baseball

Una casa per gli ATOMICS

Mer, 01/03/2017 - 09:43 -- Fabio Borselli

 

Quella che campeggia sulla testata di questo post è la copertina della nuova Graphic Novel che vede gli Atomics protagonisti.

Una nuova avventura che vedrà, come al solito, la squadra più simpatica del baseball affrontare e provare a risolvere i problemi che ogni "vera" squadra di baseball affronta ogni giorno.

Come al solito pensarla e disegnarla è stato davvero molto divertente. L'augurio che ci facciamo è che lo sia altrettanto leggerla...

Ma le novità non finiscono qui:

questo è anche il post con i quali gli Atomics salutano i lettori di SOFTBALL INSIDE per spostarsi nella loro nuova casa.

A partire da oggi, 1 marzo 2017, infatti, CASA BASE ha un suo sito dedicato.

Il sito, che è possibile trovare all'indirizzo www.fumettocasabase.com, contiene la prima pagina della nuova Graphic Novel, oltre a tutto quanto è stato pubblicato in questi anni.

Naturalmente gli ATOMICS non lasceranno del tutto SOFTBALL INSIDE visto che almeno per il momento, le pagine in inglese non hanno una loro collocazione nel novo sito (ma ci stiamo lavorando alacremente...).

Salutando con una lacrimuccia l'intero TEAM ATOMICS speriamo che la nuova sistemazione sia gradita quanto la nuova avventura.

D'altra parte, come al solito, sarebbe un peccato perdersela.

 

Ritorno al Futuro

Lun, 20/02/2017 - 11:55 -- Fabio Borselli

 

“I bambini di oggi non sono coordinati”.

“Quando ero piccolo io si andava fuori a giocare per strada e i ragazzi erano agilissimi”.

“PRIMA gli atleti (le atlete) erano più…“  (aggiungere quello che volete al posto dei puntini: forti, motivati, capaci ecc…).

Alzi la mano chi non a mai sentito almeno una di queste frasi, almeno una volta, sia che si fosse in un campo di baseball o in una palestra, a un corso per allenatori o a una Convention, a un aggiornamento tecnico o fuori dal bar del campo.

Purtroppo sono frase che io sento e ho sentito ripetere spesso.

Sarebbe facile rispondere e smentire con il buon senso ognuna di esse ma credo che invece, debbano essere ascoltate e comprese per quello che dicono e rappresentano:

oltre a esser luoghi comuni sono contemporaneamente, a mio parere, una richiesta d’aiuto e una dichiarazione d’impotenza che, più o meno possono essere riassunti così:

“i tempi sono cambiati, i ragazzi e le ragazze che vengono a giocare a baseball e a softball non sono COME quelli che ho allenato fino ieri.

Io che li devo allenare, gestire, formare e aiutare ad appassionarsi al gioco non li capisco e loro non capiscono me.

Hanno difficoltà motorie e di apprendimento, non sono attenti e le mie proposte e tutto quello che fino a ieri andava benissimo adesso non funzionano più…”

Scherzosamente, dico sempre a chi ha nostalgia del passato che, procurandosi un lungo cavo elettrico, un campanile, un gancio metallico e sperando in una notte di fulmini e temporale, dopo aver acquistato una DE LOREAN (per chi è interessato, qui c’è il sito web…) può provare, raggiungendo le fatidiche 88 miglia orarie, a fare un salto indietro nel tempo, per vedere se riesce a ritrovare quei bambini “selvatici”, che tutto sapevano fare, e quegli splendidi atleti (e atlete) le cui gesta fanno parte della mitologia dei nostri sport.

Sarebbe bello? Forse…

Ma credo che sarebbe meglio prendere atto della situazione e provare a capire se è possibile risolvere il problema.

Prima di tutto io penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, che i bambini e gli atleti del passato erano migliori:

erano diversi, magari più “coordinati” (dovremo discutere sul reale significato della parola…) magari più appassionati, magari più “disponibili”.

Questo vuol dire migliori?

Se i bambini del passato erano coordinati e se i nostri giovani non lo sono, allora, banalmente, coordiniamoli…

Se non sono appassionati, allora appassioniamoli…

Non è che non abbiamo i mezzi e le possibilità, nemmeno ci mancano le capacità.

