difesa

Rubare la terza base

Lun, 15/10/2012 - 14:46 -- Fabio Borselli

Il grande libro delle regole mai scritte, ma tali da essere come incise nella pietra, consiglia:

“non concedere alla difesa il primo o l’ultimo out dell’inning nel tentativo di rubare la terza base”.

Lasciando ad ognuno la libertà di applicare o meno questo principio, vorrei provare a valutare le opzioni tattiche della rubata della terza base.

Per prima cosa facciamo un’analisi della meccanica, per così dire, del gioco del softball: sappiamo che la distanza tra prima e seconda base è, ovviamente, uguale a quella tra seconda e terza e che il tiro che il catcher deve fare per l’eliminazione del corridore che tenta di rubare la terza è più corto rispetto a quello verso il cuscino di seconda.
Se a ciò si aggiunge che, a differenza di quanto avviene nel baseball, i corridori non possono, teoricamente, staccarsi dalla base fino a che il lanciatore non ha rilasciato la palla, potrebbe essere lecito pensare che le possibilità di rubare, senza essere eliminati, la terza base sia un’azione difficile e complicata, riservata a corridori velocissimi e comunque una giocata ad alto rischio.

Continuando il parallelo con il baseball, però, si può anche notare che, per motivi legati alla copertura del campo interno su giochi di smorzata, il difensore della terza base, nel softball, si posiziona più avanti rispetto alla linea che unisce seconda e terza base, trovandosi, quindi, con la quest’ultima alle spalle.

Dall’analisi di questa, apparentemente, lieve differenza si può trarre una prima conclusione:
mentre nelle partite di baseball la copertura della rubata della terza viene fatta, solo ed esclusivamente, dal terza base, in quelle di softball, la difesa deve scegliere se far coprire la base dal terza base oppure se dare quest’incombenza all’interbase.

Nel primo caso concederei un po’ più di campo al battitore per un bunt, nel secondo obbligherei l’interbase a muoversi verso la terza rischiando, nel caso lo faccia un po’ in anticipo, di lasciare più terreno scoperto per una eventuale battuta diretta verso la sinistra dell’interbase stesso.

Il difensore di terza, aggiungo, deve muoversi all’indietro e girarsi per toccare il corridore, oltretutto dovrà andare a coprire il cuscino senza vedere se l’avversario si è effettivamente mosso per rubare, nel migliore dei casi avvertito dalla voce delle compagne in difesa. L’interbase, invece, può leggere la situazione direttamente e capire se c’è, effettivamente, un tentativo di rubata, ma dovrà ricevere il tiro mentre arriva sulla base, in corsa, più o meno, in contemporanea con il corridore.

In entrambi i casi le difficoltà dei difensori per la copertura del sacchetto, compensano, secondo me, gli apparenti svantaggi che possono incontrare i corridori, rendendo il tentativo di rubare la terza base, in prospettiva, una scelta tattica possibile e non così rischiosa,

Tornando alla regola citata all’inizio mi chiedo:

“ha un senso rubare la terza base con meno di due out?”

A favore del no c’è il fatto che, in caso di battuta valida, ho buone probabilità di portare a punto, con minimo rischio, il corridore. Quello che fa, invece, pendere la bilancia verso il si, è la considerazione che, dalla terza, posso quasi sempre segnare sia su una rimbalzante in diamante che produca un out in prima base, che su una volata agli esterni, naturalmente abbastanza profonda.

“Con due eliminati, perché non dovrei provare a rubare la terza?”

Solo per non correre il rischio di far terminare l’inning?
Non credo che sia una ragione plausibile e che sia sufficiente, da sola, a non sfruttare i vantaggi che questa azione può portare. In particolare, nelle partite con punteggio stretto, nelle quali le lanciatrici dominano i line-up avversari, concedendo rare occasioni di avere corridori sulle basi, rubare la terza base con due eliminati mette il corridore nella condizione di segnare, nelle seguenti situazioni:

  • nel caso la lanciatrice faccia un ”illegal pitch”;
  • su una valida interna (bunt o altro);
  • se c’è un lancio pazzo o una palla mancata;
  • su un errore degli interni;
  • sull’ostruzione di un difensore ad un corridore, anche se non direttamente commessa su quello in terza base ;
  • sull’interferenza del ricevitore al battitore;

Un ‘ultima annotazione, ma non certo marginale: preferisco chiamare la rubata con un battitore destro nel box di battuta, così da dare un piccolo aiuto al corridore, piuttosto che con un mancino, che lascia completamente aperta la visuale al ricevitore e, soprattutto, non lo ostacola minimamente nella sua azione di tiro sulla base.

