battuta

Turni di battuta di qualità

Lun, 13/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Rubo questa foto dal profilo facebook di Coach Tony Foti, pitching coach di MT State University (NCAA Softball Division 1) e Head Coach della Nazionale Greca.

Rubando oltre alla foto anche la definizione di “Quality At Bat” (QAB) viene fuori che è possibile, naturalmente rispettando i parametri, “dare un contributo agli obiettivi di squadra”,  anche non battendo valido, anche non battendo un fuoricampo, anche concludendo il turno con una eliminazione.

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Basta guardare come giocando per MTSU è possibile ottenere un QAB:

  • facendo un contatto “duro”;
  • pensando prima alla “famiglia”… (Un turno di sacrificio, quindi…);
  • facendosi colpire dalla lanciatrice avversaria;
  • guadagnando una base per ball;
  • costringendo il pitcher avversario a fare almeno 7 lanci;
  • facendo segnare un punto, non importa in che modo;
  • realizzando una battuta sul conto di due strikes;
  • facendo lanciare almeno altri 4 lanci quando si è sul conto di 0 ball e 2 strikes.

I criteri scelti da MTSU sono questi, ma nulla vieta di utilizzarne degli altri.

Quello che conta è che l’obiettivo dichiarato della squadra è quello di raggiungere una media QAB di 500, cioè di riuscire a “far succedere qualcosa” almeno la metà delle volte in cui si manda un battitore nel box.

A me sembra un bel modo di pensare.

 

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Una Promessa è una Promessa - quarta parte -

Lun, 30/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Daniele ci siamo quasi, porta ancora un po’ di pazienza…

Arrivati a questo punto e ripartendo dall’affermazione iniziale:

“i battitori non usano TUTTA la propria FORZA per battere la palla”, non ti vengono dei dubbi su quanto proposto, normalmente, dall’”allenamento della FORZA per i battitori” o, più in generale, dall’”allenamento dei battitori”?

Tenendo presente tutte le informazioni appare abbastanza chiaro e sicuro che esistono dei valori intermedi di FORZA e VELOCITA’, rispetto ai relativi valori massimi e minimi.

La POTENZA è, cioè, un compromesso:

È necessario mediare, ai nostri battitori servono “un po’” di FORZA e “un po’” di VELOCITA’ (quindi, in definitiva serve POTENZA).

Se l’obiettivo è sviluppare la produzione di FORZA in movimento di tipo esplosivo (FORZA rapida e FORZA esplosiva) le strade che si presentano allora sono solo due:

lavorare sull’incremento della FORZA MASSIMA (tempo di esecuzione del singolo esercizio oltre i 700 millisecondi, con un carico superiore al 75% del massimale e un numero di ripetizioni possibili comprese tra 1 e 9).

Questa strategia, però, sembra produrre effetti solo quando il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA è sensibilmente inferiore al 50%.

L’altra strada è quella dell’incremento della quantità di FORZA sviluppata nel gesto tecnico, quindi lavorando sulla FORZA RAPIDA e sulla FORZA ESPLOSIVA con esercizi e metodi ti tipo SPECIALE e SPECIFICO (il più vicino possibile alla tecnica sportiva) che abbiano un transfert immediato sul gesto di gara:

tempo di esecuzione del singolo esercizio sotto i  150 millisecondi, con un carico non superiore al 25% del massimale e un numero di ripetizioni non superiori alle 15/20 per la FORZA RAPIDA; tempo di esecuzione del singolo esercizio tra i 150 e i 300 millisecondi, con un carico non superiore al 45% del massimale e un numero di ripetizioni non superiori alle 10/15 per la FORZA ESPLOSIVA.

Questo non tanto perché viene sollecitato il tipo specifico di FORZA ma perché viene stimolato il gesto tecnico:

il transfert della tecnica è così elevato sulla prestazione da compensare enormemente il deficit di FORZA, per lo meno fino ad atleti di livello medio o medio-alto.

Tralasciando che le indicazioni sui carichi e le ripetizioni sono, volutamente, di tipo “pesistico” voglio farti una domanda, Daniele:

quali concrete indicazioni, utilizzabili per programmare l’allenamento dei battitori, vengono fuori, in maniera “FORTE e POTENTE”, da quanto detto fino ad adesso?

