splendida ed aggraziata farfalla o che il cigno da giovane non sia proprio uno dei cuccioli più carini da vedere.

Queste storielle edificanti insegnano che l’apparenza inganna e che quello che si è in un determinato momento dello sviluppo, può non corrispondere a come ci evolveremo. 

Ma, molto più profondamente, devono insegnare che la “ricerca del talento sportivo” non può basarsi sulla semplice somma aritmetica delle capacità possedute in un determinato momento, ma deve essere impostata su considerazioni e valutazioni più lungo termine.

Perché non è detto che i più bravi a 8 o a 12 anni lo saranno, ancora, anche a 16.

Ed ancora.

Quando si parla di campioni, di atleti al vertice della propria disciplina, impegno e dedizione sono due caratteristiche esaltate ed evidenziate, ma le stesse sono scarsamente considerate quando, invece, si parla di atleti giovani.

Anzi…

Si parla solo di talento, di capacità, dell’essere “prospetti”, ma pochissimo si dice della volontà e della disponibilità ad allenarsi, ad imparare a lavorare duro per emergere.

E poi accade che quelli inizialmente meno abili, meno competenti, meno considerati giungono a competere alla pari, spesso battendoli, con quelli più bravi, grazie proprio ad una maggiore disponibilità ad imparare e ad allenarsi.

Purtroppo o per fortuna i tacchini sono statisticamente più numerosi degli scoiattoli.

Credo che allenare, gestire squadre, sia, in fondo, riuscire a credere che i “goffi tacchini” possano essere motivati, allenati, sostenuti, incoraggiati per poter andare oltre i propri limiti e raggiungere risultati che nemmeno loro pensavano di ottenere.

Ecco perché, tanto per ribattere sul tasto del pericolo della specializzazione precoce, sarebbe meglio non scartare a priori i tacchini: potrebbero riservare interessanti soprese.

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Lun, 10/02/2014 - 07:22 -- Fabio Borselli

Allenare squadre seniores, a qualsiasi livello di qualificazione, pone il problema dei contenuti delle sedute di allenamento.

La necessità di consolidare i gesti, di correggere gli errori, di esaltare i punti di forza costringe, specialmente per alcuni dei “movimenti fondamentali”, ad esercitazioni abbastanza ripetitive.

La possibilità di variare gli esercizi, l’intensità e le modalità di esecuzione degli stessi non possono nascondere il fatto che i “gesti tecnici” devono essere, comunque, ripetuti e ripetuti e ripetuti.

Questa tendenza alla ripetitività raggiunge il massimo nei mesi invernali: palestre piccole, attrezzature limitate o limitanti, spazi ristretti.

Ecco nascere il “problema”: esercizi ripetitivi, noia, poca partecipazione (sia intellettuale che emotiva).

Una possibile soluzione potrebbe essere semplicissima: coinvolgere l’atleta nel processo di programmazione e nell’organizzazione dell’attività.

Dal punto di vista concettuale qualsiasi atleta, di qualsiasi età ed esperienza, potrebbe, se sollecitato, organizzare e gestire un esercitazione all’interno della seduta di allenamento.

Naturalmente più l’esperienza dell’atleta sale più sarà semplice renderlo partecipe allo sviluppo di attività che gli siano più congeniali e funzionali rispetto all’obiettivo programmato.

Questa riflessione nasce dall’esperienza diretta:

le lanciatrici della mia squadra, facevano fatica a mantenere elevato il livello di attenzione e concentrazione durante le fasi di allenamento individualizzato che comportassero attività di volume ed intensità elevate ma di basso contenuto tecnico specifico.

Il risultato era un rumoroso “chiacchiericcio” di fondo, poca concentrazione e poca attenzione: “prima si finisce meglio è”.

A poco servivano le sollecitazioni o le raccomandazioni.

Per cambiare l’approccio ed ottenere una partecipazione attiva è bastato chiedere alle atlete, rimanendo all’interno degli obiettivi del periodo,  di pensare ed organizzare gli esercizi e le attività di quella particolare fase dell’allenamento riservato esclusivamente a loro.