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Base intenzionale - la tattica

Lun, 08/10/2012 - 15:26 -- Fabio Borselli

Dopo aver analizzato l’argomento base intenzionale relativamente alle norme e alla loro attuazione, nel post a proposito delle regole sulla base intenzionale, voglio, adesso, portare il discorso sulle implicazioni tecnico-tattiche della stessa: quando e perché concedere una base intenzionale al battitore e relativi fattori pro o contro tale decisione.

Salvo casi eccezionali ci sono due tipiche situazioni in cui la squadra in difesa potrebbe decidere di passare in base intenzionalmente il battitore:

  • per ottenere una situazione di gioco forzato e rendere più facile la giocata difensiva sul battitore successivo o sui corridori senza che si debba effettuare un out per toccata;
  • per evitare di far battere un battitore ritenuto molto forte, magari seguito nel line-up da un avversario ritenuto più “abbordabile”.

Si può pensare di concedere la base intenzionale quando ci troviamo con un corridore in seconda base, oppure con seconda e terza occupate, con nessuno fuori o un eliminato già fatto. Dare la base al battitore crea un gioco forzato e apre la possibilità di poter effettuare un doppio gioco.

Tra i fattori da considerare quando si deve decidere di passare in base il battitore c’è, sicuramente, il punteggio della partita e in che momento della stessa ci troviamo. Mi sembra evidente che se il nostro intento è “togliere di mano” la mazza al battitore tali fattori saranno secondari, mentre se la scelta è di carattere tattico dovranno essere ben presenti nella nostra mente: difficile, per me, concederla nelle fasi iniziali dell’incontro oppure, anche nel finale di gara, se il divario nel punteggio tra le squadre è superiore ai tre punti.

Credo che nelle riprese finali della partita, a partire dal quinto inning, con punteggio pari o in vantaggio (o svantaggio) di un punto, ragionare sull’opportunità della base intenzionale possa e debba essere una possibile opzione, sempre, però, tenendo bene a mente la regola non scritta (che condivido pienamente) che recita: “non mettere mai, intenzionalmente, il corridore che può segnare il punto della vittoria avversaria, in prima base”.

Valutiamo, per esempio, questa situazione: punteggio di parità nel settimo inning, uno fuori e corridori in seconda e terza base, possiamo presumere che se il battitore batterà una palla a terra, ci saranno poche possibilità per poter chiudere un doppio gioco e siamo certi che il corridore, che cerca di segnare dalla terza, dovrà essere eliminato per toccata, dal momento che non c’è un gioco forzato sul piatto di casa base.

Al contrario passando in base il battitore, così che tutte le basi siano occupate, posso ottenere i seguenti vantaggi:

  • se viene colpita una rimbalzante è possibile provare il doppio gioco a partire da qualsiasi base, visto che l’eventuale punto segnato dal corridore in terza non conta;
  • in caso di tiro a casa base l’out sarà per gioco forzato, togliendo al catcher, il rischio e la responsabilità di dover toccare il corridore in arrivo.

Inoltre, la base intenzionale può essere utilizzata, tatticamente, anche in situazioni meno critiche: se c‘è un corridore in seconda, con meno di due out e un battitore particolarmente veloce nel box, seguito da un giocatore più lento, potrei scegliere di regalargli la prima base, così da far battere il corridore più lento, che avrà più probabilità di essere eliminato con un doppio gioco, nel caso di battuta a terra sugli interni.

Anche se sembra una affermazione un po’ scontata, “la base intenzionale mette un altro corridore in gioco sulle basi”. Questa è la sua più grande controindicazione: nel caso le cose non vadano come speriamo, infatti, la squadra in attacco si troverà ad avere più possibilità di segnare. Forzare il gioco poi, in alcuni casi, può portare gli avversari ad azzardare una rubata, una doppia rubata od un bunt, che potrebbero costringerci a pensare ad un’altra base intenzionale…

Si è sviluppata negli Stati Uniti, relativamente al baseball, da tempo, una vivace discussione, intorno alla “Intentional walk”, che lo sviluppo della sabermetrica ha accentuato. Senza voler scendere in profondità nella questione, semplificando, si può dire che gli esperti in statistiche, analizzando i dati relativi alle passate stagioni del baseball professionistico, hanno riscontrato che non c’è un effettiva riduzione, in termini di punti subiti, derivante dalla concessione della base intenzionale.

