allenamento

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

Lun, 19/09/2016 - 13:11 -- Fabio Borselli

 

Negli ultimi anni sono stato fortunato:

come “formatore” ho potuto incontrare decine (forse centinaia…) di “aspirati allenatori” a e di tutti i livelli di preparazione, formazione, ispirazione.

Uno dei concetti FONDAMENTALI (a mio modesto parere) che cerco di “far passare” è quello di MODELLO PRESTATIVO.

La considerazione che sta alla base di questo MODELLO è, in fondo, molto semplice e molti studiosi di cose sportive che ne hanno scritto sembrano parlare della “scoperta dell’acqua calda”:

“Il miglior maestro per l’allenamento è la gara” (Cramer, 1987)

“Dalla gara capiamo che cosa dobbiamo allenare” (Krauspe-Rauhut-Teschner, 1990)

“Se la gara è il miglior allenamento è anche vero che un buon allenamento deve per forza avere il carattere di una gara” (Northpoth, 1988)

Di fatto tutto ciò vuol dire, semplicemente che l’allenamento deve essere coerente con la gara:

in allenamento il giocatore e la squadra devono prepararsi ad affrontare ciò che si troveranno, realmente, di fronte durante la partita.

Per definire il MODELLO PRESTATIVO del baseball e del softball (davvero molto, molto vicini, nonostante le differenze tra i due sport) si deve perciò, prima di tutto, partire dall’osservazione del gioco per poterne, poi, ricavare indicazioni sul cosa e come fare per incrementare la possibilità di performance.

Grazie a un lavoro di ricerca molto approfondito (svolto, in Italia, da Colli, Faina e Machetti  nel 1987 e completato da Madella, Mantovani e Aquili nel 1992) è possibile fare questo breve elenco di considerazioni relative alla partita:

  • Costante alternanza tra azione e pause.
  • Mediamente, solo un lancio su tre evolve in una azione di gioco.
  • In nessun caso si sono verificate più di 20 azioni in metà inning, mentre sono stati effettuati anche 50 lanci.
  • Questo evidenzia il diverso impegno metabolico in relazione ai ruoli.
  • Le azioni durano in media 4"47 (+/- 2"45), sia nel baseball che nel softball.
  • La pausa media tra un lancio ed un altro è di 23" (+/- 13").

Da queste è possibile arrivare alle seguenti conclusioni:

  • le azioni di gioco si succedono ogni 45/50 secondi circa e la loro durata è estremamente breve,
  • è richiesta una elevata capacità di esprimere potenza in tempi brevissimi.
  • c’è un ELEVATO utilizzo del sistema anaerobico alattacido, uno SCARSO utilizzo del sistema aerobico lattacido e l’utilizzo del sistema aerobico praticamente NULLO,
  • le qualità motorie necessarie sono rappresentate da alti livelli di forza esplosiva e di rapidità,
  • necessita lo sviluppo delle capacità coordinative al massimo livello.

Detto questo ne consegue che le modalità di allenamento, ferma restando la necessità di agevolare l’apprendimento della tecnica, siano assolutamente certe e direttamente riconducibili alla partita.

Provo a puntualizzare:

nel gioco “reale”, il terza base, per esempio, raccoglie la palla battuta e, spesso, in condizioni di disequilibrio, sotto la pressione dell’avversario e risolvendo una miriade di problemi (che possono andare dal ritardo del suo compagno nel coprire la prima base, alle condizioni di luce, passando per rimbalzi irregolari o rotazioni “strane” della pallina) effettua il tiro per l’eliminazione.

Questa sequenza di azioni, lo dice l’analisi del gioco, dura circa quattro secondi nel baseball, circa tre nel softball (se dura di più, mi dispiace... Sarà per un’altra volta: il corridore è SALVO!) dopo di che c’è una lunga pausa e non è detto che la battuta successiva (mediamente una ogni 2/3 lanci) sia di nuovo sul terza base.

In quest’ottica, quale significato hanno infinite ripetizioni, che durano anche 5/10 minuti consecutivi, di presa della palla (magari battuta alla stessa velocità, angolazione e profondità, per aumentare la standardizzazione) senza nessuna pausa, con la velocità di esecuzione in vertiginoso calo ad ogni nuova sequenza presa/tiro, perdendo le caratteristiche fondamentali de baseball (per non parlare del softball) che sono la rapidità e l’esplosività del gesto?

Non sarebbe più “allenante” inventarsi qualcosa di più vicino alla gara, anche e soprattutto dal punto di vista della “pressione” emotiva?

Per non parlare della battuta… 30/40/50 swing in una sequenza pressoché continua, senza soluzioni di continuità… Con la velocità della mazza che cala a ogni ripetizione e il gesto che si adatta alla fatica muscolare… Senza che il lancio in arrivo cambi mai di “consistenza”, di direzione, di velocità o di angolo… Peccato che i nostri battitori, in gara, facciano al massimo 2/3 swing per turno di battuta…

Non esiste, davvero, un modo per allenare i battitori che sia più “like a game”?