Provo a riassumere:

  • programmare esercitazioni che siano effettuate alla massima VELOCITA' possibile,
  • occorre fare attenzione al peso dell’attrezzo (mazza) programmando, magari, serie e ripetizioni da effettuare con attrezzi di peso diverso da quello abituale;
  • non si può evitare di curare la tecnica esecutiva;
  • non si può trascurare un esecuzione variata “in situazione” (diversi tipi di lancio, diverse velocità della palla, diverse “location”)
  • il numero di ripetizioni deve essere tale che non ci siano scadimenti né della velocità né della qualità di esecuzione

Credo fermamente che:

il metodo migliore per allenarsi per giocare a baseball (o softball) è, davvero, giocare a baseball (o softball) e che il miglior esercizio per allenare i battitori è BATTERE LA PALLA (esercizio di tipo SPECIFICO).

Naturalmente questa è la mia opinione e questa è la mia “ricetta”, ma credo, immodestamente, di non essere tanto lontano dal vero.

Non si pensi che il problema sia di poco conto e che, in fondo…

Se si guarda quest’ultimo grafico (è davvero l’ultimo lo giuro):

Carter Force Time

È facile osservare che, rimanendo nell’arco dei 150 millisecondi necessari allo swing, la FORZA sviluppata da un tipo di allenamento NON ORIENTATO verso la FORZA RAPIDA ed ESPLOSIVA non appare discostarsi per niente da quella espressa da un soggetto non allenato.

Daniele, avrai capito quanto “fortemente” credo che, scimmiottare la “preparazione fisica” di altre discipline o seguire in maniera acritica le “mode di palestra”, possa essere una “forte” limitazione al rendimento dei nostri giocatori.

Sono giunto, come promesso, alla fine di queste che dovevano essere solo poche parole e che sono, invece, diventate tante, forse troppe…

L’ultima cosa che mi sento di dire è:

“abbiamo (purtroppo) poco tempo! Usiamolo al meglio…”

 

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Una Promessa è una Promessa - terza parte -

Lun, 23/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Eccoci qua di nuovo, Daniele.

Finora credo che siamo riusciti a mettere insieme alcuni dati, interessanti e importanti, da utilizzare per programmare l’allenamento dei battitori.

Proviamo ad andare ancora avanti.

La FORZA, o meglio, la sua espressione è condizionata e influenzata da alcune componenti strutturali e neurali, nel caso della FORZA VELOCE, quella che ci interessa come allenatori di baseball e softball, queste componenti sono:

  • la PERCENTUALE DI FIBRE VELOCI (maggiore è il numero di fibre veloci a disposizione maggiore sarà la possibilità di esprimere forza nell’unità di tempo);
  • la COORDINAZIONE INTRAMUSCOLARE ED INTERMUSCOLARE;
  • la FREQUENZA DI SCARICA;
  • la SINCRONIZZAZIONE;
  • il RECLUTAMENTO SPAZIALE E TEMPORALE delle fibre.

La DIMENSIONI DELLE FIBRE viene spesso classificata come ininfluente, volendo però approfondire l’analisi, è chiaro che il fattore ipertrofia cresce di importanza al crescere del carico da spostare.

Se si guarda attentamente si capisce che l’allenamento ha poco potere, ma non nullo, nella modificazione di molte di queste componenti che fanno parte del corredo genetico individuale rendendo, tristemente, reale il detto:

“per diventare dei campioni bisogna scegliersi bene i genitori”.

Ti sarà capitato di vedere questo grafico:

Quella che è disegnata è la “Curva di HILL” che è la rappresentazione del comportamento di una singola fibra muscolare in relazione al carico.

Di fatto il diagramma dice che:

"più una fibra muscolare si accorcia velocemente, meno forza può generare ai suoi capi. Viceversa, più una fibra genera forza, meno velocemente può accorciarsi".

Credo sia intuitivo capire che fibre, fasci e catene muscolari non si muovono in completo accordo con la curva (complessità e influenze reciproche provocano modificazioni anche importanti) ma credo anche che possiamo tranquillamente generalizzare e dire che:

"più il carico da muovere si allontana da quello massimale più esso sarà spostato velocemente".

Non si può, cioè, avere tutto:

se vogliamo una contrazione veloce occorre limitare il carico, se si vuole spostare un grosso carico occorre pazienza perché la contrazione sarà più lenta.

