allenamento

Giacomino e Giacomina

Lun, 01/02/2016 - 08:00 -- Fabio Borselli

 

Nel corso del tempo ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE alcuni interventi ("Specializzazione Precoce? No, grazie!", "Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona", "Fuss, Sietz, Platz", "Da cosa nasce cosa"...) che, lungi dall’essere solo mie opinioni personali, hanno portato dati scientifici e risultati di ricerche a favore della seguente affermazione:

“la specializzazione precoce NON GARANTISCE il raggiungimento di risultati di eccellenza in età adulta”.

In un altro articolo (questo il link) ho cercato di portare l’attenzione su una tendenza, anche questa supportata dal risultato di serie ricerche scientifiche, che descrive come, in età giovanile, molti atleti d’élite abbiano praticato anche altri sport, oltre a quello in cui eccellono.

Da tempo il baseball e il softball italiano sono alla ricerca di modalità che permettano di “giocare tutto l’anno” e si ritiene che questa sia la soluzione al fenomeno dell’abbandono:

ecco che fioriscono tornei e leghe invernali che impegnano i più giovani praticanti anche nella stagione in cui il baseball “dei grandi” non si gioca.

Leggo poi, in questo periodo di “campagna elettorale”, una serie di proposte che, nel tentativo di risolvere il problema del basso numero di praticanti, ipotizzano di portare lo sport nella scuola dell’infanzia, allo scopo di anticipare il reclutamento.

Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.

Questa tendenza è, ancora purtroppo, mutuata da quello che succede in quasi tutti gli altri sport e discipline.

Di fatto, nonostante le evidenze scientifiche, lo sport, in Italia, sta andando in una direzione, quella della specializzazione precoce e della pratica del mono sport, che nelle intenzioni dovrebbe garantire, nell’ordine:

alto numero di praticanti, riduzione dell’abbandono, raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza e aumento degli appassionati.

Ma... Siamo sicuri che questo succeda?

Siamo sicuri che questa ricetta stia effettivamente aumentando il numero di praticanti e combattendo il drop-out?

Siamo sicuri che con questa strategia i futuri campioni riusciranno, davvero, a emergere?

Credo che chiunque abbia avuto esperienze nella scuola primaria si sarà accorto che, in ogni classe, i bambini (e le bambine…) “più portati” per il baseball siano quelli che praticano altri sport (calcio, basket, pallavolo…).

Questo non fa scattare nessun campanello nella testa? Non suscita nessuna domanda?

Ripeto, la scienza parla chiaro:

la pratica di sport multipli aumenta la possibilità che l’atleta, una volta superata l’adolescenza, possa mettere a frutto il proprio patrimonio genetico ed eccellere in uno sport particolare.

E allora siamo davvero sicuri che, per i bambini e le bambine, giocare a baseball e solo a baseball tutto l’anno, sia davvero la cosa più giusta da fare?

Non è che in questo modo l’ipotetico Giacomino e l’ipotetica Giacomina rischiano di ANNOIARSI e finiscano per cercare altrove quelle ESPERIENZE diverse che la monolitica pratica di un solo spot non gli garantisce?

Mi capita spesso di pensare a questi due “modelli di giovane atleta” che, se hanno la (s)ventura di imbattersi nel baseball e nel softball, saranno condannati ad anni di allenamenti ripetitivi e noiosi, di interminabili partite giocando, se va bene, come “esterno destro, ultimo in battuta”, di estati a “pascolare” nel campo esterno mentre si fa il “batting practice”

Non sarebbe meglio, per Giacomino e Giacomina, praticare due o tre o quattro sport diversi, magari in periodi diversi dell’anno, partecipando a competizioni adeguate alla loro età e con avversari di pari dignità e capacità, magari sottoponendosi ad allenamenti che li aiutino a crescere come bambini e non come “giocatori in miniatura”, curando e tutelando il loro sviluppo armonico e occupandosi, non legandola alla “Dea della vittoria”, della loro felicità?

