allenamento

La forza dell’abitudine

Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Tu non hai la sfera di cristallo…

Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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“Allenare Divertendo(SI)” alla TOSCONVENTION

Lun, 12/01/2015 - 09:19 -- Fabio Borselli

 

Avevo raccontato in questo post di cosa è, e di come è nato, il clinic “Allenare Divertendo(SI)”.

Dopo la positiva esperienza fatta presentando il clinic in Lombardia (anche quella raccontata su Softball Inside nel post Nel recinto dei TORI”) è ora la volta della Toscana.

Grazie all’interessamento del Presidente del Comitato Regionale della FIBS, Aldo Peronaci, e alla collaborazione di Simona Nava, infatti, il prossimo 25 gennaio, presso il centro di preparazione olimpica del CONI, a Tirrenia, il clinic “Allenare Divertendo(SI)” verrà proposto a tutti i tecnici, sia di baseball che di softball, della regione.

Addirittura, come si può vedere dalla locandina, tutta la terza edizione dell’annuale TOSCONVENTION sarà dedicata al clinic, cosa che, oltre a riempirmi di orgoglio, mi stimola ad offrire una “prestazione importante” per tutti i partecipanti, che spero siano numerosi.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono, fortemente, orientate alla PRATICA, coinvolgendo i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona, che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Ai partecipanti stessi verrà chiesto di “mettersi in gioco”, interpretando, di volta in volta, il ruolo di “esecutore" alternato a quello di “pianificatore”.

Il Clinic è frutto delle mie numerose esperienze maturate a tutti i livelli di qualificazione e propone, dal punto di vista metodologico, un’interpretazione della seduta di allenamento che risulti più coinvolgente per gli atleti (non solo quelli delle categorie giovanili, aggiungo) ma che, allo stesso tempo, coinvolga gli allenatori in attività formative non ripetitive e gratificanti anche per loro.

Sono convinto che la noia, la ripetitività, la “routine”, siano i nemici principali della pratica sportiva, e i principali motivi dell’abbandono della stessa da parte degli atleti.

Credo anche, però, che troppo spesso, purtroppo,  gli “operatori” smettano di essere stimolanti e coinvolgenti perché non si divertono ad allenare.

Il clinic “Allenare Divertendo(SI)”   propone un modo di interpretare la seduta di allenamento che tenga conto di questi problemi, superandoli, per  riportare “il tecnico” ad essere il protagonista del proprio lavoro.

L’inizio del clinic è fissato per le nove, con la registrazione dei partecipanti.

Poco altro da dire, se non aggiungere che, in accordo con il Comitato Nazionale Tecnici della FIBS, la partecipazione al clinic garantisce un credito formativo e che le informazioni e le modalità di partecipazione (insieme alla scheda di adesione) si trovano seguendo il link alla pagina web della delegazione regionale Toscana della FIBS.

Sarebbe un peccato non esserci…

 

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Una mano, Due mani, Tre foto...

Lun, 22/12/2014 - 09:41 -- Fabio Borselli

Probabilmente non sono il primo a rifletterci su, anzi, devo dire di aver trovato, scartabellando il web, diversi pareri, anche molto discordanti, sul tema.

Non scopro certo l’acqua calda dicendo che, contrariamente a quanto noi allenatori abbiamo detto per millenni, non è possibile prendere (in senso letterale, naturalmente) una palla da baseball o da softball “con due mani”.

Mi rendo conto che questa può essere una sorpresa, ma io sono convinto che sia proprio così:

i giocatori e le giocatrici prendono la palla con la mano del guanto, poi, in un secondo momento, portano l’altra mano sulla palla per estrarla dal guanto e tirarla.

Ci sono atleti ed atlete abilissimi e velocissimi che fanno sembrare questi DUE gesti distinti come UNO solo, ma nonostante questo, tutti, e dico proprio tutti prendono la palla (o almeno ci provano) con la mano del guanto.

Per convincersi di quello che dico basta guardare cosa fanno i bambini:

abitualmente si comincia a lavorare sulla presa con le mani nude ed è facile vedere come, effettivamente, tutti utilizzano entrambe le mani per “acchiappare” la palla, visto che è il modo più semplice ed efficiente per non farla cadere.

I problemi cominciano quando, sempre senza guanto, si cerca di insegnare a prendere con una mano sola:

normalmente nei primi tentativi, senza nessuna eccezione, i bambini (ma ho visto anche qualcuno che bambino non era…) provano a prendere la palla con il palmo della mano rivolto verso l’alto.

