Casa Base # 6 - Run Down

Sale sullo sgabello virtuale dello SPEAKER’S CORNER Coach Graziano Primavera, giovane allenatore di softball in Abruzzo, dove segue la società del Tollo, attivamente impegnata nell'attività giovanile.
Coach Graziano è inserito nello staff tecnico del Progetto Verde Rosa della FIBS ed in quello delle rappresentative regionali di softball della sua regione.
Il suo intervento riguarda il MENTAL TRAINING.
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"In questo intervento voglio proporvi una riflessione su uno strumento a mio avviso molto utile ed interessante nel lavoro quotidiano di allenamento: il mental training.
Non son uno psicologo, di conseguenza non ho la pretesa di insegnarvi una tecnica. Da allenatore, però, mi sono confrontato spesso con l'utilità di questo strumento, è per questo che ho ritenuto utile ed interessante proporre una riflessione proprio su questo tema.
Ma che cosa è il mental training?
Il mental training è un utile strumento di potenziamento delle competenze tecniche in diverse discipline.
Quello che segue è un esercizio di visualizzazione che ho imparato ad un convegno di psicologia dello sport.
Spesso si utilizzano in questo senso esercizi di visualizzazione, che partono dal presupposto che allenare la mente a visualizzare aiuta il cervello a meglio mettere in moto i meccanismi del movimento e comandare le capacità coordinative e, di conseguenza, ci permette di far rendere al massimo le capacità condizionali.
Sono diverse le discipline in cui si utilizza la tecnica della visualizzazione. Il softball è una di queste.
Non è possibile eseguire un qualsiasi gesto sportivo se non lo si conosce e non lo si sa immaginare, è per questo che questo tipo di esercizi è molto utile, soprattutto nei periodi pre-season e in-season e in quei momenti in cui, come accade dopo un infortunio il corpo non si può allenare.
Tecniche di questo tipo ci consentono di ripetere e rivedere lo schema motorio senza caricare il fisico.
E' molto conosciuto l'esperimento fatto con dei giocatori di basket sui tiri liberi, per un periodo di 30 giorni gli atleti furono divisi in tre gruppi:
- un gruppo fu fatto riposare del tutto,
- un gruppo si allenò regolarmente,
- un gruppo si allenò solo sulla visualizzazione.
Dopo un mese quelli che riposarono, come ovvio, calarono drasticamente le percentuali, quelli che fecero solo visualizzazione incrementarono del 23% e quelli che si allenarono normalmente aumentarono del 24%.
Dalla sperimentazione si evince che la visualizzazione può essere un buon supporto all'allenamento “normale”. A tal proposito mi piacerebbe descrivervi le fasi più importanti di alcuni esercizi di mental training, quali:
1) PREPARAZIONE: In questa fase faremo chiudere gli occhi all'atleta e la guideremo verso una posizione il e rilassata e vicina a quella che deve assumere in partita.
2) VISUALIZZAZIONE: in questa fase ci si concentra sull’ immaginazione del gesto tecnico completo e corretto.
3) CONCENTRAZIONE: In questa fase si va a lavorare su una parte specifica del gesto tecnico in modo da migliorare la consapevolezza del gesto anche relativamente a quei passaggi che normalmente sono più critici.
4) ESECUZIONE: ovvero, l’esecuzione effettiva del gesto tecnico.
5) VALUTAZIONE: ovvero, una fase in cui si valutano gli esiti dei passaggi precedenti.
Esercizi di questo tipo come già detto possono essere estremamente utili nel migliorare la consapevolezza del gesto e la capacità di autocorrezione di eventuali errori che. con una semplice esecuzione motoria, possono sfuggire al controllo dell’atleta."
Graziano Primavera
Seconda parte dell'intervento di Coach Candida Cerri riguardante il TEAM BUILDING.
Dopo aver affrontato l'argomento dal punto di vista dei principi e del metodo, Candida fornisce una completa e dettagliata raccolta di esercizi.
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"Vediamo qualche esempio di semplici esercizi e la loro funzione.
E’ consigliabile eseguirli in questa sequenza.
