coaching

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno quattro

Ven, 12/08/2016 - 23:49 -- Fabio Borselli

Il giorno della faida nella famiglia ITALIA è arrivato e, senza drammi, già passato.

Come da copione le "grandi" di ITALIA 1 hanno battuto abbastanza agevolmente le "belle addormentate" (a dire il vero tutte le nostre atlete sono stanche visti i ritmi di gioco e le poche ore di sonno disponibili) di ITALIA 2, mentre la RUSSIA ha fatto man bassa della CROAZIA chiudendo la questione piazzamenti.

I risultati, le classifiche e compagnia cantante si possono trovare seguendo questo link, a noi basta sapere che domani si assegnano le medaglie e che se ITALIA 1 è già sicura di portarne a casa almeno una, ITALIA 2 dovrà, domattina all'alba, conquisarsi questo privilegio scalando il page system.

Tutto è possibile e le MINI hanno dimostrato di essere squadra quadrata e duttile... Gli imprevisti sono sempre in agguato ma il team (coach compresi) ci crede:

vogliamo questa medaglia! Certo se non dovesse venire non ne faremo un drammi, ma...

In ogni caso, contingenze e retorica a parte, guardare queste bimbe giocare scalda il cuore e ci fa sperare per il futuro di questo sport (come dico sempre sarebbe ora ci decidessimo a diventare grandi, abbandonando il vittimismo e i però...).

E poi, diciamocelo, queste ragazze sono bellissime!

Prestazioni sportive a parte la giornata è stata, al solito, molto densa e interessante.

Si comincia con la finale olimpica di canottaggio sull'erba, categoria "otto con capo voga" andata in scena subito dopo la partita tra le due ITALIE... Vista in diretta la regata è stata aspra e combattuta, la replica è visibile sulla pagina facebook dedicata al Torneo.

Frugando a caso tra i ricordi della giornata vengono fuori i miei soliti "game plan",

necessari se si vogliono gestire i cambi e le rotazioni che permettano a tutte le atlete in rosa di giocare, ma inutili visto che succede sempre qualcosa che costringe a cambiare in corsa...

Dopo avere raccontato dell'ormai famigerato rituale della "pittura unghie dei coach dopo le vittorie"

4  

vorrei dedicare qualche foto al mio coaching staff:

Betty, detta Elisabetta e Gianni, qui in veste di semaforo

  

senza di loro non saprei davvero come fare, visto che, praticamente, il lavoro lo portano avanti, davvero, tutto loro... Io mi limito a comunicare i cambi e poco altro. Quest'anno è mancato, come avevo già raccontato, il quarto componente di questa gabbia di matti... Voglio tranquillizzare Graziano:

Il suo sostituto si è dimostrato un "pallone gonfiato" ed è "scoppiato" alle prime difficoltà, accasciandosi in panchina.

Sempre per ampliare l'album dei ricordi ecco come è fatta la faccia di una rappresentante del clan degli "gnomi da giardino" di ITALIA 2 doopo aver divorato (letteralmente) una piadina alla nutella grande quanto un frisbee...

Cosa gli vuoi dire a una tipa così?

La stessa tipa è poi una delle menti e, soprattutto, delle braccia che hanno provveduto a organizzare il gavettone di fine partita ai coach... Ma il reato di lesa maesta non è rimasto impunito!

  

Nel ringraziare Giacomo Canali per gli scatti voglio anche far notare la mia "divisa d'ordinanza" di quest'anno, completa di calzettoni alla "Afrika Korps", in perfetto "Erwin Rommel style"... (smettete di prendermi in giro, non me li toglierò!).

Poco altro da dire o far vedere.

Sono passate da poco le due ed è già sabato, il "giorno dei giorni", l'utimo giorno del Torneo, CASA ITALIA è silenziosa (a parte quel lieve rumore di motosega proveniente dal letto alla mia destra...) tra un po', davvero poco, si ricomincia a giocare, per l'ultima volta... Buonanotte!

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno tre

Gio, 11/08/2016 - 23:58 -- Fabio Borselli

 

Il terzo giorno comincia troppo presto...