C’è comunque da dire che nel baseball e nel softball, qualsiasi strategia si decida di attuare, il rischio che questa venga resa vana dalle azioni dell’avversario è molto elevato e, per questo, deve essere sempre ben ponderata. Penso, poi, che ridurre il gioco solo e soltanto a una questione di statistiche, tolga quel fascino particolare al mestiere di Manager…

Ha scritto Dan Daly, giornalista e opinionista sportivo, in un articolo sul “The Washington Times”, del luglio 2001: “…nel baseball si può, letteralmente, mettere un giocatore avversario fuori dalla partita ed essere considerato un brillante stratega per averlo fatto”.

Anche se, in effetti, potrebbe sembrare un po’ datato, condivido, nella sostanza, l’articolo in questione, quando afferma che l’utilizzo esasperato della base intenzionale non deve essere usato come metodo per impedire ai giocatori ritenuti “pericolosi”, di battere. Rimango, però, convinto che l’opzione di concedere una “passeggiata gratis in prima base” faccia parte, a pieno titolo, dell’essenza del gioco.

In definitiva, non ho difficoltà ad ammettere che il mio uso della base intenzionale è essenzialmente tattico: preferisco utilizzarla per mettere la difesa in una situazione migliore per fare l’out che può risolvere la partita, difficilmente, anzi, quasi mai, la concedo solo per neutralizzare un battitore.

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Base Intenzionale - le regole

Lun, 01/10/2012 - 15:01 -- Fabio Borselli

Luglio 2012, Bollate, Finali EMEA Little League, categoria Junior League, in campo le rappresentative della Toscana, in difesa, e quella dell’Olanda, naturalmente in attacco, che ha corridore in seconda e terza ed un solo eliminato al quinto inning, punteggio sul tabellone a favore delle Orange, che conducono di strettissima misura.

Nel dug-out della selezione Toscana, tutti e tre i tecnici presenti (io ero tra loro) hanno avuto la stessa idea: base intenzionale!: “Forziamo il gioco a casa base e aiutiamo la difesa ad uscire da una situazione complicata…”
Il problema è sorto immediatamente: le regole della Little League, infatti, non prevedono che si possa concedere la base intenzionale solo “dichiarandola”, come si fa normalmente in tutti i nostri campionati – uniformandoci alle norme della ISF, fatte proprie anche dalla ESF – ma occorre, invece, effettuare i canonici quattro lanci fuori dalla zona di strike.

Dopo un rapido consulto, sull’opportunità o meno di far lanciare per la base intenzionale, considerata la giovane età della pitcher in quel momento in pedana e considerato, soprattutto, il fatto che nessun lanciatore si allena, non più, per concedere intenzionalmente la base per ball, abbiamo deciso di soprassedere. Inutile dire che il battitore ha colpito duro la palla, ha portato due punti a casa ed ha aperto la strada alla vittoria delle atlete dei Paesi Bassi.

Questo breve racconto serve per introdurre alcune riflessioni sulla Base Intenzionale, che verrà trattata prima dal punto di vista del regolamento e poi, in un prossimo post, analizzando le opzioni, i pro ed i contro del suo utilizzo in chiave tattica e strategica.

Il regolamento tecnico di gioco alla REGOLA 6, Sezione 8, riporta:

BASE INTENZIONALE:
Se la squadra in difesa vuole concedere la base intenzionale al battitore, sia il lanciatore, che il ricevitore o il coach possono farlo comunicandolo all’arbitro capo, che assegnerà la prima base al battitore. Questa comunicazione all’arbitro capo è da considerarsi un lancio. La palla è morta.
NOTA: La comunicazione può avvenire in qualsiasi momento prima che il battitore cominci, o durante, il turno alla battuta, indipendentemente dal conteggio. La palla è morta e i corridori avanzano se forzati.

Quindi si può concedere la base intenzionale in qualsiasi momento del turno di battuta.

Sempre il regolamento, in seguito, nella REGOLA 7, sezione 2, relativamente all’ordine di battuta, descrive gli effetti della scoperta del battitore fuori turno.

