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Rubamazzo

Lun, 18/05/2015 - 09:06 -- Fabio Borselli

 

Credo che tutti conoscano il gioco di carte del “rubamazzo” (o “rubamazzetto” in alcune culture…).

Per i pochi che non ne conoscono le regole c’è, comunque, la possibilità di impararle consultando, per esempio, questo sito internet.

Rubamazzo è un gioco semplice, uno dei primi che si insegna ai bambini, se non si può proprio fare a meno di iniziarli al gioco delle carte.

È anche il primo gioco che i bambini smettono di giocare quasi subito... Questo perché, in effetti, è davvero semplice, troppo.

È un gioco, infatti, legato alla fortuna nel quale, in pratica, non c’è nessuna sfida e vincere o perdere non dipende, in nessun modo, dalla abilità del giocatore. La vittoria è determinata dalle carte che capitano in sorte e non ci sono strategie che possano cambiare questa realtà.

Chi ha provato a giocare con i propri figli ricorderà la noia, assoluta, di questo gioco.

Venerdì scorso un amico l’amico Alessandro,  allenatore di una squadra giovanile di baseball, in quel di Parma mi ha contattato su facebook facendomi questa domanda:

“Sto seguendo una squadra di 12enni, a Parma, che ha un buonissimo livello tecnico, ma i ragazzi hanno un atteggiamento durante la partita come se non gli importasse di vincere o perdere, totalmente piatto. Durante gli allenamenti, invece,  anche con giochi di sfida sono assatanati di vittoria. Hai dei consigli su come posso gestire questa cosa e cercare di far diventare una sfida anche la partita?”

Abbiamo “chattato” per un po’ e mi sono fatto dare spiegazioni più approfondite.

Il risultato è che la sua squadra è molto forte tecnicamente e, difficilmente viene messa in difficoltà dagli avversari, risultando vincente nella maggior parte (per non dire tutte) le partite.

Naturalmente non ho potuto, assolutamente, dargli nessun tipo di consiglio, visto che non credo sia possibile affrontare una questione così complicata senza conoscere, in maniera approfondita, la situazione.

Abbiamo condiviso alcune considerazioni e valutato possibili spiegazioni, ma niente di più.

Questa “chiacchierata”,  oltre che lusingarmi, mi ha anche dato modo di riflettere, per conto mio, sull’argomento.

Cosa, davvero, rappresenta una sfida per i bambini che giocano a baseball (e per le bambine che giocano a softball)? E cosa, invece, lo è per i giocatori più maturi?

È possibile ridurre tutto, semplicemente, al vincere la partita contro l’avversario di turno?

A me appare chiaro che, nel caso della squadra del mio amico, non sia certo “lo spirito agonistico” o la “fame di vittoria” che mancano, semmai è proprio l’opposto:

la partita è una sfida troppo facile, non è divertente da giocare perché “si sa già come va a finire” e non c’è nessuna “paura di poter perdere”.

Come quando si gioca a rubamazzo…

Ma, l’ho detto prima, a rubamazzo si smette presto di giocare, si smette non appena ci si rende conto che non c’è nessuna sfida e che il risultato non dipende da noi.

Paradossalmente, la squadra è ben allenata, ben preparata, forte e vince sempre e proprio questo rischia di “far annoiare” i giocatori e di portarli verso “qualcos’altro” che li stimoli e li sfidi un  po’ di più…

Naturalmente lo stesso rischio di “lasciar perdere” lo corrono i giocatori di quelle squadre che “non vincono mai”, quelle per cui, invece, “la sfida” è, o sembra, impossibile.

Non ci sono ricette universali per far si che l’atleta si senta sfidato in ogni occasione, che si tratti di partita o allenamento, ma a mio parere il vero lavoro dell’allenatore dovrebbe essere quello di fare in modo che ogni bambino si senta unico, importante e, soprattutto, artefice delle proprie vittorie o sconfitte.

Li si dovrebbe sfidare a migliorarsi, ad andare ogni volta un po’ più in la. Si dovrebbe lasciarli cadere e sbagliare da soli, aiutandoli a rialzarsi, incoraggiandoli a riprovare, Si dovrebbe, infine, alzare l’asticella quando le cose diventano troppo facili.

Non credo, poi, che per gli adulti ci sia una grande differenza, anzi sono convinto che, in fondo, la ricerca della fida, naturalmente di tipo diverso da quella dei bambini, sia il motore ultimo che determina la pratica sportiva.

