battuta

Una Promessa è una Promessa - seconda parte -

Lun, 16/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Allora Daniele, sei pronto?

Naturalmente avrai capito che quanto detto fino a ora e quanto sarà detto da ora in avanti vale per il baseball allo stesso modo che per il softball:

le distanze e "gli attrezzi"  da softball sono commisurati così bene al baseball che velocità e tempi sono, praticamente, identici (salvo piccole differenze non rilevanti).

Fatta anche questa precisazione...

Per arrivare a capire cos’è quel qualcosa che abbiamo scoperto impedire ai battitori di “colpire la palla con tutta la propria FORZA” (come detto nella prima parte di questa lunga dissertazione) non possiamo fare a meno di dare una scorsa (veloce e il meno noiosa possibile, stai tranquillo…) ad alcuni concetti di fisiologia e biomeccanica.

È pur vero che, purtroppo, non è possibile semplificare e sintetizzare troppo le “conoscenze di base” perché significherebbe trascurare aspetti fondamentali nella comprensione di questa capacità motoria, che è, invece, estremamente complessa.

Partiamo da questa affermazione:

“la FORZA muscolare è una qualità fondamentale per eccellere nelle discipline sportive in cui sono richiesti movimenti balistici”.

Questo assunto credo che sia, ormai, patrimonio dell’umanità e difficilmente contestabile.

Così come è difficilmente contestabile che Baseball e Softball rientrano nella classificazione di sport in cui sono richiesti movimenti balistici.

Parlare di FORZA non è un compito né semplice né facile, così come non è né semplice né facile programmare “l’allenamento della FORZA”.

Cominciamo col definire che cos’è la FORZA muscolare.

La FORZA muscolare può essere definitae come la capacità che i componenti intimi della materia hanno di contrarsi.

Questa definizione data dal prof. Carlo Vittori (ho parlato di lui in questo post) mi piace molto di più di altre, forse più “sportive”.

Personalmente credo che la FORZA debba essere considerata l’unica capacità condizionale “pura”.

VELOCITA' e RESISTENZA sono capacità derivate dal “come”, dal “quanto” e da “in che modo” la FORZA viene applicata.

Ora, caro Daniele, devo per forza diventare didascalico e  parlarti dei Tipi di FORZA, già, perché di FORZA ci sono varie “espressioni”, classificate, guarda un po’, in base al TEMPO…

La mia preferita è quella di Harre che distingue:

  • la FORZA MASSIMALE che è la forza più elevata che il sistema neuromuscolare è in grado di sviluppare con una contrazione muscolare volontaria. Prevale la componente carico a scapito della velocità d'esecuzione.
  • La FORZA VELOCE che è la capacità del sistema neuromuscolare di superare una resistenza con una elevata rapidità di reazione. Prevale la componente velocità a scapito del carico.
  • La FORZA RESISTENTE che è la capacità dell'organismo di opporsi alla fatica durante prestazioni di FORZA di lunga durata.

Questa classificazione fornisce una prima indicazione sul quale “tipo” di FORZA dovrebbe essere allenata nei giocatori di baseball.

Sfortunatamente non è così semplice, infatti anche parlando di FORZA veloce c’è bisogno di una ulteriore classificazione legata ai tempi di applicazione:

  • FORZA rapida (da 0 a 150 millisecondi);
  • FORZA esplosiva (da 150 a 300 millisecondi );
  • FORZA dinamica (da 300 a 700 millisecondi);

Questo ci dice che, della FORZA veloce, nel baseball e nel softball, siamo in grado di utilizzare solo la componente RAPIDA e, in parte quella ESPLOSIVA (lo swing dura solo 150 millisecondi) mentre la FORZA DINAMICA e la FORZA MASSIMA (che si esprime da 700 millisecondi in poi) si “mettono in moto quando le cose sono già successe”.

Daniele, purtroppo per te, la parte “noiosa” non è ancora finita e ci serve un’altra definizione, quella della POTENZA MUSCOLARE, che è (o dovrebbe essere) la “grandezza da allenare” nel baseball e nel softball.

La formula che segue descrive la potenza meccanica che è pari al prodotto della forza applicata per velocità di spostamento che produce.

