battuta

Similia cum similibus

Lun, 10/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Che tradotto, in soldoni, è un'intimazione a confrontare solo "cose simili tra loro". E pensare che a scuola odiavo il latino!

Questo però fino all'incontro con un insegnante molto "allenatore" e molto poco "professore"...

Ma questa è un'altra storia che, prima o poi, racconterò.

La storia di oggi invece è questa:

l'altra sera twitter mi ha "cinguettato" che il mio contatto Jason Ochart, coach molto attivo sul web, ma del quale non so molto altro, aveva condiviso la foto che campeggia in apertura di questo post, accompagnandola con il seguente commento: "Hitting and throwing mechanics are more similar than you'd think".

La foto è un abile fotomontaggio, è chiaro, ma fa rifletere, almeno credo, no?

 

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"Gira il piede"

Lun, 16/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Lo ammetto, anche io l’ho detto e ripetuto, per anni, sbagliando.

A mia parziale discolpa posso dire che ero giovane e inesperto e, soprattutto, poco attento e poco “scienziato e studioso” del mio sport.

Ero, invece, molto volenteroso e quello che dicevano “quelli bravi” mi sembrava assoluta verità e mai mi sarei sognato di metterla in discussione.

Erano anche tempi in cui le uniche immagini reperibili sul nostro sport erano le fotografie su TUTTOBASEBALL, quelle sui manuali (pochi) vecchie di 30 anni o i filmati in WHS nei quali, data la velocità di esecuzione e la scarsa qualità era difficilissimo vedere qualcosa, specialmente se quel qualcosa non lo si stava cercando.

Oltretutto, poi, le foto, in posa plastica, confermavano quello che volevamo vedere.

Poi sono arrivati i "social" e le riprese in HD, poi le telecamere ad alta velocità e, improvvisamente, migliaia di informazioni sono diventate disponibili e certe cose che “sembravano così” sono diventate “qualcos’altro”.

Improvvisamente il nostro ripetere ossessivamente "gira il piede", riferito al piede posteriore del battitore non aveva iù nessun significato, anzi era palesemete sbagliato e, forse, il motivo per cui i nostri battitori, salvo casi eccezionali, quella palla non riuscivano poi a colpirla così forte.

Il retaggio del "gira il piede", parafrasato nelle stragi di insetti schiacciati o in milioni di sigarette spente, mi è tornato davanti con prepotenza recentemente:

ho visto battere, con poca potenza e poca fluidità, una giocatrice non più giovanissima, una di quelle cresciute e "addestrate" a ruotare, premendo a terra, con forza, il piede posteriore, incapace, per questo, di trasferire il peso sulla gamba anteriore e quindi, in ultima analisi, sulla palla.

L'equivoco, lo ripeto, veniva da quello che i nostri occhi vedevano:

dopo l'impatto con la palla, per rallentare la mazza e terminare l'azione di battuta, trasformandola in quella di corsa, il peso del corpo "ritorna", brevemente, anche se non completamente, sulla gamba posteriore e l'unico modo per "assorbire" questo ritorno è che il piede, che al momento del contatto è completamente scarico, spesso sollevato dal terreno, dopo aver "spinto" contro la gamba anteriore, torni a terra e si "faccia carico" di quel peso.

Guardando le foto, senza avere la possibilità di analizzare il movimento "frame by frame" era facile ipotizzare che quel piede, quel dannato piede, non si fosse mosso da terra e che, anzi, uccidendo l'ennesimo insetto, avesse, semplicemente ruotato.

 

Anche se è assolutamente dimostrato, ci sono milioni di filmati e di fermo immagine a provarlo, quello qui sopra ne è un esempo, che i più forti battitori, sia di baseball che di softball (visto che, è bene ricordarlo, la meccanica del gesto tecnico è identica e l'unica cosa che cambia è l'angolo con cui arriva la palla) al momento del contatto trasferiscono completamente il peso del corpo sulla gamba anteriore e che il piede posteriore, per questo, è libero di sollevarsi da terra (oppure di essere "trascinato" in avanti da questo trasferimento) continuiamo a sentire, troppo spesso l'indicazione di girare il piede.

Fortunatamente la tecnologia ci ha aiutato a capire e la necessità di non andare contro la biomeccanica ha fatto il resto:

ora per enfatizzare il movimento delle anche che, queste si, "ruotando" favoriscono il veloce trasferimento del peso, possiamo smettere di fissare, in modo assai illogico, l'attenzione sui piedi e contemporaneamente salvare da un'orribile morte per stritolamento milioni di insetti innocenti.