Settimanalmente, a turno, ognuna di loro ha proposto un paio di esercizi, motivandone la scelta e curandone l’organizzazione, definendo la prassi di esecuzione ed adattando i carichi alle indicazioni.

Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso:

le attività e gli esercizi che hanno “tirato fuori” sono stati sia la riproposizione di cose conosciute, sia l’elaborazione di varianti. Ma sono anche andate oltre, effettuando vere e proprie ricerche e proponendo, in alcuni casi, esercitazioni poco comuni ed innovative.

Il clima durante il “loro momento” è migliorato, diventando sicuramente più positivo e propositivo:

sono attente e concentrate e, spesso, rumorosissime mentre si incoraggiano a vicenda. La loro consapevolezza e la loro partecipazione all’allenamento ha subito, sicuramente, un innalzamento di livello ed anche l’esecuzione degli esercizi è precisa ed accurata.

Credo che questa sia la strada da seguire.

Credo che trasformare l’atleta da “soggetto passivo” dell’allenamento a “parte attiva” dello stesso, debba essere l’obiettivo che, come allenatori, dobbiamo essere capaci di porci, senza che questo possa creare particolari ansie rispetto alla nostra funzione ed alla nostra identità.

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Regole, regolamenti e trasgressioni.

Lun, 03/02/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

Mi sembra che l’argomento abbia suscitato molto interesse…

Tanti commenti, tante opinioni, a volte molto diverse, sicuramente articolate…

Questa è la mia risposta, in “ordine sparso”, ad alcuni di quei commenti.

Per prima cosa un chiarimento:

quando dico che non amo le “punizioni” e che cerco di farne a meno non asserisco certo che non debba esistere un sistema di regole condiviso all’interno di squadre, gruppi o società.

Le regole ci sono e ci devono essere.

Altro paio di maniche è gestirne la trasgressione.

Nella mia esperienza mi sono accorto che la “linea dura” non funziona:

se una regola è trasgredita forse è la regola stessa a non essere condivisa o condivisibile, se viene trasgredita spesso la sua inefficienza diventa palese. Non credo che con la “giusta punizione” si possa negare questa realtà oggettiva delle norme.

L’ho già detto ma mi fa piacere ripeterlo:

se i bambini e le bambine arrivano in ritardo o saltano partite od allenamenti spesso, spessissimo, non dipende da loro. Di questo sono convinto e questa convinzione nasce da più di 30 anni sui campi.

Se invece i bimbi saltano gli allenamenti o le partite e sono in ritardo per colpa loro proviamo a farci una semplicissima domanda: “si divertono?”

perché a me pare impossibile che si decida di “saltare” volontariamente un'attività divertente…

Si cerca di “scantonare” quando una cosa non ci piace, non ci fa stare bene o ci mette ansia…

Ecco perché evito di punire: se non è colpa loro non avrebbe senso, se è colpa loro il messaggio che mi stanno inviando è chiaro!

Allora mi devo chiedere: ma siamo veramente convinti che la punizione risolva il problema? Io non credo. Credo che, invece, lo acutizzi…

Per chiarire, definitivamente, faccio un paio di esempi, presi dalla vita vera:

esempio # 1

fase 1: giri di campo usati come punizione;

fase2: stessi giri di campo, prima punitivi, usati come allenamento (sorvoliamo sull’efficacia…)

Quanto tempo occorre prima di creare l’uguaglianza “mentale” tra giri di campo e punizione?

Da li il passo è breve ad arrivare a quella tra preparazione e punizione e quindi all’attività fisica “non baseball” vista soltanto come una punizione…

Esempio # 2

Regola: “chi arriva in ritardo non gioca!!!”

Se poi ad arrivare fuori orario sono i due migliori lanciatori della squadra, in ritardo perché la mamma li ha accompagnati tardi, cosa facciamo?

Non mi spaventano le regole.

Mi spaventano di più le deroghe che siamo disposti a concedere a queste regole.

