baseball

Uno, nessuno e Centomila

Lun, 28/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scomodo Pirandello per il titolo di questa breve riflessione…

Sono un assiduo frequentatore di “Che palle!” la rubrica che Mario Salvini gestisce sul sito Web della “Gazzetta dello Sport” e che ritengo un luogo virtuale molto importante (anche se pochi se ne sono accorti) per la creazione, anche da noi, di una “letteratura, non di nicchia, DI e SUL baseball”.

Su “Che palle!”, all’inizio della scorsa settimana, mi sono imbattuto in Scambio di ruoli”, un articolo dedicato al football americano.

Il pezzo racconta di come sia possibile ragionare “fuori dagli schemi” avendo successo e, cosa da non trascurare, facendo notizia…

Ad un certo punto, cito testualmente, Salvini dice:

“Suggerendoci al contempo che nella vita, sul lavoro e in qualsiasi altro ambito, ogni tanto sarebbe bello scambiarsi ruoli, mansioni, modi di operare e forse persino di pensare. A volte può persino capitare di andare in meta”.

Fare l’impensato… Scambiarsi i ruoli… Giocare “contro” il libro…

Chi più ne ha più ne metta.

Due professionisti, in uno sport professionale hanno “osato” un cambiamento:

hanno sorpreso, hanno costretto a pensare, hanno costretto a ri-pensare, hanno costretto a organizzare, hanno costretto a ri-organizzare…

Vi sembra poco?

Magari pensiamoci.

Pensiamoci la prossima volta che andiamo in campo, la prossima volta che prepariamo il nostro allenamento, la prossima volta che “facciamo quello che si è sempre fatto”, la prossima volta che, arrogantemente, precludiamo ai nostri bambini e bambine la possibilità di FAR VEDERE tutto il proprio potenziale.

Pensiamoci quando, in nome e per conto della nostra esperienza, impediamo a qualcuno di giocare in un ruolo diverso da quello che il del nostro “naso da coach” ha DECISO per lui.

Forse far battere anche dal box “sbagliato” o far provare a tutti a lanciare potrebbe riservare delle sorprese…

Forse potrà “persino capitare di andare in meta”.

 

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Domenica è sempre domenica

Lun, 24/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Chi si ricorda il mio post “cent’anni di solitudine” di quasi due anni fa alzi la mano!

Tranquilli, non pretendo che in questo caos che è la vita qualcuno se ne ricordi per davvero, per questo, per leggerlo e rinfrescarsi la memoria, basta seguire questo link.

Due anni dopo eccomi con la seconda parte, ovvero “la domenica del coach”, ovvero il compendio di “un anno vissuto pericolosamente” sulla panchina di una qualsiasi squadra, di una qualsiasi serie, di questo sport di pazzi (e pazze) che è il softball.

Oggi si gioca!

Il sole è appena sorto, sono forse le cinque meno qualcosa, e già il “povero allenatore” deve cambiare i suoi piani, è appena arrivato, infatti, il primo whatsapp della giornata sul gruppo della squadra:

il catcher titolare, quello che avrebbe dovuto cambiare la giornata, scrive che non può venire perché domani ha il compito e deve studiare (il compito, di una materia scelta a caso naturalmente, è stato fissato nella notte, intorno alle tre, dalla sua professoressa-vampiro che ha informato la classe con i suoi pipistrelli-viaggiatori).

Mentre il malcapitato impreca in Swahili suona di nuovo il telefono, ancora un whatsapp e ancora un “lieve contrattempo”, il primo dei seguenti 19 che narrano di lutti in famiglia e catastrofi stradali per giustificare assenze e ritardi (e sono, come già detto, ancora, più o meno “solo” le cinque del mattino…).

Poi, mentre riscrive per l’ennesima volta la formazione partente, arriva l’ultimo sms, quello definitivo:

“hai tu il mio guanto?”.