Banalmente, a partire da questa formula si può dedurre la chiave del possibile incremento della prestazione in ogni disciplina sportiva:

posso aumentare la POTENZA aumentando la FORZA oppure la VELOCITA’.

La scelta migliore parrebbe, quindi, quella di aumentarle entrambe, anche se è la cosa più difficile da fare.

Di questo parleremo nella terza parte…

 

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Una Promessa è una Promessa - prima parte -

Lun, 09/01/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Daniele, accipicchia! Sappi che tutto questo è colpa tua!

Dunque, cominciamo.

Il mio amico Daniele, guardando con occhi da “neo allenatore” (a proposito: complimenti a lui e a tutti i suoi compagni di corso!) un grafico molto simile a questo:

 

 

che racconta i “tempi di espressione della FORZA” (ma non solo…) se n’è uscito con questa affermazione:

“ma allora, i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

Non vorrei togliere suspense… Ma, detta in soldoni, è proprio così!

Daniele, intuitivamente, da esperto praticante, ha capito tutto e lo ha capito subito.

Quello che voglio provare a spiegargli è il perché la sua affermazione è vera e quanto il saperlo dovrebbe fare la differenza nel modo di allenare un battitore.

La domanda da cui dovrebbe nascere tutto è:

“quanto dura uno swing?”

Quanto tempo impiega il battitore a “girare la mazza”? Da quando l’attrezzo inizia a muoversi a quando colpisce la palla, quanto tempo passa?

Ho cercato un po’ e la risposta più precisa che ho trovato è questa, contenuta in un articolo sul sito www.popularmechanics.com (questo il link all’articolo originale) che fa riferimento a molte delle ricerche svolte da DAN RUSSELL e pubblicate, dall’autore, sulla pagina web Physics and Acoustics of Baseball and Softball Bats (una vera e propria “miniera d’oro” se si cercano informazioni su tutto quello che palla e mazza fanno quando si scontrano in un campo da baseball o da softball…):

“Una fastball a 90 mph raggiunge casa base in circa 400 millisecondi.

Il battitore ha appena un quarto di secondo (250 millisecondi) per identificare il lancio, decidere se provare a colpire la palla e avviare il processo:

si prende 100 millisecondi per vedere la palla, e 75 millisecondi per identificarne rotazione e velocità in modo da capire dove finirà del lancio.

A questo punto gli rimangono altri 50 millisecondi per decidere se e come girare la mazza e altri 25 millisecondi se ne vanno per la trasmissione degli impulsi e iniziare il movimento.

 Lo swing dura, quindi, 150 millisecondi.”

Questo disegno racconta bene tutta la storia…

 

A questo punto è chiaro che, leggendo attentamente i tempi riportati sul grafico e confrontandoli con il “tempo swing”, l’affermazione di Daniele è confermata e incontrovertibile:

“i battitori, riescono a battere fuoricampo non utilizzando TUTTA la propria FORZA!”

In che misura questa FORZA non sia TUTTA lo dice, ancora, l’articolo citato:

"i giocatori di Baseball in Major League hanno una massa media di 5.125 once e contro una fastball a 90 mph possono imprimere alla mazza una velocità di  110 mph.

Utilizzando la seconda legge del moto di Newton, Russell ha calcolato che lo swing di un giocatore professionista scarica 4.145 libbre di FORZA sulla palla.

Così come quantifica il picco di FORZA ben oltre le 8.300 libbre”.

C’è, evidentemente, qualcosa che impedisce al battitore di mettere TUTTA la propria FORZA sulla palla.

Di questo qualcosa, caro Daniele, parleremo più avanti, devi avere pazienza…

 

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Lavare a secco

Lun, 19/12/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

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il seguente post contiene opinioni personali non sempre in linea con il pensare corrente.

Ogni riferimento a metodiche  di allenamento realmente esistenti , a esercitazioni effettivamente proposte o a fatti realmente accaduti è assolutamente e fortemente voluto.

Nel post potranno essere descritte tecniche barbare e contrarie alla pubblica decenza.

Softball Inside declina ogni responsabilità se si decide di andare avanti con la lettura.