Non è forse meglio, allora, come qualcuno ha commentato, cercare di rendere partecipata e condivisa l'attività ed il suo "sistema di regole" attraverso i contenuti e lo "stare bene" (imparo, divento più bravo, mi diverto, per mia scelta e non perchè qualcuno mi "obbliga" a farlo), piuttosto che instaurando un "regime di polizia"?

Naturalmente questo è il mio pensiero, la mia “filosofia” nell’allenare e nel gestire i gruppi, niente di più e niente di meno, nessuna velleità di detenere la verità assoluta:

un amico, una volta, ha scritto: “non sempre, in una discussione, c’è una parte che convince l’altra…”.

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Lun, 27/01/2014 - 07:50 -- Fabio Borselli

Mi aspettavo che non tutti fossero d’accordo con il mio giudizio e con i miei commenti  sulla “lettera ai genitori” di Mike Matheny, della quale ho ampiamente parlato nel post DESPICABLE ME!

Ci torno sopra perché sollecitato dall'amico Paolo Castagnini che sul suo sitowww. baseballontheroad .com “fa le pulci” (detto in senso benevolo, naturalmente) al mio pensiero.

Paolo nel suo post dal titolo CRITICA ALLA LETTERA DI MATHENY cita il mio commento, appunto, “alla lettera” e non posso esimermi dal puntualizzare e confermare il senso di quanto ho detto:

prima di tutto mi rallegro della corrispondenza di pensiero che, mi pare di capire, condivido con Lui riguardo alla questione orfani.

Ben inteso, nessun problema nel comprendere le motivazioni di genitori, coerenti con il proprio pensiero e con quello di Matheny, che per aiutare i figli ad esprimere il proprio potenziale gli volessero far dono dell’attributo di “orfanità”

Non sono, invece, neanche questa volta, d’accordo con quanto Paolo Castagnini, citando sempre Matheny, dice riguardo alla questione “regole e punizioni”.

Prima di tutto un asserzione: non credo e non ho mai creduto nelle punizioni!

Mi ricordo che da piccolo, bambino, scolaro, mini-atleta che fossi, le detestavo:

quelle “giuste” perché ferivano il mio orgoglio e non mi insegnavano niente, se non la “cattiveria” del: “non farti beccare, la prossima volta!”.

Quelle “ingiuste” perché mi facevano crollare il mondo addosso e suscitavano, spesso, oscuri pensieri del tipo “l’universo ce l’ha con me…”.

Magari però ero un bambino strano… visto che ai giocatori di Paolo sembrano addirittura piacere…

Da adulto, insegnante, padre, allenatore, quale sia il mio ruolo, le continuo a detestare:

essenzialmente perché rappresentano, in ogni caso, una mia, implicita, ammissione di fallimento (non essere riuscito a far passare l'informazione) ed in secondo luogo perché le ritengo, specie quelle comminate a priori, per nulla risolutive.

Ecco perché cerco di non usarle:

preferisco spiegare le mie ragioni (ora qualche mia atleta direbbe che questa è, di per se, una punizione e mio figlio sarebbe d’accordo) e cercare di capire quello che ha portato alla “mancanza”.

Mi sono accorto che questo, spesso, risolve quasi tutti i problemi.

Ma sono, anche, convinto che il tema “punizioni” scaturisca dal significato che attribuiamo al concetto di “errore”:

se l’errore è parte del processo di apprendimento, cosa della quale sono fermamente convinto, allora non dovrebbe essere punito, anzi dovrebbe essere salutato come il raggiungimento di una tappa fondamentale e, paradossalmente, premiato!

Nella “famigerata” lettera c’è poi la questione delle assenze alle partite,  che si può tranquillamente equiparare alle assenze agli allenamenti, ai ritardi e a tutte quelle piccole deroghe, quotidiane, che chi fa l’allenatore è costretto a concedere ai propri atleti:

in ambito giovanile si manca ad una partita (ad un allenamento, ad una riunione di squadra) o perché si è ammalati o perché si è impegnati in qualcos’altro o perché non si viene accompagnati. Stessa cosa per i possibili ritardi.

Le altre casistiche, più o meno, possono essere ricondotte a queste tre grandi categorie.

In tutti e tre i casi perché punire?