 

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Un occhio in più

Lun, 15/02/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

L’ultima Convention dei coach italiani di baseball e di softball, come è noto,  ha visto salire sul palco dei relatori una folta rappresentanza di speakers provenienti dal Giappone.

Personalmente ho avuto il piacere di conoscere una delle allenatrici più titolate del softball “made in Hokkaido”:

la vincitrice di due medaglie olimpiche TAEKO UTSUGI.

Al contrario di quanto è avvenuto nelle precedenti Coach Convention in questa occasione è stato davvero difficile relazionarsi con Coach UTSUGI, visto l’ostacolo linguistico.

Devo però dire che la signora TAEKO ha sopperito all’evidente difficoltà idiomatica con una notevole abilità nell’uso della mimica e della gestualità, oserei dire in perfetto stile italiano, vista che la nostra abilità nel “gesticolare” è oggetto di “simpatici siparietti” quando, in giro per il mondo, si parla di Italia e di italiani.

Come ho scoperto da tempo la condivisione delle esperienze è di gran lunga più importante delle “lezioni frontali” e delle lunghe serie di slide e filmati cui convegni come la Coach Convention ci hanno abituato e, anche in questa occasione, è stato così.

Succede che, parlando di battuta e di difetti dei battitori (a gesti e usando un improbabile slang “baseballistico angloitalogiapponese”) coach UTSUGI mi ha dato una possibile soluzione al problema della esagerata torsione del busto all’indietro durante la fase di LOAD che prepara la battuta.

Credo che sia uno degli errori più comuni:

mentre si trasferisce il peso sulla gamba posteriore le mani, invece di muoversi “in linea” spariscono, di fatto,  dietro la spalla posteriore assecondando la torsione del busto e sbilanciando l’assetto del battitore.

Le foto che seguono sono più esplicative delle parole, naturalmente:

LOAD CORRETTO

LOAD NON CORRETTO

 

Questo difetto è  molto comune nei bambini e nelle bambine che enfatizzano la torsione del busto perché credono, in questo modo, di poter dare più forza alla battuta.

Naturalmente è molto difficile dare indicazioni ai più giovani per modificare o correggere gesti sbagliati parlando loro di sensazioni corporee o pretendendo che “ sentano” il movimento, visto che, specie se molto piccoli, il loro schema corporeo è ben lontano dall’essere definitivamente acquisito e, per questo, parlare di relazioni tra le varie posizioni delle loro parti del corpo è, quantomeno, pretenzioso…

Purtroppo, e devo dire purtroppo, noi allenatori siamo molto bravi a scoprire e identificare errori e scostamenti dalla tecnica ideale, ma siano assai meno bravi a sviluppare esercizi e strategie di correzione che non siano, troppo spesso, solo verbali (“alza il gomito”, “guarda la palla”, ”non portare indietro le mani”…) senza curarci di fornire indicatori esatti che aiutino l’atleta a auto-correggersi.

Il consiglio che Coach UTSUGI mi ha dato è una semplice indicazione da dare ai giovani battitori (ma direi anche ai meno giovani):

“immagina di avere un occhio in più! Questo occhio è sul dorso della mano inferiore e deve vedere la palla in arrivo. Se le mani si spostano dietro al corpo l’occhio non può vedere la palla. Tieni l’occhio della mano sulla palla.”

Praticamente, con una mia personale interpretazione, una cosa del genere:

 

Ho provato e… funziona!

Funziona con i piccoli e funziona con giocatori più maturi, anche se, magari, capita che “gli esperti” ti guardino un po’ di traverso, all’inizio…

Funziona perché sposta l’attenzione del battitore su una cosa precisa, che può controllare e che non ha bisogno di continuo feedback dall’allenatore.

A me pare una grande trovata e un ottimo consiglio, se qualcun altro ha occasione di provare mi faccia sapere come è andata.

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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Dove metto i piedi?

Lun, 29/06/2015 - 08:51 -- Fabio Borselli

 

Qualche giorno fa, in un articolo a commento delle numerose iniziative scolastiche che hanno come oggetto il baseball, ho visto la foto sopra:

la cosa che salta agli occhi immediatamente è che il battitore ha i piedi sopra casa base.

Chi si è posto il problema di spiegare il gioco ai bambini (ma gli adulti non sono poi così diversi) sa che è una cosa molto complicata far capire che quella base “diversa”, dove inizia e finisce il gioco, ha “regole e comportamenti” diversi, rispetto alle altre basi “normali”.