Riassumendo brevemente si può dire che tali effetti sono diversi se la scoperta dell’errore della squadra in attacco viene fatto durante o dopo la conclusione del turno di battuta del giocatore “irregolare”:

  • se l’errore è scoperto mentre il battitore si trova alla battuta, Il battitore regolare può semplicemente prendere il suo posto con il conteggio di ball e strike del battitore irregolare, i punti segnati o le basi conquistate mentre il battitore irregolare era alla battuta rimangono validi;
  • se, invece, l’errore è scoperto dopo che il battitore irregolare abbia completato il proprio turno alla battuta e prima che un lancio, legale o illegale, sia stato effettuato ad un altro battitore, il giocatore che sarebbe dovuto andare a battere è eliminato e tutti gli avanzamenti o i punti ottenuti in seguito al turno di battuta sono annullati, ma, di contro, ogni eliminazione che è stata fatta prima della scoperta dell’infrazione rimane valida.

La “scoperta dell’errore” comporta, da parte della squadra in difesa, l’esecuzione di un gioco di appello, a questo punto, è facile intuire che il muoversi troppo presto, mentre il battitore fuori turno è ancora nel box, non comporta l’ottenimento di nessun vantaggio per i difensori. La squadra in attacco, viceversa, può sostituire il battitore “sbagliato” con quello “giusto”, una volta accortasi dell’errore, in un qualsiasi momento, durante il turno di battuta, senza incorrere in alcuna penalità.

Come può la difesa ottenere un vantaggio dalla scoperta di un battitore fuori turno, impedendo alla squadra in attacco di sostituirlo e di non subirne conseguenze? Cosa c’entra tutto ciò con la base intenzionale?

Semplicemente: passare in prima base intenzionalmente il battitore, senza dover effettuare nessun lancio, rappresenta, comunque, per il giocatore in attacco, un turno di battuta completato!

All’atto pratico, una volta appurato che il battitore è effettivamente fuori turno, la squadra in difesa, indipendentemente dalla situazione di gioco e dal conteggio, dovrà comunicare all’arbitro l’intenzione di concedere la base “gratis” al battitore. Questa azione, di fatto, neutralizza ogni possibile scambio di battitori, per ripristinare il corretto ordine di battuta, che possa venir effettuato dalla squadra attaccante.
Successivamente, una volta che il giocatore sia legalmente arrivato in prima base, effettuerà il proprio “gioco di appello”, ottenendo, se nel giusto, l’applicazione del regolamento. Naturalmente l’appello dovrà essere fatto prima che la lanciatrice avversaria effettui un lancio sul battitore successivo.

Nella sezione Documentazione del sito è possibile scaricare la versione integrale del Regolamento Tecnico di Gioco.

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A proposito del fungo

Ven, 21/09/2012 - 14:50 -- Fabio Borselli

Possiedo la bellezza di cinque, dico cinque, funghi, (anche se non so se la parola fungo sia declinabile al plurale, ma facciamo finta che vada bene così…) di questi, tre sono di metallo, tutti misura 35 e due sono di legno, sempre misura 35. Ora, io non i ritengo un fanatico, ma al fascino del fungo non riesco proprio a resistere e finisce che ad ogni nuova stagione mi ritrovo ad acquistarne uno nuovo, a volte perché ne voglio uno un po’ più lungo o un po’ più leggero, o magari perché quello vecchio è un po’ sciupato e non “batte” più come prima…

La ragione vera, però, è una sola: il fungo fa parte dell’essenza stessa dell’allenare baseball e softball ed iniziare la stagione usandone uno nuovo è ormai diventata un’abitudine alla quale non riesco a rinunciare.

Non conosco il motivo per cui il fungo si chiama così. Neanche gli americani, che lo hanno inventato, lo sanno con esattezza. Il nome pare derivare dall’inglese antico o dal tedesco se non, addirittura, dallo scozzese. Circola anche una leggenda metropolitana legata ad un gioco da strada e al suo “slang”, ma non ne so abbastanza per poterne parlare con cognizione, anzi se qualcuno ha informazioni al riguardo, sarei molto curioso.

Meglio il fungo in metallo o il fungo in legno?

Non ho risposte certe al riguardo ed ho notato che non c’è una regola fissa e che ogni allenatore segue le proprie preferenze, personalmente li uso entrambi, ma non solo, li uso in progressione:

  • Quando si tratta di perfezionare le abilità di presa, di lavorare sull’apprendimento ex-novo delle stesse, oppure di correggere un difetto, uso il fungo migliore che esista: le mie mani, con le quali riesco a dosare perfettamente direzione, forza, rotazione e rimbalzi della palla per facilitare il lavoro dell’atleta.
  • Lontano dalla stagione agonistica, quando l’allenamento è fatto di tante di ripetizioni, uso il fungo di legno, più leggero e maneggevole, sacrificando al realismo della battuta, che nel softball si fa con mazze di metallo, la possibilità di battere per tempi più lunghi senza stancarmi.
  • A partire dal periodo pre-season e per tutto quello in-season, passo al fungo di metallo, per poter dare alle atlete il massimo realismo nella difesa delle battute: sia abituandole ad una velocità di uscita della palla più vicina a quella della partita, cosa che non si può ottenere usando una mazza di legno, sia imparando a “leggere” il suono della palla stessa quando impatta sulla mazza.