Il concetto di MODELLO PRESTATIVO è ormai ben conosciuto (lo tocco con mano a tutti i corsi cui partecipo) e, almeno a giudicare dalle tesine, dalle risposte ai questionari e dalle discussioni, ben compreso.

Manca l’ultimo passo però, quello più importante:

adattare l’allenamento al MODELLO, superando la tradizione, “quello che si è sempre fatto”, se questo va in netta contrapposizione al MODELLO stesso.

In fondo la domanda fondamentale che dovremo farci è davvero:

Ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?

 

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Talento

Lun, 12/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Una foto, nemmeno fatta tanto bene, trovata sul web:

qualche frase, anzi singole parole, quasi (solo quasi...) casuali.

Qualche frase, anzi singole parole, pesanti come macigni.

Un "manifesto" da appendere in ogni dugout, in ogni spogliatoio, allo specchio del bagno nelle case di ogni atleta e di ogni allenatore.

Una sola grande verità:

IL TALENTO DA SOLO NON BASTA!

Scusate se è poco...

 

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Lun, 05/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

Risultati immagini per baseball kids coach scream

 

Mi capita di fermarmi ai bordi di un campetto di baseball di periferia.

Mi capita di fermarmi a osservare i ragazzi che aspettano di allenarsi.

Prima, li vedo giocare spensierati con una palla mezzo scucita e di quell’indefinibile colore che hanno le palle da baseball un po’ vecchie.

Poi, vedo il loro cambiamento, di umore e di approccio, una volta avvistato l’allenatore in arrivo.

Quel cambiamento, per capirci un po’ da “giorno dell’interrogazione”, si vede negli occhi, nei gesti, nella postura.

Incuriosito mi fermo, c’è una specie di “parterre” di fortuna, e mi siedo a guardare l’allenamento.

I ragazzi non sono molti, forse una dozzina, ma sono diligenti, ordinati rispettosi:

corrono in silenzio, in silenzio seguono un compagno al centro del cerchio che guida il riscaldamento, altrettanto in silenzio si mettono a coppie e palleggiano poi, tutti insieme attorniano il coach che da le direttive:

allenamento di battuta.

Tralascio di raccontare la noia provata a seguire questo “eterno” batting practice e sorvolerò anche sul fatto che in circa 45 minuti ogni bimbo ha, di fatto, girato a mazza 30 volte e “pascolato” tra prato e terra rossa nel tempo restante.

Arriva qualche genitore, si siede e ci scambiamo due parole, poi la loro attenzione è tutta per i figli, la passione per il gioco è palpabile e i commenti sono tutti del tipo: “che buon contatto!”, “ha proprio un bello swing”, “peccato per quelle mani troppo basse”…

Li sento parlare dell’allenatore, di come ha portato una “mentalità vincente”, di come ha corretto molti errori dei ragazzi, anche se c’è ancora “tanto da fare”, di come la squadra “sia pronta” grazie a lui.

Osservo il mio collega con un pizzico di invidia e mi dico che sarebbe bello sentire genitori o atleti che parlano così di me.

Poi lo osservo meglio e vedo che, dopo ogni lancio, ripeto:

dopo ogni singolo lancio, arriva precisa e implacabile una sua correzione/indicazione/puntualizzazione:

“tieni le mani alte”, “guarda la palla”, “hai fatto il passo troppo lungo”, gira più veloce”, “tieni la mazza parallela” e altri “slogan” perfettamente conosciuti a chi frequenta i campi di gioco da troppo tempo come me.

Lo osservo alla fine del “giro di battuta” radunare la squadra e spiegare, per quasi un quarto d’ora, come LORO, i ragazzi, siano ancora lontani dalla perfezione, su quanto ci sia da lavorare per, poi, fargli vedere “lo swing giusto”.

Saluto i genitori che stanno elogiando le grandi conoscenze del “mister” e mi allontano riflettendo…

Ho un turbine di pensieri per la testa e scrivendo queste righe altri mi si affollano nella mente.

Ma su tutti una domanda:

cosa deve fare l’allenatore? Quale è, davvero, il suo mestiere?

Nonostante il grande successo riscosso tra i genitori e supportato, invece, dalle facce tristi di quasi tutti i bambini, io sono convinto che quello che ho visto non sia allenare, o almeno non sia allenare bene:

allenare è, di questo sono assolutamente convinto, mettersi al servizio del gioco, della squadra, dell’atleta.

Allenare è osservare e studiare per capire quello che si vede.

Allenare è utilizzare quello che si conosce e quello che si impara per far si che quello che si vede, l’atleta e il suo approccio al gioco, possano far parte del gioco per quello che possono dare, non per quello che ci piacerebbe che dessero.

Allenare non è “insegnare a battere”, allenare è “aiutare a battere, nonostante”.

Allenare non è cercare la perfezione, allenare è aiutare gli atleti a usare la loro imperfezione al meglio.

Allenare non è creare dipendenza, allenare è dare indipendenza.