Sto, naturalmente, parlando di prendere una palla tirata o passata all’altezza del torace, non di una rimbalzante o di una volata, anche se, in conclusione, non ci sono sostanziali differenze…

Questo gesto è accentuato una volta che si fa indossare il guanto.

La spiegazione è semplice:

prima di capire che il guantone ha “un pezzo in più”, che è poi la tasca, che rende la presa “con il dorso della mano rivolto verso la faccia” più comoda ed efficace, i bambini tendono a replicare un gesto più istintivo, che però funziona molto meglio se si usano due mani.

Provare a prendere la palla come sta facendo il bimbo della foto, oltre a dimostrare quanto detto fino ad ora, mostra chiaramente come, sia che la palla venga presa (non agevolmente) con il guanto o con la mano di tiro (ahio!) questa viene effettuata solo con una delle due mani.

L’evoluzione di questo gesto impacciato è normalmente quella riportata in quest’altra foto.

Va da se che, per quanto si possa continuare a ripetere “prendi con due mani!” l’unico modo per prendere la palla con il guanto è quello di usare, solo ed esclusivamente, il guanto!

Per quanto abbia cercato di trovare immagini che ritraggano atleti od atlete di alto livello, adulti, che prendano la palla “con due mani”, sono riuscito a trovare solo fotografie e filmati in cui la mano di tiro è, come detto all’inizio, vicino al guanto (molto raramente, per non dire mai, dietro al guanto!) pronta ad estrarre la palla per tirare, ma mai, assolutamente mai, viene usata per prendere la palla.

Ci sono anche, ovviamente, casi in cui si prende la palla, direttamente, con la mano di tiro, ma anche in questo caso si usa, sempre e comunque, UNA sola mano!

Sono arrivato, quindi, alla conclusione che, probabilmente, aiuteremo molto di più i nostri giocatori se non facessimo richieste impossibili da metter in pratica (e i bambini sono molto attenti alle nostre contraddizioni, specialmente quando ci “arrampichiamo sugli specchi”, per mostrare o dimostrare qualcosa di irrealizzabile) ma li aiutassimo ad “esplorare” e potenziare le loro capacità e le loro abilità.

Voglio spingermi un po’ più in la:

ho provato, sull’onda di queste considerazioni, a far usare a bambini e bambine, se non sempre, spesso, nei giochi di presa, alternativamente, guanti “destri” e guanti “sinistri”, indistintamente, sia che fossero destrimani o mancini.

Oltre ad aumentare il divertimento ed alzare il livello della “sfida” spero che questo serva a farli diventare più abili e più consapevoli del loro corpo, mettendoli in condizione, una volta cresciuti, di utilizzare tutte le proprie capacità per “andare un po’ più in la” e riuscire a prendere quella palla che per tutti sembrava impossibile.

Nella foto sopra io vedo un bimbo che prende la palla, con una mano sola.

Potrei fare mille considerazioni su quello che la foto dice ma, e questo forse non farà felici i puristi della “vera tecnica”, a me sembra che, rispetto alle altre due fotografie, in questa ci sia UN GIOCATORE molto più sorridente!

 

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Quanto conta la struttura dell'esercitazione nell’apprendimento motorio e tecnico?

Lun, 15/12/2014 - 08:22 -- Fabio Borselli

 

Il titolo è estremamente impegnativo… In realtà le cose da dire sono molto più semplici.

Il baseball ed il softball sono, abitualmente, classificati come “sport di situazione”.

Nella programmazione di una qualsiasi tipologia di esercitazione sul campo questo è un concetto da cui si deve partire e dal quale non si può derogare e, inoltre, occorre  anche non dimenticare i principi generali delle teorie sull'apprendimento motorio.

Partendo da questi concetti base vorrei provare a fare un analisi di alcune tipologie di esercitazioni, delle modalità di organizzarle e di come il loro impiego possa incidere sull'apprendimento motorio e tecnico.

Molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi succede che dopo mesi di allenamenti ci si accorge che gli atleti, quando vengono proposte abilità tecniche varie, al di fuori della gara, riescono a rispondere e a reagire in maniera adeguata, mentre, al contrario, in situazione di gara non riescono a fare altrettanto:

sembra quasi che abbiano "dimenticato" tutto ciò che hanno appreso e mostrano risposte motorie e tecniche non appropriate al loro livello e alla situazione.