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Una delle cose che sento ripetere, con insistenza, parlando del baseball e del softball, oltre alla tiritera delle ottomila regole (pronunciare “ottomila” enfatizzando le “o”, per favore) è quella della difficoltà estrema (“il gesto più difficile di tutti gli sport”) della BATTUTA.

Una mia carissima amica (allenatrice e commentatrice televisiva d’oltreoceano) ama ripetere che “colpire un oggetto sferico con un attrezzo cilindrico” è, quantomeno, un modo molto fantasioso per complicarsi la vita.

Quindi, appurata l’estrema difficoltà insita nel gesto tecnico della “battuta”, dopo aver stimolato, allenato e potenziato le capacità motorie che ne costituiscono i “prerequisiti” (capacità di tracking, capacità di reazione, capacità di coordinazione oculo-manuale, capacità di anticipazione, ecc…) posso dire con certezza, quasi assoluta, che il miglior modo di allenare il “gesto tecnico della battuta” sia proprio quello di…

Battere la palla.

Sembra una banalità, ma vi assicuro che non lo è.

Non lo è, appunto una banalità, se si da un’occhiata, appena un’occhiata, a una miriade (scusate l’esagerazione per difetto) di filmati che girano per i social, su youtube e compagnia cantando.

Non lo è, appunto una banalità, se si fa capolino nelle palestre di allenamento in questo periodo (inverno) in cui “si lavora sulla forza per poi poterla TRASFORMARE in esplosività” e si “correggono gli errori tecnici” (perdonatemi le virgolette, ma la tastiera le ha scritte da sola…).

Tralasciando la assoluta mancanza di evidenza scientifica dei “sedicenti” metodi  per la “trasformazione delle tipologie di forza l’una nell’altra” (quello che sembra essere il più efficace, in questo momento, si trova seguendo questo link)  e tralasciando pure la “fantasiosa” metodologia usata per la correzione degli errori che si basa solo ed esclusivamente (correggetemi se sbaglio…) su infinite serie di ripetizioni poco legate a quello che si sa (qui, all’opposto, con ridondanza di documentazione scientifica) sulle modalità di apprendimento motorio e di ritenzione dei movimenti (vi garantisco che mi vengono i brividi a rileggere i virgolettati, tanto sono inaccurati sia come termini che come concetto, ma tant'è).

Purtroppo (il purtroppo è voluto) quello che si vede troppo spesso è una tipologia di lavoro che mi fa sudare freddo solo a nominarla:

il famigerato “esercizio a secco”.

"A secco", per essere chiari, non si riferisce al Martini di fine allenamento... "A secco" in questo caso, vuol dire senza palla.

Senza palla!

Lo ripeto per essere sicuro di non essere frainteso:

senza palla.

Mi spiego:

si “fa finta” di battere (e di lanciare, di prendere, di tirare, per non farsi mancare nulla) “immaginando” di colpire la palla lanciata effettuando il movimento SENZA che ci sia la palla.

Squadre di mimi imperversano le nostre palestre:

swing su swing, senza che ci sia un solo rumore, nemmeno uno piccolo piccolo, nemmeno un misero foul…

Ora, se si trattasse di allenamento ideomotorio (ne parlerò presto, eccome se ne parlerò…) e ne seguisse i presupposti e le modalità non avrei nulla da obiettare, anzi....

Purtroppo questi “esercizi a secco” NON hanno nulla di ideomotorio.

Sono proposti, invariabilmente, quando più, quando meno, utilizzando numeri di ripetizioni elevati che, giocoforza, fanno diminuire la velocità di esecuzione e senza nessun tipo di variazione.

IMa il peggio arriva quando si fanno serie “a tempo” (ben oltre il minuto…) in cui la velocità scade rapidamente insieme alla qualità del gesto.

E se non bastasse, troppo spesso, queste serie si fanno con mazze appesantite (quando va ancora benino) oppure con “attrezzi della sala pesi” a velocità (insomma, velocità non è la parola adatta…) che non raggiungono nemmeno il 50% di quella effettiva (non che arrivare al 75%-85% farebbe una grossa differenza…).