Aldilà delle preferenze, qualunque sia il materiale di cui è fatto, credo che sviluppare un’ottima tecnica di fungo sia, per ogni allenatore, un dovere: a qualsiasi livello di gioco lavori, prima o poi, si troverà a dover prendere una mazza in mano e a battere palline ai propri difensori, meglio che sia pronto a farlo e a farlo bene!

D’altra parte, coerentemente con l’affermazione “la pratica rende perfetti”, credo anche che il coach debba pensare ad allenare la propria abilità con il fungo ed ad ottimizzare le sue capacità di battere la palla come, dove e quando vuole. Questo non si può fare senza una pratica costante e non si può fare solo durante l’allenamento degli atleti. Occorre trovare del tempo, a parte, per perfezionarsi, analogamente a quanto ogni allenatore chiede ai propri giocatori. In particolare non sono d’accordo con quelli che mettono la propria “mazza speciale” sotto naftalina per l’inverno, tirandola fuori a primavera e sperano di poter, in quattro e quattr’otto, diventare il Jimmie Reese della situazione.
Personalmente continuo a fungare palline tutto l’anno e garantisco che questo fa la sua bella differenza.

Nota di colore: non mi piace mettere il nastro sul barrel del mio fungo, (quello in legno, naturalmente, quello in metallo non ne ha bisogno) è vero che si potrebbe scheggiare o rompere, ma è anche vero che, in quel caso, ne potrei prendere, subito, uno nuovo…

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Chi è Jimmie Reese? Leggi questo articolo sulla rivista Sports Illustrated dell’agosto 1979:
An Ongoing Fungoer

Visite difensive - quando, come e perché.

Mer, 12/09/2012 - 16:38 -- Fabio Borselli

Dopo aver analizzato, nel precedente articolo, la visita difensiva dal punto di vista regolamentare, passo adesso al livello tecnico-tattico.

Premetto che l’idea di scrivere questo post mi è venuta parlando con una amica, allenatrice, ex giocatrice, ma, soprattutto, lanciatrice: le sue parole, riferite alle modalità con cui lei “subiva” la visita, mi hanno fatto riflettere sulle mie abitudini e modalità di effettuare la conferenza difensiva. Ho avuto delle conferme, ma ho, anche, dovuto riconsiderare certi aspetti cui avevo dato, erroneamente, un peso ed un valore che, almeno nell’esperienza della mia interlocutrice, non avevano.

Cercherò di dare organicità a pensieri sparsi. Spero che nessuno si aspetti la ricetta per la “visita perfetta”, perché oltre a non credere nelle risposte pre-confezionate che vadano bene in assoluto, sono anche convinto che il mestiere di allenatore (Manager o come altro vi definite) sia fatto anche di intuizioni e di scelte “di pancia” che poi, a mente fredda, non sappiamo spiegare chiaramente.

Quando esco dal dugout per fare la visita sulla lanciatrice?

Vado, se avverto un cambiamento nel “ritmo” dei lanci rispetto alle sue caratteristiche: se rallenta, prendendo troppo tempo tra gli stessi o accelera, lanciando in rapida successione, senza le giuste pause. Cerco però di non intervenire troppo in fretta quando, magari in seguito ad una serie di lanci non chiamati, cambia il proprio ritmo solo per recuperare: è concentrata e presente e la mia interruzione potrebbe distogliere la sua attenzione.

Entro anche se mi accorgo che il suo sguardo tradisce disagio, se mi cerca con gli occhi o se evita di guardare direttamente me o le compagne. Bisogna conoscere profondamente le caratteristiche, non solo tecniche, dell’atleta per non sbagliare il momento o fraintenderne l’atteggiamento, sono comunque sicuro che ogni allenatore sviluppi un sesto senso che gli fa leggere chiaramente questa situazione.

Faccio la mia visita anche se mi accorgo che dovrò rapidamente cambiare la lanciatrice: il tempo della consultazione regalerà minuti preziosi al rilievo per scaldarsi meglio.