Forse è venuta a mancare la voglia.

I ragazzi di oggi ci chiedono passione, dedizione, attenzione, tutte cose che siamo, lo so per certo, capaci di dare, come singoli e come movimento e allora cosa si è guastato? Cosa non funziona più? Cosa ci fa solo guardare indietro e rimpiangere il passato, che, è bene ricordarlo, non c’è più?

Perché siamo caduti, anche noi, vittime del nostro EGO e diventati cacciatori di facili vittorie?

Perché abbiamo smesso di cercare soluzioni a problemi difficili?

Perché siamo diventati campioni nel piangerci addosso?

Perché non vediamo che adesso abbiamo impianti, materiali, informazioni, conoscenze che prima non avevamo?

Perché vogliamo, a tutti i costi, scimmiottare sport da noi più popolari o metodiche che funzionano solo dove il nostri sport sono conosciuti, praticati e radicati?

Forse, dico forse, l’alternativa al viaggio nel tempo è prendere atto della realtà e provare, animati dal fuoco sacro della passione, a cercare una strada che (ri)porti il baseball e il softball ai fasti (o presunti tali) del passato.

Non ho la presunzione di conoscere tutte le risposte, ma credo fermamente che la nostalgia non sia quella strada.

 

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AAA cercasi sponsor per gli ATOMICS

Ven, 10/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

Risultati immagini per tapas app

 

Proprio come tutte le squadre del mondo… anche gli ATOMICS di CASA BASE cercano sponsor.

A breve lanceremo il nuovo sito, a breve lanceremo la nuova Graphic Novel, a breve, SOPRATTUTTO, gli ATOMICS inizieranno il campionato!

I “MI PIACE” sulla pagina Facebook, le telefonate, i messaggi, i complimenti...

Tutte cose gratificanti ma che non “pagano” le palline, le divise e tutto ciò che serve ai nostri ATOMICS per giocare.

Non chiediamo soldi, sia chiaro, almeno non direttamente e non vogliamo mettervi le mani in tasca.

come magistralmente spiegato dal nostro PRESIDENTE nella striscia speciale “Casa base Extra Inning # 14 "Presidente - Sponsor" sostenere a costo zero (per voi) gli ATOMICS è davvero un gioco da ragazzi.

Per prima cosa occorre scaricare sul vostro telefono cellulare o sul vostro tablet, tramite GOOGLE PLAY (dispositivi ANDROID) o tramite APPLE STORE (dispositivi APPLE) l’applicazione TAPAS.

Una volta registrati, oltre a leggere le strisce di CASA BASE, è possibile, “subendo” qualche minuto di filmati pubblicitari, “guadagnare” delle monetine, le TIPS COIN.

Basta poi clikkare sull’icona delle donazioni, questa

Risultati immagini per app tapas

che si trova in fondo alla striscia e far arrivare le TIPS COIN direttamente agli ATOMICS.

Ricapitolando è facile, è gratuito… Cosa vi costa?

Grazie in anticipo a chi vorrà sostenerci.

 

Line-Up

Lun, 06/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

A volte ci chiediamo chi ce lo fa fare...

Poi arrivano i ragazzini della QUINTA A e ti consegnano i LINE-UP per la partita del pomeriggio.

Secondo incontro:

a malapena colpiscono la palla.

A malapena riescono a tirarla dove dovrebbero.

A malapena si ricordano di toccare tutte le basi.

A malapena...

Ma i LINE-UP... I LINE-UP... Quelli sono da brividi sotto la pelle.

Due "manager", ognuno con il suo stile:

quello "in bianco e nero" che ha bisogno di ribadire l'ordine progressivo, quello "in rosso" meno rigoroso (tanto l'ordine è quello...).

Entrambi, per non sbagliare, si mettono al primo posto.

Entrambi non scrivono il proprio nome, non ne hanno bisogno, loro sanno, esattamente, chi sono.

Entrambi sono "IO" nel proprio LINE-UP.

Non mi viene in mente nesun altro "luogo" nella scuola oltre al BASEBALL dove un bimbo può essere soltanto "IO".

E ancora qualcuno si chiede come si fa a non diventare romantici con questo gioco...