Mentre una lacrima scende, il coach spegne il telefono e decide che, insomma, “è solo un gioco, perché arrabbiarsi? Oggi vinciamo lo stesso”.

Dopo aver a lungo parlato con se stesso, in mutande, davanti allo specchio del bagno, convincendosi che si, “si può fare”, esce di casa, abbigliato di tutto punto, pronto allo scontro, in cerca del primo caffè della giornata, quello in quel bar lì, che porta fortuna, che non è proprio scaramanzia, ma male non può fare.

Eccolo, pieno di fiducia, davanti al bar e il bar, naturalmente, è chiuso:

“hai dimenticato che sono le sei del mattino?”

L’appuntamento con la squadra (quello che ne è rimasto) è alle nove, la partita è alle undici e quindi lui arriva al campo “abbastanza prima”… Fa niente, “così scarico la tensione” si dice, passeggiando sul campo bagnato in compagnia dei suoi, lugubri e premonitori, pensieri.

Dopo tre ore circa arrivano le prime giocatrici e lo trovano addormentato sulla panchina, solo il tempo di riattivare il telefono ed ecco che già suona perché, secondo copione, la prima lanciatrice è in ritardo.

In silenzio, rassegnato, spegne di nuovo il cellulare.

Poi, sorridendo come un puglie suonato, aspetta con pazienza l’arrivo dell’ultima sua “atleta” mentre osserva, con invidia “l’altro coach” appena sceso dal pulmann, la barba ben rasata e un sorriso da rivista patinata che ha con se (come potrebbe essere diversamente?) il suo team al completo (anzi, fammi guardare meglio, ma “quella” non giocava da un’altra parte?).

Vada come vada si arriva all’inizio della partita, driblando pallinate sulle caviglie, disidratazione (ci sono 12 gradi ma le “bimbe” hanno, davvero, troppo caldo, tutte, esclusa una che ha, davvero, troppo freddo) piccole scaramucce (“quella mi ha guardato male”) crisi d’ansia (“io con quest’arbitro non riesco a giocare”) borbottii, fraintendimenti, dolori… Ho già nominato l’ansia?

Vada come vada la partita si gioca e sono le due ore più belle della giornata (poi, sfortunatamente ce ne sono altre due, quelle della seconda partita...) durante le quali il nostro coachè felice come “un tornado in un parcheggio di roulotte” (chi indovina la citazione, mi scriva…) perché, vada come vada, sa esattamente cosa e come fare e sente, esattamente, che quello è il “suo posto”.

Poi la polvere si posa e la partita finisce.

Tutti scappano a casa, dentro la vita vera, lui, invece rimane ancora un po’ lì, a ciondolare, godendosi, finalmente, il silenzio.

Il campo è bellissimo.

C’è una luce… I colori sono… Le emozioni...

Decide che si, davvero, ama il softball e che quelle “pazze”, in fondo, sono la sua squadra e, in fondo, ama pure loro (né il softball né la squadra lo ricambiano, ma questa è un’altra storia).

Ignaro riaccende il telefono e, mestamente, legge il messaggio, l’ultimo della serie, della più piccola della squadra che:

“coach, oggi non vengo, si sposa nonna”, scritto poco dopo la fine della seconda partita e dopo che tutti erano stati in apprensione per lei.

Il cellulare viene, definitivamente, spento e scaraventato verso il campo esterno e poi ci vogliono tre quarti d’ora per ritrovare la copertura posteriore che si è staccata…

È un po’ triste e un po’ stanco e decide che, sia andata come sia andata, in fondo, si merita quel caffè.

Quello che non è ancora riuscito a prendere.

Arriva al bar, quello portafortuna e, naturalmente, nemmeno da dirlo, lo trova chiuso:

“è domenica, te lo sei dimenticato?”.

