battuta

The Doors of Perception

Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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Burn-Out

Front -Toss: esercizi per il Timing

Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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“Focusing” ed “Over-Thinking”

Lun, 12/05/2014 - 07:52 -- Fabio Borselli

Contrariamente a quanto sono solito fare dovrò, per forza, utilizzare una serie di termini in lingua inglese nello scrivere questo articolo.

Il motivo è che, alcuni termini inglesi, perdono il proprio significato descrittivo quando sono tradotti e, in italiano, costringono a parafrasi che, a volte, oltre a suonare male non rendono l’effettivo senso dell’originale.

Leggendo un libro sul golf  mi sono imbattuto in due termini particolari:

“focusing” ed “over-thinking”.

Questi due termini esprimono, alla perfezione, i due atteggiamenti mentali, opposti per intensità e verso, tipici dei battitori quando si accingono ad iniziare il proprio turno di battuta.

il focusing è uno stato di consapevolezza totale, orientata solo e soltanto verso quello che serve per centrare l’obiettivo, è l’essere “puntati verso il bersaglio” ed escludere tutti gli stimoli non necessari per massimizzare la prestazione...

Il focalizzare comporta l’esclusione di pensieri non orientati allo svolgimento del compito da eseguire.

Nel box di battuta essere focalizzati significa essere pronti per eseguire lo swing e colpire la palla senza che preoccupazioni aggiuntive turbino questa “semplice prontezza".

L’Over-Thinking  è invece il rimuginare, mentre lo si sta facendo, sul cosa fare, sul come farlo e sul come fare per farlo meglio.

Il pensiero si disperde verso innumerevoli dettagli ed analizza, spesso vorticosamente, tutte le informazioni disponibili.

Molti atleti si spostano nella zona dell’over-thinking, quando nel bel mezzo del proprio turno di battuta cominciano ad analizzare la propria prestazione futura alla ricerca di correzioni e miglioramenti, spesso perdendo fiducia in quello che sanno fare e “riportando in memoria” i propri, supposti o reali che siano, difetti e malfunzionamenti.

Il concetto di over-thinking sembra essere molto complicato e, di fatto, lo è... Soprattutto è complicato da gestire ed, invariabilmente, ostacola, invece di aiutare, l’ottenimento della migliore prestazione…

Il pensare a tutti i particolari connessi al turno nel box di battuta rallenta il tempo di reazione al piatto e interferisce con uno swing morbido, sciolto, efficace.

Analizzare e cercare di risolvere le problematiche del proprio swing mentre si è di fronte al lanciatore rende difficile, se non impossibile, vedere e reagire in modo appropriato alla palla lanciata, non consente di utilizzare le abilità apprese nell’allenamento, toglie fiducia nelle proprie capacità e distrugge, letteralmente, la fiducia nel lavoro fatto in allenamento per affinarle.

L’Over-thinking è un modo sicuro per ostacolare la propria prestazione:

non è possibile riflettere sullo swing e sulle correzioni da apportare mentre si è in procinto di “girare la mazza” per colpire la palla.

Cosa si può fare per aiutare quegli atleti che non sono perfettamente “a fuoco” durante il proprio turno di battuta?

Qualche consiglio ed indicazione:

- costruire una “routine” di battuta, che prepari ed aiuti a rilassare, calmare e focalizzare la mente.

Si dovrebbe eseguire, sempre,  la stessa routine dopo ogni lancio: per “resettare” il pensiero e farlo tornare a fuoco, per “lasciare andare” il lancio precedente e l’eventuale swing mancato e tornare ad essere pronti per il lancio successivo.

- Semplificare l’approccio ed avere un piano, un progetto, un obiettivo, per il proprio turno di battuta. Questo che potrebbe essere: “far avanzare il corridore” oppure “spostarlo in posizione punto” o, ancora, cercare di battere in una determinata zona del campo, con un particolare conteggio, colpire un determinato lancio, ecc…

Ed infine:

- giocare nel presente, concentrando la mente sul “qui ed ora”, sul lancio che sta per arrivare, lasciando il passato dietro le spalle, “focalizzando” il proprio pensiero sul lancio che arriverà.

