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La giusta distanza

Lun, 24/12/2012 - 16:42 -- Fabio Borselli

Una delle tante problematiche che si sviluppano all’interno di un team (inteso come gruppo di lavoro, comprendente tutte le persone che gravitano intorno al team stesso) è quello delle relazioni che, giocoforza, si stabiliscono tra i membri che lo compongono.

Questa rete di rapporti, che da semplice e visibile diventa, col trascorrere del tempo, sempre più intricata e, spesso, nascosta o mascherata, pone all’allenatore, o meglio, al gestore del gruppo, la necessità di stabilire il come rapportarsi rispetto a quello che, naturalmente, riesce a percepire.

La conoscenza delle dinamiche interne ai gruppi, il riconoscimento delle figure e dei ruoli che ciascuna di esse assume in quel contesto, la capacità di gestire il fluire della vita del team, seguendo, o per meglio dire, agevolando, la strada migliore, deve essere parte integrante sia del bagaglio culturale che delle capacità operative dell’allenatore.

Questa interazione umana, oltre che sportiva, porta il coach a dover stabilire la sua posizione rispetto all’universo/gruppo che gli gravita intorno.
Dovrà, quindi, decidere, di volta in volta, di situazione in situazione, da persona a persona, quale sia la “giusta distanza” da mantenere.
Questa distanza determinerà le sue risposte.

Ci sono argomenti o situazioni che, per carattere, età, cultura, estrazione sociale o formazione ci sono più o meno consoni, più o meno vicini, ci creano, più o meno apprensioni o difficoltà.
La distanza che sceglieremo di tenere rispetto a questi eventi o alle persone che li scatenano, dovrà essere attentamente valutata.
Dovremo riuscire, da un lato, a non essere avvertiti come “presenza aliena”, posizionandoci troppo lontano e dall’altro a non perdere la nostra capacità di analisi obiettiva e di giudizio, facendoci coinvolgere troppo nelle meccaniche interne.

Questo approccio è, sicuramente funzionale con quei gruppi, quelle squadre, costituite in maniera professionale, i cui membri condividono rapporti essenzialmente lavorativi e poco significativi potrebbero essere o diventare quelli umani.

Ma se le motivazioni che tengono unito il gruppo sono, viceversa, legate principalmente all’individuo e alle sue interazioni con gli altri componenti del team, situazione tipica di gruppi che si aggregano liberamente in ambito dilettantistico, l’allenatore deve avere, anche, la capacità di modulare e modificare rapidamente la ”giusta distanza”dalle cose o dalle persone.

Credo che non sia possibile, a priori, quantificare il grado di coinvolgimento o di distacco da mantenere.

Non credo si possa stabilire una regola assoluta, che valga per tutto e per tutti.

Sono convinto che la capacità di valutare la situazione e decidere il da farsi rispetto alle proprie conoscenze, alle informazioni raccolte ed alla propria personalità debba far parte, assolutamente, delle competenze del coach.

Operare con atleti dilettanti porta necessariamente, all’accorciamento della ”giusta distanza” tra allenatore e squadra, tra allenatore e team di supporto, tra questo e, di nuovo, la squadra: i rapporti, non essendo di tipo lavorativo, possono diventare molto più profondi, più complicati, più conflittuali… insomma più sentiti e vissuti, molto spesso coinvolgendo gli interessati anche dal lato umano oltre che da quello sportivo.

La ”giusta distanza”, intesa come giusto mix tra coinvolgimento e distacco, tra impegno e passione, in modo da tenere ben separati e non corrispondenti i canali dell’approccio emotivo e di quello razionale è, e deve essere, fortemente ricercata nel mondo della professione sportiva.

Di contro, la ricerca ossessiva della stessa ”giusta distanza” può portare nell’universo del dilettantismo fraintendimenti e incomprensioni, lacerazioni dolorose e, spesso, insanabili.

Dipenderà dall’abilità, dalla sensibilità e dalla professionalità dell’allenatore saper misurare la distanza da tenere rispetto alle componenti del team nella sua interezza: più la squadra è governata dalla passione comune che unisce i componenti (non necessariamente solo gli atleti) più sarà necessario, da parte del coach, che si troverà coinvolto in misura maggiore rispetto a team di tipo professionale, il mettersi in gioco.

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Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

Gio, 20/12/2012 - 14:55 -- Fabio Borselli

Si possono capire le motivazioni di una persona, in qualsiasi ambito, non solo in quello sportivo, comprendendo, o cercando di comprendere, quale sia la tipologia degli obiettivi che persegue.

