baseball

La Coppa Del Nonno

Lun, 24/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

 

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire che noi ragazzi tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima, valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che, insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” e che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa, generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà, disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”, evitando accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…) talentuosi quanto basta, che potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello ma che, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno, rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Bench Coach

Coraggio e Paradosso

Paradise By The Dashboard Light

Tutta colpa dell’acido lattico?

Impara l'arte e mettila da parte…

 

Ogni Maledetto Centimetro

Lun, 03/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scommetto che la citazione che segue sarà familiare ai più:

“possiamo scalare le pareti dell'inferno un centimetro alla volta.

E scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football.

Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d'errore è ridottissimo. Capitelo.

Mezzo passo fatto un po' in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate. Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro.

Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”

Scommetto che oltre a riconoscere le parole che Al Pacino pronuncia, nel suo DISCORSO ALLA SQUADRA in “Ogni Maledetta Domenica” (uno dei più bei film sul football che abbia mai visto) molti di noi le hanno copiate/imitate/parafrasate negli innumerevoli “pipponi” (per l’esatta definizione del termine “pippone” date un'occhiata qui) propinati alle nostre squadre di ogni fascia e categoria.

Ma non di “pipponi” però voglio parlare, ma dei centimetri che spesso, emuli di Al Pacino, chiediamo di “cercare in giro” ai nostri corridori.

Appurato che molte eliminazioni in prima base sono "molto strette” e appurato che, a ben guardare, questa “strettezza” è quantificabile in una misura abbondantemente sotto il metro (100 centimetri…) eccoci alla ricerca di magici esercizi che mettano a punto partenze più veloci dal box, traiettorie millimetriche e tecnica di corsa degna, quantomeno, del Signor Usain Bolt.

Fermo restando che quanto detto sopra deve essere studiato e allenato vorrei richiamare l’attenzione su un fatto molto semplice:

andando a braccio, senza esagerare in precisione (scherzo! L’ho fatto con molta precisione, invece…) misurando con un semplice righello il disegno, naturalmente in scala, del diamante da softball viene fuori che la distanza da percorrere per raggiungere il bordo anteriore del cuscino di prima base (quello arancione riservato al corridore) è di almeno 170/180 cm più corta se si parte dal box di battuta “mancino”.

Questa distanza varia, naturalmente, al variare della posizione che il battitore assume nel box ma, sostanzialmente l’ordine di grandezza è questo, non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Ripeto:

non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Provare per credere! Basta un semplice righello.

Se fossi in vena di “pipponi” potrei attaccare con la mia solita tiritera sul perché sarebbe molto saggio fare in modo che i nostri battitori fossero capaci di usare ANCHE il box di sinistra.

Ma, per questa volta mi limiterò a ricordare che:

far battere i battitori da entrambi i lati del piatto oltre ad aiutarli a sviluppare le proprie capacità e abilità motorie, oltre a non limitarli nella loro esplorazione e scoperta di quello che gli è più consono e facile, oltre a “riequilibrare”, almeno parzialmente, i danni da eccessiva lateralizzazione (che ci piaccia o no baseball e softball sono discipline monolaterali) oltre ad aggiungere un’arma in più all’arsenale di squadra, li fa partire molto, davvero molto, più vicini (almeno 170/180 centimetri) alla prima base.

Cerchiamo quindi di essere coerenti:

anche se ci piace da morire la drammaticità del discorso di “Ogni Maledetta Domenica” e anche se speriamo che nessun dei nostri atleti abbia visto il film, non chiediamo ai nostri battitori di “spremere” qualche centimetro in più quando, abitualmente, gliene rubiamo molti, ma molti, di più.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

L'arte della Rubata

Alla ricerca del tempo perduto

Dubito, ergo…

Passione

Coordinazione occhio-mano: 1 – prove di valutazione delle competenze

 

Mamma, vado al baseball!

Lun, 27/03/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

i bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

I bambini devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso, che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti, che stimolino i processi fisiologici di supercompensazione e migliorino le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara” (la definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare e per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione. Senza nessuna possibilità di interpretazione diversa. Senza nessuna modalità di esplorazione. Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere, di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”… In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti… Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi, ma che si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere, cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti, ma credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Apprendimento Motorio: oltre la Teoria dello Schema

Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona

Palla prigioniera ovvero allenarsi con un “gioco da strada”

Carico di Lavoro e Allenamento

punti di vista…

 

Una casa per gli ATOMICS

Mer, 01/03/2017 - 09:43 -- Fabio Borselli

 

Quella che campeggia sulla testata di questo post è la copertina della nuova Graphic Novel che vede gli Atomics protagonisti.