Succede, per esempio, che  lo stesso gesto tecnico, come la battuta, può essere ripetuto per decine di volte in una seduta d'allenamento, fino ad essere eseguito abilmente, ma che poi in gara, questo gesto non venga eseguito con pari abilità e non ottenga lo stesso successo dell’allenamento

La domanda che ogni allenatore si pone o dovrebbe porsi è : ”perché? Visto che in allenamento lo fa bene?"

Sicuramente non si possono mettere in dubbio le qualità tecniche dell’atleta, visto che in allenamento il suo rendimento è consono allo standard richiesto.

Anche se, apparentemente, l’allenamento ha dato il suo risultato, non bisogna dimenticare che l’insegnamento e l’allenamento delle abilità motorie e tecniche possono essere strutturati in molti modi.

L'esempio fatto riguardo alla battuta, è quello dell'esercitazione per blocchi, cioè una sequenza di esercizi in cui si ripete più volte lo stesso compito.

Nelle squadre di baseball e softball è una metodologia molto utilizzata:

l'istruttore lancia la palla e l'atleta esegue, o cerca di eseguire, una battuta, poi, di nuovo l'istruttore e l'allievo ripetono la stessa cosa, per molte volte.

Si potrebbero fare molti esempi di esercizi che comportano l’esecuzione del gesto tecnico strutturati come quello descritto.

Il presupposto dietro questa tipologia di esercitazione è quello di concentrare la propria attenzione ed i propri sforzi solo su un compito alla volta, per passare a quello successivo, solo e soltanto, quando l’esecuzione del gesto (dopo che questo è stato analizzato, corretto e perfezionato) risulti fluida e coerente con quanto atteso e il gesto stesso si possa considerare assimilato.

Un diverso approccio metodologico è quello di programmare esercitazioni randomizzate, cioè sequenze di esercizi nelle quali si eseguono una varietà di compiti diversi, svolti senza seguire un ordine particolare, anzi è proprio la sequenza degli esercizi e dei compiti motori che  deve essere sempre mutata in maniera casuale (random, appunto) evitando o riducendo al minimo le ripetizioni consecutive di ogni compito.

Secondo la tesi di Shea e Morgan (1979) l'apprendimento con esercitazioni randomizzate è notevolmente superiore a quello con esercitazioni per blocchi.

Per meglio dire, le ricerche effettuate a partire dalle ipotesi di Shea e Morgan, hanno riscontrato che, malgrado la prestazione degli individui che si stanno esercitando in modo randomizzato sia, durante l'allenamento, qualitativamente inferiore alla prestazione degli individui impegnati in esercitazioni per blocchi, quando poi gli stessi soggetti sono chiamati all'esecuzione degli stessi movimenti in situazioni di gara, avviene l'esatto contrario, con il rendimento degli atleti che risulta superiore a quello riscontrato in allenamento.

Questa conclusione, anche se le ricerche non hanno ancora dato esiti assoluti, è conosciuta come effetto dell'interferenza contestuale:

una performance iniziale più scarsa durante l'esercitazione (in questo caso quella randomizzata) conduce a un apprendimento (e a un rendimento in gara) finale migliore.

Ci sono, attualmente, due ipotesi, egualmente accreditate, per spiegare l’interferenza contestuale.

Secondo l’ipotesi dell’elaborazione, sinteticamente, si presuppone che durante le esercitazioni randomizzate l’atleta percepisca le caratteristiche peculiari dei singoli compiti, con una più significativa memorizzazione a lungo termine:

Il ricordo del gesto eseguito è più “duraturo” e questo risulta più facilmente estrapolabile dal proprio bagaglio nel momento in cui si ripresenta l'occasione:

ad esempio se facciamo tirare dopo aver effettuato una presa diversa in ogni ripetizione (su battuta a terra, su battuta al volo, su tiro di un compagno, ecc…) in diverse situazioni, perciò con ordine dei gesti casuale, il tutto verrà riprodotto in gara con più facilità.

AI contrario, l'attività svolta per blocchi porta a evitare di effettuare confronti tra le situazioni, permettendo all'individuo di eseguire i compiti, automaticamente, in maniera separata l'uno dall'altra, e perciò quando le situazioni sono poco conosciute e non esplorate, i gesti sperimentati riaffiorano alla memoria con più difficoltà.