Se è difficile trovare il verso dei pantaloni, sperare almeno di far andare per quello giusto le gare si rivela anche più complesso.

alle sei e tre quarti ITALIA MINI è già sulla stada per il campo e, dopo una rapida colazione, inizia ad attivarsi per la prima partita della giornata e siamo subito in emergenza:

sangue dal naso, distrazioni, qualche palla mancata e la tenda dei volontari del soccorso (splendidi, qualunque divisa vestano) si popola di "giovani italiane in ambasce".

Alla fine si risolve tutto e il "ghiaccio magico" dell'ambulanza lenisce ogni sofferenza permettendo a tutte le atlete di ritornare in campo prima dell'inizio della gara.

La partita è più complicata di quanto il punteggio finale (15-4 in nostro favore) faccia immaginare:

ITALIA 2 è ancora addormentata e, complice anche qualche ansia da prestazione, ci vuole tutta la pazienza dello staff per districare la matassa che sembra ingarbugliarsi un po' di più a ogni tetativo di sistemazione.

Al solito, il "game plan" della gara è completamente stravolto, ma alla fine ne usciamo vivi e ancora in corsa.

Al ritorno a CASA ITALIA troviamo il tempo per la foto ufficiale dello staff tecnico di ITALIA 2 al completo.

Betty e Gianni sono i miei fidi compari in questa avventura e Graziano... Graziano è quello in verde!

La lunga giornata si conclude con la qualificazione di entrambe le compagini "Verde Rosa" al girone per il titolo:

cammino facile per ITALIA 1 che conquista i primo posto nel girone battendo con rotondi punteggi prima la CROAZIA e poi il team CEKIA 2, mentre ITALIA 2 centra la qualificazione (un bel risultato per le terribili MINI) batendo in una gara combattuta la forte CEKIA 1.

Solo il tempo di rilassarsi un attimo dedicandosi alla "nails art" (domani i coach di ITALIA 2 esibiranno, infatti, le nuove fiammanti unghie celebrative per le vittorie di oggi)

poi tutti a letto (ancora nessuno dorme, tanta è l'adrenalina da smaltire) visto che anche domani si comincia presto e il copione prevede come apertura di giornata e, probabilmente come partita di cartello, lo scontro fratricida tra i due team ITALIA...

Ne vedremo delle belle, peccato per chi non ci sarà.

Buonanotte, CASA ITALIA chiude.

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno due

Mer, 10/08/2016 - 21:08 -- Fabio Borselli

 

CASA ITALIA si sveglia presto per scoprire che, a scanso di equivoci e per poter innescare tutte le chiacchiere possibili sui cambiamenti climatici, piove!

Quando arriviamo allo stadio di Collecchio per la colazione le malcapitate giocatrici del team GB e della CROAZIA cercano, sotto una pioggia battente, di impedire ulteriori devastazioni al nuovo calendario della manifestazione che scricchiola sotto i colpi di maglio dei tuoni che accompagnano la gara di apertura.

La pioggia fa saltare la sgambata delle squadre azzurre che devono, mestamente tornare in palestra e organizzarsi per allenarsi lontano dal capo.

ITALIA 2 improvvisa allora un acceso torneo di TRIS (qui qualche notizia in più sul gioco) e una serie di sfide accesissime aiuta il team MINI ad arrivare all'ora della sfida con la RUSSIA.

Per la cronaca (i risultati completi si trovano qui) ITALIA 2 ha perso la sua gara per 3 a 2 agli extra inning mentre ITALIA 1, in serata, ha battuto rotondamente (11 a 0) il team GB, vendicando le under 19.

Domani sarà una lunga giornata:

tutte e due le squadre dovranno affrontare una doppia fatica e solo a fine serata sapremo se avranno centrato entrambe l'obiettivo della pool per le medaglie.

Nel frattempo i nostri alacri "ragionieri" hanno provveduto a far ottenere la "patente" alle mazze, cosa tutt'altro che semplice, come si può vedere;

solo battute certificate in questo torneo!

Le "azzurrine" si sono poi distinte nella cerimonia di apertura del "European Massimo Romeo Youth Trophy" dimostrando invidiabili doti canore "stringendosi a coorte" e esaltando il loro amor patrio dichiarandosi "pronte alla morte"... A noi basterebbe che fossero pronte domani!