Ho visto e sentito tentativi di spiegare la posizione di battuta fatti di indicazioni del tipo:

“mettiti più indietro (o più avanti) rispetto a casa base”.

dimenticando che dietro e avanti sono concetti relativi e quello che per un adulto, conoscitore del gioco, esperto appare chiaro è un campo completamente inesplorato per un bambino che del baseball vede solo la dirompenza della battuta, la gioia della corsa e l’emozione del tentare di eliminare l’avversario.

Ho anche sentito dire:

“mettiti più laterale”, “metti i piedi paralleli al lato corto”, “rivolgi la spalla al lanciatore”

Tutti consigli giusti, per carità, ma quanto utili, efficaci e immediati?

Basta guardare, di nuovo, la foto iniziale per capire che servono a poco.

Nelle mie incursioni scolastiche, dove il colpo di fulmine tra bambini e gioco deve scattare immediatamente e dove non è possibile perdere tempo in lunghe, noiose spiegazioni, pena la perdita di attenzione, ho dovuto inventarmi una soluzione al problema che fosse rapida, semplice. Efficace ma, soprattutto, chiara.

Ecco perché ho realizzato questo semplice accessorio che mi porto sempre dietro:

 

è un tappetino, di quelli con il fondo antiscivolo, preso direttamente da un set di articoli per la casa (costo circa 8 euro), con riportate sopra (vernice spray) le impronte di due piedi. A dire proprio tutta la verità i tappetini che uso sono, in realtà, due, uno per il box destro e uno per il box sinistro, e li “metto giù”, insieme alle basi, all’inizio di ogni lezione.

Non ho nemmeno bisogno di spiegare come usarli:

i bambini capiscono immediatamente come devono posizionarsi e, specialmente con i più piccolini, la loro ricerca della “esattissima” posizione dei piedi è, quasi, maniacale.

Non è certo l’invenzione del secolo, ma a me è servita per “incominciare a giocare” il prima possibile, aiutando, con un piccolo espediente, ad apprezzare l’intuibilità e la semplicità, che sono la vera essenza del gioco del baseball.

 

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Prendi il lancio!

Lun, 04/05/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

“Prendi il lancio!”, ma può essere anche “lascia passare!” oppure “non girare la mazza!”.

Chi non ha questo “segnale” nel proprio set?

Chi non ha mai ceduto alla tentazione di “gestire il conto” del proprio battitore dal box del suggeritore o dalla panchina?

Mi è capitato di discuterne spesso.

Quando chiedo il motivo, la necessità, di ordinare al battitore di non tentare di colpire la palla in arrivo, ottengo, con poche eccezioni, una gamma di risposte che raccontano di “strategia del conteggio”, di “disciplina nel box di battuta”, di statistiche e di tendenze…

Che, ben inteso, sono tutte risposte appropriate:

un buon battitore è capace di gestire il suo turno di battuta (o dovrebbe essere capace di farlo) e la sua abilità nello scegliere quali lanci tentare di battere o lasciare passare, anche e soprattutto in senso tattico, determina la sua possibilità di successo.

Non è, sicuramente, la stessa cosa prepararsi a battere sul conteggio di 3 ball e 0 strike piuttosto che su quello di 1 ball e 2 strike.

Ma non credo che questo giustifichi il fatto che possa essere qualcuno diverso dal battitore  a scegliere quale lancio provare a battere e non credo, anzi sono sicuro, che il segnale “prendi il lancio!" abbia una qualsivoglia utilità strategica sia individuale che di squadra.

Credo invece che, purtroppo, poter pensare di utilizzare questo tipo di segnale abbia a che fare con la “l’illusione  del controllo” che, a tutti i livelli, gli allenatori pensano di poter esercitare sui propri giocatori e sulla gara.

Non voglio entrare in discussioni filosofiche sul "chi giochi e chi vinca le partite di baseball e di softball" o sul ruolo che, nelle vittorie come nelle sconfitte ha, o dovrebbe avere, l’allenatore.

Personalmente non ho l’abitudine di chiedere ai miei battitori di incassare un lancio.

Prima di tutto perché credo che i giocatori debbano imparare, rapidamente, a camminare con le proprie gambe e a essere capaci di prendere decisioni, specialmente quelle che li riguardano direttamente.

La battuta è, essenzialmente, un duello fisico e mentale con il lanciatore avversario e la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie abilità e capacità, anche decisionali, fanno la differenza tra l’essere un mediocre o un buon battitore.

Non voglio, assolutamente, che il battitore vada nel box pensando che l’allenatore possa decidere al posto suo:

deve vincere da solo la sua battaglia, imparando dai suoi fallimenti e affinando le sue capacità tattiche sperimentando sulla propria pelle le situazioni.