Al contrario, non entro in campo se voglio dare modo alla giocatrice di uscire da sola da una brutta situazione, lasciandola provare ad attingere alle sue riserve fisiche e nervose: se riuscirà a risollevarsi non se lo dimenticherà più e soprattutto si ricorderà che è stata capace di farlo quando si ritroverà in una situazione simile.

Non si va per una consultazione difensiva solo sulla lanciatrice, spesso occorre una visita a tutti i difensori. Valgono, in linea di principio, le stesse considerazioni fatte sopra: si esce quando siamo sicuri che il nostro intervento rompa l’inerzia negativa del momento, non si va certo a conferire con la difesa per rimproverare od enfatizzare l’errore appena commesso.

Una volta arrivati nel cerchio, cosa dire e come dirlo?

Consideriamo il fatto che, se ci troviamo lì, la situazione è un po’ ingarbugliata, qualche volta difficile, altre volte proprio complicata. Occorre quindi un grande autocontrollo: aggiungere benzina sul fuoco non è certo la risposta migliore. Naturalmente ci sono anche momenti nei quali serve una sferzata e un richiamo alla concentrazione: conoscere i propri giocatori permette di trovare il modo giusto per spronarli, quello che riporta tutto alla normalità.

In linea di massima provo a sdrammatizzare, è un approccio che per me è naturale ed automatico: cercare ed ottenere un sorriso allenta la tensione, scaccia le ansie, chiarisce la situazione e riporta tutto ad un livello più semplice.

Sbottare e braitare serve a ben poco, anzi a nulla (anche se qualche volta mi succede…), preferisco, invece, dare piccole indicazioni tecniche: riposizionare i difensori, chiamare uno schema difensivo per la situazione che si è creata, questo aiuta ad alleggerire la pressione, riportando le atlete sul terreno amico delle cose che conoscono e sanno fare. Mi piace anche usare rinforzi positivi: enfatizzare i punti di forza e quanto sia stato fatto di buono fino lì, per comunicare fiducia ed aiutare le giocatrici a sentirsi all’altezza della situazione.

A mio parere, in nessun altra occasione di gioco come nelle consultazioni difensive conta il “mestiere”: ogni allenatore ha la possibilità di incidere sull’andamento della partita, interpretando i segnali che arrivano dal campo e provando a modificare, in corsa, con un intervento preciso e mirato, il modo di reagire della propria squadra.

Visite difensive - le regole

Ven, 07/09/2012 - 14:44 -- Fabio Borselli

Le Conferenze difensive sono parte integrante del gioco, momenti topici delle gare e vanno utilizzate e gestite con accortezza ed intelligenza.

Vorrei affrontare, per prima cosa la norma che regolamenta la materia, per poi trattare, in un prossimo intervento la “questione visita” dal punto di vista tecnico, tattico e, perché no, psicologico.

Il regolamento del softball vigente, regola 8, sezione b, recita:

Visita Difensiva:

“sono possibili solo tre visite difensive durante i primi sette inning. Per ogni inning oltre il settimo è concessa una visita difensiva a inning.”

In pratica, non importa se le tre visite concesse negli innings regolari avvengono tutte nella stessa ripresa o diluite nei sette innings della partita, a condizione che rimangano entro i limiti stabiliti.
Naturalmente, se la squadra in difesa supera il limite consentito, la lanciatrice in pedana, al momento dell’infrazione, deve essere sostituita, come chiaramente spiegato sempre nella regola 8, ma alla voce effetto, sezione b:

“La quarta e ogni altra successiva visita durante i primi sette inning, o ogni visita in eccesso all’unica concessa durante gli extra inning, provocherà per il lanciatore indicato a line up al momento della visita in eccesso, la dichiarazione di lanciatore illegale che non può più lanciare per il resto della partita.”

La successiva NOTA chiarisce che: “Il lanciatore dichiarato illegale può giocare in qualsiasi altra posizione in difesa, ma non può più lanciare.”

Proseguendo la lettura del regolamento, oltre ad alcune puntualizzazioni sulle modalità di effettuazione della visita difensiva, le NOTE sulla regola ci fanno scoprire però alcune interessanti opportunità:

  • nota 2: “Un coach o un manager può comunicare il cambio del lanciatore all’arbitro capo, sia prima che dopo essere entrato in campo e aver parlato con il lanciatore stesso; non è una visita in difesa.”
  • nota 3: “Se un coach o un manager provenienti direttamente dal dugout, comunicano all’arbitro una sostituzione, questa azione non deve essere considerata come visita in difesa. Dopo aver fatto il cambio, il manager può superare le linee di foul per parlare con i difensori senza che questa venga considerata visita in difesa.”