 

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EMRYT 2016 – BACKSTAGE - giorno zero

 

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

Lun, 19/09/2016 - 13:11 -- Fabio Borselli

 

Negli ultimi anni sono stato fortunato:

come “formatore” ho potuto incontrare decine (forse centinaia…) di “aspirati allenatori” a e di tutti i livelli di preparazione, formazione, ispirazione.

Uno dei concetti FONDAMENTALI (a mio modesto parere) che cerco di “far passare” è quello di MODELLO PRESTATIVO.

La considerazione che sta alla base di questo MODELLO è, in fondo, molto semplice e molti studiosi di cose sportive che ne hanno scritto sembrano parlare della “scoperta dell’acqua calda”:

“Il miglior maestro per l’allenamento è la gara” (Cramer, 1987)

“Dalla gara capiamo che cosa dobbiamo allenare” (Krauspe-Rauhut-Teschner, 1990)

“Se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara” (Northpoth, 1988)

Di fatto tutto ciò vuol dire, semplicemente che l’allenamento deve essere coerente con la gara:

in allenamento il giocatore e la squadra devono prepararsi ad affrontare ciò che si troveranno, realmente, di fronte durante la partita.

Per definire il MODELLO PRESTATIVO del baseball e del softball (davvero molto, molto vicini, nonostante le differenze tra i due sport) si deve perciò, prima di tutto, partire dall’osservazione del gioco per poterne, poi, ricavare indicazioni sul cosa e come fare per incrementare la possibilità di performance.

Grazie a un lavoro di ricerca molto approfondito (svolto, in Italia, da Colli, Faina e Machetti  nel 1987 e completato da Madella, Mantovani e Aquili nel 1992) è possibile fare questo breve elenco di considerazioni relative alla partita:

  • Costante alternanza tra azione e pause.
  • Mediamente, solo un lancio su tre evolve in una azione di gioco.
  • In nessun caso si sono verificate più di 20 azioni in metà inning, mentre sono stati effettuati anche 50 lanci.
  • Questo evidenzia il diverso impegno metabolico in relazione ai ruoli.
  • Le azioni durano in media 4"47 (+/- 2"45), sia nel baseball che nel softball.
  • La pausa media tra un lancio ed un altro è di 23" (+/- 13").

Da queste è possibile arrivare alle seguenti conclusioni:

  • le azioni di gioco si succedono ogni 45/50 secondi circa e la loro durata è estremamente breve,
  • è richiesta una elevata capacità di esprimere potenza in tempi brevissimi.
  • c’è un ELEVATO utilizzo del sistema anaerobico alattacido, uno SCARSO utilizzo del sistema aerobico lattacido e l’utilizzo del sistema aerobico praticamente NULLO,
  • le qualità motorie necessarie sono rappresentate da alti livelli di forza esplosiva e di rapidità,
  • necessita lo sviluppo delle capacità coordinative al massimo livello.

Detto questo ne consegue che le modalità di allenamento, ferma restando la necessità di agevolare l’apprendimento della tecnica, siano assolutamente certe e direttamente riconducibili alla partita.

Provo a puntualizzare:

nel gioco “reale”, il terza base, per esempio, raccoglie la palla battuta e, spesso, in condizioni di disequilibrio, sotto la pressione dell’avversario e risolvendo una miriade di problemi (che possono andare dal ritardo del suo compagno nel coprire la prima base, alle condizioni di luce, passando per rimbalzi irregolari o rotazioni “strane” della pallina) effettua il tiro per l’eliminazione.

Questa sequenza di azioni, lo dice l’analisi del gioco, dura circa quattro secondi nel baseball, circa tre nel softball (se dura di più, mi dispiace... Sarà per un’altra volta: il corridore è SALVO!) dopo di che c’è una lunga pausa e non è detto che la battuta successiva (mediamente una ogni 2/3 lanci) sia di nuovo sul terza base.