Generalizzando: per alcuni atleti la motivazione primaria alla pratica sportiva è rappresentata dal miglioramento di se stessi, dal desiderio di imparare, sviluppare e padroneggiare certe abilità e tecniche.
Sono individui, prevalentemente, orientati al compito, che si concentrano sul processo e sul miglioramento, piuttosto che sul risultato, inteso come vittoria sull’avversario.

Altri, invece, si concentrano su obiettivi strettamente legati al risultato e alla vittoria, la loro motivazione, in questo caso, si basa sul “confronto/scontro” con gli altri e sulla dimostrazione della propria superiorità che la vittoria gli fornisce.
Sono atleti orientati al Sé, per loro il risultato è fondamentale, vincere è l’aspetto più rilevante.

E’ naturale che vi siano anche individui che presentano vari livelli di motivazione in entrambe le direzioni e, anche soggetti la cui motivazione non è orientata né da compito né dal risultato.

Conoscere le motivazioni primarie dei propri atleti è un compito fondamentale e prioritario per l’allenatore.

Conoscere non vuol dire però, necessariamente, assecondare.

Credo che l’allenatore abbia la possibilità di reindirizzare la motivazione primaria individuale sostituendola, almeno parzialmente, con quella di gruppo, attraverso la costituzione del giusto “clima di squadra”,

Condividere, con gli atleti, la messa a punto di obiettivi d’eccellenza, di crescita e miglioramento costante, facilita lo sviluppo di motivazioni orientate al compito, incoraggiando il coinvolgimento nel compito stesso e rafforzando l’autostima.

Imporre obiettivi di prestazione, legati esclusivamente alla vittoria sugli avversari, provoca l’effetto opposto, ostacolando il coinvolgimento individuale nel compito e rinforza la possibile percezione di sentimenti negativi quali timore e ansia.

Preferisco lavorare con squadre orientate al compito.
Molto del mio lavoro si basa sulla ricerca e sulla costruzione di un “rumore di fondo” che agevoli questo orientamento.

A questo proposito, qui di seguito, riporto alcuni criteri utilizzabili per orientare un approccio di gruppo incentrato sul compito:

  • Task (compito) – offrire una sfida personale. Individualizzare i programmi dì lavoro in funzione delle necessità specifiche di ogni componente del gruppo.
  • Authority (autorità) – Coinvolgere gli atleti nel processo decisionale, nella definizione e applicazione delle regole. Costruire situazioni nelle quali ci sia l’opportunità di sperimentare una leadershìp individuale. Incoraggiare a farsi carico della propria crescita personale.
  • Recognìtion (riconoscimento) – Riconoscere i progressi, gli sforzi ed i miglioramenti ottenuti da ogni singolo atleta. Fornire un feedback individuale, offrire l’opportunità di ottenere ricompense.
  • Grouping – Promuovere, all’interno della squadra, gruppi con capacità diverse che lavorino su compiti diretti alla risoluzione di problemi. Variare le dimensioni e la composizione dei gruppi per agevolare l’integrazione ed il riconoscimento delle capacità dell’individuo.
  • Evaluation (valutazione) – Basare le misurazioni delle prestazioni su obiettivi di processo. Coinvolgere ed incoraggiare gli atleti alla propria autovalutazione.
  • Timing (tempo) – Pianificare il ritmo, i progressi ed i tempi dei programmi di lavoro, in collaborazione con gli atleti. Dedicare lo stesso tempo di intervento a ciascun atleta.

La sequenza delle lettere iniziali di ciascuno di questi principi , in lingua inglese, forma l’acronimo TARGET (obiettivo).

L’obiettivo, appunto, è quello di fornire ai singoli atleti, possibili motivazioni di gruppo senza perdere di vista, però, l’individualità di ciascuno.

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Visite difensive – quando, come e perché

Visite difensive - quando, come e perché.

Mer, 12/09/2012 - 16:38 -- Fabio Borselli

Dopo aver analizzato, nel precedente articolo, la visita difensiva dal punto di vista regolamentare, passo adesso al livello tecnico-tattico.