Esercizio n. 1 - presentazione
Ognuna dice il suo nome, ruolo, luogo di origine e una preferenza che sarà uguale per tutte (cibo oppure serie televisiva, colore, ecc). Questo colloquio ha valenza puramente pratica, serve per imparare i nomi e eventuali allergie o malattie. Se si fa con un gruppo già consolidato, serve per raccontare una propria preferenza delle quali molto probabilmente le altre non sono al corrente. E’ il processo iniziale per creare dei ricordi unici per quel gruppo di atlete, e anche se avrete la stessa squadra un anno dopo, si costruiranno nuovi ricordi insieme.
Esercizio n. 2
Senza parlare le atlete devono formare una fila in ordine del proprio giorno di nascita (da 1 a 31). Questo esercizio serve per creare contatto visivo, molto importante durante le partite, e per la gestualità, anche questa importante in caso di partite con molto rumore.
Esercizio n. 3
Ad occhi bendati e con il permesso di parlare le atlete devono formare una fila in ordine del proprio mese di nascita (da gennaio a dicembre). Questo esercizio serve, sempre in caso di rumori che interferiscono con la comunicazione, per distinguere la voce delle proprie compagne.
Esercizio n. 4
Ad occhi bendati e senza parlare le atlete devono formare una fila in ordine di statura (dalla più bassa alla più alta o viceversa). Quando sono bendate fate ruotare le atlete su loro stesse in modo che perdano leggermente l’orientamento. Controllate che le atlete si muovano in un’area limitata, non possiamo farle girare bendate per tutto il campo. Questo esercizio richiede un contatto fisico e crea fiducia e coesione tra le atlete perché ognuna di loro, senza vedere e senza parlare, è indifesa e dipende dalle altre. Serve a far capire che anche il contatto fisico è un modo per comunicare e accresce la fiducia reciproca.
Esercizio n. 5
Chiediamo alle ragazze di mettersi in coppia con una delle altre che non conoscono e lasciamole sole dieci minuti con carta e penna (le matitine dell’Ikea sono l’ideale!). Quando ci si riunisce, ogni componente della coppia in due o tre minuti deve presentare l’altra al resto del gruppo basandosi sulle informazioni raccolte nei dieci minuti precedenti. Questo esercizio serve per far prendere confidenza alle ragazze nel parlare a tutto il gruppo (ricordate loro che possono esprimere la loro opinione durante le riunioni), questo creerà un senso di autostima, un senso di complicità nel condividere informazioni personali e fornirà, appunto, delle informazioni sulle ragazze che possono essere utili anche agli allenatori (figlie uniche, chi ha paura del buio, chi è ansiosa, eccetera).
Esercizio n. 6 - I passi
Chiediamo alle atlete di fare tutte contemporaneamente un passo partendo dalla linea di foul o tracciate una riga per terra se non siete sul campo. Devono muoversi in sincronia perfetta. Lasciate che si organizzino tra loro, vorranno usare lo stesso piede, una dirà “uno, due, tre” per partire. L’importante è che l’esercizio riesca anche se servono parecchi tentativi. L’allenatore decide se l’esercizio è riuscito, siate esigenti, provate la loro pazienza. Quando sono riuscite a fare un passo sincronizzato, chiedete loro di farne tre. Questo esercizio serve per “entrare” nel gioco tutte insieme, chiedete loro di farlo con un passo quando devono tornare in difesa durante le partite, le obbliga a concentrarsi e ad essere pronte tutte insieme a rientrare in campo. I tre passi servono per aumentare la sfida e far capire loro che non è mai finita e non bisogna arrendersi.
Esercizio n. 7
Esercizio da fare all’aperto, non sul campo. Chiediamo alle ragazze di mettersi a coppie, una delle due va bendata, poi scambiamo le coppie. Questo perché: si saranno messe in coppia con la loro preferita, facilmente una compagna della squadra di origine, invece qui lo scopo è farle diventare un unico gruppo affiatato. Non è un dispetto dividerle. Un allenatore cammina lentamente inventando un percorso anche con alcuni ostacoli, tipo passare sotto un ramo, girare intorno a un palo o salire dei gradini. La ragazza che vede guida quella bendata lungo il percorso, può toccarla e parlarle. Dopo cinque minuti quella che vedeva indossa la benda, l’altra guida. Questo esercizio serve per far nascere fiducia reciproca tra le atlete, e per farle entrare insieme in situazioni che non conoscono. Devono essere certe di avere sempre il sostegno delle loro compagne. Chiedete loro che cosa hanno provato durante l’esercizio e, secondo loro cosa c’entra con il softball.