Mentre il torneo imperversa e tutti sono impeganti (chi più, chi meno...) in attività tecniche e non c'è chi si occupa, nei momenti liberi (quali momenti liberi?) di documetare per i posteri tutto quello che succede, anche quello che, forse, sarebbe bene non documentare affatto:

CASA ITALIA adesso è silenziosa, tutto (o quasi) tace, ma la mattina arriverà anche troppo presto, garantito.

Noi non vediamo l'ora...

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno uno

Dom, 07/08/2016 - 22:15 -- Fabio Borselli

 

Sarà un lungo torneo...

Dopo un inizio tranquillo e di routine (arrivo, controllo presenze e documenti, scarico materiale e vestizione) c'è il primo intoppo:

CASA ITALIA non sarà la solita di sempre, magari un po' scomoda e affollata ma vicinissima ai campi di gioco.

L'organizzazione ci ha infatti sistemato in una palestra, completamente a nostra disposizione, ma decentrata e abbastanza lontana dall'impianto, costringendoci a riorganizzare gli orari e a gestire spostamenti imprevisti.

Nonostante questa "scomodità" CASA ITALIA  è bellissima!

Le ragazze l'hanno subito trasformata in un festival di materassini, sacchi a pelo e disordine... Adesso, una distesa di azzurro e grigio ci accoglie al rientro.

Naturalmente ci sono già dei cambiamenti e il calendario è già stato stravolto:

la squadra della Polonia non arriverà e la rivoluzione dei gironi vedrà le due squadre azzurre impegnate, domani e dopodomani, in un pre-girone di qualificazione:

in serata ITALIA 1 (in azzurro) affronterà all'esordio il team GB, mentre ITALIA 2 (in grigio) nel primo pomeriggio se la dovrà vedere con le campionesse uscenti del team RUSSIA.

Ci stiamo conoscendo piano piano.

Naturalmente ogni staff ha gestito autonomamente la giornata, utilizzando il tempo per il necessario lavoro di "team building".

ITALIA 2 in questo momento è un cantiere a cielo aperto e, mentre scrivo, Betty, valorosamente, sta dipingendo le unghie delle nostre MINI giocatrici nel regolamentare azzurro di ordinanza:

ci piace essere in ordine ed eleganti quando andiamo in campo.

Gianni invece sta preparando la "borsa degli attrezzi" per la breve seduta di allenamento fissata per domani.

A ben guardare non manca niente per giocare a softball.

L'ultimo componente dello staff di ITALIA 2, Graziano, purtroppo, non potrà essere della partita per problemi personali sopraggiunti all'improvviso.

Il nostro TEAM MANAGER, Marina, non ha potuto sostituirlo e allora lo abbiamo fatto in autonomia e convocato, a sorpresa, "l'altro Graziano",

che se magari pecca in competenza però ci allieta con la sua allegria contagiosa e non potremo fare a meno di lui in panchina...

La giornata non è però stata solo vestizione e team building, c'è infatti stata anche una parentesi di alto contenuto agonistico:

coinvolgendo al completo entrambe le squadre, sul campo di allenamento, è andata in scena una avvincente e agguerrita sfida a ruba-bandiera,

ricca di contenuti tecnici e spettacolari, conclusasi al tie-breack senza vincitori ne vinti, per sopraggiunta ora di cena.

Dalla confusione che ancora si sente a CASA ITALIA credo che sarà praticamente impossibile metterle a dormire prima della mezzanotte.

E domani si gioca:

non saprei dire se è una minaccia o una liberazione!

Buonanotte da CASA ITALIA, passo e chiudo.

 

EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno zero

Dom, 07/08/2016 - 21:57 -- Fabio Borselli

 

In partenza per l’ormai classico “European Massimo Romeo Youth Trophy”

Anche quest’anno agosto è arrivato e una parte delle mie ferie saranno dedicate alle rappresentative del “progetto Verde-Rosa”, under 13 softball, impegnate a Collecchio (Parma) nel tradizionale appuntamento con questo torneo di formato Europeo.

