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Al centro della scena

Lun, 24/03/2014 - 07:52 -- Fabio Borselli

“Apprendo dai miei studenti molto di più di quello che insegno”, è una frase che ho sentito dire (e che ho ripetuto, spesso, anche io) molte e molte volte in ambito formativo.

Può apparire una forma di lusinga che il docente usa per accattivarsi le simpatie degli studenti e, a volte, lo è davvero, ma si rivela vera nella maggior parte dei casi.

Principalmente perché, almeno nel mio caso, il confronto con “chi ascolta” mi permette di correggere, modificare ed orientare il mio modo di comunicare le informazioni e, a volte, integra quelle stesse informazioni con qualche nuova conoscenza o, ancora, ne modifica il significato.

Nelle scorse settimane sono stato il “tecnico formatore” al corso di aggiornamento per insegnanti dedicato al baseball, organizzato dalla Delegazione Regionale della FIBS dell’Umbria, insieme all’ufficio scolastico provinciale di Perugia: in pratica si è trattato di presentare il baseball ed il softball ad alcuni insegnanti, operanti dalla scuola primaria alle superiori, che di baseball e softball non sapevano nulla.

Non voglio entrare nello specifico del piano delle lezioni, basti sapere che il corso è stato “essenzialmente pratico” e che il gioco è stato presentato nelle sue componenti base e, poi, destrutturato e ricostruito, cercando di trovare, in questa operazione di decodifica, “componenti propri dello sport” che potessero essere utilizzati dagli insegnanti per i propri fini didattici.

L’aver proposto un approccio “essenzialmente pratico” mi ha permesso di far provare, in prima persona, a tutti i partecipanti, cosa voglia dire giocare a baseball: lanciare, difendere, battere.

Devo dire che, vinta una iniziale ritrosia, dovuta all’imbarazzo, la “mia classe” ha interpretato al meglio il proprio ruolo e si è cimentata nel gioco facendosi coinvolgere completamente.

Proprio dopo una di queste fasi di “pratica”, durante una discussione sul significato didattico della fase di battuta (che è stata definita dagli stessi insegnanti “sicuramente individuale, comunque di squadra”) una delle maestre, Anna, ha detto:

“quando vai in battuta si accende un bel riflettore puntato su di te… Non ti puoi nascondere… La timidezza e la paura le devi vincere, in qualche modo… Penso a qualcuno dei miei bambini che ha sempre paura di sbagliare, di non essere all’altezza… Se riesce a colpire la palla, sai come si impenna l’autostima”.

Questa frase, chiara e semplice, nel senso e nella formulazione, mi ha molto colpito! Ma quello che ha completato l’opera è stata la domanda che la stessa insegnante mi ha fatto subito dopo:

“Come faccio a fare in modo che non falliscano e che colpiscano la palla?”

Domanda che tradiva il come l’insegnante si preoccupasse del modo di far fare esperienze positive ai propri allievi, che fossero utili per far “impennare l’autostima”

Per rispondere alla domanda, ho dovuto riflettere insieme a loro sulle dinamiche del gioco, sulle differenze tra il GIOCO del baseball e lo SPORT del baseball, su quale forma di “competizione” sia giusta per le finalità della scuola.

La discussione che ne è seguita mi ha convinto, ancora di più, che nel baseball per la scuola, il GIOCO può nascere solo dall’abolizione del ruolo del lanciatore (almeno in una prima fase) e dalla centralità che deve essere data alla battuta, attraverso la strutturazione di meccanismi di gioco che permettano, SEMPRE, ai bambini di colpire la palla.

Senza la battuta il GIOCO non può nemmeno cominciare.

Partendo da questo presupposto baseball e softball sono, assolutamente, GIOCHI ideali per la scuola: l’esperienza positiva ed i giusti feedback che danno al singolo individuo, rispetto alle proprie capacità di risolvere un compito sono, sicuramente, incontestabili.

Mi chiedo, a questo punto, se sia il caso di rivedere le modalità di insegnamento dello SPORT che, invece, proponiamo quando i bambini da studenti si trasformano in giocatori: se siamo così bravi ad utilizzare le caratteristiche dei nostri sport nell’ambito formativo per eccellenza, quello della scuola, perché, poi, stentiamo a riportare e riproporre questa esperienza positiva all’interno dei nostri campi e durante le nostre sedute di allenamento?

Siamo costantemente alla ricerca di modalità di conferma dell’autostima, di metodologie che rinforzino il senso di auto-efficacia, di esercitazioni che aumentino la fiducia in se stessi dei nostri atleti che, spesso, ci dimentichiamo di come il GIOCO ci metta a disposizione tutti gli strumenti per farlo.

Voglio, perciò ringraziare, la maestra Anna per la sua interessante e provocatoria domanda, che dovrebbe, in fondo, essere la domanda che tutti noi ci dovremmo porre:

come faccio a far “impennare l’autostima” nei miei atleti e nelle mie atlete?

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