O quantomeno: perché punire il figlio per, palesi, “mancanze” dei genitori?

Lo ripeto: non credo nelle punizioni!

Credo nel dialogo, nell’esempio (quanti di noi pretendono la puntualità e poi sono i primi a disattenderla?) e nell’abilità che ognuno di noi deve avere per “suscitare un duraturo interesse verso il baseball ed il softball”.

La passione, quella che ti fa arrivare al campo presto, prima dell’orario e ti fa andare via per ultimo.

La passione, quella che non ti fa saltare, mai, nessuna  partita o allenamento.

La passione, insomma, da dove nasce? Chi l’aiuta?

Sicuramente non è solo l’allenatore…

Ma sono certo che non è con le punizioni che sia possibile suscitarla, anzi...

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Lun, 13/01/2014 - 07:39 -- Fabio Borselli

Comincia tutto con questo articolo, diffuso su facebook da uno dei miei contatti.

Dopo qualche riflessione sull’argomento cancello dalla mia mente il pensiero di commentarlo in un post e tiro innanzi, ma il tarlo è li… e rode, piano, ma rode.

Poi viene fuori questa “lettera”, scritta da una persona importante, un nome che conta nel baseball, quello vero, oltretutto.

Anche questa condivisione di pensieri suscita riflessioni, mi fa alzare il sopracciglio, ma anche questa volta, penso e decido che “è meglio se taccio”, il tarlo, dentro, rumoreggia, ma, mi dico che è "solo il mio tarlo personale".

Poi ecco, di nuovo, in bella vista, su tutti i profili di faccia libro, il “solito cartello”, quello della foto iniziale.

A questo punto non posso non esprimere quello che mi passa per la testa, il tarlo pretende soddisfazione!

Avviso per i BUONI:

il post, da questo punto in poi, perde ogni connotazione “romantica” e “buonista”, tipica degli amanti del gioco del baseball, anzi, i contenuti saranno oltremodo “cattivi” e, soprattutto, “politicamente scorretti”, per cuise ne sconsiglia la lettura ad un pubblico facilmente impressionabile. Io vi ho avvertito...

Cominciamo:

francamente tutte queste, continue, affermazioni relative al “gioco PER i bambini e DEI bambini” mi sembrano solo chiacchiere vuote, perlopiù, sono convinto, scritte e dette per giustificare, a posteriori, comportamenti che con il GIOCO e con i BAMBINI hanno pochissimo a che fare.

Provo a spiegarmi meglio:

se si legge bene tra le righe della lettera scritta dall’allenatore di calcio si capisce che c’è, di fatto, un bimbo, da lui ritenuto NON BRAVO per usare un eufemismo e, quindi, sempre da lui, per logica conseguenza, tenuto, sempre o quasi, a sedere in panchina.

LUI, l’allenatore, ha deciso che il giovanotto non era abbastanza bravo per i suoi standard, sempre LUI, l’allenatore non lo ha fatto giocare. Quindi non capisco il senso dell’appello alla mamma, che ha preso atto del messaggio, nemmeno tanto velato, che LUI, l’allenatore, gli aveva mandato in precedenza.

D’altra parte era molto semplice, risolvere il problema, prima, facendolo giocare.

Magari ragionando sul fatto che è un bambino e che lo sport, lo sport che gli piace, è un suo diritto e che ha diritto di GIOCARLO anche se non è il più bravo di tutti. Forse, sacrificare una vittoria ad un sorriso sarebbe stato molto meglio…

L’ha scritta un allenatore di calcio, è vero, ma…

Andiamo avanti:

Mike Matheny, comincia così la sua lettera ai genitori: “ho sempre detto che l’unica squadra che vorrei allenare sarebbe una squadra di orfani”.

Già questo incipit mi fa venire voglia di smettere di leggere…

Ma come? Scrivi ai genitori dicendogli che la loro morte sarebbe auspicabile? Andiamo, dai…

Io credo che i genitori abbiano tutto il diritto di seguire, secondo le proprie attitudini ed i propri principi etici i propri figli e credo che vadano rispettati per questo, anche se non ci piace come lo fanno.