Premetto che l’idea di scrivere questo post mi è venuta parlando con una amica, allenatrice, ex giocatrice, ma, soprattutto, lanciatrice: le sue parole, riferite alle modalità con cui lei “subiva” la visita, mi hanno fatto riflettere sulle mie abitudini e modalità di effettuare la conferenza difensiva. Ho avuto delle conferme, ma ho, anche, dovuto riconsiderare certi aspetti cui avevo dato, erroneamente, un peso ed un valore che, almeno nell’esperienza della mia interlocutrice, non avevano.

Cercherò di dare organicità a pensieri sparsi. Spero che nessuno si aspetti la ricetta per la “visita perfetta”, perché oltre a non credere nelle risposte pre-confezionate che vadano bene in assoluto, sono anche convinto che il mestiere di allenatore (Manager o come altro vi definite) sia fatto anche di intuizioni e di scelte “di pancia” che poi, a mente fredda, non sappiamo spiegare chiaramente.

Quando esco dal dugout per fare la visita sulla lanciatrice?

Vado, se avverto un cambiamento nel “ritmo” dei lanci rispetto alle sue caratteristiche: se rallenta, prendendo troppo tempo tra gli stessi o accelera, lanciando in rapida successione, senza le giuste pause. Cerco però di non intervenire troppo in fretta quando, magari in seguito ad una serie di lanci non chiamati, cambia il proprio ritmo solo per recuperare: è concentrata e presente e la mia interruzione potrebbe distogliere la sua attenzione.

Entro anche se mi accorgo che il suo sguardo tradisce disagio, se mi cerca con gli occhi o se evita di guardare direttamente me o le compagne. Bisogna conoscere profondamente le caratteristiche, non solo tecniche, dell’atleta per non sbagliare il momento o fraintenderne l’atteggiamento, sono comunque sicuro che ogni allenatore sviluppi un sesto senso che gli fa leggere chiaramente questa situazione.

Faccio la mia visita anche se mi accorgo che dovrò rapidamente cambiare la lanciatrice: il tempo della consultazione regalerà minuti preziosi al rilievo per scaldarsi meglio.

Al contrario, non entro in campo se voglio dare modo alla giocatrice di uscire da sola da una brutta situazione, lasciandola provare ad attingere alle sue riserve fisiche e nervose: se riuscirà a risollevarsi non se lo dimenticherà più e soprattutto si ricorderà che è stata capace di farlo quando si ritroverà in una situazione simile.

Non si va per una consultazione difensiva solo sulla lanciatrice, spesso occorre una visita a tutti i difensori. Valgono, in linea di principio, le stesse considerazioni fatte sopra: si esce quando siamo sicuri che il nostro intervento rompa l’inerzia negativa del momento, non si va certo a conferire con la difesa per rimproverare od enfatizzare l’errore appena commesso.

Una volta arrivati nel cerchio, cosa dire e come dirlo?

Consideriamo il fatto che, se ci troviamo lì, la situazione è un po’ ingarbugliata, qualche volta difficile, altre volte proprio complicata. Occorre quindi un grande autocontrollo: aggiungere benzina sul fuoco non è certo la risposta migliore. Naturalmente ci sono anche momenti nei quali serve una sferzata e un richiamo alla concentrazione: conoscere i propri giocatori permette di trovare il modo giusto per spronarli, quello che riporta tutto alla normalità.

In linea di massima provo a sdrammatizzare, è un approccio che per me è naturale ed automatico: cercare ed ottenere un sorriso allenta la tensione, scaccia le ansie, chiarisce la situazione e riporta tutto ad un livello più semplice.

Sbottare e braitare serve a ben poco, anzi a nulla (anche se qualche volta mi succede…), preferisco, invece, dare piccole indicazioni tecniche: riposizionare i difensori, chiamare uno schema difensivo per la situazione che si è creata, questo aiuta ad alleggerire la pressione, riportando le atlete sul terreno amico delle cose che conoscono e sanno fare. Mi piace anche usare rinforzi positivi: enfatizzare i punti di forza e quanto sia stato fatto di buono fino lì, per comunicare fiducia ed aiutare le giocatrici a sentirsi all’altezza della situazione.

A mio parere, in nessun altra occasione di gioco come nelle consultazioni difensive conta il “mestiere”: ogni allenatore ha la possibilità di incidere sull’andamento della partita, interpretando i segnali che arrivano dal campo e provando a modificare, in corsa, con un intervento preciso e mirato, il modo di reagire della propria squadra.

Cosa dovrei dire?