Per poter arrivare all’autonomia del giocatore, naturalmente, il ruolo dell’allenatore è fondamentale nel fornire, oltre alle abilità puramente tecniche, anche e soprattutto, informazioni tattiche e strategiche che possano aiutare la “presa di decisione” nel box di battuta.

Tutto qui.

Da quando mette piede nel box il battitore è solo con se stesso:

il suo obiettivo dovrebbe essere, unicamente, quello di colpire la palla e dovrebbe utilizzare, per farlo, tutte le armi che ha a disposizione.

L’allenatore ha finito il suo compito.

Può, è vero ed è nella logica del gioco, chiedere giocate particolari, ma questo non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare con l’ordinare di “prendere un lancio”.

Purtroppo, invece, questa modalità di cercare di “radiocomandare” i giocatori è molto diffusa e, paradossalmente, utilizzatissima nell’attività giovanile. Non c’è nemmeno bisogno che dica che se la ritengo una cattiva abitudine con atleti maturi, la considero una vera e propria aberrazione se messa in atto con giocatori giovani, inesperti e insicuri.

Io penso che la MISSION dell’allenatore dovrebbe aiutare gli atleti a diventare sicuri dei propri mezzi, consapevoli dei propri punti di forza, fiduciosi nella possibilità di riuscire, renderli,  in ultima analisi, indipendenti.

E penso anche che una cosa, apparentemente banale, come il segnale di “prendere il lancio”, racconti una storia che, invece di parlare di fiducia nei propri atleti e dell’orgoglio del proprio operato, metta l’ego del coach davanti a tutto…

 

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Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 12/05/2014 - 07:52 -- Fabio Borselli

Contrariamente a quanto sono solito fare dovrò, per forza, utilizzare una serie di termini in lingua inglese nello scrivere questo articolo.

Il motivo è che, alcuni termini inglesi, perdono il proprio significato descrittivo quando sono tradotti e, in italiano, costringono a parafrasi che, a volte, oltre a suonare male non rendono l’effettivo senso dell’originale.

Leggendo un libro sul golf  mi sono imbattuto in due termini particolari:

“focusing” ed “over-thinking”.

Questi due termini esprimono, alla perfezione, i due atteggiamenti mentali, opposti per intensità e verso, tipici dei battitori quando si accingono ad iniziare il proprio turno di battuta.

il focusing è uno stato di consapevolezza totale, orientata solo e soltanto verso quello che serve per centrare l’obiettivo, è l’essere “puntati verso il bersaglio” ed escludere tutti gli stimoli non necessari per massimizzare la prestazione...

Il focalizzare comporta l’esclusione di pensieri non orientati allo svolgimento del compito da eseguire.

Nel box di battuta essere focalizzati significa essere pronti per eseguire lo swing e colpire la palla senza che preoccupazioni aggiuntive turbino questa “semplice prontezza".

L’Over-Thinking  è invece il rimuginare, mentre lo si sta facendo, sul cosa fare, sul come farlo e sul come fare per farlo meglio.

Il pensiero si disperde verso innumerevoli dettagli ed analizza, spesso vorticosamente, tutte le informazioni disponibili.

Molti atleti si spostano nella zona dell’over-thinking, quando nel bel mezzo del proprio turno di battuta cominciano ad analizzare la propria prestazione futura alla ricerca di correzioni e miglioramenti, spesso perdendo fiducia in quello che sanno fare e “riportando in memoria” i propri, supposti o reali che siano, difetti e malfunzionamenti.

Il concetto di over-thinking sembra essere molto complicato e, di fatto, lo è... Soprattutto è complicato da gestire ed, invariabilmente, ostacola, invece di aiutare, l’ottenimento della migliore prestazione…

Il pensare a tutti i particolari connessi al turno nel box di battuta rallenta il tempo di reazione al piatto e interferisce con uno swing morbido, sciolto, efficace.

Analizzare e cercare di risolvere le problematiche del proprio swing mentre si è di fronte al lanciatore rende difficile, se non impossibile, vedere e reagire in modo appropriato alla palla lanciata, non consente di utilizzare le abilità apprese nell’allenamento, toglie fiducia nelle proprie capacità e distrugge, letteralmente, la fiducia nel lavoro fatto in allenamento per affinarle.

L’Over-thinking è un modo sicuro per ostacolare la propria prestazione:

non è possibile riflettere sullo swing e sulle correzioni da apportare mentre si è in procinto di “girare la mazza” per colpire la palla.

Cosa si può fare per aiutare quegli atleti che non sono perfettamente “a fuoco” durante il proprio turno di battuta?

Qualche consiglio ed indicazione:

- costruire una “routine” di battuta, che prepari ed aiuti a rilassare, calmare e focalizzare la mente.