Allenare non è scegliere al posto dell’atleta, allenare è dare possibilità di scelta a ognuno dei propri giocatori.

Certo è più difficile! Molto più difficile!

È molto più semplice continuare a ripetere all’infinito “frasi fatte” che, a torto o a ragione crediamo possano cambiare le cose.

È ancora più semplice convincere i giocatori che possono cambiare il loro modo di tirare, o di battere o di prendere la palla ascoltando le mie indicazioni piuttosto che inventare e strutturare le cose in modo che quello che dico sia facile da fare.

Credo che allenare non sia una semplice questione di tecnica o di appeal.

Non conta quello che sai tu, ma quello che alla fine non solo sanno, ma sanno fare, quelli che hai allenato e, mi scuso se suona molto o troppo retorico, conta molto quello che sei capace di imparare, ogni volta, anno dopo anno, dai giocatori che alleni.

 

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In the wind of change

Lun, 25/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Non seguo troppo assiduamente il basket, non quanto vorrei, cioè.

Inutile dire che, quando posso, la mia attenzione è rivolta  quello professionistico americano, quello della NBA, per intenderci. Questo non per snobismo ma, semplicemente, perché è esaltante da vedere:

ben ripreso, ben commentato ma, soprattutto, ben giocato.

Anche da “spettatore distratto” non è stato comunque possibile non accorgersi che c’è una rivoluzione in corso, nel mondo NBA, una rivoluzione tecnica, un nuovo modo di giocare e approcciarsi al gioco che, di fatto, lo sta cambiando.

Come spesso ricordo sono molto sensibile alle innovazioni nel mondo dello sport e il mio idolo indiscusso rimane DICK FOSBURY (ne ho abbondantemente parlato qui e qui).

Ebbene, sembra che anche il basket abbia il suo FOSBURY!

Si chiama STEPHEN CURRY e, secondo qualche commentatore sportivo, oltre ad essere il miglior giocatore del campionato, in un certo sta danneggiando il gioco.

Brevemente:

CURRY è il playmaker dei Golden State Warriors, la squadra campione dello scorso anno, e il miglior giocatore della passata stagione della NBA. Ed anche è quello che, più di tutti, sta rivoluzionando il modo di giocare nel campionato di basket più importante del mondo.

Gioca infatti una pallacanestro imprevedibile e,  apparentemente, molte delle sue scelte di gioco sono le classiche “scelte sbagliate”:

cose che gli allenatori chiedono ai giocatori di non fare, perché hanno una bassa percentuale di riuscita o troppo avventate.

Evidentemente CURRY non lo sa e continua a segnare con  tiri difficili , facendolo con percentuali notevoli, fa passaggi complicati e spettacolari che spesso si trasformano in assist per i compagni.

Il “problema”, è che molti giocatori giovani, soprattutto nei college, hanno cominciato a imitarlo, rischiando azioni difficili e complicate, fallendo, spesso, da questo fatto l'ipotesi del "presunto danneggiamento del gioco".

Ma, si sa, l’imitazione del più forte o divertente giocatore è, da sempre, scontata:

è successo con Michael Jordan, con Maradona, con Andre Agassi per citarne alcuni.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima che un giocatore talentuoso o un modo nuovo di giocare vengono accusati di “eresia” prima che la loro “rivoluzione” cambi per sempre le regole del gioco.

Non voglio entrare in tecnicismi, ma il gioco che CURRY sta portando avanti, fatto di spettacolari tiri da tre punti, da posizioni lontanissime dal canestro, sotto pressione e con il corpo in assetti spesso non “ortodossi”, sta costringendo allenatori e giocatori a rivedere il proprio modo di giocare, nel tentativo di arginarlo.

Quello che rende questo giocatore così forte e così bello da guardare sono le cose imprevedibili che fa con la palla in mano…

Tutto questo cosa ha a che vedere con il baseball e il softball?

Molto i più di quello che sembra:

consiglio di andare a vedersi, per esempio, i video che mostrano CURRY durante il riscaldamento pre-game.

CURRY è un virtuoso del “ball-handling”, cioè dell’abilità di palleggiare e “trattare” la palla e fa, durante il riscaldamento, una serie di esercizi di “funambolismo” che lo aiutano a entrare, direi, in simbiosi con il pallone.

Ma non è solo questo e, Incuriosito da  questo “show”, sono andato a cercarmi anche il suo “allenamento tipo”:

oltre al lavoro fisico e a un innumerevole quantità di tiri ci sono una serie di esercizi inaspettati, fatti con l’aiuto di palle e palline di tutti i tipi, da quella da basket a quella da tennis, usate in coppia e con entrambe le mani, in condizioni di equilibrio precario…

Insomma una vera e propria seduta di allenamento multilaterale!

Ce n’è da attingere a piene mani, anche solo per “rompere” la (noiosissima) routine dei nostri (noiosissimi) allenamenti.

Ma non basta ancora:

ciliegina sulla torta, il simpatico CURRY segna, anche se non spessissimo, tirando con la mano sinistra, che non è la sua preferita, ma che  usa indistintamente rispetto alla destra in tutte le fasi del gioco.

