La giusta distanza
Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team (inteso come gruppo di lavoro, comprendente tutte le persone che gravitano intorno al team stesso) è quello delle relazioni che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri che lo compongono.
Questa rete di rapporti, che da semplice e visibile diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata, pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che, naturalmente, riesce a percepire.
La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi, il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascuna di esse assume in quel contesto, la capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore, deve essere parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.
Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo/gruppo che gli gravita intorno.
Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.
Questa distanza determinerà le sue risposte.
Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini, ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.
La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.
Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano e dall’altro a non perdere la nostra capacità di analisi obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.
Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi e poco significativi potrebbero essere o diventare quelli umani.
Ma se le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team, situazione tipica di gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico, l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza”dalle cose o dalle persone.
Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.
Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga per tutto e per tutti.
Sono convinto che la capacità di valutare la situazione e decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.
Operare con atleti dilettanti porta necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza” tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra: i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali… insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.
La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione, in modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale è, e deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.
Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni, lacerazioni dolorose e, spesso, insanabili.
Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare la distanza da tenere rispetto alle componenti del team nella sua interezza: più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti) più sarà necessario, da parte del coach, che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale, il mettersi in gioco.
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