Oltretutto guai a ipotizzare un “giro”, un misero giro, dalla “parte sbagliata” (da sinistra per i destri, per esempio) fosse solo per “riequilibrare”.

Ora, secondo me, ma magari sbaglio, se non si ricerca la massima velocità in OGNI SINGOLO SWING si perde la componente essenziale (per me) della battuta, che è la sua “ritmicità” e "sincronicità" tra le fasi in cui certe catene muscolari preparano e aprono il lavoro a quelle successive successive, in un crescendo "sinfonico" (scusate la licenza, mi è scappata!)

Sempre secondo me, solo questo basterebbe a “non far girare” MAI la mazza più lentamente della velocità di gara (massimale).

Viste queste brevissime considerazioni  mi chiedo, davvero, qual è l’utilità del “lavoro a secco”?

Non sarebbe meglio “sbattere” la mazza contro una palla? Magari proveniente da direzioni diverse? Magari in arrivo a velocità diverse e ad altezze diverse?

Ma forse sono io che sbaglio e, visto che gli “esercizi a secco” sono divertentissimi, vale la pena di sacrificare un po’ di tempo e di efficacia per non far annoiare troppo i giocatori, specie quelli più giovani…

 

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Nessun batting tee, mazza o palla sono stati maltrattati durante la realizzazione di questo post. Neppure un graffio o una scalfitura. Ce ne siamo guardati bene…

 

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Similia cum similibus

Lun, 10/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Che tradotto, in soldoni, è un'intimazione a confrontare solo "cose simili tra loro". E pensare che a scuola odiavo il latino!

Questo però fino all'incontro con un insegnante molto "allenatore" e molto poco "professore"...

Ma questa è un'altra storia che, prima o poi, racconterò.

La storia di oggi invece è questa:

l'altra sera twitter mi ha "cinguettato" che il mio contatto Jason Ochart, coach molto attivo sul web, ma del quale non so molto altro, aveva condiviso la foto che campeggia in apertura di questo post, accompagnandola con il seguente commento: "Hitting and throwing mechanics are more similar than you'd think".

La foto è un abile fotomontaggio, è chiaro, ma fa rifletere, almeno credo, no?

 

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"Gira il piede"

Lun, 16/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Lo ammetto, anche io l’ho detto e ripetuto, per anni, sbagliando.

A mia parziale discolpa posso dire che ero giovane e inesperto e, soprattutto, poco attento e poco “scienziato e studioso” del mio sport.

Ero, invece, molto volenteroso e quello che dicevano “quelli bravi” mi sembrava assoluta verità e mai mi sarei sognato di metterla in discussione.

Erano anche tempi in cui le uniche immagini reperibili sul nostro sport erano le fotografie su TUTTOBASEBALL, quelle sui manuali (pochi) vecchie di 30 anni o i filmati in WHS nei quali, data la velocità di esecuzione e la scarsa qualità era difficilissimo vedere qualcosa, specialmente se quel qualcosa non lo si stava cercando.

Oltretutto, poi, le foto, in posa plastica, confermavano quello che volevamo vedere.

Poi sono arrivati i "social" e le riprese in HD, poi le telecamere ad alta velocità e, improvvisamente, migliaia di informazioni sono diventate disponibili e certe cose che “sembravano così” sono diventate “qualcos’altro”.

Improvvisamente il nostro ripetere ossessivamente "gira il piede", riferito al piede posteriore del battitore non aveva iù nessun significato, anzi era palesemete sbagliato e, forse, il motivo per cui i nostri battitori, salvo casi eccezionali, quella palla non riuscivano poi a colpirla così forte.

Il retaggio del "gira il piede", parafrasato nelle stragi di insetti schiacciati o in milioni di sigarette spente, mi è tornato davanti con prepotenza recentemente:

ho visto battere, con poca potenza e poca fluidità, una giocatrice non più giovanissima, una di quelle cresciute e "addestrate" a ruotare, premendo a terra, con forza, il piede posteriore, incapace, per questo, di trasferire il peso sulla gamba anteriore e quindi, in ultima analisi, sulla palla.