Che dipenda dal fatto che, infischiandosene allegramente della “ortodossia”, il ragazzo non abbia timore di allenarsi anche con qualcosa di diverso dal “solito”?

 

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La linea

Lun, 18/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Quando ero molto più giovane di quanto mi piaccia ammettere, “la linea” era un cartone animato.

La linea di cui voglio parlare, oggi, invece, è la linea che una giocatrice mi ha chiesto di disegnare in campo durante un allenamento:

brevemente:

stiamo “impostando” la difesa del bunt, in questa fase senza corridori sulle basi  e senza il  battitore, lavorando solo sui movimenti e sulla sequenza “reagisco-carico-raccolgo-tiro”, quindi in modo abbastanza “easy” e senza pressioni esterne.

la squadra è giovane, gioca insieme da poco, non c’è molta esperienza, ci sono “esordienti” in alcune “posizioni chiave”… Insomma, siamo alla prima “imbastitura” del gioco (movimenti, reazioni, priorità, precedenze, ecc…):

c’è molta irruenza, ma allo stesso tempo timore, c’è voglia di fare e di fare bene, ma allo stesso tempo paura di sbagliare, c’è timore riverenziale da parte delle giocatrici “giovani” e qualche insofferenza da parte di quelle “esperte”, ci sono domande da fare, chiarimenti da dare, abitudini radicate da “aggirare”, c’è, soprattutto, tanta voglia che tutto vada SUBITO a posto. Il problema è che non è possibile che vada SUBITO tutto a posto, ci vuole tempo, lavoro, ripetizioni,

Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Niente che non sia già successo migliaia di volte ogni volta che una squadra scende in campo per allenarsi.

Qualche volta, per non dire spesso (d’atra parte sarebbe inutile “allenare” a difendere solo situazioni semplici e senza problemi particolari) quando la palla rotola nelle zone in cui le priorità e precedenze sono meno definite e chiare, le giocatrici non siano ancora precise nelle chiamate e nelle decisioni:

a volte si trovano in tre ( se non in quattro…) a voler giocare la stessa palla e, per questo, si ostacolano a vicenda non riuscendo a completare il gioco oppure la stessa palla rimane per terra mentre, le stesse tre giocatrici, sono preoccupate e impegnate a non ostacolare la compagna.

In ognuno di questi due casi estremi (e in mezzo ce ne sono almeno un miliardo, tutti diversi per dinamica e situazione) il problema si risolve, paradossalmente, continuando a proporlo:

piano piano, errore dopo errore, le giocatrici cominciano a conoscersi, a intuire le difficoltà e i punti di forza dell’una o dell’altra e risolvono la questione, o almeno è quello che si augura ogni allenatore.

Ebbene, proprio in una di queste “confuse” fasi inziali una delle giocatrici mi ha chiesto di “disegnare una linea”, in modo che fosse chiaro, per tutti, fino a dove “quella palla era sua” o quando “doveva lasciarla alla compagna”.

Dal punto di vista concettuale non c’è nulla da eccepire e in effetti, le aree di competenza e di priorità nella giocata, nei manuali di baseball e softball, sono chiaramente delineate…

Purtroppo (o fortunatamente) si gioca sul campo e non sui manuali o sulla carta e, sul campo, i contorni sono molto più sfumati:

ci sono un sacco di “dipende” e un sacco di “distinguo”, che vanno dalla velocità della palla alla posizione di partenza dei difensori, passando per le caratteristiche e il numero dei corridori sulle basi e considerando le condizioni del campo, il tipo di lancio e una, pressoché infinita, serie di altre variabili.

Insomma, non è proprio possibile tracciare “una linea” precisa e il bello del softball, secondo me, sta proprio qui:

in quella assoluta indeterminazione delle situazioni per la quale, credo, non sia possibile che ci sia una partita, un’azione, una giocata mai, esattamente, uguale a un’altra.

Credo che, proprio in virtù di questa caratteristica del gioco, la soluzione non sia “la linea”, ma il continuare a lavorare, proponendo alle atlete “problemi da risolvere” e non offrendo soltanto “soluzioni a portar via” che, se da un lato possono risolvere la maggior parte delle situazioni, dall’altro potrebbero non metterle in condizioni “pensare con la propria testa” e renderle capaci di risolvere quelle situazioni invece, “scomode” che, spesso, se non sempre, sono quelle che determinano la vittoria o la sconfitta.

 

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Warning: low disk space!

Lun, 11/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Alzi la mano chi, nella sua carriera di allenatore, non ha riempito pagine e pagine di taccuini da campo con i dati raccolti “durante le sedute di test” cui, periodicamente, ha sottoposto i propri atleti.

Credo, anzi sono pronto a scommettere che, in una immaginaria platea, ci sarebbero ben poche mani alzate.