In quest’ottica, quale significato hanno infinite ripetizioni, che durano anche 5/10 minuti consecutivi, di presa della palla (magari battuta alla stessa velocità, angolazione e profondità, per aumentare la standardizzazione) senza nessuna pausa, con la velocità di esecuzione in vertiginoso calo ad ogni nuova sequenza presa/tiro, perdendo le caratteristiche fondamentali de baseball (per non parlare del softball) che sono la rapidità e l’esplosività del gesto?

Non sarebbe più “allenante” inventarsi qualcosa di più vicino alla gara, anche e soprattutto dal punto di vista della “pressione” emotiva?

Per non parlare della battuta… 30/40/50 swing in una sequenza pressoché continua, senza soluzioni di continuità… Con la velocità della mazza che cala a ogni ripetizione e il gesto che si adatta alla fatica muscolare… Senza che il lancio in arrivo cambi mai di “consistenza”, di direzione, di velocità o di angolo… Peccato che i nostri battitori, in gara, facciano al massimo 2/3 swing per turno di battuta…

Non esiste, davvero, un modo per allenare i battitori che sia più “like a game”?

Il concetto di MODELLO PRESTATIVO è ormai ben conosciuto (lo tocco con mano a tutti i corsi cui partecipo) e, almeno a giudicare dalle tesine, dalle risposte ai questionari e dalle discussioni, ben compreso.

Manca l’ultimo passo però, quello più importante:

adattare l’allenamento al MODELLO, superando la tradizione, “quello che si è sempre fatto”, se questo va in netta contrapposizione al MODELLO stesso.

In fondo la domanda fondamentale che dovremo farci è davvero:

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

 

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L'allenatore

Lun, 05/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

Risultati immagini per baseball kids coach scream

 

Mi capita di fermarmi ai bordi di un campetto di baseball di periferia.

Mi capita di fermarmi a osservare i ragazzi che aspettano di allenarsi.

Prima, li vedo giocare spensierati con una palla mezzo scucita e di quell’indefinibile colore che hanno le palle da baseball un po’ vecchie.

Poi, vedo il loro cambiamento, di umore e di approccio, una volta avvistato l’allenatore in arrivo.

Quel cambiamento, per capirci un po’ da “giorno dell’interrogazione”, si vede negli occhi, nei gesti, nella postura.

Incuriosito mi fermo, c’è una specie di “parterre” di fortuna, e mi siedo a guardare l’allenamento.

I ragazzi non sono molti, forse una dozzina, ma sono diligenti, ordinati rispettosi:

corrono in silenzio, in silenzio seguono un compagno al centro del cerchio che guida il riscaldamento, altrettanto in silenzio si mettono a coppie e palleggiano poi, tutti insieme attorniano il coach che da le direttive:

allenamento di battuta.

Tralascio di raccontare la noia provata a seguire questo “eterno” batting practice e sorvolerò anche sul fatto che in circa 45 minuti ogni bimbo ha, di fatto, girato a mazza 30 volte e “pascolato” tra prato e terra rossa nel tempo restante.

Arriva qualche genitore, si siede e ci scambiamo due parole, poi la loro attenzione è tutta per i figli, la passione per il gioco è palpabile e i commenti sono tutti del tipo: “che buon contatto!”, “ha proprio un bello swing”, “peccato per quelle mani troppo basse”…

Li sento parlare dell’allenatore, di come ha portato una “mentalità vincente”, di come ha corretto molti errori dei ragazzi, anche se c’è ancora “tanto da fare”, di come la squadra “sia pronta” grazie a lui.

Osservo il mio collega con un pizzico di invidia e mi dico che sarebbe bello sentire genitori o atleti che parlano così di me.

Poi lo osservo meglio e vedo che, dopo ogni lancio, ripeto:

dopo ogni singolo lancio, arriva precisa e implacabile una sua correzione/indicazione/puntualizzazione:

“tieni le mani alte”, “guarda la palla”, “hai fatto il passo troppo lungo”, gira più veloce”, “tieni la mazza parallela” e altri “slogan” perfettamente conosciuti a chi frequenta i campi di gioco da troppo tempo come me.