Lee e Margill (1985), che hanno verificato le intuizioni di Shea e Morgan, hanno postulato l’ipotesi della dimenticanza, secondo la quale gli atleti cui è stata proposta, in allenamento, la forma randomizzata, passano da un primo compito ad un successivo secondo compito in maniera rapida, inconscia, e quando devono svolgere il secondo, si dimenticano di quello precedente.

In seguito, nel momento in cui devono casualmente (random) tornare al primo compito, sono costretti a “ripartire da zero”, per così dire e devono “ricostruire” il proprio piano d'azione.

Dato che gli atleti si trovano davanti all’esigenza di dovere produrre in continuazione piani d'azione adeguati a gesti tecnici e movimenti sempre differenti, ecco che la performance risulta inizialmente scarsa, ma significativamente più appropriata alla situazione quando si tratterà di rieseguire quel compito in momenti successivi (allenamento o gara).

 

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Lun, 08/12/2014 - 09:35 -- Fabio Borselli

La definizione di TECNICA, presa direttamente dal  Vocabolario Treccani, recita:

 (sostantivo femminile) dal greco, "arte" nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare" è l'insieme delle norme applicate e seguite in una attività, sia essa esclusivamente intellettuale o anche manuale.

Nello sport, per estensione, si può definire la TECNICA come un insieme di abilità da utilizzare per la risoluzione di un “compito sportivo”, nel modo più razionale ed economico possibile, organizzate nella loro struttura in modo tale da adattare il comportamento dell'atleta alle caratteristiche degli attrezzi o dei materiali, a quelle dell'ambiente, degli avversari e alle regole proprie di quello sport.

Uno dei presupposti perché la tecnica sia efficace è quello di avere chiaro il “problema motorio” che la tecnica stessa deve risolvere.

Per questo motivo le tecniche di una disciplina corrispondono ad una serie di tipologie “ideali” di movimento:

una serie di “modelli di risposta standardizzati” che si cerca di ripetere ogni qualvolta si presenta lo stesso compito motorio da risolvere.

E qui, visto che il baseball ed il softball sono classificati come sport DI SITUAZIONE, cominciano i problemi:

anche se apparentemente i “compiti motori” da risolvere sono abbastanza limitati, le condizioni in cui giocatori e giocatrici devono trovare “il bandolo della matassa” sono quanto di più variato si possa ipotizzare.

I battitori affrontano lanci sempre diversi per esecuzione, velocità, timing, rotazione, traiettoria, location, ecc..

D’altra parte anche i lanciatori non possono semplicemente limitarsi a “tirare la palla”, ma ogni lancio deve essere diverso dal precedente, per evitare che il battitore lo colpisca.

Potrei continuare parlando delle differenze tra ogni palla, battuta o tirata, che i difensori devono ricevere, raccogliere, prendere, afferrare… E su quanto tirare verso la prima base, la terza base o verso casa base, da qualsiasi posizione si tiri, sia una cosa completamente diversa.

Come dovrebbero allenarsi, dunque, giocatori e giocatrici di baseball e softball, per prepararsi ad affrontare tutte le DIVERSE situazioni che dovranno affrontare nelle partite?

Si, perché, qualora ce lo fossimo dimenticati, l’obiettivo finale della TECNICA (o forse è meglio dire delle TECNICHE) del baseball e softball non è l’ESSERE ELEGANTE o COREOGRAFICA, ma deve essere al servizio del gioco:

si tira la palla per eliminare un avversario, non per ottenere un punteggio da una giuria.

Torniamo alla domanda:

“come dovrebbero allenarsi giocatori di baseball e giocatrici di softball?”

Partendo dal presupposto che non è possibile, a mio avviso (ma sono abbastanza sicuro che sia così…) allenare le TECNICA senza tenere presente il gioco e, quindi, dimenticare che dopo una presa c’è quasi sempre un tiro, ha senso effettuare ripetizioni su ripetizioni, in pochissimo tempo, di gesti (i fondamentali) che, nella realtà delle gare, vengono ripetuti se non molto, almeno abbastanza, distanziati tra di loro nel tempo?

Non è neanche possibile pensare che la TECNICA si possa allenare con le stesse regole e modalità con cui si allenano, per esempio, le capacità condizionali:

far raccogliere 100 palline rimbalzanti (magari in pochissimo tempo, le ultime 95 delle quali in modo assolutamente lontano dalla situazione di gara) non garantisce che, poi, l’atleta riesca a prendere la 101esima (che sarà, lo sappiamo, la prima della prossima partita).