 

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La Stagione Perfetta

Lun, 26/12/2016 - 14:06 -- Fabio Borselli

 

Magari non ve ne siete accorti, magari si… In ogni caso “repetita juvant”

La settimana scorsa, dopo un anno dal suo inizio, si è conclusa LA GANG DEGLI ATOMICS la prima GRAPHIC NOVEL di CASA BASE, il baseball a fumetti (se ve la siete persa potete fare ammenda e leggerla tutta d’un fiato seguendo questo link).

Chi segue le avventure degli ATOMICS sa già che io e Sauro siamo stati letteralmente “presi in ostaggio” dai personaggi della saga che, a un certo punto, stanchi del piccolo e ristretto spazio delle loro strisce, hanno voluto che si raccontasse di loro in una storia un po’ più lunga.

LA GANG DEGLI ATOMICS è stato un esperimento (speriamo riuscito) per capire se gli autori “avessero fiato” per correre più a lungo e se, nel contempo, i personaggi avessero lo spessore per “reggere qualcosa di più”

A noi, pur con tutte le difficoltà e i nonostante i difetti che la prima GRAPHIC NOVEL di CASA BASE dimostra, l’esperimento è piaciuto e, scusate l’ardire, pare riuscito!

La scrittura de LA GANG DEGLI ATOMICS è stata velocissima, la sua sceneggiatura un po’ meno e la fase di realizzazione (disegno e coloritura) è stata, invece, lunga e articolata.

Realizzare questo “racconto” è stato un vero e proprio viaggio:

se le idee e la storia erano “incise nella pietra” la tessa cosa non si può dire dei personaggi, sia dal punto di vista grafico che caratteriale. Ognuno dei protagonisti della storia è, infatti, uscito trasformato dalla stessa, sia fisicamente (basta guardare la differenza tra le prime e le ultime pagine della NOVEL) che, soprattutto, psicologicamente.

Non poteva essere altrimenti, visto che CASA BASE è un prodotto artigianale e, per questo, ha bisogno di tempo (tempo ritagliato dalla “vita vera”) per poter essere, giorno dopo giorno, realizzato.

Ne LA GANG DEGLI ATOMICS Sono arrivati nuovi “caracters”, alcuni hanno cominciato a spiccare, altri a stupire… Le strisce sono lontane nella memoria, appaiono “giovani e ingenue” e Bruno, Marsilio & C. sembrano proprio a loro agio in questa nuova (e più consona) dimensione.

Adesso, però, è il momento di voltare pagina e di archiviare definitivamente la prima “storia lunga” degli ATOMICS.

Cosa succederà adesso?

Per prima cosa diciamo che abbiamo deciso che, per il momento, le strisce non torneranno!

Magari qualche volta, magari per occasioni speciali, magari se “certi progetti” andranno in porto (ne parleremo e riparleremo…) ma per adesso vogliamo continuare a raccontare storie “a lungo respiro” che si svolgano in “spazi ampi” che, è un dato di fatto, la striscia non ci consente.

Ecco che, a breve, anzi a brevissimo, partirà un nuovo “romanzo a fumetti” del quale sono già stati pensati e sceneggiati i primi capitoli, ecco che a breve arriverà (finalmente) il sito internet di CASA BASE (anche se SOFTBALL INSIDE e tutti gli altri “siti amici” continueranno ad accogliere le storie degli ATOMICS).

La nuova avventura  si intitolerà (forse… probabilmente…) LA STAGIONE PERFETTA, altro non è dato di sapere perché non vogliamo, naturalmente, anticipare nulla, ma una cosa, però, la possiamo dire:

sarebbe un peccato perdersela…

 

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Uno, nessuno e Centomila

Lun, 28/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scomodo Pirandello per il titolo di questa breve riflessione…

Sono un assiduo frequentatore di “Che palle!” la rubrica che Mario Salvini gestisce sul sito Web della “Gazzetta dello Sport” e che ritengo un luogo virtuale molto importante (anche se pochi se ne sono accorti) per la creazione, anche da noi, di una “letteratura, non di nicchia, DI e SUL baseball”.