Lo osservo alla fine del “giro di battuta” radunare la squadra e spiegare, per quasi un quarto d’ora, come LORO, i ragazzi, siano ancora lontani dalla perfezione, su quanto ci sia da lavorare per, poi, fargli vedere “lo swing giusto”.

Saluto i genitori che stanno elogiando le grandi conoscenze del “mister” e mi allontano riflettendo…

Ho un turbine di pensieri per la testa e scrivendo queste righe altri mi si affollano nella mente.

Ma su tutti una domanda:

cosa deve fare l’allenatore? Quale è, davvero, il suo mestiere?

Nonostante il grande successo riscosso tra i genitori e supportato, invece, dalle facce tristi di quasi tutti i bambini, io sono convinto che quello che ho visto non sia allenare, o almeno non sia allenare bene:

allenare è, di questo sono assolutamente convinto, mettersi al servizio del gioco, della squadra, dell’atleta.

Allenare è osservare e studiare per capire quello che si vede.

Allenare è utilizzare quello che si conosce e quello che si impara per far si che quello che si vede, l’atleta e il suo approccio al gioco, possano far parte del gioco per quello che possono dare, non per quello che ci piacerebbe che dessero.

Allenare non è “insegnare a battere”, allenare è “aiutare a battere, nonostante”.

Allenare non è cercare la perfezione, allenare è aiutare gli atleti a usare la loro imperfezione al meglio.

Allenare non è creare dipendenza, allenare è dare indipendenza.

Allenare non è scegliere al posto dell’atleta, allenare è dare possibilità di scelta a ognuno dei propri giocatori.

Certo è più difficile! Molto più difficile!

È molto più semplice continuare a ripetere all’infinito “frasi fatte” che, a torto o a ragione crediamo possano cambiare le cose.

È ancora più semplice convincere i giocatori che possono cambiare il loro modo di tirare, o di battere o di prendere la palla ascoltando le mie indicazioni piuttosto che inventare e strutturare le cose in modo che quello che dico sia facile da fare.

Credo che allenare non sia una semplice questione di tecnica o di appeal.

Non conta quello che sai tu, ma quello che alla fine non solo sanno, ma sanno fare, quelli che hai allenato e, mi scuso se suona molto o troppo retorico, conta molto quello che sei capace di imparare, ogni volta, anno dopo anno, dai giocatori che alleni.

 

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Buon Senso...

Dom, 10/07/2016 - 20:22 -- Fabio Borselli

Il Basket italiano, purtroppo, non andrà alle Olimpiadi di Rio…

Perdendo il torneo pre-olimpico di Torino (sconfitta in finale contro la Croazia) la pallacanestro azzurra, deve abbandonare il sogno di tornare a giocare in un Olimpiade.

Non ho potuto, per ragioni facilmente intuibili, vedere la partita, il risultato negativo è però rimbalzato subito sul web e, cercando informazioni sulla rete, ho trovato, sulla pagina facebook de “la giornata tipo”  (dedicata, è bene precisarlo, al Basket...) questo commento/editoriale che riporto integralmente:

 

“Ripartiamo dai 14 mila di ieri sera e dalle tantissime persone che hanno seguito la partita in tutti i modi nonostante non fosse trasmessa in chiaro.

Ripartiamo dai tantissimi bambini felici di "esserci".

Ripartiamo dal buono di questa nazionale smettendola però di titolarla come "La Nazionale più forte di sempre" solo per fare più clic.

Non abusiamo della parola "talento".

Investiamo nei settori giovanili, diamo più fiducia ai nostri 18 enni buttandoli in campo senza mettergli davanti stranieri di quinta/sesta scelta.

Produciamo giocatori, facciamolo in maniera continuativa, nazionali come Serbia o Croazia hanno costantemente ricambi generazionali di livello perché credono nei giovani. Noi no.