Quest’anno al mio collaudato e rodatissimo staff sarà affidata la formazione “MINI”, composta da ragazze nate negli anni 2004, 2005 e 2006.

Per il terzo anno il “progetto Verde-Rosa” è, infatti, articolato su due squadre, una formata da ragazze all’ultimo anno di categoria (2003) che si batteranno, almeno questo è nelle intenzioni, per il titolo e una formata da quelle più piccole che affronteranno il torneo con l’intento di cominciare ad accumulare esperienza...

Tutto è pronto, la borsa è già in auto, domattina si parte presto e, almeno sulla carta, il programma della prima giornata già  fatto, ma in questi casi bisogna essere pronti e aperti agli imprevisti e ai cambiamenti che, specie con le più piccole, sono sempre in agguato.

Conosciamo già il calendario degli incontri (disponibile qui) ma, come sempre, sappiamo ben poco delle avversarie, se si esclude, naturalmente, l’altra squadra azzurra.

Noi saremo, come tradizione, ITALY 2.

Chi mi conosce sa che questo mio essere manager di una SELEZIONE è un qualcosa che non va molto d’accordo con la mia idea (non solo mia e ben più che un’idea… visto che è una evidenza scientifica ) che la SPECIALIZZAZIONE PRECOCE non serva a sviluppare al meglio le potenzialità di un bambino e che non sia la strada giusta (o quantomeno non l’unica…) per garantire il raggiungimento della massima prestazione possibile una volta che il bambino sia diventato un atleta maturo.

La buona notizia è che proprio la giovane età delle ragazze selezionate permette, nei limiti delle loro aspettative e in una logica di “lavoro al servizio dell’atleta”, di sperimentare e provare esperienze diverse da quelle che fanno nei propri club.

Questo fornisce, oltretutto, un punto di vista “nuovo” e “diverso” dal solito, non solo alle ragazze ma anche ai loro genitori, ai loro allenatori e, perché no, agli stessi “selezionatori”.

L’obiettivo, ampiamente condiviso da tutto lo staff del PROGETTO, non è infatti VINCERE a tutti costi, ma fornire alle atlete una esperienza positiva che le faccia perseverare nell’impegno e che serva a consolidare il loro profondo interesse per il softball.

Impegno e interesse indispensabili per farle proseguire nella pratica del softball e affrontarne le “fatiche”.

Nel limite del tempo disponibile, che nei prossimi giorni diventerà inesorabilmente pochissimo, vorrei condividere, su questo sito, una sorta di “diario di viaggio” di questa emozionante avventura:

non racconterò però  di vittorie o di sconfitte, nemmeno di fuoricampo o strike out.

Spero di riuscire a raccontare, giorno dopo giorno, quello che c’è “dietro” le partite, "dietro" le prestazioni:

i sogni, le speranze, le gioie e le tristezze, la quotidianità di un gruppo di ragazzine che, per la prima volta nella loro vita (sperando che non sia l’ultima…) indossa una “maglia importante” cercando di portarla con gioia.

In fondo il mio obiettivo (e quello di tutti gli altri coach) nei prossimi giorni sarà proprio questo:

far si che per queste splendide bambine, la responsabilità di rappresentare il proprio paese venga vissuta come un sogno e che del sogno abbia la bellezza e la leggerezza.

Non c’è più molto tempo:

domani arrivano le ragazze e dopo domani si gioca già…

 

Un inning alla volta…

Lun, 23/06/2014 - 07:51 -- Fabio Borselli

Si dice talmente spesso, tanto spesso che è diventato un luogo comune:

si gioca un lancio alla volta, un battitore alla volta, un eliminato alla volta…

Di fatto è un’affermazione assolutamente giusta e condivisibile, anzi, se applicata è LA filosofia di fondo di baseball e softball:

si gioca nel presente, qui ed ora, senza pensare a quello che è successo prima, un lancio alla volta, appunto.

Molto facile da dire.

Molto difficile da mettere in pratica.

I giocatori, specie se giovani, specie se non molto esperti, si lasciano “trascinare dagli eventi” al punto che la propria prestazione è condizionata non solo da “quello che stanno facendo” ma, anche, da quello che “stanno facendo gli altri” (arbitro, compagni di squadra, avversari…).