Tutti noi (me compreso, sia chiaro) abbiamo prima o poi ceduto alla lusinga dei test:

di ogni tipo, da quelli “classici”, come il Cooper o il Sargent test, a quelli meno di uso comune come il Brue o il Leger test, per concludere con tutta una serie di rilevamenti sia atletici che tecnici specificamente “studiati” e “strutturati” per il baseball e il softball.

Ora, so di fare un affermazione assai azzardata e, magari, anche poco condivisa, ma ho maturato la convinzione che raccogliere questa “sterminata messe di dati” non serva, all’atto pratico, poco più che a niente…

Provo a spiegarmi un po’ meglio:

in un ipotetico “mondo ideale” dove gli allenatori possono seguire la crescita, lo sviluppo e la maturazione di atleti e atlete, raccogliere informazioni sulle loro capacità di prestazione potrebbe avere un senso, a patto che i dati raccolti siano, prima di tutto, analizzati e, poi, usati e, infine, verificati.

Conoscere i risultati di un determinato test, trovare una correlazione legata allo sviluppo fisico e biologico, analizzare la deviazione indotta dall’apprendimento tecnico (alcuni test perdono di significato perché certi cambiamenti nei risultati sono causati da un aumento dell’abilità del soggetto nello svolgimento della prova del test piuttosto che da reali incrementi della capacità fisica, o tecnica, che si sta valutando) dovrebbe  servire per sviluppare programmi di allenamento specifici.

La successiva verifica (nuovo test) dovrebbe portare a una nuova analisi e a integrazioni o variazioni dei programmi e così via.

Purtroppo, lo dico per esperienza, non siamo in un “mondo ideale” e le cose non vanno, quasi mai, così.

Purtroppo non riusciamo, quasi mai, a utilizzare tutta la miriade di dati che raccogliamo, anzi, spessissimo, ci ritroviamo tra le mani un mare, anzi un oceano, di informazioni non utilizzabili e questo per una sterminata serie di motivi… Per citarne alcuni:

  • atleti/e che abbandonano o cambiano squadra, quando non siamo noi allenatori a cambiarla;
  • test che misurano capacità per nulla o poco in relazione con il modello prestativo da sviluppare (baseball/softball)
  • mancanza di standardizzazione (ci deve essere uniformità nei comportamento dei rilevatori, nei materiali usati, nelle modalità di misurazione, nelle disposizioni verbali, nella descrizione, nella dimostrazione iniziale, nelle prove di riscaldamento, ecc…)
  • mancanza di attendibilità (la possibilità di ottenere, ripetendo la prova con lo stesso soggetto e nelle stesse condizioni, lo stesso risultato).

Per questo, aldilà della volontà di “punire” atleti e atlete “somministrandogli” (mai parola fu più azzeccata…) ore e ore di prove di valutazione, preferisco, da tempo, usare altri sistemi, come ad esempio la telecamera per poter “misurare” in seguito, con calma, utilizzando magari del comunissimo software di video-analisi, tempi, distanze, angoli e quant’altro.

In conclusione ho deciso di “risparmiare tempo e spazio” raccogliendo e “collezionando” poche informazioni e solo quelle che posso realmente utilizzare per poi programmare le sedute di allenamento.

Non si pensi che dico di non fare più test, per carità, anzi me ne guardo bene, ma consiglio di fare solo quelli i cui dati, raccolti e catalogati, saranno realmente utilizzati.

Credo che, oltre a “perdere meno tempo” avremo, sicuramente, più spazio sui nostri hard disk.

 

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Tre palle, un soldo

Lun, 21/03/2016 - 17:18 -- Fabio Borselli

 

Sto seguendo la querelle, in auge da un po’ sul web (sottolineo, solo sul web) relativa all’adozione, per la prossima stagione, nei campionati della categoria “ragazzi”, della palla “ufficiale”:

come è noto si passa dalla “famigerata” KENKOBALL ad una “normale” palla da baseball di peso e misure regolamentari.

Leggo pareri discordanti e io, naturalmente ho il mio, ma il pensiero di scrivere questo post è nato da alcuni commenti che definiscono la KENKOBALL come “l’antibaseball”.

Detesto, per principio, ogni radicalismo o integralismo e sentire parole come “antibaseball” mi scatena una profonda irritazione:

credo che come in tutte le cose, anche nello sport non ci siano verità assolute.

Basta pensare a come si sono evoluti alcuni dei “fondamentali” nel corso degli anni, basta pensare a con che "attrezzi" molti di noi, non piùgiovanisimi, abbiano cominciato a giocare e basta anche riflettere sul come si giocavano e allenavano, nemmeno 20 anni fa, il baseball e il softball per rendersi conto che le cose cambiano, si evolvono, migliorano, nonostante la “resistenza al cambiamento” riscontrabile in ogni ambito, non solo in quello sporttivo.

Proprio per non cadere nella tentazione dell’integralismo della “religione del vero baseball” proviamo a partire dal principio e a fare chiarezza:

il tipo di KENKOBALL usata da noi  è (era) una palla di gomma che pesa 4.5 once (contro le 5/2.25 di una palla di pelle regolamentare) e che misura 8.5 pollici di diametro (contro i 9/9.25 di una palla di pelle regolamentare).