Esercizio n. 8 - Il campo minato
Disegnate un’area di gioco di circa 10 x 10 metri. Sistemate le giocatrici in numero uguale su ogni lato. Sistemate dei piccoli coni o dei piatti di plastica sparsi nel perimetro di gioco (mine). Le giocatrici su un lato dovranno bendarsi e la corrispondente giocatrice sul lato opposto (quella che le sta di fronte) dovrà guidarla verso di sé senza farle calpestare le “mine”. Le giocatrici sugli altri due lati possono urlare per disturbare le compagne bendate. Si fa cambio finché tutte sono state bendate e hanno guidato, vince chi raggiunge la compagna sul lato opposto senza calpestare le “mine”. Questo esercizio serve per imparare a distinguere una sola voce in mezzo a molte e a impartire ed eseguire chiari comandi vocali.
Esercizio n. 9 - Keep Away
Questo esercizio è ottimo come parte del riscaldamento pre-partita al posto della corsa.
Si può proporre anche prima degli altri. Tracciamo un’area di gioco di circa 10 x 10 metri. Dividiamo le atlete in due squadre con un criterio qualsiasi (la prima metà dell’ordine alfabetico sarà una squadra, e la seconda metà l’altra squadra). Se usate questo gioco più volte, cambiate sempre la formazione delle squadre. Serve una palla come quelle da pallamano o da ritmica, che si possa impugnare e non pesante e dura. Scopo di ogni squadra è mantenere il possesso della palla passandola tra le compagne il maggior numero di volte. Chi ha la palla può fare solo due passi poi deve passarla. Ci deve essere meno contatto fisico possibile. Se la palla esce dal terreno di gioco diventa di chi non l’ha fatta uscire. Le avversarie devono intercettare la palla e a loro volta passarla alle compagne il maggior numero di volte. Si gioca per 5 minuti, vince la squadra che ha il possesso palla al termine dei cinque minuti (countdown a voce alta dell’allenatore per gli ultimi dieci secondi). Si può tenere un record del maggior numero di passaggi. Questo esercizio serve per riscaldarsi, imparare i nomi delle compagne, imparare a farsi sentire per avere la palla, allena i riflessi e la precisione di tiro.
Esercizio n. 10 - Chain Tag
Versione elaborata del “ce l’hai”. Quando la prima giocatrice riesce a toccarne un’altra devono prendersi sottobraccio e cercare di prendere tutte le altre senza rompere la catena. Si può giocare sul campo all’interno delle basi. Questo esercizio serve per: imparare a muoversi tutte insieme, cercare una strategia per catturare le giocatrici libere, comunicare quando la catena si allunga. La catena è forte quanto l’anello più debole, proprio come una squadra di softball!
Tutti questi esercizi creano grande carica nelle giocatrici perché saranno soddisfatte di aver creato qualcosa tutte insieme e serberanno un ricordo indelebile dell’evento, al di là del risultato delle partite.
Alla fine di ogni esercizio ci meritiamo un bell’applauso."
Candida Cerri
L’idea è nata per caso, in un bar, una fredda domenica d’inverno.
Insieme all’amico Sauro Pasquini stavamo parlando delle passioni che ci accomunano: il baseball, i fumetti, la letteratura fantastica. Un discorso tira l’altro e siamo finiti sull’argomento PEANUTS, la famosissima striscia giornaliera di Charles M. Schulz, che per anni, fino alla morte dell'autore, ha coniugato fumetti e baseball.
Sauro, aretino come me, è un grafico di professione, che disegna fumetti per passione e divertimento e, anche lui, è incappato nell’universo dei “balloons”, leggendo, da piccolissimo, gli albi di Topolino. In quella serata ho anche scoperto che era uno degli autori dei fumetti della “Testata”, mitico giornalino scolastico, famosissimo ed apprezzatissimo in città, qualche anno fa, per la sua irriverenza e per la sua capacità di affrontare temi di attualità in modo non troppo convenzionale.