Capita, perciò, che un brutto inizio di partita o un inning “storto” faccia “andare in barca” tutta la squadra, che non riesce a reagire e non riesce a superare il momento.

Mi è capitato, molto più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto, di trovarmi in questa situazione.

Per prima cosa il dire “giochiamo un inning alla volta” non basta. Non basta perché il tabellone incombe, laggiù a fondo campo, e gli innings sono sette… non uno.

Ecco, allora, un piccolo espediente che ho utilizzato per “obbligare” la squadra ad “abbassare la testa”, circoscrivere l’orizzonte e giocare, davvero, un inning alla volta.

Abbiamo stabilito, insieme, durante gli allenamenti, che avremmo giocato (ogni volta che affrontavamo l’avversario) sette partite e che ciascuna sarebbe durata una sola ripresa. Per vincere una di queste “mini-partite” si dovevano fare gli stessi oppure più punti dell’avversario. In pratica si vinceva l’inning anche pareggiandolo.

Per rinforzare il concetto e dargli forza abbiamo anche organizzato il nostro “tabellone da panchina”:

un grande foglio bianco, strutturato come un vero tabellone segnapunti, ma che aveva una riga in più, quella per indicare, sotto ogni ripresa, se in quell’inning avevamo vinto o perso.

Nelle prime uscite del nostro tabellone “fatto in casa” qualche giocatrice si guardava intorno imbarazzata, cogliendo qualche sguardo stupito degli avversari, ma, piano piano il gioco ha cominciato a funzionare:

l’obiettivo iniziale era quello di riuscire a vincere almeno un inning.

Poi siamo passati a cercare di vincerne quattro, uno in più degli avversari.

Naturalmente, considerando come vittoria anche il pareggio, capitava che si riuscivano a vincere le quattro riprese, ma che non si riusciva a vincere la partita (quella ufficiale).

Aldilà di questo, il risultato è stato che la squadra, tutta, senza distinzioni, ha cominciato veramente a giocare “inning by inning”.

C’è stato, addirittura, un periodo nel quale, giocando il “doppio incontro”, il tabellone di squadra era fatto di quattordici inning in successione e nessuno si poneva il problema di quale fosse il risultato alla fine di “gara uno”.

Questo “giochetto” è durato, più o meno, una stagione, iniziando alla fine di un campionato e proseguendo nel successivo.

Poi, piano piano, la squadra ha smesso di averne bisogno:

il concetto di giocare una ripresa alla volta è diventato normale ed automatico, tanto che, a distanza di anni le giocatrici continuano, nei momenti topici delle partite, a dire di giocare per “vincere questo inning”

Naturalmente, come in tutte le cose che si fanno con le squadre di softball, bisogna che tutto l’entourage della squadra sia coinvolto e convinto di quello che si sta facendo. Questo piccolo espediente, infatti, non avrebbe avuto nessuna possibilità di funzionare se tutto il gruppo di lavoro del team (me compreso) non ci avesse, davvero, creduto.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Il Line-Up che vorrei

Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto?

Grisham, Calico Joe ed il Baseball

La giusta distanza

Lun, 24/12/2012 - 16:42 -- Fabio Borselli

Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team (inteso come gruppo di lavoro, comprendente tutte le persone che gravitano intorno al team stesso) è quello delle relazioni che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri che lo compongono.

Questa rete di rapporti, che da semplice e visibile diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata, pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che, naturalmente, riesce a percepire.

La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi, il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascuna di esse assume in quel contesto, la capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore, deve essere parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.

Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo/gruppo che gli gravita intorno.
Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.
Questa distanza determinerà le sue risposte.

Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini, ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.
La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.
Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano e dall’altro a non perdere la nostra capacità di analisi obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.

Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi e poco significativi potrebbero essere o diventare quelli umani.

Ma se le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team, situazione tipica di gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico, l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza”dalle cose o dalle persone.

Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.

Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga per tutto e per tutti.

Sono convinto che la capacità di valutare la situazione e decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.

Operare con atleti dilettanti porta necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza” tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra: i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali… insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.

La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione, in modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale è, e deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.

Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni, lacerazioni dolorose e, spesso, insanabili.

Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare la distanza da tenere rispetto alle componenti del team nella sua interezza: più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti) più sarà necessario, da parte del coach, che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale, il mettersi in gioco.

Se ti è piaciuto questo post, forse ti potranno interessare anche:
La seduta di allenamento – la Struttura
Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto

Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

Gio, 20/12/2012 - 14:55 -- Fabio Borselli

Si possono capire le motivazioni di una persona, in qualsiasi ambito, non solo in quello sportivo, comprendendo, o cercando di comprendere, quale sia la tipologia degli obiettivi che persegue.

Generalizzando: per alcuni atleti la motivazione primaria alla pratica sportiva è rappresentata dal miglioramento di se stessi, dal desiderio di imparare, sviluppare e padroneggiare certe abilità e tecniche.
Sono individui, prevalentemente, orientati al compito, che si concentrano sul processo e sul miglioramento, piuttosto che sul risultato, inteso come vittoria sull’avversario.

Altri, invece, si concentrano su obiettivi strettamente legati al risultato e alla vittoria, la loro motivazione, in questo caso, si basa sul “confronto/scontro” con gli altri e sulla dimostrazione della propria superiorità che la vittoria gli fornisce.
Sono atleti orientati al Sé, per loro il risultato è fondamentale, vincere è l’aspetto più rilevante.

E’ naturale che vi siano anche individui che presentano vari livelli di motivazione in entrambe le direzioni e, anche soggetti la cui motivazione non è orientata né da compito né dal risultato.

Conoscere le motivazioni primarie dei propri atleti è un compito fondamentale e prioritario per l’allenatore.

Conoscere non vuol dire però, necessariamente, assecondare.

Credo che l’allenatore abbia la possibilità di reindirizzare la motivazione primaria individuale sostituendola, almeno parzialmente, con quella di gruppo, attraverso la costituzione del giusto “clima di squadra”,

Condividere, con gli atleti, la messa a punto di obiettivi d’eccellenza, di crescita e miglioramento costante, facilita lo sviluppo di motivazioni orientate al compito, incoraggiando il coinvolgimento nel compito stesso e rafforzando l’autostima.

Imporre obiettivi di prestazione, legati esclusivamente alla vittoria sugli avversari, provoca l’effetto opposto, ostacolando il coinvolgimento individuale nel compito e rinforza la possibile percezione di sentimenti negativi quali timore e ansia.

Preferisco lavorare con squadre orientate al compito.
Molto del mio lavoro si basa sulla ricerca e sulla costruzione di un “rumore di fondo” che agevoli questo orientamento.

A questo proposito, qui di seguito, riporto alcuni criteri utilizzabili per orientare un approccio di gruppo incentrato sul compito:

  • Task (compito) – offrire una sfida personale. Individualizzare i programmi dì lavoro in funzione delle necessità specifiche di ogni componente del gruppo.
  • Authority (autorità) – Coinvolgere gli atleti nel processo decisionale, nella definizione e applicazione delle regole. Costruire situazioni nelle quali ci sia l’opportunità di sperimentare una leadershìp individuale. Incoraggiare a farsi carico della propria crescita personale.
  • Recognìtion (riconoscimento) – Riconoscere i progressi, gli sforzi ed i miglioramenti ottenuti da ogni singolo atleta. Fornire un feedback individuale, offrire l’opportunità di ottenere ricompense.
  • Grouping – Promuovere, all’interno della squadra, gruppi con capacità diverse che lavorino su compiti diretti alla risoluzione di problemi. Variare le dimensioni e la composizione dei gruppi per agevolare l’integrazione ed il riconoscimento delle capacità dell’individuo.
  • Evaluation (valutazione) – Basare le misurazioni delle prestazioni su obiettivi di processo. Coinvolgere ed incoraggiare gli atleti alla propria autovalutazione.
  • Timing (tempo) – Pianificare il ritmo, i progressi ed i tempi dei programmi di lavoro, in collaborazione con gli atleti. Dedicare lo stesso tempo di intervento a ciascun atleta.