Si dovrebbe eseguire, sempre,  la stessa routine dopo ogni lancio: per “resettare” il pensiero e farlo tornare a fuoco, per “lasciare andare” il lancio precedente e l’eventuale swing mancato e tornare ad essere pronti per il lancio successivo.

- Semplificare l’approccio ed avere un piano, un progetto, un obiettivo, per il proprio turno di battuta. Questo che potrebbe essere: “far avanzare il corridore” oppure “spostarlo in posizione punto” o, ancora, cercare di battere in una determinata zona del campo, con un particolare conteggio, colpire un determinato lancio, ecc…

Ed infine:

- giocare nel presente, concentrando la mente sul “qui ed ora”, sul lancio che sta per arrivare, lasciando il passato dietro le spalle, “focalizzando” il proprio pensiero sul lancio che arriverà.

Alcune delle cose che si sentono dire ai battitori, dopo una buona battuta, è quanto hanno “visto bene la palla”, “come sembrava essere grande” e quanto facile e fluido è stato il loro swing: quasi nessuno parla dei possibili errori che ha fatto nell'esecuzione, sono felici, sorridenti e rilassati.

Credo che l’unico modo per essere così sereni dopo aver battuto, forte e profondo, la palla, sia cercare di essere sereni allo stesso modo, prima di colpirla, con i piedi ben saldi dentro il box di battuta e la mente concentrata sul proprio obiettivo:

solo ed esclusivamente sul “vedere la palla e batterla”.

 

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Lun, 12/08/2013 - 14:59 -- Fabio Borselli

Sto per dire un ovvietà: colpire una palla da baseball (o nel nostro caso una palla da softball) è la cosa più difficile in tutti gli sport.

Il battitore ha, veramente, così poco controllo su ciò che gli accade intorno.

Il risultato di ogni turno dipende da così tanti fattori ed è influenzato da così tante variabili che, è sufficiente avere successo tre volte su dieci per essere considerati un giocatore superiore alla media.

In nessun altro sport è così, in nessun altro sport si è dei campioni con una media di successi così bassa.

Visto che colpire la palla bene, efficacemente, è così difficile, credo che nessun giocatore dovrebbe fare nulla per renderlo ancora più difficile.

Spesso gli atleti, invece, si mettono, da soli, nella condizione di complicarsi la vita, portandosi nel box di battuta, oltre alla propria mazza, una serie di pensieri negativi, ansie e preoccupazioni che rendono il loro compito quasi impossibile.

Non è però facile fargli capire che questi pensieri superflui sono, spesso, la causa dei loro fallimenti, ho perciò provato a fare un piccolo esperimento per aiutarli a capire che cosa significa portare del “bagaglio in più” al piatto:

prima dell’allenamento di battuta che prevedeva turni “live” con la lanciatrice ho chiesto di esprimere a parole tutto quello che, durante le partite, passa loro per la testa prima di andare in battuta.

Sono venute fuori alcune frasi che, credo, tutti gli atleti hanno, prima o poi, pensato e tutti gli allenatori hanno, prima o poi, sentito:

  • devo riuscire a colpire la palla,
  • non devo andare strike-out,
  • se non batto l’allenatore (la mia squadra, le mie compagne, ecc…) saranno delusi di me,
  • questo lanciatore è troppo forte,
  • questo arbitro mi odia e mi chiama sempre contro,
  • ci sono corridori in base e devo portarli avanti,
  • se non batto perderemo e sarà colpa mia.

Naturalmente queste sono solo alcune, ce ne sarebbero molte altre…

A questo punto ho preso uno zainetto e l’ho riempito con alcuni oggetti trovati in panchina, guantoni, ginocchiere, palline, ma anche felpe e scarpe e l’ho fatto indossare ai battitori prima di andare a battere facendogli fare il proprio turno contro la lanciatrice con questo scomodo e pesante fardello.

Alla fine del lavoro, dopo che ognuna di loro aveva, naturalmente, avuto molte difficoltà e fastidi per battere, ho provato a spiegare che lo zainetto rappresenta il “bagaglio” che, spesso senza accorgersene, si portano al piatto e che gli oggetti contenuti altro non sono che pensieri e ansie che rendono più “scomodo” e difficile il proprio turno.

Sono convinto che l’allenamento, oltre a perfezionare ed ottimizzare la tecnica, debba e possa preparare le atlete ad affrontare la gara nella migliore condizione mentale possibile, aiutandole a non caricarsi di ansie e responsabilità, questo piccolo espediente, se usato nel modo ed al momento giusto, permette di capire quanto “tenere la mente sgombra” sia importante per avere successo nel box di battuta.

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