Diventa quindi possibile, in qualche modo, “eludere” il limite delle visite imposto dalla regola generale, ricordando però che, mentre nella sostituzione della lanciatrice la decisione può essere presa anche dopo essere entrati in campo, nel caso della sostituzione di altro giocatore, la visita, per non essere conteggiata, deve avvenire dopo la comunicazione del cambio all’arbitro.

Ultimo particolare da considerare e ricordare è che il cambio di posizione difensiva, a meno che non si tratti della lanciatrice schierata in altro ruolo, non è considerata una sostituzione e che, quindi, entrare in campo per conferire con la difesa, comporta l’addebito di una visita.

Un ringraziamento particolare all’amico Gian Paolo Pelosi per i suoi chiarimenti sul regolamento.

Dugout Chart

Ven, 31/08/2012 - 14:00 -- Fabio Borselli

Chi mi conosce lo sa, sono un po’ fissato con l’ordine e l’organizzazione, ho bisogno che tutte le cose siano al proprio posto, pronte e disponibili, se serve. E’ una questione di funzionalità: negli anni ho capito che, se non devo perdere tempo a cercare, posso usare quello stesso tempo per fare.

Avverto la stessa necessità sia negli allenamenti che nelle partite.

Mi piace che tutti giocatori, durante la partita, sappiano esattamente cosa fare e quando farlo, anche quelli che siedono in panchina e non partecipano, in quel momento, al gioco.

Cerco di dare alla squadra indicazioni precise:

  • ogni giocatrice partente deve conoscere il suo posto nel line-up e la posizione delle proprie compagne;
  • la lanciatrice di rilievo deve sapere se, come e quando scaldarsi, con quale catcher. Mi piace avere sempre due possibili scelte per sostituire la partente: una pronta subito ed una per la fase finale della gara;
  • mi piace che ci siano, se possibile, due catcher a disposizione delle lanciatrici (e se non è possibile, ne basta uno solo…), uno nel bull-pen ed uno pronto a ricevere durante i lanci di riscaldamento tra un inning e l’altro, nel caso il ricevitore partente sia stato in attacco e debba ancora indossare le protezioni;
  • voglio sempre una giocatrice responsabile del materiale e della panchina, che si occupi di sistemare mazze, caschetti e quant’altro e che tolga la mazza (naturalmente nei modi e nei tempi giusti) dal terreno di gioco durante la fase di attacco;
  • preferisco che la riattivazione degli esterni, tra una ripresa e l’altra, venga fatta vicino al dug-out e che ognuna di loro abbia una compagna disponibile per poter riscaldare il braccio.

Tutte le informazioni le raccolgo nella mia “Dugout Chart” personale, che viene esposta in panchina ed aggiornata costantemente durante la gara, in base alle sostituzioni ed ai relativi cambi di compiti delle giocatrici.

Pubblico la chart, che ho elaborato ed aggiornato nel corso degli anni, nella speranza che possa essere utile. Si trova sulla pagina dedicata alla documentazione ed è disponibile sia come Dugout Chart formato A3, che come Dugout Chart formato A4.

Attacco o difesa?

Ven, 24/08/2012 - 21:55 -- Fabio Borselli

Finita la stagione regolare, (troppo presto secondo me, ma tant‘è), inizia il tempo dei tornei estivi.

Non sempre è facile giocare nei mesi che, abitualmente, sono dedicati alle vacanze estive, specie se si allena una squadra giovanile, ma quando ci si riesce si scopre che la densità e l’intensità delle partite fanno crescere, eccome, il livello del proprio gruppo, tanto per ribadire il concetto che più si gioca, più si impara e più si diventa bravi.

Capita che, nei tornei, la squadra di casa, quella che va in difesa per prima ed attacca per ultima, venga scelta per sorteggio. Tutti quanti, sin da quando abbiamo imparato a giocare, pensiamo che la scelta migliore in questi casi sia scontata: partire in difesa così da poter chiudere la partita in attacco.

Non sono d’accordo!