La sequenza delle lettere iniziali di ciascuno di questi principi , in lingua inglese, forma l’acronimo TARGET (obiettivo).

L’obiettivo, appunto, è quello di fornire ai singoli atleti, possibili motivazioni di gruppo senza perdere di vista, però, l’individualità di ciascuno.

Ti è piaciuto questo post? Ti potrebbero interessare anche questi:
Il Line-Up che vorrei
Visite difensive – quando, come e perché

Visite difensive - quando, come e perché.

Mer, 12/09/2012 - 16:38 -- Fabio Borselli

Dopo aver analizzato, nel precedente articolo, la visita difensiva dal punto di vista regolamentare, passo adesso al livello tecnico-tattico.

Premetto che l’idea di scrivere questo post mi è venuta parlando con una amica, allenatrice, ex giocatrice, ma, soprattutto, lanciatrice: le sue parole, riferite alle modalità con cui lei “subiva” la visita, mi hanno fatto riflettere sulle mie abitudini e modalità di effettuare la conferenza difensiva. Ho avuto delle conferme, ma ho, anche, dovuto riconsiderare certi aspetti cui avevo dato, erroneamente, un peso ed un valore che, almeno nell’esperienza della mia interlocutrice, non avevano.

Cercherò di dare organicità a pensieri sparsi. Spero che nessuno si aspetti la ricetta per la “visita perfetta”, perché oltre a non credere nelle risposte pre-confezionate che vadano bene in assoluto, sono anche convinto che il mestiere di allenatore (Manager o come altro vi definite) sia fatto anche di intuizioni e di scelte “di pancia” che poi, a mente fredda, non sappiamo spiegare chiaramente.

Quando esco dal dugout per fare la visita sulla lanciatrice?

Vado, se avverto un cambiamento nel “ritmo” dei lanci rispetto alle sue caratteristiche: se rallenta, prendendo troppo tempo tra gli stessi o accelera, lanciando in rapida successione, senza le giuste pause. Cerco però di non intervenire troppo in fretta quando, magari in seguito ad una serie di lanci non chiamati, cambia il proprio ritmo solo per recuperare: è concentrata e presente e la mia interruzione potrebbe distogliere la sua attenzione.

Entro anche se mi accorgo che il suo sguardo tradisce disagio, se mi cerca con gli occhi o se evita di guardare direttamente me o le compagne. Bisogna conoscere profondamente le caratteristiche, non solo tecniche, dell’atleta per non sbagliare il momento o fraintenderne l’atteggiamento, sono comunque sicuro che ogni allenatore sviluppi un sesto senso che gli fa leggere chiaramente questa situazione.

Faccio la mia visita anche se mi accorgo che dovrò rapidamente cambiare la lanciatrice: il tempo della consultazione regalerà minuti preziosi al rilievo per scaldarsi meglio.

Al contrario, non entro in campo se voglio dare modo alla giocatrice di uscire da sola da una brutta situazione, lasciandola provare ad attingere alle sue riserve fisiche e nervose: se riuscirà a risollevarsi non se lo dimenticherà più e soprattutto si ricorderà che è stata capace di farlo quando si ritroverà in una situazione simile.

Non si va per una consultazione difensiva solo sulla lanciatrice, spesso occorre una visita a tutti i difensori. Valgono, in linea di principio, le stesse considerazioni fatte sopra: si esce quando siamo sicuri che il nostro intervento rompa l’inerzia negativa del momento, non si va certo a conferire con la difesa per rimproverare od enfatizzare l’errore appena commesso.

Una volta arrivati nel cerchio, cosa dire e come dirlo?

Consideriamo il fatto che, se ci troviamo lì, la situazione è un po’ ingarbugliata, qualche volta difficile, altre volte proprio complicata. Occorre quindi un grande autocontrollo: aggiungere benzina sul fuoco non è certo la risposta migliore. Naturalmente ci sono anche momenti nei quali serve una sferzata e un richiamo alla concentrazione: conoscere i propri giocatori permette di trovare il modo giusto per spronarli, quello che riporta tutto alla normalità.

In linea di massima provo a sdrammatizzare, è un approccio che per me è naturale ed automatico: cercare ed ottenere un sorriso allenta la tensione, scaccia le ansie, chiarisce la situazione e riporta tutto ad un livello più semplice.