C’è una cosa che dico abitualmente alle mie giocatrici, quando vengono fuori da una gara tirata, vinta o persa non importa:

"quella sensazione di paura che si sente in fondo schiena , quel groppo in gola, quel momento in cui la vittoria o la sconfitta sono così  perfettamente in bilico che tutto dipende da quello che si farà, nel bene o nel male,  è il motivo per cui si gioca ed è il motivo per cui si tornerà, ancora, a giocare, cercando, di nuovo, quella sensazione”.

Per me lo sport, tutto lo sport, si fonda sulla ricerca di quella sensazione, sulla ricerca di quei momenti in cui l’atleta può fare, o non fare, la differenza.

Come ho già detto altre volte:

vincere o perdere una partita non c’entra, davvero, nulla con tutto questo.

 

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Una finestra sul futuro

Sab, 16/05/2015 - 09:52 -- Fabio Borselli

 

CASA BASE, la striscia a fumetti tutta italiana, dedicata al baseball, si avvicina al traguardo delle 100 strisce (a dire il vero il traguardo è già stato superato se si contano nel novero anche quelle “Special Edition” inserite nella collana Extra Inning…)

Sauro Pasquini, che della striscia è il disegnatore, commenta così l’avvicinarsi del fatidico n. 100:

“Mi è sempre piaciuto disegnare fumetti, ma si è sempre trattato di piccole storielle da ragazzi, pubblicate sulla Testata, ma niente di più lungo di quattro pagine. Pensare che ho già disegnato quasi 100 episodi di CASA BASE per me è una sorpresa e rappresenta un record! Il bello è che l’entusiasmo non è minimamente sceso e disegno ogni striscia come se fosse la prima.

Naturalmente mi piace anche ricordare che, fino ad adesso, CASA BASE, ha totalizzato anche altri risultati, oltre alle 100 strisce:

Due libri pubblicati, l’ultimo dei quali, la raccolta “ANNO UNO” è in vendita on line, sia in versione elettronica che cartacea, sul sito LULU.com oltre che su AMAZON.IT.

La striscia viene inoltre ospitata in Italia dai siti web Baseball Mania e Baseball On The Road e negli Stati Uniti dal sito Baseball Reflections.

In generale riceviamo apprezzamenti sia dal mondo del baseball e del softball ma anche da chi apprezza il fumetto aldilà del contenuto puramente sportivo.

C’è da essere orgogliosi e stimolati a continuare a far bene.”

In questi due primi anni di vita CASA BASE è, piano piano, maturata:

il tratto è cambiato, diventando più preciso e definito, è arrivato il colore e la squadra degli Atomics ha adesso nelle proprie fila personaggi in pianta stabile e ben definiti nelle proprie caratteristiche.

A  proposito dei personaggi, c’è anche da dire che ce ne sono alcuni che devono ancora fare la loro comparsa e che sono tutti ispirati a quelle figure che, chiunque gravita intorno a una squadra di ragazzini che giocano a baseball, prima o poi, è destinato a incontrare.

Proprio la definizione dei caratteri dei protagonisti sta portando CASA BASE ad una ulteriore evoluzione:

c’è bisogno di una storia lunga, che racconti di più sugli Atomics, che parli anche dei loro sogni e delle loro aspirazioni e che li faccia uscire dai confini, a volte angusti, della singola striscia.

Il progetto, ambizioso, si chiamerà “La Gang degli Atomics”.

Sarà questo, infatti, il titolo del volume, del quale è già pronta la copertina che, in anteprima, accompagna questo post.

Il libro, che verrà pubblicato sia in edizione cartacea che in formato digitale, proporrà, naturalmente dal particolarissimo punto di vista di CASA BASE, una storia di integrazione e di amicizia, raccontando la partecipazione degli Atomics a un torneo giovanile di Baseball, quella che gli autori ritengono essere una delle esperienze più formative che possano essere affrontate da dei ragazzini che giocano a baseball.

Non è ancora possibile definire una data certa di pubblicazione ma il progetto è già sulla rampa di lancio e cresce di giorno in giorno.

Come detto in altre occasioni CASA BASE è un cantiere aperto e ci sono tanti progetti e idee che bollono in pentola…

Continuate a seguirci, sarebbe davvero un peccato perderseli.

 

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