Probabilmente sarò un sognatore ma vorrei, una volta tanto, sentire parlare di polisportività, di Giacomini e Giacomine che, anche se sono “tesserati” per una società di baseball, giocano anche a pallavolo, calcio, rugby, basket, lacrosse… Partecipando a competizioni in ognuno di questi sport, accompagnati da allenatori che li affiancano nel loro percorso, aiutandoli a scegliere, in base alle loro capacità, attitudini e passioni, lo sport in cui, da grandi, potranno eccellere.

Vista la situazione dell’avviamento e della gestione dello sport nel nostro paese, che non gli concede dignità all’interno del sistema scolastico, credo che la strada che possa portare lo sport, si badi bene, non solo il baseball, nel futuro, debba essere, obbligatoriamente quella di società sportive sempre più polisportive, che permettano una pratica sempre più diversificata e generalista.

D’altra parte, come ripeto, purtroppo, da tempo, le modalità e le strategie che abbiamo seguito fino ad ora non hanno certo portato a risultati, sia quantitativi che qualitativi, di rilievo.

Forse è il caso di cambiare, no?

 

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Da cosa nasce cosa

Lun, 25/01/2016 - 15:40 -- Fabio Borselli

 

Dove: trentunesima coach convention degli allenatori di baseball e di softball.

Quando: sabato 23 gennaio 2016, mattino.

Sale sul palco la Dottoressa Bortoli.

 

La sua relazione colpisce per competenza e contenuti “frutto di studi e ricerche, non di opinioni personali”, parole sue.

C’è una tabella, in quella relazione, che “salta fuori”, che “colpisce come un pugno allo stomaco”, che “buca lo schermo”... Questa:

 

e allora, per associazione, a me viene in mente un’illustrazione che ho salvato, da tempo, sul desktop del mio portatile... Questa:

 

Contrariamente al solito, questa volta, davvero, lascerò che a parlare per me siano queste due immagini.

Spero che facciano riflettere.

 

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Lun, 18/01/2016 - 00:34 -- Fabio Borselli

 

Ormai credo che tutti sappiano come la penso.

In particolare su certi argomenti che tendo a “looppare” spesso e volentieri:

specializzazione precoce, metodologia dell’allenamento, allenamento divertente, avviamento all’agonismo, apprendimento motorio e via da capo…

Non starò quindi ad annoiare nessuno con la “solita” tirata su argomenti già abbondantemente trattati, insomma niente “pippone” stavolta (per una esaustiva definizione del termine “pippone” è possibile seguire questo link).

Prima di tutto vorrei proporre questo video che gira da un po’ per il web, credo che non ci sia allenatore/allenatrice/giocatrice di softball che non lo abbia visto, condiviso e commentato:

“che carina!”

Mi sembra quasi di sentire il coretto...

Vorrei, anche, che si osservasse con attenzione (e spirito critico) quest’altro video.

Solo per il gusto di banalizzare un po’ (ed evitare di prendermi troppo sul serio) direi che, in definitiva, i protagonisti dei due filmati sono due “cuccioli”, che eseguono magistralmente degli esercizi, complessi e complicati, non c’è dubbio alcuno, ma comunque esercizi.

Ora (come promesso senza “pippone”) io non trovo grandi differenze tra i due filmati:

c’è stato, Lo si vede bene, un grande lavoro di addestramento.

Mi chiedo:

davvero vogliamo e abbiamo bisogno di giocatrici addestrate?

Davvero siamo dell’idea che la “maturità” e la corretta esecuzione del “gesto tecnico” che si nota nella bimba la renderà un eccellente lanciatrice?

Davvero nessuno tranne me (ma io sono un “pipponatore”, si sa) si è fatto domande sul come è stata “addestrata” la bimba?

Davvero nessuno si è, poi, posto domande sul perché è stato fatto e sulla reale utilità e necessità di quello che è stato fatto?

E qualcuno si è, infine, chiesto quanto tempo è servito, tempo che, in ultima analisi, poteva essere impiegato facendo altro, che so battere, giocare interbase oppure, eresia, facendo qualcosa che non c’entrasse nulla con il softball?

Sento una vocina (forse un po’ più di una):

Fabio, ma non potevi limitarti anche tu a un “che carina!” e lasciar correre?

È più forte di me, ho l’animo del rompiscatole:

mi faccio domande e andando avanti con l'età peggioro.