Io che sono l’allenatore, se voglio avere rispetto e, soprattutto, se voglio insegnarlo, devo per primo essere disponibile a darlo.

I genitori, chiunque siano e comunque si comportino, visto che si prendono la briga di portare i figli al campo DEVONO essere rispettati, se non altro per la loro qualifica, appunto, di genitori.

Io lo sono (genitore) ed ESIGO rispetto per il mio ruolo da parte di chi ha la pretesa di CRESCERE ed EDUCARE mio figlio.

Proseguendo la lettura arrivo a questo punto: “se vostro figlio salta una partita o un allenamento, non è la fine del mondo, ma potrebbero esserci delle ripercussioni al solo scopo dimostrativo e per rispetto verso gli altri che si sono impegnati. La penalità potrebbe consistere in una corsa aggiuntiva, meno presenze in partita o spostamento nell’ordine di battuta”.

Siamo alla punizione, dimostrativa per giunta, per rappresaglia, per COLPE che il bambino, secondo me, non può avere e che, oltretutto, lo stesso Matheny dice che non sono la fine del mondo.

Ora, sicuramente sono io che non capisco, ma…

Questa lettera è stata citata, commentata, inoltrata, condivisa, elogiata e chi più ne ha più ne metta.

È Piaciuta a tutti, questo è sicuro. Ma siamo davvero convinti, ma proprio convinti convinti, che vorremmo questo signore come allenatore dei nostri figli?

Io no! E sono pienamente d’accordo con lui quando dice che le parole che scrive “lo fanno apparire come un nazista”.

Già è proprio quello che sembra…

Chiudo con il cartello che piace a tutto il popolo del baseball:

lo vedo sui profili facebook, sulle e-mail, in giro per il web, quasi tutti ce l’hanno sul proprio computer, quasi tutti lo citano, tutti lo vorrebbero esporre sul proprio campo, anche quelli, quasi tutti, che di quei principi se ne infischiano (altro eufemismo, scusatemi) sempre o quasi sempre quando sono SUL campo.

Belle frasi, ad effetto e condivisibili… Ma quanti le applicano?

Basta andare a vedere una partita di categoria ragazzi per rendersene conto.

Fermiamoci a riflettere ( lo chiedo perché io l’ho fatto e mi sono accorto che, forse, sarebbe stato meglio “limare” qualche comportamento) e proviamo a RISPETTARE di più il GIOCO, I GIOCATORI e chi SU quei giocatori e CON quei giocatori sogna, si esalta, si realizza…

Su di una cosa sono d’accordo con Mike Matheny: il baseball ed il softball sono VERAMENTE sport di classe.

Facciamo in modo che, prima o poi, si possa smettere di apporre cartelli, scrivere lettere o articoli di giornale che spieghino quello che con l’ESEMPIO non riusciamo a comunicare.

Facciamo in modo che i bambini e le bambine che vengono al campo TROVINO, davvero, qualcosa che negli altri posti non c’è: il RISPETTO per loro e per chi li circonda.

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Lun, 30/12/2013 - 07:43 -- Fabio Borselli

Niccolò, mio figlio, non gioca a baseball.

Non più.

Ha cominciato a giocare, su sua richiesta, a fine 2010:

un inverno in palestra, con tanti ragazzi e ragazze, due allenatori giovani, motivati, competenti.

Un estate per campi, campionato e tornei in giro, un gruppo che cresceva, sia numericamente che come competenze, ma, soprattutto, un gruppo che si divertiva: vittorie pochissime, sorrisi tantissimi.

Niccolò non gioca più.

Cosa è successo?

Qualcuno del gruppo ha lasciato, agli allenatori giovani è stato preferito qualcun altro, il clima è cambiato, i presupposti sono cambiati, le aspettative sono cambiate.

Niccolò voleva fare il lanciatore… Magari se avesse potuto provare adesso sarebbe in campo… magari no…

Faccio l’allenatore, il baseball ed il softball sono la mia passione, un pezzo importante della mia vita:

non ho fatto nessuna pressione perché mio figlio cominciasse a giocare, sono stato felice quando lo ha chiesto e, lo ammetto, sentire che non voleva più farlo mi ha rattristato, ma le sue scelte sono solo sue.