Alcune delle cose che si sentono dire ai battitori, dopo una buona battuta, è quanto hanno “visto bene la palla”, “come sembrava essere grande” e quanto facile e fluido è stato il loro swing: quasi nessuno parla dei possibili errori che ha fatto nell'esecuzione, sono felici, sorridenti e rilassati.

Credo che l’unico modo per essere così sereni dopo aver battuto, forte e profondo, la palla, sia cercare di essere sereni allo stesso modo, prima di colpirla, con i piedi ben saldi dentro il box di battuta e la mente concentrata sul proprio obiettivo:

solo ed esclusivamente sul “vedere la palla e batterla”.

 

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Lun, 12/08/2013 - 14:59 -- Fabio Borselli

Sto per dire un ovvietà: colpire una palla da baseball (o nel nostro caso una palla da softball) è la cosa più difficile in tutti gli sport.

Il battitore ha, veramente, così poco controllo su ciò che gli accade intorno.

Il risultato di ogni turno dipende da così tanti fattori ed è influenzato da così tante variabili che, è sufficiente avere successo tre volte su dieci per essere considerati un giocatore superiore alla media.

In nessun altro sport è così, in nessun altro sport si è dei campioni con una media di successi così bassa.

Visto che colpire la palla bene, efficacemente, è così difficile, credo che nessun giocatore dovrebbe fare nulla per renderlo ancora più difficile.

Spesso gli atleti, invece, si mettono, da soli, nella condizione di complicarsi la vita, portandosi nel box di battuta, oltre alla propria mazza, una serie di pensieri negativi, ansie e preoccupazioni che rendono il loro compito quasi impossibile.

Non è però facile fargli capire che questi pensieri superflui sono, spesso, la causa dei loro fallimenti, ho perciò provato a fare un piccolo esperimento per aiutarli a capire che cosa significa portare del “bagaglio in più” al piatto:

prima dell’allenamento di battuta che prevedeva turni “live” con la lanciatrice ho chiesto di esprimere a parole tutto quello che, durante le partite, passa loro per la testa prima di andare in battuta.

Sono venute fuori alcune frasi che, credo, tutti gli atleti hanno, prima o poi, pensato e tutti gli allenatori hanno, prima o poi, sentito:

  • devo riuscire a colpire la palla,
  • non devo andare strike-out,
  • se non batto l’allenatore (la mia squadra, le mie compagne, ecc…) saranno delusi di me,
  • questo lanciatore è troppo forte,
  • questo arbitro mi odia e mi chiama sempre contro,
  • ci sono corridori in base e devo portarli avanti,
  • se non batto perderemo e sarà colpa mia.

Naturalmente queste sono solo alcune, ce ne sarebbero molte altre…

A questo punto ho preso uno zainetto e l’ho riempito con alcuni oggetti trovati in panchina, guantoni, ginocchiere, palline, ma anche felpe e scarpe e l’ho fatto indossare ai battitori prima di andare a battere facendogli fare il proprio turno contro la lanciatrice con questo scomodo e pesante fardello.

Alla fine del lavoro, dopo che ognuna di loro aveva, naturalmente, avuto molte difficoltà e fastidi per battere, ho provato a spiegare che lo zainetto rappresenta il “bagaglio” che, spesso senza accorgersene, si portano al piatto e che gli oggetti contenuti altro non sono che pensieri e ansie che rendono più “scomodo” e difficile il proprio turno.

Sono convinto che l’allenamento, oltre a perfezionare ed ottimizzare la tecnica, debba e possa preparare le atlete ad affrontare la gara nella migliore condizione mentale possibile, aiutandole a non caricarsi di ansie e responsabilità, questo piccolo espediente, se usato nel modo ed al momento giusto, permette di capire quanto “tenere la mente sgombra” sia importante per avere successo nel box di battuta.