Ora, non pretendo certo di essere quello "che ha capito tutto", ma spero sinceramente, con tutto il cuore, che quella bimba sia davvero felice di fare quello che fa, come sembra nel video.

Il cane lo sembra, ma a lui, sicuramente, hanno dato una montagna di bocconcini e di coccole (non oso pensare a possibili rinforzi negativi) per addestrarlo a fare cose che, tutto sommato, se io fossi un cane, non so se avrei così tanta voglia di fare.

Ma lo ripeto, sono io che la vedo così e, magari, mi sbaglio.

Ah! Dimenticavo! Prima che qualcuno sollevi l’obiezione, lo faccio da solo:

ho notato, si stia pur tranquilli, che il movimento di lancio non è poi così perfetto e il tecnico che è in me ha già provveduto a elaborare adeguate strategie di correzione…

 

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Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

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Velocità!

Lun, 28/12/2015 - 08:42 -- Fabio Borselli

 

La notizia mi arriva la mattina di Natale ed è tristissima:

“è morto Carlo Vittori, storico allenatore di Pietro Mennea”, recita il titolo sul sito web della Gazzetta dello Sport.

Non ho nessuna intenzione di scrivere un necrologio, altri lo faranno, meglio e più a proposito.

In questo blog ho spesso ripetuto di sentirmi allenatore nell’anima e nel cuore e sono convinto che allenare sia qualcosa di più di “un mestiere”.

Ecco perché oltre alla tristezza per la scomparsa di Vittori provo anche un po’ (solo un po’, per carità) di sana disillusione nel sentire, sempre e comunque, il suo nome accostato a quello di Pietro Mennea.

Quello che penso di Mennea come uomo e come atleta (aggiungerei come vero e proprio mito) l’ho scritto nel post “Diciannove e settantadue!” pubblicato su Softball Inside (questo il link).

Credo che non ci sia null’altro da aggiungere.                                

Allo stesso modo credo che Carlo Vittori non sia stato SOLO l’allenatore di Pietro Mennea, anche se lo è stato, così come è stato allenatore anche di Marcello Fiasconaro, per nominarne uno.

Però Vittori è stato, anche, “l’inventore” del centro federale di Formia e, soprattutto, il padre putativo della velocità italiana, quello che ha teorizzato, prima e messo in pratica, poi, una metodologia di allenamento nuova, o quantomeno innovativa, per i velocisti.

Alcuni tra i suoi scritti fanno parte della mia “biblioteca” e, rielaborati e rivisti alla luce delle evidenze scientifiche successive, alcuni dei “suoi” principi metodologici sono parte integrante del mio “metodo di allenamento”.

Ripeto, da sempre, che l’allenatore dovrebbe essere un “facilitatore” della prestazione e che, in definitiva, gare e partite vengono vinte (e perse…) da atleti e giocatori…

Non ho mai creduto che sotto la luce dei riflettori debbano finirci gli allenatori, non è quello il nostro lavoro.

Ecco perché ho voluto scrivere queste due righe.

Credo che il TECNICO Carlo Vittori non debba essere ricordato, adesso, solo per le vittorie dei suoi atleti, ma anche e soprattutto, per la solidità del suo pensiero, per la forza con cui ha cercato di farlo diventare vero e reale e per l’essere stato,  un GRANDE ALLENATORE.

Il titolo di “Professore della Velocità” che gli viene attribuito sul sito web della FIDAL mi sembra, per questo, molto, molto appropriato.

Credo anche che il mondo dello sport italiano sia, adesso, un po’ più povero.

 

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Slap!

Lun, 31/08/2015 - 09:14 -- Fabio Borselli

 

Non sono riuscito a seguire come volevo il mondiale under 19 di softball, purtroppo ho visto solo qualche spezzone di partita in streaming e letto le notizie sui siti specializzati.

Ho seguito però una discussione, nata sul web ad opera di un amico, che si riferiva al fatto che le squadre più forti del mondo hanno almeno la metà del line-up composta da slapper e che, provocatoriamente, chiedeva il perché, da noi, non si insegna alle giocatrici “l’arte dello slap”.