Si tratta di piccole differenze:

di poco meno di 2 centimetri sul diametro della palla (la KENKO è più piccola di circa il 5%) e di poco più di 14 grammi sul peso (la KENKO è più leggera di circa il 10%).

Una differenza sostanziale, però, è data dal materiale che, assorbendo di più l’impatto con la mazza, genera velocità di uscita dalla stessa più basse di quelle registrate con la palla “regolamentare” e quindi risulta essere PIU’ SICURA rispetto a possibili colpi ricevuti dai piccoli umani che si cimentano nel gioco.

La tabella che segue, tratta dal volume  di R. Cross “Physics of Baseball & Softball” edito nel 2011, in soldoni, mette in evidenza come la KENKOBALL abbia una capacità di assorbire la forza applicata dalla mazza  molto più vicina a quella di una palla da tennis che a una da baseball o da softball “vera”.

Ognuno tragga le proprie considerazioni in proposito.

Poi, sempre a proposito di “antibaseball”, voglio far notare che la categoria ragazzi gioca su un campo che è circa il 33% più piccolo di quello regolamentare e che il lanciatore lancia da una distanza che è circa il 23% più corta di quella del “vero baseball”.

A me sembra che se vogliamo fare i puristi…

Proprio per chi si sente un purista aggiungo un’altra considerazione relativa ad uno sport “concorrente”, il basket:

nel minibasket, quello giocato dai bambini, il campo è più piccolo, i canestri più bassi e la palla (eresia) non è una palla “vera”, ma una palla più leggera e più piccola…

Ci viene in mente nulla?

Come si sarà capito io sono MOLTO FAVOREVOLE all’utilizzo di palle da gioco più sicure e, incidentalmente, credo che le dimensioni non abbiano nulla a che fare con il far diventare, quello giocato dai bambini, una “ragionevole approssimazione” dello sport giocato dagli adulti.

Come ho già detto la parola “antibaseball” evoca in me spettri di integralismo e di “guerra santa” che oltre a essere molto lontani dal mio pensiero mi fanno, in qualche modo, anche un po’ paura (già detto in un altro post).

Credo che fondamentali sbagliati o approssimativi, allenamenti noiosi e ripetitivi, fotocopia di quelli degli adulti (anche quelli, spesso, noiosi e ripetitivi, ammettiamolo…) istruzioni tecniche date “per sentito dire” e poca, anzi pochissima, voglia di sperimentare e applicare tecniche innovative (strade che altri sport percorrono invece abitualmente) siano i veri flagelli del baseball e del softball, altro che una palla un po’ diversa da quella “vera”

 

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A proposito del Signor Martin

Lun, 14/03/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Recentemente, nel post “sulla velocità", ho inserito la tabella relativa alla TEORIA DELLA FASI SENSIBILI elaborata da Martin e univeralmente accettata in ambito sportivo.

Stando alle richieste di chiarimenti che mi sono pervenute (ahimè, non tramite i commenti sul sito...) mi sono reso conto che la tabella è tutt'altro che "conosciuta" e, tantomeno "condivisa" (nel senso di rispettata...).

Pe questo voglio provare a fare, almeno, un po' di chiarezza.

La TEORIA DELLE FASI SENSIBILI, recita:

  • “Esistono alcune fasi sensibili nello sviluppo, ossia momenti in cui una capacità, se allenata, può evolvere di più rispetto ad altri periodi, o se al contrario, è allenata poco o in modo sbagliato può molto difficilmente essere recuperata e raggiungere il potenziale sviluppo.
  • Ogni periodo dello sviluppo dell'individuo nel quale c’è un’allenabilità molto favorevole per una determinata capacità motoria deve esere considerarato come una fase sensibile.
  • Occorre considerare che, allo stesso tempo, durante il periodo in cui è facile sviluppare una data capacità, è presente una stessa sensibilità anche verso metodi di allenamento inadeguati o sbagliati."

Questa Teoria si basa, anche su alcune differenze, peraltro facilmente intuibili tra bambino e adulto.

La prima differenza è di tipo metabolico:

il bambino possiede deboli capacità di immagazzinamento di "combustibile energetico", sia nel fegato che nei muscoli.

Per questa caratteristica la'ttività nel bambino è sostanzialmente rapida ed esplosiva, non certo resistente. Risulta perciò pericoloso avviarlo troppo presto verso questo tipo di sforzo. Lunghe (e tediose) sedute di allenamento possono essere dannose sul piano metabolico perché si rischiano ripetute fasi di ipoglicemia.

Al di sotto dei 14-15 anni bisogna evitare di far eseguire allenamento di tipo lattacido in quanto il bambino a causa di una limitazione di un enzima-chiave della glicolisi, la fosfo-frutto-kinasi (PFK), è praticamente incapace di produrre molto acido lattico (anche e soprattutto di metabolizarlo).