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Scuola, educazione sportiva e promozione

Tris

Lun, 08/07/2013 - 12:19 -- Fabio Borselli

Il gioco del TRIS, protagonista assoluto del film "wargames" di una ventna di anni fa, è un gioco molto semplice, con una caratteristica peculiare: una volta imparato è impossibile vincere o perdere, si può solo pareggiare, a meno che uno dei giocatori non commetta qualche errore.

Tutti lo abbiamo giocato, spesso a scuola, di nascosto, le regole sono semplicissime:

si tracciano 4 righe perpendicolari e poi si segnan,o all'interno dei quadratini che ne risultano, i classici "O" e"X", chi ne allinea 3,in qualsiasi direzione, vince. Come già detto, una volta imparato viene rapidamente a noia: non si può vincere, non si può perdere, che si gioca a fare?

Ma che cosa c'entra il TRIS con il softball?

C’entra come c’entrano tutti i mezzi possibili che abbiamo per insegnare i concetti.

Come ogni allenatore sa l’esperienza è frutto di quello che impariamo, rielaboriamo ed adattiamo e, spesso, rubiamo da altri:

la mia squadra ha affrontato un team di college americano in viaggio di istruzione in Italia. Durante ogni turno di battuta le giocatrici avversarie tracciavano, nella polvere, di fronte al piatto di casa base, alcuni segni che ho scoperto, a fine gara, essere delle “X”.

Incuriosito ho chiesto al loro coach il motivo di questa cosa e lui mi ha spiegato che erano i segni del TRIS.

In pratica per definire con esattezza i punti di contatto ideali tra mazza e palla, in relazione alla posizione del lancio rispetto al piatto, cioè interno, centrale od esterno, aveva sovrapposto il “tabellone” del gioco al piatto di casa base, facendo coincidere la diagonale formata dalle tre "X" necessarie a vincere il gioco con i punti di contatto stessi.

Il risultato era che, senza lunghe spiegazioni o giri di parole su diagonali o altro, ogni battitrice, semplicemente tracciando le proprie “X” sapeva dove colpire ogni tipo di lancio.

Ho provato ad usare il sistema e devo dire che nella sua semplicità è un modo assolutamente geniale per esprimere con chiarezza e semplicità qualcosa di complicato:

per le giovani e le piccolissime è facile visualizzare qualcosa che conoscono. Per le più grandi è un modo per richiamare, in modo assolutamente semplice ed immediato, un concetto che, qualche volta, tendono a dimenticare.

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Corsa sulle Basi: allenare le situazioni di gara

Gio, 21/03/2013 - 14:29 -- Fabio Borselli

Parlando di Corsa sulle Basi, ho accennato al fatto che occorre programmare l’allenamento tenendo conto del carico, dell’intensità dello stesso e del recupero.
Occorre, infatti, rendere il lavoro coerente con il modello prestativo del softball, che, ricordo, prevede sforzi massimali seguiti da recuperi pressoché completi.

Cerco di inserire la corsa sulle basi non soltanto come momento ”esclusivamente dedicato” dell’allenamento, ma facendola anche diventare parte integrante di altri ”argomenti”.

Naturalmente è di fondamentale importanza che la capacità di ”far finta di…”, della quale parlavo nel post La sospensione della Realtà sia ben sviluppata, da un lato per impedire cadute di concentrazione ed interesse, dall’altro per stimolare gli atleti a mantenere alta l’intensità delle esercitazioni, requisito necessario per l’allenamento della velocità.

Preferisco programmare gli esercizi di corsa sulle basi all’inizio dell’allenamento, se questo è possibile, per far lavorare le atlete senza che siano già affaticate e cerco di dare, durante e dopo l’esercitazione stessa, adeguati tempi di recupero, il più possibile vicini a quelli che, effettivamente, si registrano in gara.

Senza avere la pretesa di esaurire l’argomento riporto, di seguito, a titolo di piccolo esempio, qualcuno degli esercizi che uso abitualmente:

Due fischietti

Mi piace far lavorare i corridori sul distacco dalla base e sul vantaggio quando le batterie sono impegnate nell’allenamento sulle sequenze di lancio:

ogni corridore, infatti, in questo modo ha la possibilità di perfezionare il proprio ”timing” di uscita allenandosi alla ”velocità reale”” della lanciatrice, quella che poi troverà in gara.