Su “Che palle!”, all’inizio della scorsa settimana, mi sono imbattuto in Scambio di ruoli”, un articolo dedicato al football americano.

Il pezzo racconta di come sia possibile ragionare “fuori dagli schemi” avendo successo e, cosa da non trascurare, facendo notizia…

Ad un certo punto, cito testualmente, Salvini dice:

“Suggerendoci al contempo che nella vita, sul lavoro e in qualsiasi altro ambito, ogni tanto sarebbe bello scambiarsi ruoli, mansioni, modi di operare e forse persino di pensare. A volte può persino capitare di andare in meta”.

Fare l’impensato… Scambiarsi i ruoli… Giocare “contro” il libro…

Chi più ne ha più ne metta.

Due professionisti, in uno sport professionale hanno “osato” un cambiamento:

hanno sorpreso, hanno costretto a pensare, hanno costretto a ri-pensare, hanno costretto a organizzare, hanno costretto a ri-organizzare…

Vi sembra poco?

Magari pensiamoci.

Pensiamoci la prossima volta che andiamo in campo, la prossima volta che prepariamo il nostro allenamento, la prossima volta che “facciamo quello che si è sempre fatto”, la prossima volta che, arrogantemente, precludiamo ai nostri bambini e bambine la possibilità di FAR VEDERE tutto il proprio potenziale.

Pensiamoci quando, in nome e per conto della nostra esperienza, impediamo a qualcuno di giocare in un ruolo diverso da quello che il del nostro “naso da coach” ha DECISO per lui.

Forse far battere anche dal box “sbagliato” o far provare a tutti a lanciare potrebbe riservare delle sorprese…

Forse potrà “persino capitare di andare in meta”.

 

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Domenica è sempre domenica

Lun, 24/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Chi si ricorda il mio post “cent’anni di solitudine” di quasi due anni fa alzi la mano!

Tranquilli, non pretendo che in questo caos che è la vita qualcuno se ne ricordi per davvero, per questo, per leggerlo e rinfrescarsi la memoria, basta seguire questo link.

Due anni dopo eccomi con la seconda parte, ovvero “la domenica del coach”, ovvero il compendio di “un anno vissuto pericolosamente” sulla panchina di una qualsiasi squadra, di una qualsiasi serie, di questo sport di pazzi (e pazze) che è il softball.

Oggi si gioca!

Il sole è appena sorto, sono forse le cinque meno qualcosa, e già il “povero allenatore” deve cambiare i suoi piani, è appena arrivato, infatti, il primo whatsapp della giornata sul gruppo della squadra:

il catcher titolare, quello che avrebbe dovuto cambiare la giornata, scrive che non può venire perché domani ha il compito e deve studiare (il compito, di una materia scelta a caso naturalmente, è stato fissato nella notte, intorno alle tre, dalla sua professoressa-vampiro che ha informato la classe con i suoi pipistrelli-viaggiatori).

Mentre il malcapitato impreca in Swahili suona di nuovo il telefono, ancora un whatsapp e ancora un “lieve contrattempo”, il primo dei seguenti 19 che narrano di lutti in famiglia e catastrofi stradali per giustificare assenze e ritardi (e sono, come già detto, ancora, più o meno “solo” le cinque del mattino…).

Poi, mentre riscrive per l’ennesima volta la formazione partente, arriva l’ultimo sms, quello definitivo:

“hai tu il mio guanto?”.

Mentre una lacrima scende, il coach spegne il telefono e decide che, insomma, “è solo un gioco, perché arrabbiarsi? Oggi vinciamo lo stesso”.

Dopo aver a lungo parlato con se stesso, in mutande, davanti allo specchio del bagno, convincendosi che si, “si può fare”, esce di casa, abbigliato di tutto punto, pronto allo scontro, in cerca del primo caffè della giornata, quello in quel bar lì, che porta fortuna, che non è proprio scaramanzia, ma male non può fare.

Eccolo, pieno di fiducia, davanti al bar e il bar, naturalmente, è chiuso:

“hai dimenticato che sono le sei del mattino?”

L’appuntamento con la squadra (quello che ne è rimasto) è alle nove, la partita è alle undici e quindi lui arriva al campo “abbastanza prima”… Fa niente, “così scarico la tensione” si dice, passeggiando sul campo bagnato in compagnia dei suoi, lugubri e premonitori, pensieri.