Una nuova avventura che vedrà, come al solito, la squadra più simpatica del baseball affrontare e provare a risolvere i problemi che ogni "vera" squadra di baseball affronta ogni giorno.

Come al solito pensarla e disegnarla è stato davvero molto divertente. L'augurio che ci facciamo è che lo sia altrettanto leggerla...

Ma le novità non finiscono qui:

questo è anche il post con i quali gli Atomics salutano i lettori di SOFTBALL INSIDE per spostarsi nella loro nuova casa.

A partire da oggi, 1 marzo 2017, infatti, CASA BASE ha un suo sito dedicato.

Il sito, che è possibile trovare all'indirizzo www.fumettocasabase.com, contiene la prima pagina della nuova Graphic Novel, oltre a tutto quanto è stato pubblicato in questi anni.

Naturalmente gli ATOMICS non lasceranno del tutto SOFTBALL INSIDE visto che almeno per il momento, le pagine in inglese non hanno una loro collocazione nel novo sito (ma ci stiamo lavorando alacremente...).

Salutando con una lacrimuccia l'intero TEAM ATOMICS speriamo che la nuova sistemazione sia gradita quanto la nuova avventura.

D'altra parte, come al solito, sarebbe un peccato perdersela.

 

Ritorno al Futuro

Lun, 20/02/2017 - 11:55 -- Fabio Borselli

 

“I bambini di oggi non sono coordinati”.

“Quando ero piccolo io si andava fuori a giocare per strada e i ragazzi erano agilissimi”.

“PRIMA gli atleti (le atlete) erano più…“  (aggiungere quello che volete al posto dei puntini: forti, motivati, capaci ecc…).

Alzi la mano chi non a mai sentito almeno una di queste frasi, almeno una volta, sia che si fosse in un campo di baseball o in una palestra, a un corso per allenatori o a una Convention, a un aggiornamento tecnico o fuori dal bar del campo.

Purtroppo sono frase che io sento e ho sentito ripetere spesso.

Sarebbe facile rispondere e smentire con il buon senso ognuna di esse ma credo che invece, debbano essere ascoltate e comprese per quello che dicono e rappresentano:

oltre a esser luoghi comuni sono contemporaneamente, a mio parere, una richiesta d’aiuto e una dichiarazione d’impotenza che, più o meno possono essere riassunti così:

“i tempi sono cambiati, i ragazzi e le ragazze che vengono a giocare a baseball e a softball non sono COME quelli che ho allenato fino ieri.

Io che li devo allenare, gestire, formare e aiutare ad appassionarsi al gioco non li capisco e loro non capiscono me.

Hanno difficoltà motorie e di apprendimento, non sono attenti e le mie proposte e tutto quello che fino a ieri andava benissimo adesso non funzionano più…”

Scherzosamente, dico sempre a chi ha nostalgia del passato che, procurandosi un lungo cavo elettrico, un campanile, un gancio metallico e sperando in una notte di fulmini e temporale, dopo aver acquistato una DE LOREAN (per chi è interessato, qui c’è il sito web…) può provare, raggiungendo le fatidiche 88 miglia orarie, a fare un salto indietro nel tempo, per vedere se riesce a ritrovare quei bambini “selvatici”, che tutto sapevano fare, e quegli splendidi atleti (e atlete) le cui gesta fanno parte della mitologia dei nostri sport.

Sarebbe bello? Forse…

Ma credo che sarebbe meglio prendere atto della situazione e provare a capire se è possibile risolvere il problema.

Prima di tutto io penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, che i bambini e gli atleti del passato erano migliori:

erano diversi, magari più “coordinati” (dovremo discutere sul reale significato della parola…) magari più appassionati, magari più “disponibili”.

Questo vuol dire migliori?

Se i bambini del passato erano coordinati e se i nostri giovani non lo sono, allora, banalmente, coordiniamoli…

Se non sono appassionati, allora appassioniamoli…

Non è che non abbiamo i mezzi e le possibilità, nemmeno ci mancano le capacità.