Anche se, apparentemente, i bambini ma possono giocare a lungo, se ciò che fanno li interessa e li incuriosisce, occorre ricordare che nel gioco spontaneo si ricontrano pause frequenti e organizzate.

Si tenga anche presente che la massima potenza anaerobica lattacida è al suo massimo intorno ai 20 anni di età, ma che intorno ai 15 anni non arriva neanche alla metà del suo potenziale.

La seconda differenza è di tipo ormomale:

i livelli di ormoni androgeni (testosterone e derivati) sono sostanzialmente bassi nel bambino fino alla pubertà.

L'ormone della crescita, che è presente lungo tutto il periodo dell'infanzia, non possiede lo stesso ruolo anabolizzante che ha nell'adulto. Lo stesso ormone espleta la sua funzione, soprattutto nei momenti di riposo. Per questo i bambini devono avere adeguati tempi di riposo (8/10 ore di sonno giornliero, per esempio) e non devono praticare un’attività sportiva troppo intensa.

La terza differenza è di tipo scheletrico:

la crescita ossea è una specificità del bambino, essa avviene mediante la crescita di cartilagini situate alle estremità delle ossa (cartilagini di accrescimento).

L'attività fisica genera sollecitazioni che risultano stimolanti fino ad un certo limite ma che si trasformano in traumi oltre detto limite.

Sostanzialmente le ossa dell'adulto risultano formte e resistenti, mentre quelle del bambino possono subire alterazioni e deformazioni (anche molto marcate) sotto l'effetto di costrizioni e di allenamenti troppo pesanti.

Provando a riassumere la tabella e le informazioni in altro modo si può dire che:

le abilità motorie, intese come frutto di apprendimento esperienziale, dipendono dalle capacità motorie che, a loro volta si “innestano” sugli schemi motori di base, lo sviluppo dei quali è legato ai processi di maturazione psico-fisica dell’individuo.

Convenzionalmente si individuano 4 periodi nello sviluppo delle abilità motorie

  • fase della motricità riflessa, dalla nascita fino a 1 anno di età;
  • fase della motricità grezza, che arriva fino ai 2 anni;
  • fase della motricità fondamentale, motricità di base, che arriva fino ai 6/7 anni;
  • fase della motricità sportiva, che dura fino ai 14 anni

Lo sviluppo della motricità di base sembra concludersi intorno ai 7 anni, fatta eccezione per le abilità di lancio e di ricezione che prosegue invece fino all’adolescenza.

Analizzando la tabella di Martin, un po’ più accuratamente e nel dettaglio si può teorizzare che:

  • dai 6 ai 10 anni vi sono buoni presupposti per lo sviluppo della destrezza motoria e per il miglioramento di tutte le capacità coordinative;
  • dai 13 ai 13-14 anni per le femmine e dai 10 ai 14-15 anni per i maschi è il periodo più favorevole per l’apprendimento delle tecniche sportive di base;
  • dai 14 ai 18 anni per le femmine e dai 15 ai 19 anni per i maschi risulta essere il periodo più favorevole per lo sviluppo delle capacità condizionali e quindi per cominciare a "specializzare".

Naturalmente questo non vuol dire che trascorsi i periodi “sensibili” non ci siano possibilità di miglioramento e di sviluppo:

la TEORIA DELLE FASI SENSIBILI postula, infatti, i concetti fondamentale che non si devono "bruciare le tappe" e non si devono "anticipare i tempi" allenando troppo presto le capacità condizionali e tralasciando lo sviluppo delle capacità coordinative.

 

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Tic, Tac, Toe... Alla velocità del pensiero

Lun, 07/03/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Torna su Softball Inside il gioco del "tris", che ho già usato come "espediente" didattico nel post intitolato, appunto, "Tris".

Il mio carissimo amico Andrea De Angelis, allenatore e uomo innamorato del baseball, oltre che molto attento, ha condiviso, qualche giorno fa, sul mio profilo facebook, questo video, intitolato TIC, TAC, TOE, che alto non è un altro nome del "tris".

Andrea, che è spesso ospite dello SPEAKER'S CORNER di Softball Inside (“Alla ricerca dello swing perfetto”, “primo contatto”, “Il numero 9”, “Reset, fai la scelta giusta”, "Genitori come e perché”) conosce la mia assoluta predilezione per esercizi allenanti che siano, allo stesso tempo, innovativi, divertenti e competitivi oltre che, naturalmente, utili.

Nel breve filmato (pubblicato in rete da Thomas Bauer) si può vedere come, rispettando i criteri dell'allenamento multilaterale, sia possibile dare ad un esercizio per lo sviluppo delle capacità motorie anche una connotazione "cognitiva" che, a ben vedere altro non è che "allenamento alla tattica".

Il gioco si presta, naturalmente a mille possibili varianti e interpretazioni, resta comunque invariata la sua forza nell'unire le due "anime" dello sport di situazione (e il baseball e softball lo sono nella maniera più assoluta):

quella squisitamete fisica e quella mentale, oltretutto utilizzate in un contesto dinamico dove le scelte e le decisioni da prendere cambiano in base a quelle fatte dall'avversario...