D’altra parte, però, le ripetizioni sono necessarie…

Il problema principale, secondo me, dell’allenare la TECNICA di gioco, nel baseball e nel softball, è che spesso, cerchiamo di rendere i giocatori il più UGUALI possibile a ipotetici modelli di “prestazione ottimale”, dimenticando che ogni atleta è diverso dall’altro, sia fisicamente che emotivamente, e che quello che “funziona” per l’uno potrebbe non funzionare per l’altro.

Purtroppo, invece, si sente sempre più spesso parlare per assoluti:

“si deve battere così!” oppure “il lancio non può essere che fatto così”.

Senza considerare CHI sia l’atleta che viene idealizzato a tal punto da diventare “canone tecnico di riferimento”, quale sia la sua struttura fisica, quali siano le sue caratteristiche emotive e come ragiona quando gioca.

Sarebbe bene, invece, lasciare ad atleti ed atlete la possibilità di INTERPRETARE il gioco, trovando la propria strada per  risolvere i compiti motori di cui parlavo all’inizio e che il gioco stesso gli metterà davanti.

Altrimenti, convinti d’insegnare LA TECNICA (magari accompagnata dall’aggettivo VERA), si finirà per “addestrare” atleti destinati a ripetere, solo e soltanto, una gamma molto limitata di gesti, impossibilitati dalla loro stessa “programmazione” a SAPERSI INVENTARE quella giocata che, spesso, risolve la partita.

 

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Lun, 24/11/2014 - 09:36 -- Fabio Borselli

Fino a stamattina non avevo idea di chi fosse Unai Emery, allenatore del Siviglia, squadra di football (non americano…) che fa parte della LIGA, la prima serie del campionato di calcio, in Spagna.

Su di lui ho letto un interessante articolo pubblicato sul web dalla rivista online “Ultimo Uomo”, dedicata, appunto al mondo del pallone.

Emery viene definito, nell’articolo, “un allenatore ossessivo e con una filosofia dell'adattamento che sta risultando vincente”.

Oltre al titolo dell’articolo, “La felicità non è nel risultato”, molto interessante ed evocativo e che vorrei commentare, voglio anche riportare questa sua frase, che mi ha molto colpito:

“gli errori ci sono, impossibile prescindere dagli errori, ma allora che gli errori entrino a far parte del processo di crescita. Si ritorna quindi al processo di crescita come vera gioia di un allenatore”.

Naturalmente sono parole che si riferiscono al suo lavoro di allenatore di squadre evolute, di altissimo livello, i cui giocatori sono, nella maggior parte dei casi maturi al punto giusto da avere, quasi del tutto, esaurito il proprio percorso “di formazione” e pronti, per questo, a fornire la massima prestazione possibile.

Sono però frasi POTENTI, che rappresentano una filosofia dello sport che trascende il livello degli atleti che si allenano:

a proposito della “vittoria che non dipende dal risultato” penso che fare sport, anche se necessita di immane fatica solo per effettuare il tentativo di raggiungere risultati di alto livello e che questi non siano garantiti, sia fonte di divertimento.

Credo anche, però, che il divertimento non sia, e non debba essere, solamente quello che si ottiene quando si vince.

Mi spiego, se l’atleta, l’allenatore, condizionano il proprio “divertimento”, la propria “felicità”, solo ed esclusivamente al risultato finale della partita, rimanderanno al termine dell’incontro il giudizio su quello che hanno fatto “durante”, perdendosi la gioia del “giocare qui e adesso”, che è ciò che rende lo sport una meravigliosa avventura.

Una delle frasi che uso, forse anche troppo spesso, per dissuadere i giocatori dal valutare la propria prestazione SOLO dalla vittoria o dalla sconfitta è:

“se guardate SOLO il tabellone, alla fine, vedrete SOLO il tabellone”, a significare che se si considera come unità di misura l’aver vinto o perso si rischia, poi, di “perdere per strada” tutto quello che, sia esso buono o meno buono, viene fatto durante la gara.

In uno dei film della serie Pirati dei Caraibi, l’attore Johnny Depp, fa dire al suo personaggio, il capitano Jack Sparrow: “Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”, e se lo dice Johnny Depp…

Coach Emery ha le idee chiarissime su quello che significa ERRORE, tanto chiare da considerarlo parte integrate del processo di formazione dell’atleta.