Forse è venuta a mancare la voglia.

I ragazzi di oggi ci chiedono passione, dedizione, attenzione, tutte cose che siamo, lo so per certo, capaci di dare, come singoli e come movimento e allora cosa si è guastato? Cosa non funziona più? Cosa ci fa solo guardare indietro e rimpiangere il passato, che, è bene ricordarlo, non c’è più?

Perché siamo caduti, anche noi, vittime del nostro EGO e diventati cacciatori di facili vittorie?

Perché abbiamo smesso di cercare soluzioni a problemi difficili?

Perché siamo diventati campioni nel piangerci addosso?

Perché non vediamo che adesso abbiamo impianti, materiali, informazioni, conoscenze che prima non avevamo?

Perché vogliamo, a tutti i costi, scimmiottare sport da noi più popolari o metodiche che funzionano solo dove il nostri sport sono conosciuti, praticati e radicati?

Forse, dico forse, l’alternativa al viaggio nel tempo è prendere atto della realtà e provare, animati dal fuoco sacro della passione, a cercare una strada che (ri)porti il baseball e il softball ai fasti (o presunti tali) del passato.

Non ho la presunzione di conoscere tutte le risposte, ma credo fermamente che la nostalgia non sia quella strada.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Tris

D.A.E.

Sui campionati giovanili

Ancora sulle competizioni giovanili

Diritti dei bambini nello sport

 

AAA cercasi sponsor per gli ATOMICS

Ven, 10/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

Risultati immagini per tapas app

 

Proprio come tutte le squadre del mondo… anche gli ATOMICS di CASA BASE cercano sponsor.

A breve lanceremo il nuovo sito, a breve lanceremo la nuova Graphic Novel, a breve, SOPRATTUTTO, gli ATOMICS inizieranno il campionato!

I “MI PIACE” sulla pagina Facebook, le telefonate, i messaggi, i complimenti...

Tutte cose gratificanti ma che non “pagano” le palline, le divise e tutto ciò che serve ai nostri ATOMICS per giocare.

Non chiediamo soldi, sia chiaro, almeno non direttamente e non vogliamo mettervi le mani in tasca.

come magistralmente spiegato dal nostro PRESIDENTE nella striscia speciale “Casa base Extra Inning # 14 "Presidente - Sponsor" sostenere a costo zero (per voi) gli ATOMICS è davvero un gioco da ragazzi.

Per prima cosa occorre scaricare sul vostro telefono cellulare o sul vostro tablet, tramite GOOGLE PLAY (dispositivi ANDROID) o tramite APPLE STORE (dispositivi APPLE) l’applicazione TAPAS.

Una volta registrati, oltre a leggere le strisce di CASA BASE, è possibile, “subendo” qualche minuto di filmati pubblicitari, “guadagnare” delle monetine, le TIPS COIN.

Basta poi clikkare sull’icona delle donazioni, questa

Risultati immagini per app tapas

che si trova in fondo alla striscia e far arrivare le TIPS COIN direttamente agli ATOMICS.

Ricapitolando è facile, è gratuito… Cosa vi costa?

Grazie in anticipo a chi vorrà sostenerci.

 

Line-Up

Lun, 06/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

A volte ci chiediamo chi ce lo fa fare...

Poi arrivano i ragazzini della QUINTA A e ti consegnano i LINE-UP per la partita del pomeriggio.

Secondo incontro:

a malapena colpiscono la palla.

A malapena riescono a tirarla dove dovrebbero.

A malapena si ricordano di toccare tutte le basi.

A malapena...

Ma i LINE-UP... I LINE-UP... Quelli sono da brividi sotto la pelle.

Due "manager", ognuno con il suo stile:

quello "in bianco e nero" che ha bisogno di ribadire l'ordine progressivo, quello "in rosso" meno rigoroso (tanto l'ordine è quello...).

Entrambi, per non sbagliare, si mettono al primo posto.

Entrambi non scrivono il proprio nome, non ne hanno bisogno, loro sanno, esattamente, chi sono.

Entrambi sono "IO" nel proprio LINE-UP.

Non mi viene in mente nesun altro "luogo" nella scuola oltre al BASEBALL dove un bimbo può essere soltanto "IO".