Mettendo insieme la Curva di Hill e utilizzando la formula della potenza (forza in funzione della velocità) è possibile arrivare a quest’altro grafico:

Leggendo con attenzione le curve (in rosso quella della FORZA, in blù quella della potenza) è facile concludere che:

"la POTENZA massima si ottiene per una FORZA che è la metà di quella massimale e per una VELOCITA' che è un terzo di quella massima possibile".

Daniele, come vedi il semplice grafico della prima parte dell'articolo viene continuamente integrato da informazioni che ampliano la comprensione, dal punto di vista della FORZA, del gesto tecnico della battuta.

Se pensi che “sia tutta teoria” ti prego di avere ancora un po’ di pazienza e di riflettere su una componente della battuta che, spesso, erroneamente viene trascurata:

il peso dell’attrezzo usato per colpire la palla, la mazza.

Non rappresenta un carico da spostare? Il suo peso altera l’espressione di FORZA?

Andiamo avanti...

Stabilito che per arrivare ad esprimere il picco di FORZA occorrono dei tempi che sono superiori ai 300/400 millisecondi e stabilito che nel baseball e nel softball questo tempo non c’è, dobbiamo fare i conti con quello che viene comunemente definito DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA.

Il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA (DEF) è il risultato della differenza tra la FORZA espressa e la FORZA massima raggiungibile dall’atleta (che nel basebal non raggiunge questa FORZA “massimale” perché... La palla è già volata via…).

Questa differenza è tanto più grande quanto è più piccola la resistenza e quanto è più breve il tempo del movimento.

In definitiva il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA mostra la quantità di forza potenziale che non è stata impiegata.

Dallo studio di DAN RUSSELL, citato nella prima parte, si individuano i seguenti valori medi nei giocatori di Major League:

FORZA applicata alla palla 4.145 libbre, picco di FORZA oltre le 8.300 libbre.

Risulta che il DEFICIT DI FORZA ESPLOSIVA, nel baseball professionistico americano, è vicino al 50%.

Daniele, ti lascio immaginare cosa succede a velocità esecutive più basse e a livelli di FORZA inferiori, che è quello che noi allenatori di "atleti non professionisti” abbiamo a disposizione.

A occhio e croce direi che argomenti per la quarta parte ce ne sono a sufficienza…

 

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Una Promessa è una Promessa - seconda parte -

Lun, 16/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e "gli attrezzi"  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione...

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base” perché significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA' e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA, già, perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d'esecuzione.
  • La FORZA VELOCE che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell'organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice, infatti anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida (da 0 a 150 millisecondi);
  • FORZA esplosiva (da 150 a 300 millisecondi );
  • FORZA dinamica (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi) mentre la FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione, quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

 

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Una Promessa è una Promessa - prima parte -

Lun, 09/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

 

 

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats (una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio, decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà del lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza e altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e iniziare il movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

"i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

 

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Lavare a secco

Lun, 19/12/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

avviso di sicurezza - security warning - avviso di sicurezza - security warning - avviso di sicurezza

il seguente post contiene opinioni personali non sempre in linea con il pensare corrente.

Ogni riferimento a metodiche  di allenamento realmente esistenti , a esercitazioni effettivamente proposte o a fatti realmente accaduti è assolutamente e fortemente voluto.

Nel post potranno essere descritte tecniche barbare e contrarie alla pubblica decenza.

Softball Inside declina ogni responsabilità se si decide di andare avanti con la lettura.

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Una delle cose che sento ripetere, con insistenza, parlando del baseball e del softball, oltre alla tiritera delle ottomila regole (pronunciare “ottomila” enfatizzando le “o”, per favore) è quella della difficoltà estrema (“il gesto più difficile di tutti gli sport”) della BATTUTA.

Una mia carissima amica (allenatrice e commentatrice televisiva d’oltreoceano) ama ripetere che “colpire un oggetto sferico con un attrezzo cilindrico” è, quantomeno, un modo molto fantasioso per complicarsi la vita.

Quindi, appurata l’estrema difficoltà insita nel gesto tecnico della “battuta”, dopo aver stimolato, allenato e potenziato le capacità motorie che ne costituiscono i “prerequisiti” (capacità di tracking, capacità di reazione, capacità di coordinazione oculo-manuale, capacità di anticipazione, ecc…) posso dire con certezza, quasi assoluta, che il miglior modo di allenare il “gesto tecnico della battuta” sia proprio quello di…

Battere la palla.