Programmiamo a medio/lungo termine a 360 gradi nella pallacanestro:

smettiamola di proporre nel 2016 eventi che non sono eventi, diamo un servizio al tifoso che paga, diamo punti di ristoro, attività collaterali, svago, accoglienza, servizi e tanto altro alla risorsa più importante dello sport, l'appassionato.

Basta con lotte politiche, pensiamo allo sport in maniera manageriale, proviamo a generare profitti, ad investire, a far trovare pronte migliaia di canotte ufficiali dei propri beniamini, ampliamo le voci di spese e di guadagno.

Ci sono tanti sport che hanno attraversato periodi bui, che hanno dovuto digerire tante delusioni sportive, ma attraverso idee, programmazione, investimenti e persone competenti sono riusciti ad invertire la tendenza negativa.

Più che all'ennesimo risultato mancato della Nazionale, pensiamo a tutto il movimento.

Il movimento, lo dice la parola stessa, ha bisogno di muoversi, non di rimanere fermo.

Fermo mentre gli altri vanno avanti.”

Non so voi, ma da uomo di Baseball e di Softball, da tecnico di Baseball e di Softball, da appassionato di Baseball e di Softball ho trovato nelle parole di RAFFAELE FERRARO (il curatore della pagina “la giornata tipo”) tanto buon senso e tanta lungimiranza da farmi dimenticare, per un attimo, che parlava di basket…

Credo, anzi sono sicuro, che tutto quello che ha scritto possa, con minime variazioni, essere diagnosi e cura per i mali che impediscono al Baseball e al Softball di diventare davvero “sport” invece che rimanere dei semplici “passatempo”.

A breve verrà sancita la riammissione del Baseball e del Softball nel programma olimpico, spero che il nostro “movimento” riesca a non rimanere fermo.

 

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Dom, 19/06/2016 - 20:29 -- Fabio Borselli

 

Questo post non doveva essere questo...

Ma succedono cose che cambiano le cose...

Copio e incollo quanto segue dala pagina facebook della mia squadra, l'ATOMS' CHIETI, che nella giornata di ieri ha subito un furto:

"Nella giornata di ieri (sabato 18 giugno) la nostra società è stata vittima di un grave furto, avvenuto al campo Santa Filomena di Chieti Scalo.

Dei ladri si sono introdotti nel nostro spogliatoio, hanno sfondato magazzino e armadietto e hanno rubato 12 mazze da softball.

Per la nostra squadra un danno gravissimo, perchè oltre al valore economico delle mazze (circa duemila euro) c'è il danno tecnico provocato alle atlete, che si trovano nel bel mezzo di un campionato.

Senza mazze non si può giocare.

Un atto vile, nei confronti di una società come l'Atoms' Chieti (chi ci conosce lo sa bene) che senza l'aiuto economico di parte di nessuno, senza alcuno sponsor, ogni giorno tra mille difficoltà lavora con dedizione e impegno, per la promozione del softball tra bambini e ragazze.

Chi compie un furto resta sempre e solo un vigliacco.

Chi lo compie ai danni di una società sportiva lo è ancora di più.

IMPORTANTE:

la Polizia Scientifica ha effettuato ogni tipo di rilievo su impronte e tracce lasciate dai ladri.

Le mazze sono state tutte catalogate e sono riconoscibilissime.

La nostra speranza è solo che si tratti di una bravata e che le mazze non vengano usate per scopi criminali, che nulla hanno a che fare con il nostro bellissimo sport."

Non è la prima volta che lo vedo succedere...

Rimango, ogni volta, sorpreso e ferito...

So che è SOLO sport e che delitti ben più gravi vengono commessi, ogni giorno, ai danni di persone e cose e che, forse, di fronte a quelle questo "furto da rubagalline" è una piccolezza...

Ma questo non mi fa star meglio, per niente.

 

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