Per aiutare la lettura della sincronia tra distacco del corridore e rilascio della palla si possono dotare, a rotazione, due atlete del gruppo dei corridori di fischietto.

Una delle due fischierà al momento del rilascio della palla dalla mano della lanciatrice, l’altra quando il piede dell’attaccante abbandona la base.
La esatta sovrapposizione dei due suoni, o lo sfasamento temporale nell’una o nell’altra direzione, restituirà immediato feedback sull’effettivo ”timing”, permettendo i conseguenti aggiustamenti.

Catcher sulle ginocchia

Questo è un altro esercizio che si può proporre ai corridori mentre la batteria svolge il proprio lavoro di lancio, oppure mentre si fanno allenare i ricevitori al bloccaggio della palla a terra.

Di norma il corridore è posizionato in prima od in seconda base:

Il corridore deve prendere vantaggio sul movimento della lanciatrice e cercare di raggiungere la base successiva quando riesce a ”leggere” il lancio troppo basso ed anticipare una possibile palla a terra.

L’obiettivo dell’esercizio è quello di insegnare alle atlete a partire ogni qualvolta il catcher mette le ginocchia a terra per bloccare la palla, cercando di ”rubare” il tempo ed imparare a riconoscere, in anticipo, la situazione, per poter guadagnare la base successiva.

Batti se arrivi salvo

Il battitore affronta la batteria ed ha di fronte tutta la difesa schierata (come variante si possono aggiungere difensori in più, se vogliamo rendere più complicato il lavoro dell’attaccante).

Ogni battitore ha a disposizione, inizialmente, un solo turno di battuta, l’unica possibilità per guadagnarne altri, aggiuntivi, è quella di giungere salvo in base.

Per stimolare la sua voglia di rischiare nella corsa, si può differenziare il premio per il raggiungimento delle diverse basi, concedendo un numero di turni supplementari più alto se riesce a massimizzare il proprio avanzamento.

Si possono inserire moltissime altre varianti, ad esempio si possono premiare i punti battuti a casa aggiungendo turni di battuta sia al battitore che ai corridori.

Naturalmente si tratta di semplici spunti, di indicazioni di massima, che è sicuramente possibile modificare, integrare e migliorare.
Sono convinto che le migliori modalità per allenarsi, al meglio, le suggerisca proprio il gioco stesso.

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Front -Toss: esercizi per il Timing

Gio, 28/02/2013 - 14:25 -- Fabio Borselli

Uno degli esercizi di battuta che preferisco è il ”front toss”.

Con qualche accorgimento e qualche diversificazione è possibile utilizzarlo qualsiasi sia livello di giocatrici ci si trovi di fronte, dalle giovanissime alle atlete esperte.

Proprio per queste ultime, abitualmente, durante l’inverno, nel periodo di preparazione, la percentuale più alta del lavoro sulla battuta viene svolta utilizzando il tee-ball, per passare, poi, durante la stagione agonistica, a scegliere e privilegiare esercizi che permettano di allenare i battitori in situazioni ”like a game”.

Naturalmente non è che l’equazione sia:
”inverno = tee-ball / estate = battuta live”.
Tutt’altro.

Ritengo che il mezzo per evitare di passare dal battere la palla ferma al colpire la palla lanciata senza soluzione di continuità sia proprio l’utilizzo di esercizi come il ”front toss”.

Vorrei descrivere un paio di ”interpretazioni personalizzate” del toss frontale, ma prima devo fare alcune brevi premesse di metodo:

da sempre, nell’allenamento di battuta, faccio fare ai battitori più serie di pochi swing (invece che un’unica serie lunga), arbitrariamente credo che cinque ripetizioni per ogni serie siano il numero magico, facendone meno non mi sembra ci sia modo di ”prendere il ritmo”, facendone di più si rischia che lo swing perda esplosività e che possa subire alterazioni esecutive dovute all’affaticamento.