Sbottare e braitare serve a ben poco, anzi a nulla (anche se qualche volta mi succede…), preferisco, invece, dare piccole indicazioni tecniche: riposizionare i difensori, chiamare uno schema difensivo per la situazione che si è creata, questo aiuta ad alleggerire la pressione, riportando le atlete sul terreno amico delle cose che conoscono e sanno fare. Mi piace anche usare rinforzi positivi: enfatizzare i punti di forza e quanto sia stato fatto di buono fino lì, per comunicare fiducia ed aiutare le giocatrici a sentirsi all’altezza della situazione.

A mio parere, in nessun altra occasione di gioco come nelle consultazioni difensive conta il “mestiere”: ogni allenatore ha la possibilità di incidere sull’andamento della partita, interpretando i segnali che arrivano dal campo e provando a modificare, in corsa, con un intervento preciso e mirato, il modo di reagire della propria squadra.

Cosa dovrei dire?

Lun, 04/06/2012 - 16:26 -- Fabio Borselli

Situazione: il battitore nel box incassa il lancio oppure, più spesso, effettua uno swing a vuoto, immediata scatta la “correzione” del suggeritore in terza…

Ora, a parte l’effettiva esattezza di quanto il coach in terza base dice, ci siamo mai chiesti se quanto detto viene recepito ed utilizzato dal battitore? Credo, anzi, che le domande giuste da porsi siano più di una:

  • “lo sto effettivamente aiutando a migliorare la sua prestazione?”;
  • “sto realmente correggendo l’eventuale errore?”;
  • “mi aspetto un adeguamento immediato a quanto gli sto dicendo?”;
  • “sto alimentando la sua fiducia nel concludere il turno di battuta in maniera positiva?”

La questione è più ampia, sicuramente, di una o due frasi gettate là durante la partite e deve far riflettere sulle modalità di correzione degli errori e di gratificazione dopo una buona azione che gli allenatori fanno. Non voglio argomentare sull’utilità dei rinforzi, né sulle modalità del darli, siano essi positivi o negativi, siano dati “a caldo” o a posteriori: ogni tecnico sa come e quando usarli e la propria personale “Filosofia” fa si (o dovrebbe farlo) che vengano utilizzati in maniera coerente.

Vorrei invece parlare del tempo che diamo agli atleti per capire una correzione, un aggiustamento, un consiglio, cosa che è direttamente collegata a quanto diciamo quando siamo a suggerire durante le partite..

Se spiego un esercizio nuovo o mi accorgo che c’è un problema tecnico da risolvere, così come se vedo che il giocatore ha valutato male un lancio, posso intervenire subito, “prescrivendo” la mia soluzione preconfezionata o posso lasciare all’atleta il tempo di comprendere dove sbaglia o ha sbagliato e far si che trovi da solo il bandolo della matassa. Certo, nel secondo caso occorre più tempo e spesso, specie in gara, siamo convinti di non averne, ma rimango dell’idea che dare modo all’individuo di risolvere, da solo, “il problema”, rinforzi la sua fiducia, lo renda meno dipendente e, in ultima analisi, faccia di lui un giocatore migliore.

Quindi: poche correzioni, specie nella fase di apprendimento di una nuova abilità, ben mirate e che pongano l’attenzione su aspetti precisi; tanti esercizi, meglio se autocorrettivi, che permettano un’elaborazione autonoma dell’abilità stessa; tempo, tanto tempo, dato all’atleta: se voglio che diventi bravo, forte ed autonomo devo far si che sia convinto di poterci arrivare da solo senza la presenza, ossessiva, dell’allenatore che, a volte, lo fa sentire incapace di migliorare, se non incompetente o stupido.

Queste semplici riflessioni mi hanno portato a cambiare il mio modo di stare nel box del suggeritore (quando devo per forza andare a suggerire): cerco di non dare indicazioni tecniche, cerco di incoraggiare, facendo sentire la mia fiducia, ma, soprattutto, cerco di far sentire il giocatore come l’attore principale della sua prestazione.

Pagine

Abbonamento a coaching