Ed ecco che, piano piano, in quel bar dove eravamo rimasti, ormai, gli unici avventori, hanno preso vita, su tovaglioli di carta gialla, i primi abbozzi di quella che sarebbe diventata “CASA BASE”, la striscia a fumetti sul baseball di Softball Inside.
Abbiamo lavorato molto sulle tematiche e sul background, abbiamo abbozzato ed analizzato stile e forma, abbiamo pensato e scartato una infinità di idee e di proposte, abbiamo litigato, anche. Ma, alla fine, ecco che la striscia ha preso vita, quasi da sola ed oggi il sito la tiene a battesimo.
Vorremmo dirvi che sappiamo esattamente come si evolveranno le cose, ma, in perfetto stile fumettistico, sappiamo già che i personaggi, una volta usciti dalla matita, difficilmente fanno quello che vogliono gli autori, ma vivono una vita propria… L’unica promessa che ci sentiamo di fare in questo momento è che, di settimana in settimana, proveremo a raccontare le nostre, anzi, le “loro” storie che speriamo vi piacciano, e che vi piacciano almeno quanto è piaciuto a noi inventarle e realizzarle.
La nostra prima striscia non è una vera e propria striscia: è il nostro tributo ai PEANUTS, è l’idea dalla quale tutto ha avuto inizio, è la promessa che, la prossima volta, qualcosa succederà.
Eccola qua:

Se sei interessato a conoscere i lavori di Sauro Pasquini, disegnatore e coautore di Casa Base, puoi trovarli a questa pagina ed anche a questa.
Fanno trentasette anni, oggi, esattamente trentasette.
Al di là dalla circonvallazione, in fondo alla strada dove abitavo, c’era, allora, il “campo militare”, dove i soldati della caserma di Arezzo andavano, non troppo spesso, per astruse, quanto affascinanti, esercitazioni.
Su quel campo un gruppo di ragazzi giocava con mazze (non esageriamo, UNA mazza) e guantoni (ancora esagerazioni, avevano non più di tre o quattro guanti, uno dei quali di stoffa a quadri!).
Ci è voluto un po’, ma alla fine, vinta la timidezza dei miei tredici anni, ho chiesto di poter provare,
Esattamente trentasette anni fa ho cominciato a giocare a baseball.
Non che il baseball fosse, per me, una cosa sconosciuta: nel mio quartiere si faceva “multisport”!
Si usciva di casa, al massimo alle due (va bene, per correttezza linguistica, alle quattordici), dopo aver pranzato di corsa e si rientrava al sopraggiungere del buio (a sentire le grida delle mamme, parecchio dopo), sia estate che inverno, con il bello come con il brutto tempo.
Non c’erano altri impegni, non c’era tanto da studiare (quella era una cosa serale, da sbrigare velocemente) si usciva e si giocava, a tutto.
Compreso il baseball.
Cercato e trovato sull’enciclopedia dopo aver visto “l’idolo delle folle”, in bianco e nero, altro che “treddi“!
Non saprei spiegare perché ho deciso di “iscrivermi al baseball”, ricordo solo che, quella prima volta, sono rimasto totalmente affascinato dai quei ragazzi, da quello che, insieme, stavano facendo e da come mi avevano accolto.
Di fatto ero già uno di loro.
Era il ventidue di novembre del mille novecento settantacinque, dicevo, e da allora baseball e softball sono parte integrante della mia vita: ho sposato una giocatrice, molti dei mie amici più cari sono stati, prima, compagni di squadra, sono diventato allenatore e ho allenato i loro figli e le loro figlie.
Quel giorno ho imparato che “se fai fobòl puoi rimanere a battere fino che non la manchi”, è, ricordo, la prima cosa che mi è stata detta durante il mio primo turno alla battuta, una regola così come fa a non stregarti?
Se mi guardo indietro, trovo tra le pieghe della memoria sensazioni, persone, ricordi:
le trasferte a Firenze, di domenica mattina, stipati in dodici (forse di più!) nel furgone rosso dell’azienda del presidente, che durate la settimana serviva per le consegne, le partite perse di quaranta punti e le divise in tela jeans, rigide che sembravano di compensato, però avevamo la cintura.