Anche se è superfluo ricordarlo negli esercizi di Toss il braccio di chi alza la palla non esegue il mulinello completo, ma si limita ad una oscillazione in direzione dietro-avanti che permette, comunque, al battitore, di effettuare la fase di preparazione allo swing.

Nel ”front toss” la palla viene alzata frontalmente ed arriva sul piatto dalla stessa direzione che avrà realmente in gara.

Gli esercizi che seguono sono da collocare, nell’allenamento, come approccio alla palla lanciata, visto che si focalizzano sul “timing” del battitore dando allo stesso, comunque, la possibilità di continuare a tenere sotto controllo e correggere il proprio swing.

Front Toss a distanza variabile

Si approntano due o tre piatti di casa base lungo una linea a circa due o tre metri di distanza l’uno dall’altro, chi alza la palla si viene a trovare quindi a distanze diverse dai battitori.
Questi fanno la propria serie di battute alternando le postazioni.
Normalmente si fanno tutte le ripetizioni di una serie rimanendo sullo stesso piatto di case base, passando, poi, nella serie successiva ad uno degli altri.

Diventa, così, possibile studiare vere e proprie progressioni che, allontanando o avvicinando il battitore al lanciatore, mantenendo costante la velocità del lancio, permettano allo stesso battitore di lavorare sul proprio ”timing”, aggiustandolo in una situazione controllata e controllabile.

Front Toss a velocità variabile

In questa variante dell’esercizio lanciatore e battitore restano alla medesima distanza.
Quello che cambia, in questo caso, è la velocità di arrivo della palla.
Questa viene lanciata verso il battitore in sequenze che variano di velocità (e di conseguenza nei tempi di arrivo sul piatto) in modo assolutamente casuale, cercando di mantenere, però, costante la ”location”.

Anche in questo caso l’obiettivo dell’allenamento è il perfezionamento del ”timing”, ma le diverse velocità e le diverse traiettorie di arrivo della palla sul piatto costringono il battitore a porre un’attenzione particolare anche alla visualizzazione della stessa, per riuscire a leggere e valutare correttamente il lancio prima di battere.

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Gio, 21/02/2013 - 14:30 -- Fabio Borselli

Guarda la palla, colpisci la palla…

È forse una delle frasi più ripetute del baseball e del softball, specialmente dagli allenatori.
Mi sembra una buona indicazione.

Ma siamo davvero sicuri che si insegni, davvero, a guardare la palla?

Prima di tutto, si comincia, realmente, a guardare la palla impostando una corretta meccanica di battuta:

  • nella posizione di attesa (stance) la testa deve essere rivolta verso il lanciatore per permettere ad entrambi gli occhi di mettere a fuoco, appunto, la palla.
  • Durante la fase di preparazione allo swing, quando si effettua il contro-movimento (negative move) spostando le mani indietro e verso l’alto, si deve mantenere la stessa posizione della testa, evitando torsioni del busto e delle spalle che possano spostare la visuale e portare, in qualche caso, a seguire la palla con un occhio solo.
  • Occorre prestare attenzione anche all’effettuazione del passo (toe touch), che non deve causare una variazione del livello a cui si trovano gli occhi.
  • Nell’esecuzione di tutto lo swing la testa deve rimanere il più possibile nella stessa posizione senza movimenti verticali o spostamenti orizzontali che possano confondere la visione o causare ”saltellamenti” della stessa.

C’è, però, anche un altro punto cruciale che, se trascurato, può mettere in difficoltà il battitore rendendo difficile proprio il ”vedere la palla”:
L’occhio umano, in assenza di un punto focale preciso e definito, si concentra sull’oggetto più prossimo all’occhio stesso.

Insegnare a concentrarsi sulla ”finestra di rilascio”, cioè sulla zona dalla quale è possibile che la lanciatrice lasci andare la palla, non è perciò, secondo me, una buona idea.

Se un battitore, infatti, sta cercando di focalizzare quella finestra, in assenza della palla, non potendo concentrarsi su di uno spazio vuoto, gli occhi metteranno, automaticamente, a fuoco l’oggetto più vicino.
Questo oggetto potrebbe essere il terreno dietro la lanciatrice, la seconda base, l’esterno, un albero al di là del recinto, una casa, o peggio, una montagna molto lontana.