Dopo tre ore circa arrivano le prime giocatrici e lo trovano addormentato sulla panchina, solo il tempo di riattivare il telefono ed ecco che già suona perché, secondo copione, la prima lanciatrice è in ritardo.

In silenzio, rassegnato, spegne di nuovo il cellulare.

Poi, sorridendo come un puglie suonato, aspetta con pazienza l’arrivo dell’ultima sua “atleta” mentre osserva, con invidia “l’altro coach” appena sceso dal pulmann, la barba ben rasata e un sorriso da rivista patinata che ha con se (come potrebbe essere diversamente?) il suo team al completo (anzi, fammi guardare meglio, ma “quella” non giocava da un’altra parte?).

Vada come vada si arriva all’inizio della partita, driblando pallinate sulle caviglie, disidratazione (ci sono 12 gradi ma le “bimbe” hanno, davvero, troppo caldo, tutte, esclusa una che ha, davvero, troppo freddo) piccole scaramucce (“quella mi ha guardato male”) crisi d’ansia (“io con quest’arbitro non riesco a giocare”) borbottii, fraintendimenti, dolori… Ho già nominato l’ansia?

Vada come vada la partita si gioca e sono le due ore più belle della giornata (poi, sfortunatamente ce ne sono altre due, quelle della seconda partita...) durante le quali il nostro coachè felice come “un tornado in un parcheggio di roulotte” (chi indovina la citazione, mi scriva…) perché, vada come vada, sa esattamente cosa e come fare e sente, esattamente, che quello è il “suo posto”.

Poi la polvere si posa e la partita finisce.

Tutti scappano a casa, dentro la vita vera, lui, invece rimane ancora un po’ lì, a ciondolare, godendosi, finalmente, il silenzio.

Il campo è bellissimo.

C’è una luce… I colori sono… Le emozioni...

Decide che si, davvero, ama il softball e che quelle “pazze”, in fondo, sono la sua squadra e, in fondo, ama pure loro (né il softball né la squadra lo ricambiano, ma questa è un’altra storia).

Ignaro riaccende il telefono e, mestamente, legge il messaggio, l’ultimo della serie, della più piccola della squadra che:

“coach, oggi non vengo, si sposa nonna”, scritto poco dopo la fine della seconda partita e dopo che tutti erano stati in apprensione per lei.

Il cellulare viene, definitivamente, spento e scaraventato verso il campo esterno e poi ci vogliono tre quarti d’ora per ritrovare la copertura posteriore che si è staccata…

È un po’ triste e un po’ stanco e decide che, sia andata come sia andata, in fondo, si merita quel caffè.

Quello che non è ancora riuscito a prendere.

Arriva al bar, quello portafortuna e, naturalmente, nemmeno da dirlo, lo trova chiuso:

“è domenica, te lo sei dimenticato?”.

 

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Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

Lun, 19/09/2016 - 13:11 -- Fabio Borselli

 

Negli ultimi anni sono stato fortunato:

come “formatore” ho potuto incontrare decine (forse centinaia…) di “aspirati allenatori” a e di tutti i livelli di preparazione, formazione, ispirazione.

Uno dei concetti FONDAMENTALI (a mio modesto parere) che cerco di “far passare” è quello di MODELLO PRESTATIVO.

La considerazione che sta alla base di questo MODELLO è, in fondo, molto semplice e molti studiosi di cose sportive che ne hanno scritto sembrano parlare della “scoperta dell’acqua calda”:

“Il miglior maestro per l’allenamento è la gara” (Cramer, 1987)

“Dalla gara capiamo che cosa dobbiamo allenare” (Krauspe-Rauhut-Teschner, 1990)

“Se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara” (Northpoth, 1988)

Di fatto tutto ciò vuol dire, semplicemente che l’allenamento deve essere coerente con la gara:

in allenamento il giocatore e la squadra devono prepararsi ad affrontare ciò che si troveranno, realmente, di fronte durante la partita.

Per definire il MODELLO PRESTATIVO del baseball e del softball (davvero molto, molto vicini, nonostante le differenze tra i due sport) si deve perciò, prima di tutto, partire dall’osservazione del gioco per poterne, poi, ricavare indicazioni sul cosa e come fare per incrementare la possibilità di performance.