L'equivoco, lo ripeto, veniva da quello che i nostri occhi vedevano:

dopo l'impatto con la palla, per rallentare la mazza e terminare l'azione di battuta, trasformandola in quella di corsa, il peso del corpo "ritorna", brevemente, anche se non completamente, sulla gamba posteriore e l'unico modo per "assorbire" questo ritorno è che il piede, che al momento del contatto è completamente scarico, spesso sollevato dal terreno, dopo aver "spinto" contro la gamba anteriore, torni a terra e si "faccia carico" di quel peso.

Guardando le foto, senza avere la possibilità di analizzare il movimento "frame by frame" era facile ipotizzare che quel piede, quel dannato piede, non si fosse mosso da terra e che, anzi, uccidendo l'ennesimo insetto, avesse, semplicemente ruotato.

 

Anche se è assolutamente dimostrato, ci sono milioni di filmati e di fermo immagine a provarlo, quello qui sopra ne è un esempo, che i più forti battitori, sia di baseball che di softball (visto che, è bene ricordarlo, la meccanica del gesto tecnico è identica e l'unica cosa che cambia è l'angolo con cui arriva la palla) al momento del contatto trasferiscono completamente il peso del corpo sulla gamba anteriore e che il piede posteriore, per questo, è libero di sollevarsi da terra (oppure di essere "trascinato" in avanti da questo trasferimento) continuiamo a sentire, troppo spesso l'indicazione di girare il piede.

Fortunatamente la tecnologia ci ha aiutato a capire e la necessità di non andare contro la biomeccanica ha fatto il resto:

ora per enfatizzare il movimento delle anche che, queste si, "ruotando" favoriscono il veloce trasferimento del peso, possiamo smettere di fissare, in modo assai illogico, l'attenzione sui piedi e contemporaneamente salvare da un'orribile morte per stritolamento milioni di insetti innocenti.

 

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Un occhio in più

Lun, 15/02/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

L’ultima Convention dei coach italiani di baseball e di softball, come è noto,  ha visto salire sul palco dei relatori una folta rappresentanza di speakers provenienti dal Giappone.

Personalmente ho avuto il piacere di conoscere una delle allenatrici più titolate del softball “made in Hokkaido”:

la vincitrice di due medaglie olimpiche TAEKO UTSUGI.

Al contrario di quanto è avvenuto nelle precedenti Coach Convention in questa occasione è stato davvero difficile relazionarsi con Coach UTSUGI, visto l’ostacolo linguistico.

Devo però dire che la signora TAEKO ha sopperito all’evidente difficoltà idiomatica con una notevole abilità nell’uso della mimica e della gestualità, oserei dire in perfetto stile italiano, vista che la nostra abilità nel “gesticolare” è oggetto di “simpatici siparietti” quando, in giro per il mondo, si parla di Italia e di italiani.

Come ho scoperto da tempo la condivisione delle esperienze è di gran lunga più importante delle “lezioni frontali” e delle lunghe serie di slide e filmati cui convegni come la Coach Convention ci hanno abituato e, anche in questa occasione, è stato così.

Succede che, parlando di battuta e di difetti dei battitori (a gesti e usando un improbabile slang “baseballistico angloitalogiapponese”) coach UTSUGI mi ha dato una possibile soluzione al problema della esagerata torsione del busto all’indietro durante la fase di LOAD che prepara la battuta.

Credo che sia uno degli errori più comuni:

mentre si trasferisce il peso sulla gamba posteriore le mani, invece di muoversi “in linea” spariscono, di fatto,  dietro la spalla posteriore assecondando la torsione del busto e sbilanciando l’assetto del battitore.

Le foto che seguono sono più esplicative delle parole, naturalmente:

LOAD CORRETTO

LOAD NON CORRETTO

 

Questo difetto è  molto comune nei bambini e nelle bambine che enfatizzano la torsione del busto perché credono, in questo modo, di poter dare più forza alla battuta.