Quando la mano del lanciatore arriva alla finestra e rilascia la palla l’occhio dovrà, quindi, per prima cosa, tornare alla finestra di rilascio e poi trovare ed infine mettere a fuoco la palla che sta viaggiando verso casa base.
Il risultato di questo ”rifocalizzare” sarà un ritardo temporale ed una incoerenza nella lettura della velocità del lancio. Gli occhi saranno costretti a ”rincorrere” l’oggetto del quale stanno cercando di “tenere traccia”.

L’istruzione corretta da dare al battitore è di concentrarsi su qualche parte del corpo della lanciatrice, che naturalmente si trovi vicino al punto di rilascio, come la cintura, il fianco o il bacino.
In questo modo la giocatrice ha stabilito il corretto punto di riferimento per i suoi occhi, infatti la distanza del suo focus è la stessa che dovrà avere, poi, durante le fasi iniziali del processo di monitoraggio della palla.

Quando la mano della lanciatrice entra nella finestra di rilascio gli occhi si possono, immediatamente e senza alcun ritardo di focalizzazione, spostare e concentrare sulla palla.
Questa frazione di tempo, molto piccola, fa la differenza nel “tracking” della palla stessa e consente un significativo miglioramento nel riconoscimento del lancio, che, in ultima analisi, si traduce in una maggiore consistenza della battuta.

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Lun, 18/02/2013 - 14:16 -- Fabio Borselli

Voglio tornare sulla meccanica della battuta.

Come credo di aver chiaramente detto nel mio post Il Risolutore ritengo che gli allenatori, per vocazione e per necessità del mestiere, siano profondamente appassionati di tutti gli aspetti tecnici del proprio sport.

Anche io non faccio, certo, eccezione.

Negli anni ho maturato, infatti, a proposito della battuta, una serie di certezze, che lungi dall’essere assolute, rappresentano, comunque dei punti fermi, sia nella progressione che uso per insegnare a battere alle atlete principianti, sia nel perfezionamento e nella correzione degli errori delle giocatrici più progredite.

Per poter lavorare, in maniera analitica, trovo utilissimo suddividere la tecnica della battuta in una serie di fasi successive che, se da un lato enfatizzano alcuni aspetti ”fondamentali”, dall’altro permettono di strutturare esercizi che vadano a perfezionare e potenziare singoli ”momenti” dello swing.

Preferisco usare, per comodità didattica e perché semplifica notevolmente l’utilizzo del software che uso per la video analisi (RightViewPro ), una sequenza quasi universalmente accettata, composta da nove momenti distinti,
Di questi, i primi tre fanno parte della fase di preparazione all’esecuzione dello swing, i successivi si riferiscono, invece allo swing vero e proprio.

Riporto per ciascuna fase la nomenclatura inglese (oltre a quella in italiano) visto che la ritengo più accurata dei corrispondenti termini italiani e più facile da memorizzare:

  • STANCE (posizione di attesa)
    il battitore entra nel box e si mette nella sua posizione di attesa, quella in cui si trova rilassato e pronto per cominciare il suo turno di battuta,;
  • NEGATIVE MOVE (movimento negativo)
    inizia fase di preparazione per eseguire lo swing che comincia con un leggero movimento all’indietro delle braccia e con il passaggio del peso del corpo sulla gamba posteriore, di fatto si esegue un contro-movimento;
  • TOE TOUCH/READY (punta del piede a terra / pronti)
    il piede anteriore effettua il passo ed il corpo è in ”stand-by” pronto ad iniziare lo swing verso la palla, il peso del battitore è ancora sulla gamba posteriore;
  • HEEL PLANT (appoggio del tallone anteriore a terra)
    si completa l’appoggio a terra del piede anteriore, il corpo è “caricato” ed il battitore ha terminato la fase preparatoria. A questo punto, in seguito alla valutazione del lancio in arrivo può decidere se tentare di colpire la palla o di lasciarla passare;
  • CONNECTION (connessione)
    inizia lo swing vero e proprio, il peso del corpo inizia il trasferimento in avanti delle braccia e le mani vanno verso il lanciatore, portando la testa della mazza sul piano della palla, il gomito del braccio posteriore scende verso il fianco e vi si “connette”, accompagnandolo durante la propria azione di rotazione ed esplosione. In questa fase il peso del corpo si sta spostando sulla gamba anteriore, che comincia a ”fare resistenza” generando potenza;
  • BAT LAG (la mazza si muove in avanti)
    la testa della mazza rimane dietro le mani che la portano sulla palla;
  • CONTACT (contatto con la palla)
    al momento del contatto la testa della mazza è ancora leggermente indietro rispetto alle mani e l’angolo tra mazza stessa ed avambracci è di circa 90 gradi, i fianchi hanno effettuato la propria rotazione mentre il peso del corpo non ha ancora completato il trasferimento sulla gamba anteriore che continua ad offrire resistenza;
  • EXTENSION (estensione)
    dopo il contatto la mazza prosegue la sua traiettoria rimanendo, il più a lungo possibile, sul piano della palla, i polsi non ruotano fino a che le braccia non hanno raggiunto la massima estensione, il peso del corpo completa il proprio passaggio sulla gamba anteriore;
  • FINISH (chiusura)
    Una volta che i polsi hanno ruotato la mazza esaurisce, quasi per inerzia il proprio percorso, completando lo swing;

Naturalmente, come ho già detto, si tratta di una suddivisione arbitraria, che nasce dalla necessità di facilitare il lavoro di istruzione e di individuazione dei problemi.
Può risultare, forse, troppo analitica e frammentata, come del resto tutti i tentativi di semplificazione di movimenti complessi, ma secondo me rispetta, invece, il naturale fluire della battuta.

A questo link è possibile trovare la sequenza completa.

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Solo Lineare o solo Rotazionale?

Gio, 14/02/2013 - 14:26 -- Fabio Borselli

La video-analisi, nello sport, ha intorbidito un bel po’ le acque…

Come nella scienza l’utilizzo di strumenti di indagine sempre più sofisticati porta alla continua scoperta di “cose” che, prima, non si potevano vedere, l’uso delle videocamere ad alta velocità, in campo sportivo, permette di analizzare, nel dettaglio, le tecniche di gioco.

A proposito del fondamentale della battuta, che si parli di baseball come di softball, questa possibilità di analisi ha scatenato, tra le altre, una ”querelle” tra i sostenitori di uno swing LINEARE opposti a chi propone, invece, uno swing ROTAZIONALE.

Credo, che, di fondo, ci sia molta confusione nell’utilizzo di questi due termini e che dire LINEARE o ROTAZIONALE, nel tentativo di definire e semplificare l’approccio alla battuta, porti invece ad estremizzare alcuni aspetti, sicuramente molto importanti, tralasciandone altri, altrettanto significativi.

Brevemente, ritengo che chi parla di approccio LINEARE faccia riferimento ad uno swing dove il peso del corpo si “trasferisce” sulla gamba anteriore prima del contatto e che il contatto stesso avvenga ricercando la massima estensione delle braccia, accompagnata dalla rotazione dei polsi.
La traiettoria delle mani è la più diretta possibile verso la palla e l’enfasi viene posta sul rapido ”passaggio” dei gomiti oltre il fianco, per arrivare a distendere il più possibile le braccia nel colpire la palla.
Il trasferimento del peso sulla gamba anteriore fa si che l’azione dei fianchi risulti non troppo significativa nell’erogazione della potenza e che questa venga ricercata, soprattutto, nell’azione delle braccia e dei polsi.
Una delle conseguenze della meccanica di questo tipo di swing è che la mazza, pur rimanendo a lungo sul piano della palla, si muove verso il basso.