Il mio pensiero sull’importanza dello slap come arma offensiva e sul come ogni giocatrice (ripeto: ogni giocatrice) dovrebbe averla nel proprio “arsenale” è cosa risaputa:

ne ho parlato spesso su Softball Inside (vedi i post “Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto?” e “Ancora sui battitori Mancini”) ma questa volta voglio cercare di dare una risposta al perché non si insegna.

Naturalmente posso solo ipotizzare il perché e spero che nessuno me ne vorrà se la mia analisi fosse esagerata o inesatta, anzi spero che sia possibile far nascere un dibattito costruttivo e stimolante e che in un futuro non lontano anche da noi si possano cominciare a vedere più slapper.

Pima di tutto credo che sia necessario far piazza pulita da un pregiudizio:

non si insegna a battere in corsa solo alle atlete veloci. Punto.

Se sono veloci è meglio, ma considerando che dal box sinistro alla prima base si guadagnano almeno due metri di vantaggio, anche una giocatrice di velocità media è sicuramente avvantaggaita.

Certe modalità di pensiero sono dure a morire però, si pensi alla assurda credenza che il bunt si chieda solo a pessimi battitori, come se smorzare la palla non richiedesse le stesse capacità di tracking e di tempismo della battuta.

L’ho detto all’inizio, battere in corsa è un’arma:

un’arma in mano al coach che può, utilizzandola a proposito, cercare di destabilizzare difese apparentemente impenetrabili e un’arma a disposizione delle giocatrici che possono, così, diventare più pericolese e imprevedibili.

Battere in corsa è un fondamentale e come tale richiede tempo per essere appreso, deve essere allenato e deve essere provato in situazione di gara.

Battere in corsa non si improvvisa ed è necessaria una seria programmazione dei passi da compiere per  rendere una giocatrice una slapper.

Credo che di fronte a queste affermazioni sia chiaro che, prima di tutto, serve che l’allenatore, il tecnico, sappia insegnare come si batte in corsa e sappia anche insegnare quando farlo.

E questo, non è del tutto scontato…

Poi è evidente che serve del tempo, che prima di padroneggiare la slap le atlete devono andare incontro a prove, controprove, aggiustamenti e, naturalmente, fallimenti.

Ecco che si arriva al punto nodale:

a mio parere non si insegna la slap perché questo tempo non c’è… O, forse non si vuole trovare…

Abbiamo un sacco di scuse:

le nostre giocatrici i allenano poco, troppo poco e giocano ancor meno.

Le abbiamo, se va bene, per 4 o 6 ore alla settimana e questo tempo va impiegato per insegnare a prendere, a lanciare, a battere, a correre, a difendere.

Non ci rimane tempo per altro.

Sono giustificazioni che ho sentito molte volte, in aggiunta a considerazioni del tipo:

“in America (come in Giappone, Cina, Australia…) si allenano tutti i giorni, hanno più tempo, possono lavorare meglio… Possono sperimentare e, poi, hanno più atlete di noi”.

Personalmente insegno a battere in corsa (così come insegno a battere da entrambi i lati del box..) e gli dedico lo steso tempo che dedico agli altri fondamentali, programmando l’attività nella speranza che le giovani giocatrici si appassionino al softball e che continuino a giocare a lungo.

Proprio per questo, credo che queste scuse siano, appunto, solo ed esclusivamente delle scuse e che servano a nascondere il vero problema:

forse, dico solo forse, non è che, in fondo, siamo abituati ad accontentarci?

 

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Straordinario

Lun, 06/07/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

il baseball e il softball, inutile negarlo sono in questo momento, in  Italia, ai minimi storici, sia come livello tecnico che come numero di praticanti.

Intendiamoci, non è che la situazione nel resto del vecchio continente sia più rosea e questo ci permette, complici anche “oculate scelte di mercato” di mantenerci ai vertici, o quasi, del movimento europeo, ma in questo caso non mi sembra proprio il caso di festeggiare il “mal comune, mezzo gaudio”

Tra tutte le possibili cause e concause di questa situazione vorrei analizzarne una, quella del basso numero dei praticanti e quindi parlare di reclutamento e abbandono precoce, ma non solo.