Naturalmente è molto difficile dare indicazioni ai più giovani per modificare o correggere gesti sbagliati parlando loro di sensazioni corporee o pretendendo che “ sentano” il movimento, visto che, specie se molto piccoli, il loro schema corporeo è ben lontano dall’essere definitivamente acquisito e, per questo, parlare di relazioni tra le varie posizioni delle loro parti del corpo è, quantomeno, pretenzioso…

Purtroppo, e devo dire purtroppo, noi allenatori siamo molto bravi a scoprire e identificare errori e scostamenti dalla tecnica ideale, ma siano assai meno bravi a sviluppare esercizi e strategie di correzione che non siano, troppo spesso, solo verbali (“alza il gomito”, “guarda la palla”, ”non portare indietro le mani”…) senza curarci di fornire indicatori esatti che aiutino l’atleta a auto-correggersi.

Il consiglio che Coach UTSUGI mi ha dato è una semplice indicazione da dare ai giovani battitori (ma direi anche ai meno giovani):

“immagina di avere un occhio in più! Questo occhio è sul dorso della mano inferiore e deve vedere la palla in arrivo. Se le mani si spostano dietro al corpo l’occhio non può vedere la palla. Tieni l’occhio della mano sulla palla.”

Praticamente, con una mia personale interpretazione, una cosa del genere:

 

Ho provato e… funziona!

Funziona con i piccoli e funziona con giocatori più maturi, anche se, magari, capita che “gli esperti” ti guardino un po’ di traverso, all’inizio…

Funziona perché sposta l’attenzione del battitore su una cosa precisa, che può controllare e che non ha bisogno di continuo feedback dall’allenatore.

A me pare una grande trovata e un ottimo consiglio, se qualcun altro ha occasione di provare mi faccia sapere come è andata.

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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Lun, 29/06/2015 - 08:51 -- Fabio Borselli

 

Qualche giorno fa, in un articolo a commento delle numerose iniziative scolastiche che hanno come oggetto il baseball, ho visto la foto sopra:

la cosa che salta agli occhi immediatamente è che il battitore ha i piedi sopra casa base.

Chi si è posto il problema di spiegare il gioco ai bambini (ma gli adulti non sono poi così diversi) sa che è una cosa molto complicata far capire che quella base “diversa”, dove inizia e finisce il gioco, ha “regole e comportamenti” diversi, rispetto alle altre basi “normali”.

Ho visto e sentito tentativi di spiegare la posizione di battuta fatti di indicazioni del tipo:

“mettiti più indietro (o più avanti) rispetto a casa base”.

dimenticando che dietro e avanti sono concetti relativi e quello che per un adulto, conoscitore del gioco, esperto appare chiaro è un campo completamente inesplorato per un bambino che del baseball vede solo la dirompenza della battuta, la gioia della corsa e l’emozione del tentare di eliminare l’avversario.

Ho anche sentito dire:

“mettiti più laterale”, “metti i piedi paralleli al lato corto”, “rivolgi la spalla al lanciatore”

Tutti consigli giusti, per carità, ma quanto utili, efficaci e immediati?

Basta guardare, di nuovo, la foto iniziale per capire che servono a poco.

Nelle mie incursioni scolastiche, dove il colpo di fulmine tra bambini e gioco deve scattare immediatamente e dove non è possibile perdere tempo in lunghe, noiose spiegazioni, pena la perdita di attenzione, ho dovuto inventarmi una soluzione al problema che fosse rapida, semplice. Efficace ma, soprattutto, chiara.

Ecco perché ho realizzato questo semplice accessorio che mi porto sempre dietro:

 

è un tappetino, di quelli con il fondo antiscivolo, preso direttamente da un set di articoli per la casa (costo circa 8 euro), con riportate sopra (vernice spray) le impronte di due piedi. A dire proprio tutta la verità i tappetini che uso sono, in realtà, due, uno per il box destro e uno per il box sinistro, e li “metto giù”, insieme alle basi, all’inizio di ogni lezione.

Non ho nemmeno bisogno di spiegare come usarli:

i bambini capiscono immediatamente come devono posizionarsi e, specialmente con i più piccolini, la loro ricerca della “esattissima” posizione dei piedi è, quasi, maniacale.

Non è certo l’invenzione del secolo, ma a me è servita per “incominciare a giocare” il prima possibile, aiutando, con un piccolo espediente, ad apprezzare l’intuibilità e la semplicità, che sono la vera essenza del gioco del baseball.