Al contrario, i fautori del ROTAZIONALE ricercano uno swing in cui al momento dell’impatto con la palla il peso del corpo non sia, ancora, completamente sulla gamba anteriore, ma sia in fase di ”trasferimento”, generando quindi potenza sulla palla.
La rotazione dei fianchi, in questa azione di trasferimento del peso, è agevolata dalla ”connessione” del gomito posteriore che, praticamente, una volta sceso vicino al fianco lo ”accompagna” fino al momento del contatto.
La palla viene colpita quando le braccia non sono completamente estese e l’angolo tra mazza ed avanbracci è di circa 90 gradi.
Una delle indicazioni che si danno abitualmente ai battitori è che dopo il contatto la mazza deve rimanere il più a lungo possibile sul piano della palla, quasi a cercare di accompagnare la sua traiettoria.
In questo tipo di battuta la mazza si muove completando un percorso, leggermente, orientato verso l’alto.

Personalmente, però, sono per una valutazione dello swing molto meno drastica e assolutistica.
Vedendo e rivedendo le azioni di battitori e battitrici, ascoltando allenatori italiani e stranieri, soprattutto statunitensi, parlare della battuta, mi sono convinto che, quello che si dice e si spiega e quello che poi accade realmente, in campo, sono due cose, se non completamente, almeno un po’, diverse.

Credo che, a ben guardare, la battuta, per essere efficace, deve integrare componenti e punti chiave che mescolano le due scuole di pensiero, più precisamente la parte inferiore del corpo e le mani si devono muovere seguendo una traiettoria piuttosto LINEARE ed il busto ed i fianchi devono, invece, effettuare un movimento ROTAZIONALE, ma la separazione non è così netta.

Quando si esegue il movimento all’indietro delle braccia ed il passaggio del peso del corpo sulla gamba posteriore, di fatto un contro-movimento (negative move), si effettua un’azione LINEARE, ma, direi, che la cosa più importante da sottolineare è che il peso del corpo si trasferisce sulla gamba posteriore, caricando la battuta.

Si esegue, invece, un movimento ROTAZIONALE nel momento in cui le braccia e le mani vanno verso il lanciatore, portando la testa della mazza sul piano della palla, il gomito del braccio posteriore scende verso il fianco e vi si “connette”, accompagnandolo durante la propria azione di rotazione ed esplosione (connenction).
Anche in questo caso credo che sia significativo notare che il peso del corpo è in fase di ”trasferimento” verso la gamba anteriore e che quest’ultima ha il compito di ”generare resistenza” per ritardarlo il più possibile.

Una volta partito lo swing, la testa della mazza rimane più indietro e più in basso rispetto alle mani che la portano sulla palla (bat lag).
Credo che questo sia un movimento dove le due componenti si mescolano, imprimendo alle mani una traiettoria che cerca di essere il più LINEARE possibile ma che, per adattarsi al lancio, non sempre lo rimane fino alla fine.

È sicuramente più vicino al ROTAZIONALE il momento del contatto con la palla:
la testa della mazza è leggermente dietro alle mani e l’angolo tra mazza stessa ed avambracci è di circa 90 gradi (contact), il peso del corpo non è ancora sulla gamba anteriore ed è proprio questo passaggio che fornisce una parte significativa della potenza alla battuta.

Infine, dopo il contatto la mazza prosegue la sua traiettoria rimanendo sul piano della palla, muovendosi di nuovo in modo LINEARE ed i polsi non ruotano fino a che le braccia non hanno raggiunto la massima estensione (extension).

In conclusione ritengo che il fondamentale di battuta non sia solo una questione di momento LINEARE o ROTAZIONALE, incorporando elementi dell’uno e dell’altro approccio.

Sono convinto che si debbano, piuttosto, enfatizzare:

  • le modalità e le tempistiche relative al TRASFERIMENTO DEL PESO,
  • l’azione esplosiva data dalla ROTAZIONE DEI FIANCHI,
  • la capacità della gamba anteriore di GENERARE RESISTENZA contro lo spostamento troppo anticipato del peso del corpo,
  • gli angoli che si formano tra la mazza e le braccia, prima, durante e dopo il CONTATTO CON LA PALLA,
  • la necessità di rimanere, il più a lungo possibile “dentro la palla”, ricercando una fase di ESTENSIONE che mantenga la mazza sul piano della palla stessa anche dopo averla colpita.

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