Prima di tutto un’affermazione:

gli allenatori italiani di baseball e softball sono, a mio parere, allenatori eccezionali.

Infatti, con pochissimo “materiale umano” riescono ad allestire squadre, a giocare partite, a competere, anche ad alto livello, spremendo da quei pochi praticanti che arrivano alla soglia dell’età adulta prestazioni di tutto rispetto.

Ci sono però domande che mi sono posto e la prima è questa:

siamo sicuri che gli atleti che, resistendo, continuano a giocare fino e oltre i 19/20 anni siano i migliori possibili? I migliori talenti?

E la domanda successiva è:

siamo sicuri che le nostre metodologie di allenamento siano quelle che ne esaltano tutto il potenziale?

È innegabile che i nostri atleti e le nostre atlete over 20 siano dei “sopravvissuti”:

quando va bene hanno giocato per almeno 10 anni, spesso in un unico ruolo, se precoci e dotati di appropriati livelli di forza, magari, hanno anche lanciato, fino a quando, raggiunta la pubertà sono stati “reindirizzati” verso altre posizioni.

Quando va bene si sono allenati allo stesso modo, anche con allenatori diversi, scimmiottando, inutile nascondersi, le modalità di allenamento degli adulti:

due giri di corsa, qualche esercizio di stretching, qualche “passo di andatura”, qualche scatto, palleggio, difesa, difesa, difesa e batting practice (con qualche bunt e qualche batti e corri).

Siamo sicuri che non c’è un'altra strada e che non riusciamo a percorrerla per evitare di disperdere il patrimonio di bambini e bambine che l’attività di diffusione nelle scuole porta sui campi a ogni nuova stagione?

Credo che, di fondo, ci sia un problema di paura.

Baseball e Softball sono due giochi straordinari e devono essere giocati e allenati in maniera straordinaria. Punto.

Essere straordinari comporta il rischio di fare delle scelte.

Essere straordinari comporta il rischio che queste scelte non piacciano a qualcuno, specialmente a quelli che: “si è sempre fatto così, da queste parti”.

Questo, però, fa parte della definizione stessa del termine STRAORDINARIO.

Non bisogna avere paura, non bisogna smettere di essere, davvero STRAORDINARI.

Basta ricordarsi che nessuno ottiene mai, o può pensare di ottenere,  l'unanime approvazione di tutti, chi emerge, per forza di cose, va incontro anche alle critiche e al dissenso.

Purtroppo questo non è solo un problema di baseball e softball:

Non si cambia, non si corrono dei rischi, non si prova a diventare STRAORDINARI,  perché SI HA PAURA DI SBAGLIARE.

Questa paura la si impara a scuola.

È a scuola che si inizia a pensare che conviene stare al proprio posto, che è meglio colorare il disegno senza uscire dai margini, che non conviene fare troppe domande durante la lezione e guai a eseguire il compito diversamente dal modo in cui viene richiesto.

Nelle nostre scuole,  si dispongono i ragazzini tutti in fila e ci si impegna, con ogni mezzo, per non avere pezzi difettosi. L'obiettivo finale è che nessuno emerga, nessuno rimanga indietro, nessuno che corra in testa o che esca dai ranghi.

con queste premesse  mi chiedo:

siamo davvero sicuri che, riproporre questo modello, non trasformi lo STRAORDINARIO che baseball e softball hanno nel loro DNA in qualcosa che è uguale a tutto il resto e che ha, oltretutto, lo stesso sapore di tutto il resto? Lo sport giovanile è diventato, purtroppo, un mercato e un mercato affollato, dove seguire le regole, essere come gli altri, significa fallire e dove non emergere equivale a essere invisibili.

Sono convinto che siamo bravissimi e che riusciamo a “vendere” i nostri sport a bambini e famiglie di ogni tipo proprio perché nei nostri occhi c’è la capacità di raccontare lo STRAORDINARIO. Ma se una volta che abbiamo riempito i nostri campi di gioco, si smette di esserlo e si ritorna ad essere “ordinari  e normali” come è possibile pensare di poter trattenere al baseball e al softball quei bambini che vogliono invece, davvero, essere straordinari?