Mi chiedo:

Possono i nostri giovani atleti (e forse anche qualcuno meno giovane...) trarre benefici da un tipo di allenamento costruito con questi criteri?

Quanto è dificile "pensare" a modalità di lavoro che escano dai canoni convenzionali (dettati spesso da abitudine e riproposti per sentito dire) puntando a sviluppare nei nostri atleti anche la componente cognitiva?

Credo che non ci sia bisogno di ulteriori commenti...

 

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Sulla velocità

Lun, 29/02/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

La velocità, che sarebbe meglio definire come rapidità motoria, è, appunto, una capacità motoria, che per le sue caratteristiche potrebbe essere divisa in due categorie:

la velocità o rapidità di reazione, ovvero la capacità di reagire ad uno stimolo nel minor tempo possibile. classificabile, quindi, come una capacità coordinativa perché legata all’efficienza del sistema nervoso, (l’esempio tipico di gesto tecnico dipendente dalla rapidità di reazione è la battuta) e la velocità o rapidità di azione dei movimenti, ovvero la capacità di eseguire un gesto  caratterizzato sia da frequenza ciclica (per esempio la corsa) che da una singola azione aciclica (come quasi tutti i gesti tecnici del baseball e del softball) vincendo  modeste resistenze fisiche. Questa capacità è allo stesso modo dipendente direttamente dalla componente nervosa, ma anche, in maniera significativa, dal metabolismo e, per questo, classificabile tra le capacità condizionali.

Come detto la velocità è una capacità motoria di difficile e aleatoria classificazione:

da un lato la rapidità dell'attivazione neuro-motoria consente il reclutamento delle fibre muscolari dall’altro il metabolismo energetico consente la prestazione richiesta dal sistema nervoso al sistema motorio.

Per questa sua caratteristica di capacità “trasversale” un atleta molto dotato dal punto di vista nervoso, in possesso di un’ottima rapidità di reazione e di azione, può diventare “atleticamente” veloce solo allenando anche la componente muscolare.

La velocità è una capacità motoria che risulta influenzata da molti fattori:

tra quelli di tipo morfologico si possono distinguere l’età, il sesso, le caratteristiche antropometriche, la costituzione, la precocità nello sviluppo. Altri fattori sono di tipo cognitivo e sensoriale, come la concentrazione, la capacità  di elaborazione mentale, la motivazione e la forza di volontà, le esperienze motorie e la capacità di anticipazione, la forza mentale, la capacità di apprendimento e , non ultima, quella di socializzazione. Non mancano poi i fattori di natura propriamente nervosa, quali il reclutamento delle fibre e la frequenza degli impulsi motori, l’alternanza tra eccitazione ed inibizione del sistema nervoso, la velocità di conduzione dello stimolo nervoso e della  pre-attivazione, l’attivazione riflessa, i pattern di attivazione neuromuscolare.

Per ultimi, ma non per importanza, riporto  i fattori tendineo-muscolari:

la distribuzione e la tipologia di fibre muscolari, la sezione muscolare (trofismo), la velocità di contrazione, l’elasticità muscolare e tendinea, l’allungabilità, la lunghezza dei muscoli e l’efficienza delle leve di forza, la capacità di trasformazione energetica.

Dal punto di vista fisiolgico il metabolismo energetico che influenza maggiormente la velocità è quello anaerobico alattacido, che sfrutta l'adenosintrifosfato [ATP] e la fosfato-creatina [CP], supportato da quello anaerobico lattacido, che sfrutta la glicolisi anaerobica.

I fattori limitanti la velocità sono legati al metabolismo energetico tipico dell’atleta veloce e, per questo, l’allenamento dovrà tendere a:

  • aumentare la capacità di concentrazione di ATP e fosfato-creatina a livello muscolare;
  • stimolare e aumentare l'attività degli enzimi che scindono la fosfato-creatina;
  • favorire la specializzazione delle fibre muscolari.

La velocità, per essere portata al massimo del potenziale, deve essere allenata fin dalla giovane età del soggetto:

secondo la teoria delle fasi sensibili di Martin l’età compresa tra gli 8 e i 13 ani è quella in cui la velocità e la capacità di reazione sono più sensibili agli stimoli allenanti

 

Tuttavia anche in età adulta, attraverso l'allenamento specifico alla velocità, la muscolatura dell’atleta subisce significative modificazioni quali un sensibile aumento delle riserve energetiche di ATP e CP (fino al 20% ), e glicogeno (anche oltre il 50%) e un incremento degli enzimi necessari al metabolismo.

Dal punto di vistai metodologico l’allenamento della velocità deve seguire alcuni principi:

  • l'atleta deve essere il più riposato possibile,
  • i volumi di lavoro specifico devono essere  più bassi rispetto a quelli della forza e della resistenza,
  • l’intensità del lavoro deve essere, al contrario, vicina al massimale con recuperi molto ampi.

 

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