Devono essere rispettate.

Ieri sera mi sono fermato, incantato, a sentirlo suonare la chitarra, che studia ormai da tre anni, seguito da un maestro.

Niccolò ha mani e dita lunghe e suona due ore al giorno, qualche volta di più.

È un ragazzino di tredici anni, adora il suo strumento e si è innamorato della musica.

La sua tecnica è grezza, cambia faccia quando le dita non fanno quello che vuole e quando i suoni che ottiene non sono quelli che si aspettava.

Prova e riprova, tenta di piegare la TECNICA al suo volere, qualche volta funziona, qualche volta no, ma non smette di suonare.

Mi parla di musica, di gruppi per me sconosciuti, di questo o quel chitarrista.

Suona “wish you were here” dei Pink Floyd e pezzi spagnoli del 1600 con lo stesso impegno, con la stessa grinta e dedizione.

Il suo maestro lo accompagna, lo segue, lo corregge, lo incoraggia, lo sfida…

Niccolò sogna di suonare in Giappone e di vivere insegnando musica.

Sorride, quando suona, sempre, non importa se è all’inizio dello studio di un pezzo o se sta suonando, a memoria, qualcosa che conosce benissimo, sorride, sempre.

Quando sbaglia, ricomincia, ma non smette di sorridere.

Suonare gli da piacere, si vede.

Suonare è la sua passione, si vede…

Cosa c’entra questo con il baseball e con il softball?

C’entra! Eccome se c’entra.

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Dubito, ergo...

Lun, 23/12/2013 - 01:03 -- Fabio Borselli

Dubito, ergo sum.

San Agostino usava il dubitare contro contro gli scettici:

“dubitando” – diceva – “si compie un atto intellettuale, che postula la propria esistenza”.

Che rapporto hanno il Santo Agostino ed il suo dubitare con il softball?

In breve…

Di recente, ragionando con alcuni amici e colleghi allenatori, è venuta fuori la domanda:

“quale è la TECNICA GIUSTA da insegnare?”

Per dare la miia risposta ho bisogno, prima, di definire meglio la domanda:

“che cosa è, in riferimento allo sport, la tecnica?”

Mi faccio aiutare da Igor Ter-Ovanesjan, già campione mondiale e poi allenatore della squadra sovietica di salto in lungo, che definisce la tecnica come:

“un PROCESSO MOTORIO che PERMETTE DI RISOLVERE, in modo più razionale ed economico (in senso energetico) possibile, un ben definito PROBLEMA DI MOVIMENTO, relativamente alla disciplina praticata. Il Movimento risultante, seppur fortemente caratterizzato dalla tipologia della disciplina sportiva, può essere soggetto a CAMBIAMENTI ed ADATTAMENTI dati dalle PARTICOLARITÀ INDIVIDUALI di chi lo esegue”

Di conseguenza la MAESTRIA TECNICA è definibile come:

"la COMPLETA PADRONANZA di strutture economiche del movimento proprie un esercizio sportivo quando viene utilizzato per  raggiungere il MASSIMO RISULTATO POSSIBILE." (Djackov 1973).

Dopo questa lunga premessa, posso dire che NON CREDO ci sia una risposta GIUSTA, così come NON CREDO ci sia una TECNICA GIUSTA, definibile a priori.

Se la TECNICA, infatti, è davvero il raggiungimento del massimo risultato possibile, utilizzando risposte motorie che siano efficaci ed economiche, ecco che la definizione di FONDAMENTALE, spesso usata ed abusata in ambito sportivo, cessa la propria ragione d’essere.

Sono convinto che la risposta individuale dell’atleta al problema motorio ed i suoi adattamenti personali dei GESTI FONDAMENTALI del proprio sport siano, e debbano essere, l’oggetto e l’obiettivo dell’allenamento.

Personalmente cerco di fare del dubbio la mia guida. Cerco di pormi domande prima di avere e di dare risposte.

Non voglio e non posso certo dire che non esistano presupposti fisiologici e biomeccanici imprescindibili e propri di ogni disciplina sportiva.