Sembra una banalità, ma vi assicuro che non lo è.

Non lo è, appunto una banalità, se si da un’occhiata, appena un’occhiata, a una miriade (scusate l’esagerazione per difetto) di filmati che girano per i social, su youtube e compagnia cantando.

Non lo è, appunto una banalità, se si fa capolino nelle palestre di allenamento in questo periodo (inverno) in cui “si lavora sulla forza per poi poterla TRASFORMARE in esplosività” e si “correggono gli errori tecnici” (perdonatemi le virgolette, ma la tastiera le ha scritte da sola…).

Tralasciando la assoluta mancanza di evidenza scientifica dei “sedicenti” metodi  per la “trasformazione delle tipologie di forza l’una nell’altra” (quello che sembra essere il più efficace, in questo momento, si trova seguendo questo link)  e tralasciando pure la “fantasiosa” metodologia usata per la correzione degli errori che si basa solo ed esclusivamente (correggetemi se sbaglio…) su infinite serie di ripetizioni poco legate a quello che si sa (qui, all’opposto, con ridondanza di documentazione scientifica) sulle modalità di apprendimento motorio e di ritenzione dei movimenti (vi garantisco che mi vengono i brividi a rileggere i virgolettati, tanto sono inaccurati sia come termini che come concetto, ma tant'è).

Purtroppo (il purtroppo è voluto) quello che si vede troppo spesso è una tipologia di lavoro che mi fa sudare freddo solo a nominarla:

il famigerato “esercizio a secco”.

"A secco", per essere chiari, non si riferisce al Martini di fine allenamento... "A secco" in questo caso, vuol dire senza palla.

Senza palla!

Lo ripeto per essere sicuro di non essere frainteso:

senza palla.

Mi spiego:

si “fa finta” di battere (e di lanciare, di prendere, di tirare, per non farsi mancare nulla) “immaginando” di colpire la palla lanciata effettuando il movimento SENZA che ci sia la palla.

Squadre di mimi imperversano le nostre palestre:

swing su swing, senza che ci sia un solo rumore, nemmeno uno piccolo piccolo, nemmeno un misero foul…

Ora, se si trattasse di allenamento ideomotorio (ne parlerò presto, eccome se ne parlerò…) e ne seguisse i presupposti e le modalità non avrei nulla da obiettare, anzi....

Purtroppo questi “esercizi a secco” NON hanno nulla di ideomotorio.

Sono proposti, invariabilmente, quando più, quando meno, utilizzando numeri di ripetizioni elevati che, giocoforza, fanno diminuire la velocità di esecuzione e senza nessun tipo di variazione.

IMa il peggio arriva quando si fanno serie “a tempo” (ben oltre il minuto…) in cui la velocità scade rapidamente insieme alla qualità del gesto.

E se non bastasse, troppo spesso, queste serie si fanno con mazze appesantite (quando va ancora benino) oppure con “attrezzi della sala pesi” a velocità (insomma, velocità non è la parola adatta…) che non raggiungono nemmeno il 50% di quella effettiva (non che arrivare al 75%-85% farebbe una grossa differenza…).

Oltretutto guai a ipotizzare un “giro”, un misero giro, dalla “parte sbagliata” (da sinistra per i destri, per esempio) fosse solo per “riequilibrare”.

Ora, secondo me, ma magari sbaglio, se non si ricerca la massima velocità in OGNI SINGOLO SWING si perde la componente essenziale (per me) della battuta, che è la sua “ritmicità” e "sincronicità" tra le fasi in cui certe catene muscolari preparano e aprono il lavoro a quelle successive successive, in un crescendo "sinfonico" (scusate la licenza, mi è scappata!)

Sempre secondo me, solo questo basterebbe a “non far girare” MAI la mazza più lentamente della velocità di gara (massimale).

Viste queste brevissime considerazioni  mi chiedo, davvero, qual è l’utilità del “lavoro a secco”?

Non sarebbe meglio “sbattere” la mazza contro una palla? Magari proveniente da direzioni diverse? Magari in arrivo a velocità diverse e ad altezze diverse?