Il nostro primo allenatore, che per noi ragazzi era un “vecchio saggio”, anche se era solo un poco più grande e ne sapeva appena un poco più di noi, che mi ha dato lezioni ed insegnamenti che ancora oggi, a pensarci bene, indirizzano la mia vita e le mie scelte (grazie Piero! Quello con gli occhiali e la Volvo…).
Piero e Giorgio, Mirco e Dante, Mauro e Mimmo, Walter, Graziano, Antonio, Francesco, Paolo e tutti gli altri…
Il mio primo guantone, unto amorevolmente con il grasso di foca, le risate con i compagni e le ore passate a “palleggiare”, ovunque e con qualsiasi cosa, la caccia nelle edicole a “tuttobaseball” ed il suo “chi se la sente di fare un bunt”, il primo articolo che parlasse di tecnica che abbia mai letto.
La scoperta delle squadre americane, la “big red machine” e “Gionni Benc” e “batte il tamburo lentamente”, visto con la squadra, da soli, unici spettatori, un pomeriggio, al cinema “Odeon”.
Il mio primo compagno di squadra straniero, “oriundo napolo-venezuelano” e le sue mitiche camice Hawaii, il mio primo allenatore americano, Willie, un gigante, per me, che girava con una cinquecento scassatissima e che mi ha insegnato a fare il catcher.
Altri ce ne sarebbero, tanti, belli e meno belli.
Qualcuno reso più grande o più piccolo dalla memoria.
Altri, spero, ce ne saranno.
Da sempre partecipo a Lucca Comics, kermesse nata per gli appassionati del fumetto che si è estesa, nel tempo, ai cultori del “Game”, in tutte le sue forme, ma non solo.
Da quando Niccolò, mio figlio, ha raggiunto l’età per condividere la mia passione per i fumetti e per i giochi, integrandola, con quella per i videogames, la trasferta lucchese è un evento atteso e preparato con largo anticipo, una giornata “padre e figlio” irrinunciabile.
Anche quest’anno, stipata l’auto di fidi compagni di viaggio, siamo partiti all’alba per avventurarci nei meandri di una cittadina toscana trasformata, da una folla di gente rumorosa e sgargiante, in un mondo che sembra uscito, direttamente, dalla mente di Moebius.
Voglio raccontare del fortunato incontro avuto, nel padiglione dedicato ai giochi, con Marco Pieri, toscano anche lui, ed inventore del gioco Board of Dreams, dedicato al baseball.
Devo dire che mi sono presentato allo stand dei giochi autoprodotti, pronto a trovarmi di fronte al solito “giochetto” che, alla bene e meglio, avrebbe tentato di riprodurre la semplice complessità del gioco del baseball. Sono un veterano delle simulazioni da tavolo del baseball ma, sono sempre rimasto deluso dalle varie trasposizioni.
Invece Board of Dreams è proprio un gran bel gioco.
L’ho provato per una mezz’ora ed una volta capita la meccanica del turno, la partita fila via che è una meraviglia, è molto divertente e coinvolgente ed ha una serie di caratteristiche “nascoste” che, se possono sfuggire a chi conosce poco il baseball sono, per l‘appassionato, una piacevole scoperta.
Oltre a provare a giocare mi sono fermato a guardare chi giocava e ho notato in coloro che avvicinavano al tavolo digiuni di baseball, dopo pochi minuti di spiegazione e di gioco, una sorta di illuminazione su questo sport ritenuto, dai profani, incomprensibile ed astruso, popolato di regole oscure ed azioni non logicamente spiegabili.
Ho voluto scrivere queste due righe, che non sono certo una recensione, proprio per queste sensazioni provate in poco tempo intorno al tavolo da gioco. Marco ha inventato un gioco, che come gioco, funziona benissimo ed è molto, molto divertente. Penso però che, allo stesso tempo, abbia costruito un mezzo di diffusione della “conoscenza” del baseball. Un altro modo per avvicinare al “vecchio gioco” persone che mai l’avrebbero pensato possibile.
Sperando di fare cosa gradita segnalo il sito web e la pagina facebook di Board of Dreams.
Devo ringraziare Marco per la pazienza che ha avuto con me al suo stand e devo anche ringraziarlo per aver regalato agli appassionati la possibilità di giocare a baseball anche lontano dai campi, rendendo, sicuramente, l’inverno meno lungo.