Non voglio, nemmeno, affermare che non esistano gesti e sequenze motorie caratteristiche e caratterizzanti le stesse discipline.

Posso, però, definire l’obiettivo del mio lavoro con gli atleti:

aiutarli a capire il modo migliore per adattarli alle proprie caratteristiche evitando di imporgli le MIE soluzioni, e sollecitandoli a trovare le PROPRIE.

Senza scomodare Sant’Agostino penso si possa, ogni tanto, riflettere su tale Dick Fosbury che, esercitando il suo diritto al dubbio, ha cambiato l’essenza del proprio sport, ridefinendo il concetto stesso di salto in alto…

Credo, davvero, che non sia poca cosa.

Personalmente continuerò a dubitare di tutto e di tutti.

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L’arte della Rubata

Lun, 09/12/2013 - 07:31 -- Fabio Borselli

Per dissolvere ogni dubbio e non alimentare aspettative:

questo non è un post sui fondamentali della corsa sulle basi!

Voglio invece parlare d’altro, voglio parlare del “diventare ladri di idee”.

Lo spunto per scrivere questo breve intervento viene dalla pubblicazione, venerdì scorso, sullo SPEAKER’S CORNER di un articolo del professor Diego Azzolini intitolato “Baseball a scuola che passione!”.

L’articolo in questione è stato ripreso dal sito www.baseballontheroad.com gestito da coach Paolo Castagnini.

Paolo mi ha comunicato via facebook di aver apprezzato lo scritto di Azzolini con la seguente frase: “Ottimo! te l'ho rubato!”.

Sul sito Baseball on the Road è stato, infatti, riportato il link all’articolo originale, citandone l’autore ed il sito di provenienza.

Ma, questo, NON è rubare!

Ringrazio Baseball on the Road e Paolo Castagnini per l’occasione che mi danno di parlare del FURTO, inteso come capacità POSITIVA, che gli esseri umani in generale e, perdonate l’ardire, gli allenatori in particolare debbono possedere.

L’affermazione “questo lo sapevo fare anche io…”, davanti a certe opere d’ arte contemporanea è, credo, venuta in mente, prima o poi, a tutti.

Il problema è che l’idea è venuta a qualcun altro, che ci ha semplicemente, pensato, studiato e l’ha messa in pratica.

Ma il fatto che qualcun altro abbia pensato a qualcosa prima di tutti gli altri impedisce, comunque, di non utilizzare la sua idea?

Non credo.

Nei limiti della correttezza, citandone l’autore ed i presupposti e riconoscendone i meriti non credo sia possibile impedire a nessuno di mettere in pratica le buone idee.

L’allenatore deve essere un LADRO di buone idee!

L’allenatore ha il dovere di RUBARE quello che altri allenatori fanno, se questo serve a far migliorare gli atleti che lavorano con lui.

Ma l’allenatore deve essere anche in grado di RUBARE idee anche al di fuori dell’ambito sportivo.

Per essere buoni allenatori, oggi, con un UNIVERSO di informazioni disponibile, è indispensabile, secondo me, essere aperti al cambiamento, essere pronti a recepire le novità, essere interessati a tutto quello che potrebbe offrire spunti interessanti.

Molte delle cose che faccio durante gli allenamenti, molti degli esercizi che propongo, ma, anche tanto della mia “filosofia di gioco” è frutto di furti, più o meno consapevoli, più o meno organizzati.

Furti perpetrati nel mondo dello sport, qualsiasi sport, ma anche in ambiti che, apparentemente, con lo sport sembrerebbero avere poco a che fare.

C’è poi, è ovvio, un lavoro, pressoché incessante, di elaborazione, di modifica di destrutturazione e riassemblaggio che, spesso, trasforma le idee “carpite” in qualcosa d’altro, magari in qualcosa di completamente diverso.

In poche parole, credo che la dote principale di ogni allenatore dovrebbe essere quella di avere la MENTE APERTA e pronta a cogliere ogni opportunità resa disponibile dalla condivisione delle informazioni e delle idee.

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