E ancora qualcuno si chiede come si fa a non diventare romantici con questo gioco...

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

La Sfortuna non esiste?

Corsa sulle Basi: principi per l'allenamento

Attivazione, Stress e Performance

Corsa sulle Basi: allenare le situazioni di gara

Qualche considerazione sul Pre-Game

Specializzazione Precoce? No, grazie!

 

La Stagione Perfetta

Lun, 26/12/2016 - 14:06 -- Fabio Borselli

 

Magari non ve ne siete accorti, magari si… In ogni caso “repetita juvant”

La settimana scorsa, dopo un anno dal suo inizio, si è conclusa LA GANG DEGLI ATOMICS la prima GRAPHIC NOVEL di CASA BASE, il baseball a fumetti (se ve la siete persa potete fare ammenda e leggerla tutta d’un fiato seguendo questo link).

Chi segue le avventure degli ATOMICS sa già che io e Sauro siamo stati letteralmente “presi in ostaggio” dai personaggi della saga che, a un certo punto, stanchi del piccolo e ristretto spazio delle loro strisce, hanno voluto che si raccontasse di loro in una storia un po’ più lunga.

LA GANG DEGLI ATOMICS è stato un esperimento (speriamo riuscito) per capire se gli autori “avessero fiato” per correre più a lungo e se, nel contempo, i personaggi avessero lo spessore per “reggere qualcosa di più”

A noi, pur con tutte le difficoltà e i nonostante i difetti che la prima GRAPHIC NOVEL di CASA BASE dimostra, l’esperimento è piaciuto e, scusate l’ardire, pare riuscito!

La scrittura de LA GANG DEGLI ATOMICS è stata velocissima, la sua sceneggiatura un po’ meno e la fase di realizzazione (disegno e coloritura) è stata, invece, lunga e articolata.

Realizzare questo “racconto” è stato un vero e proprio viaggio:

se le idee e la storia erano “incise nella pietra” la tessa cosa non si può dire dei personaggi, sia dal punto di vista grafico che caratteriale. Ognuno dei protagonisti della storia è, infatti, uscito trasformato dalla stessa, sia fisicamente (basta guardare la differenza tra le prime e le ultime pagine della NOVEL) che, soprattutto, psicologicamente.

Non poteva essere altrimenti, visto che CASA BASE è un prodotto artigianale e, per questo, ha bisogno di tempo (tempo ritagliato dalla “vita vera”) per poter essere, giorno dopo giorno, realizzato.

Ne LA GANG DEGLI ATOMICS Sono arrivati nuovi “caracters”, alcuni hanno cominciato a spiccare, altri a stupire… Le strisce sono lontane nella memoria, appaiono “giovani e ingenue” e Bruno, Marsilio & C. sembrano proprio a loro agio in questa nuova (e più consona) dimensione.

Adesso, però, è il momento di voltare pagina e di archiviare definitivamente la prima “storia lunga” degli ATOMICS.

Cosa succederà adesso?

Per prima cosa diciamo che abbiamo deciso che, per il momento, le strisce non torneranno!

Magari qualche volta, magari per occasioni speciali, magari se “certi progetti” andranno in porto (ne parleremo e riparleremo…) ma per adesso vogliamo continuare a raccontare storie “a lungo respiro” che si svolgano in “spazi ampi” che, è un dato di fatto, la striscia non ci consente.

Ecco che, a breve, anzi a brevissimo, partirà un nuovo “romanzo a fumetti” del quale sono già stati pensati e sceneggiati i primi capitoli, ecco che a breve arriverà (finalmente) il sito internet di CASA BASE (anche se SOFTBALL INSIDE e tutti gli altri “siti amici” continueranno ad accogliere le storie degli ATOMICS).

La nuova avventura  si intitolerà (forse… probabilmente…) LA STAGIONE PERFETTA, altro non è dato di sapere perché non vogliamo, naturalmente, anticipare nulla, ma una cosa, però, la possiamo dire:

sarebbe un peccato perdersela…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Allenare le donne: ciclo mestruale ed allenamento

Telefoni cellulari, tecnologia e softball

La stagione del cambiamento

La funzione educativa dell'Allenatore

Le donne e l'allenamento della forza

 

Pagine

Abbonamento a baseball