Ma forse sono io che sbaglio e, visto che gli “esercizi a secco” sono divertentissimi, vale la pena di sacrificare un po’ di tempo e di efficacia per non far annoiare troppo i giocatori, specie quelli più giovani…

 

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Nessun batting tee, mazza o palla sono stati maltrattati durante la realizzazione di questo post. Neppure un graffio o una scalfitura. Ce ne siamo guardati bene…

 

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Similia cum similibus

Lun, 10/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Che tradotto, in soldoni, è un'intimazione a confrontare solo "cose simili tra loro". E pensare che a scuola odiavo il latino!

Questo però fino all'incontro con un insegnante molto "allenatore" e molto poco "professore"...

Ma questa è un'altra storia che, prima o poi, racconterò.

La storia di oggi invece è questa:

l'altra sera twitter mi ha "cinguettato" che il mio contatto Jason Ochart, coach molto attivo sul web, ma del quale non so molto altro, aveva condiviso la foto che campeggia in apertura di questo post, accompagnandola con il seguente commento: "Hitting and throwing mechanics are more similar than you'd think".

La foto è un abile fotomontaggio, è chiaro, ma fa rifletere, almeno credo, no?

 

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"Gira il piede"

Lun, 16/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Lo ammetto, anche io l’ho detto e ripetuto, per anni, sbagliando.

A mia parziale discolpa posso dire che ero giovane e inesperto e, soprattutto, poco attento e poco “scienziato e studioso” del mio sport.

Ero, invece, molto volenteroso e quello che dicevano “quelli bravi” mi sembrava assoluta verità e mai mi sarei sognato di metterla in discussione.

Erano anche tempi in cui le uniche immagini reperibili sul nostro sport erano le fotografie su TUTTOBASEBALL, quelle sui manuali (pochi) vecchie di 30 anni o i filmati in WHS nei quali, data la velocità di esecuzione e la scarsa qualità era difficilissimo vedere qualcosa, specialmente se quel qualcosa non lo si stava cercando.

Oltretutto, poi, le foto, in posa plastica, confermavano quello che volevamo vedere.

Poi sono arrivati i "social" e le riprese in HD, poi le telecamere ad alta velocità e, improvvisamente, migliaia di informazioni sono diventate disponibili e certe cose che “sembravano così” sono diventate “qualcos’altro”.

Improvvisamente il nostro ripetere ossessivamente "gira il piede", riferito al piede posteriore del battitore non aveva iù nessun significato, anzi era palesemete sbagliato e, forse, il motivo per cui i nostri battitori, salvo casi eccezionali, quella palla non riuscivano poi a colpirla così forte.

Il retaggio del "gira il piede", parafrasato nelle stragi di insetti schiacciati o in milioni di sigarette spente, mi è tornato davanti con prepotenza recentemente:

ho visto battere, con poca potenza e poca fluidità, una giocatrice non più giovanissima, una di quelle cresciute e "addestrate" a ruotare, premendo a terra, con forza, il piede posteriore, incapace, per questo, di trasferire il peso sulla gamba anteriore e quindi, in ultima analisi, sulla palla.

L'equivoco, lo ripeto, veniva da quello che i nostri occhi vedevano:

dopo l'impatto con la palla, per rallentare la mazza e terminare l'azione di battuta, trasformandola in quella di corsa, il peso del corpo "ritorna", brevemente, anche se non completamente, sulla gamba posteriore e l'unico modo per "assorbire" questo ritorno è che il piede, che al momento del contatto è completamente scarico, spesso sollevato dal terreno, dopo aver "spinto" contro la gamba anteriore, torni a terra e si "faccia carico" di quel peso.

Guardando le foto, senza avere la possibilità di analizzare il movimento "frame by frame" era facile ipotizzare che quel piede, quel dannato piede, non si fosse mosso da terra e che, anzi, uccidendo l'ennesimo insetto, avesse, semplicemente ruotato.

 

Anche se è assolutamente dimostrato, ci sono milioni di filmati e di fermo immagine a provarlo, quello qui sopra ne è un esempo, che i più forti battitori, sia di baseball che di softball (visto che, è bene ricordarlo, la meccanica del gesto tecnico è identica e l'unica cosa che cambia è l'angolo con cui arriva la palla) al momento del contatto trasferiscono completamente il peso del corpo sulla gamba anteriore e che il piede posteriore, per questo, è libero di sollevarsi da terra (oppure di essere "trascinato" in avanti da questo trasferimento) continuiamo a sentire, troppo spesso l'indicazione di girare il piede.