Grazie a un lavoro di ricerca molto approfondito (svolto, in Italia, da Colli, Faina e Machetti  nel 1987 e completato da Madella, Mantovani e Aquili nel 1992) è possibile fare questo breve elenco di considerazioni relative alla partita:

  • Costante alternanza tra azione e pause.
  • Mediamente, solo un lancio su tre evolve in una azione di gioco.
  • In nessun caso si sono verificate più di 20 azioni in metà inning, mentre sono stati effettuati anche 50 lanci.
  • Questo evidenzia il diverso impegno metabolico in relazione ai ruoli.
  • Le azioni durano in media 4"47 (+/- 2"45), sia nel baseball che nel softball.
  • La pausa media tra un lancio ed un altro è di 23" (+/- 13").

Da queste è possibile arrivare alle seguenti conclusioni:

  • le azioni di gioco si succedono ogni 45/50 secondi circa e la loro durata è estremamente breve,
  • è richiesta una elevata capacità di esprimere potenza in tempi brevissimi.
  • c’è un ELEVATO utilizzo del sistema anaerobico alattacido, uno SCARSO utilizzo del sistema aerobico lattacido e l’utilizzo del sistema aerobico praticamente NULLO,
  • le qualità motorie necessarie sono rappresentate da alti livelli di forza esplosiva e di rapidità,
  • necessita lo sviluppo delle capacità coordinative al massimo livello.

Detto questo ne consegue che le modalità di allenamento, ferma restando la necessità di agevolare l’apprendimento della tecnica, siano assolutamente certe e direttamente riconducibili alla partita.

Provo a puntualizzare:

nel gioco “reale”, il terza base, per esempio, raccoglie la palla battuta e, spesso, in condizioni di disequilibrio, sotto la pressione dell’avversario e risolvendo una miriade di problemi (che possono andare dal ritardo del suo compagno nel coprire la prima base, alle condizioni di luce, passando per rimbalzi irregolari o rotazioni “strane” della pallina) effettua il tiro per l’eliminazione.

Questa sequenza di azioni, lo dice l’analisi del gioco, dura circa quattro secondi nel baseball, circa tre nel softball (se dura di più, mi dispiace... Sarà per un’altra volta: il corridore è SALVO!) dopo di che c’è una lunga pausa e non è detto che la battuta successiva (mediamente una ogni 2/3 lanci) sia di nuovo sul terza base.

In quest’ottica, quale significato hanno infinite ripetizioni, che durano anche 5/10 minuti consecutivi, di presa della palla (magari battuta alla stessa velocità, angolazione e profondità, per aumentare la standardizzazione) senza nessuna pausa, con la velocità di esecuzione in vertiginoso calo ad ogni nuova sequenza presa/tiro, perdendo le caratteristiche fondamentali de baseball (per non parlare del softball) che sono la rapidità e l’esplosività del gesto?

Non sarebbe più “allenante” inventarsi qualcosa di più vicino alla gara, anche e soprattutto dal punto di vista della “pressione” emotiva?

Per non parlare della battuta… 30/40/50 swing in una sequenza pressoché continua, senza soluzioni di continuità… Con la velocità della mazza che cala a ogni ripetizione e il gesto che si adatta alla fatica muscolare… Senza che il lancio in arrivo cambi mai di “consistenza”, di direzione, di velocità o di angolo… Peccato che i nostri battitori, in gara, facciano al massimo 2/3 swing per turno di battuta…

Non esiste, davvero, un modo per allenare i battitori che sia più “like a game”?

Il concetto di MODELLO PRESTATIVO è ormai ben conosciuto (lo tocco con mano a tutti i corsi cui partecipo) e, almeno a giudicare dalle tesine, dalle risposte ai questionari e dalle discussioni, ben compreso.

Manca l’ultimo passo però, quello più importante:

adattare l’allenamento al MODELLO, superando la tradizione, “quello che si è sempre fatto”, se questo va in netta contrapposizione al MODELLO stesso.

In fondo la domanda fondamentale che dovremo farci è davvero:

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

 

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