Lun, 04/06/2012 - 16:26 -- Fabio Borselli

Situazione: il battitore nel box incassa il lancio oppure, più spesso, effettua uno swing a vuoto, immediata scatta la “correzione” del suggeritore in terza…

Ora, a parte l’effettiva esattezza di quanto il coach in terza base dice, ci siamo mai chiesti se quanto detto viene recepito ed utilizzato dal battitore? Credo, anzi, che le domande giuste da porsi siano più di una:

  • “lo sto effettivamente aiutando a migliorare la sua prestazione?”;
  • “sto realmente correggendo l’eventuale errore?”;
  • “mi aspetto un adeguamento immediato a quanto gli sto dicendo?”;
  • “sto alimentando la sua fiducia nel concludere il turno di battuta in maniera positiva?”

La questione è più ampia, sicuramente, di una o due frasi gettate là durante la partite e deve far riflettere sulle modalità di correzione degli errori e di gratificazione dopo una buona azione che gli allenatori fanno. Non voglio argomentare sull’utilità dei rinforzi, né sulle modalità del darli, siano essi positivi o negativi, siano dati “a caldo” o a posteriori: ogni tecnico sa come e quando usarli e la propria personale “Filosofia” fa si (o dovrebbe farlo) che vengano utilizzati in maniera coerente.

Vorrei invece parlare del tempo che diamo agli atleti per capire una correzione, un aggiustamento, un consiglio, cosa che è direttamente collegata a quanto diciamo quando siamo a suggerire durante le partite..

Se spiego un esercizio nuovo o mi accorgo che c’è un problema tecnico da risolvere, così come se vedo che il giocatore ha valutato male un lancio, posso intervenire subito, “prescrivendo” la mia soluzione preconfezionata o posso lasciare all’atleta il tempo di comprendere dove sbaglia o ha sbagliato e far si che trovi da solo il bandolo della matassa. Certo, nel secondo caso occorre più tempo e spesso, specie in gara, siamo convinti di non averne, ma rimango dell’idea che dare modo all’individuo di risolvere, da solo, “il problema”, rinforzi la sua fiducia, lo renda meno dipendente e, in ultima analisi, faccia di lui un giocatore migliore.

Quindi: poche correzioni, specie nella fase di apprendimento di una nuova abilità, ben mirate e che pongano l’attenzione su aspetti precisi; tanti esercizi, meglio se autocorrettivi, che permettano un’elaborazione autonoma dell’abilità stessa; tempo, tanto tempo, dato all’atleta: se voglio che diventi bravo, forte ed autonomo devo far si che sia convinto di poterci arrivare da solo senza la presenza, ossessiva, dell’allenatore che, a volte, lo fa sentire incapace di migliorare, se non incompetente o stupido.

Queste semplici riflessioni mi hanno portato a cambiare il mio modo di stare nel box del suggeritore (quando devo per forza andare a suggerire): cerco di non dare indicazioni tecniche, cerco di incoraggiare, facendo sentire la mia fiducia, ma, soprattutto, cerco di far sentire il giocatore come l’attore principale della sua prestazione.

Consulenza Gestionale per Squadre di Baseball e Softball

Mer, 18/02/2009 - 23:17 -- Fabio Borselli

Il servizio prevede l’analisi delle dinamiche di gruppo della squadra

Per definire la rete delle relazioni tra i componenti della squadra, le eventuali situazioni conflittuali, l’autostima individuale e di gruppo, la leadership e la funzionalità del gruppo stesso si utilizzano i seguenti metodi di indagine

  • test
  • questionari
  • interviste
  • giochi di gruppo

L’intervento comprende la stesura di linee guida di comportamento per risolvere le problematiche emerse durante l’analisi e per gestire le diverse personalità individuali.

Softball Match Analysis

Mer, 18/02/2009 - 23:08 -- Fabio Borselli

Il servizio risolve il limite della classificazione tradizionale, essenzialmente quantitativa, tramite sistemi di raccolta dati, studiati caso per caso, che forniscano una lettura qualitativa della prestazione in gara.

Vengono definite le seguenti tabelle di raccolta dati:

  • hitting chart
  • pitching chart
  • defense chart
  • strategy chart
  • match chart

le charts vengono poi analizzate e forniscono report di controllo, individuali e di squadra che forniscono informazioni statistiche utili per:

  • migliorare le strategie di gara
  • adeguare i carichi di lavoro in allenamento
  • riconoscere inefficienze tecnico-tattiche
  • aumentare la capacità di valutazione degli avversari

L’utilizzo delle riprese video amplia le possibilità di lettura della gara.

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