Fortunatamente la tecnologia ci ha aiutato a capire e la necessità di non andare contro la biomeccanica ha fatto il resto:

ora per enfatizzare il movimento delle anche che, queste si, "ruotando" favoriscono il veloce trasferimento del peso, possiamo smettere di fissare, in modo assai illogico, l'attenzione sui piedi e contemporaneamente salvare da un'orribile morte per stritolamento milioni di insetti innocenti.

 

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Un occhio in più

Lun, 15/02/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

L’ultima Convention dei coach italiani di baseball e di softball, come è noto,  ha visto salire sul palco dei relatori una folta rappresentanza di speakers provenienti dal Giappone.

Personalmente ho avuto il piacere di conoscere una delle allenatrici più titolate del softball “made in Hokkaido”:

la vincitrice di due medaglie olimpiche TAEKO UTSUGI.

Al contrario di quanto è avvenuto nelle precedenti Coach Convention in questa occasione è stato davvero difficile relazionarsi con Coach UTSUGI, visto l’ostacolo linguistico.

Devo però dire che la signora TAEKO ha sopperito all’evidente difficoltà idiomatica con una notevole abilità nell’uso della mimica e della gestualità, oserei dire in perfetto stile italiano, vista che la nostra abilità nel “gesticolare” è oggetto di “simpatici siparietti” quando, in giro per il mondo, si parla di Italia e di italiani.

Come ho scoperto da tempo la condivisione delle esperienze è di gran lunga più importante delle “lezioni frontali” e delle lunghe serie di slide e filmati cui convegni come la Coach Convention ci hanno abituato e, anche in questa occasione, è stato così.

Succede che, parlando di battuta e di difetti dei battitori (a gesti e usando un improbabile slang “baseballistico angloitalogiapponese”) coach UTSUGI mi ha dato una possibile soluzione al problema della esagerata torsione del busto all’indietro durante la fase di LOAD che prepara la battuta.

Credo che sia uno degli errori più comuni:

mentre si trasferisce il peso sulla gamba posteriore le mani, invece di muoversi “in linea” spariscono, di fatto,  dietro la spalla posteriore assecondando la torsione del busto e sbilanciando l’assetto del battitore.

Le foto che seguono sono più esplicative delle parole, naturalmente:

LOAD CORRETTO

LOAD NON CORRETTO

 

Questo difetto è  molto comune nei bambini e nelle bambine che enfatizzano la torsione del busto perché credono, in questo modo, di poter dare più forza alla battuta.

Naturalmente è molto difficile dare indicazioni ai più giovani per modificare o correggere gesti sbagliati parlando loro di sensazioni corporee o pretendendo che “ sentano” il movimento, visto che, specie se molto piccoli, il loro schema corporeo è ben lontano dall’essere definitivamente acquisito e, per questo, parlare di relazioni tra le varie posizioni delle loro parti del corpo è, quantomeno, pretenzioso…

Purtroppo, e devo dire purtroppo, noi allenatori siamo molto bravi a scoprire e identificare errori e scostamenti dalla tecnica ideale, ma siano assai meno bravi a sviluppare esercizi e strategie di correzione che non siano, troppo spesso, solo verbali (“alza il gomito”, “guarda la palla”, ”non portare indietro le mani”…) senza curarci di fornire indicatori esatti che aiutino l’atleta a auto-correggersi.

Il consiglio che Coach UTSUGI mi ha dato è una semplice indicazione da dare ai giovani battitori (ma direi anche ai meno giovani):

“immagina di avere un occhio in più! Questo occhio è sul dorso della mano inferiore e deve vedere la palla in arrivo. Se le mani si spostano dietro al corpo l’occhio non può vedere la palla. Tieni l’occhio della mano sulla palla.”

Praticamente, con una mia personale interpretazione, una cosa del genere:

 

Ho provato e… funziona!

Funziona con i piccoli e funziona con giocatori più maturi, anche se, magari, capita che “gli esperti” ti guardino un po’ di traverso, all’inizio…

Funziona perché sposta l’attenzione del battitore su una cosa precisa, che può controllare e che non ha bisogno di continuo feedback dall’allenatore.

A me pare una grande trovata e un ottimo consiglio, se qualcun altro ha occasione di provare mi faccia sapere come è andata.

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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