 

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Lun, 04/05/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

“Prendi il lancio!”, ma può essere anche “lascia passare!” oppure “non girare la mazza!”.

Chi non ha questo “segnale” nel proprio set?

Chi non ha mai ceduto alla tentazione di “gestire il conto” del proprio battitore dal box del suggeritore o dalla panchina?

Mi è capitato di discuterne spesso.

Quando chiedo il motivo, la necessità, di ordinare al battitore di non tentare di colpire la palla in arrivo, ottengo, con poche eccezioni, una gamma di risposte che raccontano di “strategia del conteggio”, di “disciplina nel box di battuta”, di statistiche e di tendenze…

Che, ben inteso, sono tutte risposte appropriate:

un buon battitore è capace di gestire il suo turno di battuta (o dovrebbe essere capace di farlo) e la sua abilità nello scegliere quali lanci tentare di battere o lasciare passare, anche e soprattutto in senso tattico, determina la sua possibilità di successo.

Non è, sicuramente, la stessa cosa prepararsi a battere sul conteggio di 3 ball e 0 strike piuttosto che su quello di 1 ball e 2 strike.

Ma non credo che questo giustifichi il fatto che possa essere qualcuno diverso dal battitore  a scegliere quale lancio provare a battere e non credo, anzi sono sicuro, che il segnale “prendi il lancio!" abbia una qualsivoglia utilità strategica sia individuale che di squadra.

Credo invece che, purtroppo, poter pensare di utilizzare questo tipo di segnale abbia a che fare con la “l’illusione  del controllo” che, a tutti i livelli, gli allenatori pensano di poter esercitare sui propri giocatori e sulla gara.

Non voglio entrare in discussioni filosofiche sul "chi giochi e chi vinca le partite di baseball e di softball" o sul ruolo che, nelle vittorie come nelle sconfitte ha, o dovrebbe avere, l’allenatore.

Personalmente non ho l’abitudine di chiedere ai miei battitori di incassare un lancio.

Prima di tutto perché credo che i giocatori debbano imparare, rapidamente, a camminare con le proprie gambe e a essere capaci di prendere decisioni, specialmente quelle che li riguardano direttamente.

La battuta è, essenzialmente, un duello fisico e mentale con il lanciatore avversario e la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie abilità e capacità, anche decisionali, fanno la differenza tra l’essere un mediocre o un buon battitore.

Non voglio, assolutamente, che il battitore vada nel box pensando che l’allenatore possa decidere al posto suo:

deve vincere da solo la sua battaglia, imparando dai suoi fallimenti e affinando le sue capacità tattiche sperimentando sulla propria pelle le situazioni.

Per poter arrivare all’autonomia del giocatore, naturalmente, il ruolo dell’allenatore è fondamentale nel fornire, oltre alle abilità puramente tecniche, anche e soprattutto, informazioni tattiche e strategiche che possano aiutare la “presa di decisione” nel box di battuta.

Tutto qui.

Da quando mette piede nel box il battitore è solo con se stesso:

il suo obiettivo dovrebbe essere, unicamente, quello di colpire la palla e dovrebbe utilizzare, per farlo, tutte le armi che ha a disposizione.

L’allenatore ha finito il suo compito.

Può, è vero ed è nella logica del gioco, chiedere giocate particolari, ma questo non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare con l’ordinare di “prendere un lancio”.

Purtroppo, invece, questa modalità di cercare di “radiocomandare” i giocatori è molto diffusa e, paradossalmente, utilizzatissima nell’attività giovanile. Non c’è nemmeno bisogno che dica che se la ritengo una cattiva abitudine con atleti maturi, la considero una vera e propria aberrazione se messa in atto con giocatori giovani, inesperti e insicuri.

Io penso che la MISSION dell’allenatore dovrebbe aiutare gli atleti a diventare sicuri dei propri mezzi, consapevoli dei propri punti di forza, fiduciosi nella possibilità di riuscire, renderli,  in ultima analisi, indipendenti.

E penso anche che una cosa, apparentemente banale, come il segnale di “prendere il lancio”, racconti una storia che, invece di parlare di fiducia nei propri atleti e dell’orgoglio del proprio operato, metta l’ego del coach davanti a tutto…

 

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Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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