 

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Sulla tradizione: the banana experiment

Lun, 22/06/2015 - 08:54 -- Fabio Borselli

 

Questa volta la prendo un po’ alla lontana…

Siamo nel 1967, l’esimio Dott. Stephenson, mette a punto un esperimento:

rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia c’è una scala e sulla scala un casco di banane.

Come è naturale, le scimmie si accorgono immediatamente delle banane. Una di loro si arrampica sulla scala. Non Appena lo fa, però, lo sperimentatore la bagna con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie che non hanno tentato di raggiungere le banane.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e infreddolite, Ben Presto un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore bagna la scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata.

Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane, le altre scimmie, volendo evitare di essere bagnate, la tirano via dalla scala malmenandola.

Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

L’esperimento prosegue con l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia in sostituzione di una di quelle già presenti. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle.

Le altre scimmie, conoscendo l’esito del tentativo, la obbligano a scendere e la picchiano.

Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a tentare di prendere le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non possa farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, viene sostituita con una nuova.

Il nuovo gruppo è quindi  composto da 3 delle scimmie iniziali (che sanno cosa succede quando si  tenta di prendere le banane), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

La nuova scimmia, come previsto, tenta di raggiungere le banane. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di tentare senza che il ricercatore debba spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata bagnata, ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata prendesse le banane.

La sostituzione progressiva delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state bagnate con l’acqua.

L’ultima arrivata tenta di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:

nessuna di esse, però, conosce il perché del divieto di raggiungere le banane, non avendo fatto l’esperienza diretta della punizione. Una nuova regola è stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni si sono perse con la scomparsa del gruppo che aveva sperimentato le conseguenze della violazione.

Che cosa c’entra il “banana experiment” con il baseball e il softball?

Ho paura che c’entri e che c’entri parecchio.

Basta pensare alla monotonia di certi allenamenti, fatti di ripetizioni, correzioni e poi ancora ripetizioni (che, si badi bene, sono indispensabili, ma non rappresentano la “sola” modalità possibile) specialmente quando questi coinvolgono i bambini e i ragazzi in una serie infinita di gesti scollegati dalla gara e mai eseguiti per risolvere il problema “avversario”.

La sequenza sempre la stessa. I gesti sempre gli stessi, da Bolzano a Caltanissetta:

due giri di campo, palleggio, “diamante”, batting practice (due smorzate, due batti e corri, dieci battute)… Dai sette ai quarant’anni per 2 o 3 volte alla settimana… E tutti ricordano quella volta che le battute furono 15… Se va tutto bene sono trent’anni (a volte molti di più) di una noia mortale.

Eppure di cose da fare, divertenti, motivanti, allenanti, non consuete ce ne sarebbero un sacco.

Allora perché?

Perché non si riesce  cambiare questo approccio che, forse, è uno dei principali responsabili dall’abbandono precoce?

Le risposte: “Non lo so, è così che si fa da queste parti! Il baseball (e il softball, aggiungo) sono questi! In America si fa così!” Suonano familiari?

Spesso si ripetono gesti e si rispettano consuetudini perché è quello che si è sempre visto fare senza sapere esattamente il perché.

E la conseguenza è che il gioco ristagna, non si evolve, resta indietro rispetto ad altre realtà che hanno numeri e dimensioni diverse, che fanno si che l’abbandono per noia o inefficienza non pregiudichi il livello tecnico.

Ho già detto, spessissimo, che non siamo l’America (ma nemmeno Cuba o il Giappone) e che i nostri praticanti hanno bisogno che ci si pongano domande diverse, che si trovino nuove soluzioni a vecchi problemi.

Il nostro baseball e il nostro softball non hanno bisogno di tradizioni, hanno bisogno che non si smetta di cercare, di interrogarsi, di riuscire a proporre nuovi paradigmi.

In conclusione mi è obbligo rivelare che, molto probabilmente, la descrizione del “the banana experiment” è frutto dell’elaborazione di una serie di esperimenti successivi e che, ancora più probabilmente, le modalità di svolgimento non siano state quelle che ho raccontato. D’altra parte si era nel 1967…

Ma anche se l’esperimento risultasse, effettivamente, una rielaborazione, le sue conclusioni sarebbero tanto diverse dal nostro modo di allenare baseball e softball?