Senza generalizzare vi spiego perché, spesso, scelgo di partire in attacco, quindi come squadra ospite:

  • per poter segnare per primi, sperando che questo dia un vantaggio psicologico, anche se lieve, alla mia squadra;
  • per “far sbagliare” per primi gli avversari, in difesa, nel caso si presenti una gara carica di nervosismo ed ansia;
  • per fare entrare “in partita” la squadra prima di incominciare a difendere;
  • per dare più tempo per scaldarsi alla lanciatrice e mandarla in campo, possibilmente, in vantaggio;
  • con atlete giovani o team più deboli dell’avversario, per dare alla mia squadra l’opportunità di avere sette inning in battuta e poter “spendere” tutti i miei possibili eliminati”
  • per mettere in difficoltà una squadra avversaria che abbia un ottimo attacco, obbligandola prima a difendere;
  • per sorprendere lanciatrici non velocissime ad entrare nel clima partita o che non abbiano un rendimento ottimale nelle fasi iniziali della gara o lente a scaldarsi;
  • in caso di pioggia o cattivo tempo, per obbligare gli avversari ad affrontare il terreno di gioco non perfetto e le pessime condizioni atmosferiche per primi, così da farsi un’idea sulle difficoltà che la mia squadra si troverà a dover fronteggiare.

Queste motivazioni sono frutto degli anni passati sui campi e non dubito che ce ne siano delle altre…
Sicuramente non è una scelta da improvvisare e le valutazioni da fare sono molte, ma mi piace partire come guest team anche solo per giocare con la testa del mio avversario…
mi piace che si chieda “perché diavolo non avrà scelto la difesa?”

OPO, come e quando

Lun, 21/05/2012 - 17:09 -- Fabio Borselli

L’ Offensive Player Only, (OPO) è un’altra opportunità data dal regolamento del softball alla squadra di gestire al meglio le proprie risorse.

Partendo dal presupposto di “giocare in dieci”, quindi indicando DP e FLEX nell’ordine di battuta da presentare all’arbitro, all’atto pratico, ci troviamo ad avere un OPO nel line-up se decidiamo di schierare in difesa il DP, ma in una posizione diversa da quella della sua controparte FLEX, che perciò, continua ad andare in difesa nella sua posizione di partenza, o in altro ruolo in seguito a cambi interni.

Il giocatore che lascia il posto al DP nella fase di difesa , rimane nell’ordine di battuta, continua a presentarsi nel box quando è il proprio turno e diviene, di fatto, l’ OPO.

Ai fini del computo delle sostituzioni DP, FLEX ed OPO non risultano essere stati sostituiti essendo questo un semplice cambio interno.

Un paio di semplici casi esemplificativi:

lanciatore partente, che è anche un ottimo difensore, indicato come DP, possibile rilievo schierato come FLEX, indicando come ruolo difensivo quello di lanciatore:

al momento dello scambio degli ordini di battuta, quando questi diventano “ufficiali”, si comunica l’intenzione di far lanciare il proprio DP, togliendo il FLEX dalla partita (questa è una sostituzione per il FLEX). Se durante il prosieguo della gara è necessario rimuovere il lanciatore dalla pedana per schierarlo in campo in altra posizione, per esempio come interbase, si genera la seguente situazione: il FLEX rientra in gioco (lo può fare, come da regolamento, essendo uno dei partenti) e sale in pedana, il DP passa all’interbase e quest’ultimo esce dal campo, ma continua a rimanere nell’ordine di battuta diventando l’ OPO.

DP partente che è anche un discreto difensore, FLEX ottimo difensore ma scarso battitore:

se durante il corso della partita diventa necessario, per un qualsiasi motivo, sostituire un difensore (che non sia, naturalmente, il FLEX) con il DP, continuando a mandarlo in battuta, il giocatore sostituito, come nel caso precedente, non potrà effettuare la sua fase difensiva, ma diventerà l’ OPO, presentandosi nel box di battuta e rimanendo nella posizione originale del line-up.

Anche in questa occasione né al DP, né al FLEX, né, tantomeno, all’ OPO, vengono attribuite sostituzioni.

Sviluppo Tecnica di Gioco del Softball

Mer, 18/02/2009 - 23:18 -- Fabio Borselli

Il servizio individuale o per gruppi si sviluppa sui fondamentali di gioco:

  • ATTACCO (battuta, bunt, corsa sulle basi)
  • DIFESA (presa, tiro)
  • LANCIO (addestramento e perfezionamento)
  • SPECIFICI PER RUOLO (catcher, position player, esterni)

vari livelli di studio ed insegnamento: basico, intermedio ed avanzato
utilizzo di tecnologie di analisi video e supporti informatici

Il servizio dedicato alle squadre verte sui seguenti argomenti:

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