 

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Lun, 08/06/2015 - 08:53 -- Fabio Borselli

 

Qualche flash preso direttamente dalla giornata di sabato scorso, passata in campo per il try-out del Progetto Verde Rosa.

Per prima cosa c’era un gran caldo. Poi c’erano tante ragazzine. Poi la giornata è stata davvero lunga. Per tutti, atlete e allenatori.

Succede che, all'interno delle attività della giornata, per poter valutare le abilità dei catcher, gli stessi debbano, a un certo punto, indossare l’attrezzatura.

Succede anche che alcuni accompagnatori delle giocatrici, che in questa categoria (under 13) sono, essenzialmente, i loro genitori, facciano notare che c’è molto caldo e lo fanno con una battuta:

“ti diverti a torturarle? Con questo caldo gli fai tenere la maschera?”

Naturalmente è una battuta detta scherzosamente, ma qualcosa si mette in moto nella mia testa…

Passiamo oltre, per adesso.

Nel pomeriggio si giocano delle partite, per vedere “in action” le ragazze:

Le lanciatrici prescelte come partenti cominciano a scaldarsi con i propri catcher e qui cominciano i guai:

in tutti i campi (ne avevamo ben 3 a disposizione…) i tecnici sono costretti a ricordare ai catcher di indossare la maschera durante il riscaldamento.

Prendo nota e andiamo avanti.

Arriva il momento dei primi cambi sulla pedana e c’è la necessità per i rilievi di scaldarsi:

escono dal dug-out insieme ai catcher e il problema maschera sembra risolto:

infatti, questa volta, i ricevitori, tutti, invariabilmente, non hanno nemmeno pettorina e schinieri:

"fa caldo!” è la motivazione che danno quando gli viene fatto notare.

Come la penso sull’argomento “attrezzatura di gioco” e sulla necessità che, in particolar modo da parte dei ricevitori, debba essere sempre indossata al completo, partita o allenamento che si stia facendo l’ho già detto nel mio post  “Attrezzi per giocare”.

Ribadisco il concetto:

i catcher, quando si allenano o giocano in difesa, devono indossare, SEMPRE, le proprie protezioni, maschera compresa, anche se fa caldo, anche se stanno “semplicemente scaldando” la lanciatrice.

Non è solo una questione di sicurezza, ci sono anche delle serie motivazioni tecniche.

Personalmente io chiedo ai ricevitori di non togliere mai la maschera:

nemmeno per le volate in foul, visto che la moderna attrezzatura permette una perfetta visuale, ma soprattutto quando devono difendere il piatto.

Mi è capitato di vedere, non tanto tempo fa, un giovane catcher colpito a un occhio dalla palla tirata a casa base dall’esterno e rimbalzata male.

Risultato:

brutta contusione, partita finita e corridore avversario a punto.

Se avesse avuto la maschera avrebbe realizzato l’out e avrebbe continuato, tranquillamente, a giocare.

Oltre che per la sicurezza la maschera è utile anche per togliere ogni titubanza nella presa della palla che può essere resa difficile dal sopraggiungere del corridore e per dare un piccolo vantaggio “di approccio” al ricevitore:

credo che dover cercare di conquistarsi il punto contro un avversario “corazzato” possa, almeno un po’, intimorire e rallentare il corridore che si trova, improvvisamente, di fronte una vera e propria “muraglia umana” che non offre nessun “punto debole” e apparentemente impenetrabile.

Ma se nell’indossare attrezzatura e maschera ci sono solo vantaggi, perché è così difficile che venga fatto abitualmente?

Credo che la risposta possa essere dovuta a una sorta di “eccesso d’amore”:

mi sembra che allenatori e genitori vedano nell’imposizione dell’attrezzatura, specialmente “in allenamento quando non serve”, un inutile tortura, una punizione o un modo per sovraccaricare “quelle povere bambine”.

Quale ne sia il motivo sono convinto che sia un errore... Un errore di quelli gravi e, probabilmente, imperdonabili.

 

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A proposito di SPEAKER’S CORNER

Tris

D.A.E.

 

Blue Moon

Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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