Io condivido questa visione, aggiungo soltanto che l’errore, di per se, spaventa molto di più gli allenatori che gli atleti e che questa paura  porta, spesso, gli allenatori, a non lasciare il giusto tempo perché l’errore venga superato dall’atleta stesso.

Credo che ogni individuo abbia bisogno dei “propri tempi”, prima di tutto per capire quello che sta facendo e quello che sta sbagliando e, poi, per trovare la soluzione.

Compito dell’allenatore è, secondo me, prima di tutto fornire le conoscenze giuste ed i mezzi per utilizzarle, lasciando che l’atleta, il giocatore, trovi la sua strada in autonomia, per poi aiutare a costruire sul risultato ottenuto, nuove conoscenze.

Sono rimasto molto colpito dallo scoprire che, in un’ambiente, come quello del calcio professionistico, apparentemente dominato da logiche economiche tali da  mettere in discussione la sua reale appartenenza al mondo dello SPORT, ci possa essere spazio per allenatori che, pur con i distinguo della loro situazione oggettiva, pensano e lavorano come fa (o dovrebbe fare) un allenatore di settore giovanile, in qualsiasi altro sport.

Concludo con un’altra citazione di Emery:

“la partita la si può anche perdere, ma che sia per il talento avversario, non per la loro maggior voglia o preparazione”.

Inutile dire quanto la condivido.

 

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Lun, 17/11/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

Personalmente adoro il cinema d’animazione…

Ma non è solo per questo che ho sempre visto tutti i film di animazione possibili.

Non sono, invece, un grande appassionato di televisione…

Ma ho seguito anche molte, direi quasi tutte, le serie animate disponibili.

Sicuramente un po’ è dipeso dall’avere un figlio “piccolo”, un po’, anzi forse più di un po’, dalla mia passione per fumetti e cartoons ma, anche e soprattutto, dalla curiosità di conoscere quello di cui parlavano i bambini e le bambine che allenavo.

Ho, spesso, condiviso questa “abitudine” con altri allenatori e non credo di sorprendere nessuno dicendo, per esempio, che film, conosciutissimi, come KUNG FU PANDA o PLANES, per citarne un paio, tra le tanti possibili chiavi di lettura ne hanno, sicuramente, una che parla ai ragazzi di motivazione, di perseveranza e di impegno molto meglio di quello che potrei fare io.

Comunicare con i bambini e con i ragazzi non è, assolutamente, una cosa facile.

Credo, anzi, che sia una delle più difficili da fare.

Per questo, interessarmi a ciò che li interessa, per provare a condividerne i significati, è uno dei sistemi che ho cercato di utilizzare per riuscire a rimanere “sintonizzato” su di loro. Conoscere quello che loro conoscono e amano mi permette, in ultima analisi, di utilizzare un “linguaggio condiviso” e di riuscire, specialmente nelle situazioni di stress, ad intervenire in modo significativo.

Credo che sia una delle responsabilità dell’insegnante (ed io ritengo essere l’allenatore essenzialmente un insegnante) sia quello di riuscire, nonostante le difficoltà, a farsi capire e a comunicare, ma soprattutto riuscire ad indurre un “cambiamento” nei pensieri dell’”allievo” tale che questi possa superare i propri limiti, di qualunque natura siano.

Il conoscere il mondo alla maniera dei miei “allievi” mi consente di usare con successo PAROLE o FRASI EVOCATIVE, che sono in grado di far presa su di loro, toccando la parte inconscia della loro mente ed evocando in questa stati emozionali precisi.

Si chiamano PAROLE e FRASI EVOCATIVE perché sono cariche, emozionalmente, di significato e sono, per questo, in grado di influenzare le scelte emozionali.

Un altro modo di lavorare sulla mente inconscia è attraverso l’utilizzo di METAFORE.

Chi ascolta una storia, se la storia è significativa, si identifica in modo naturale con i personaggi della stessa, provando, durante l’ascolto, una serie di emozioni.

I miti e le leggende, così come le favole, sono esempi di metafore… Così come il cinema.

Le persone si appassionano, piangono, si entusiasmano per una vicenda fantastica o surreale. È un modo di entrare in comunicazione con la parte inconscia della mente:

da un lato si ascolta una storia, mentre, in profondità si vivono stati emozionali così intensi che possono aprire la porta a cambiamenti di pensiero significativi.

Per questo utilizzo spesso PAROLE, FRASI EVOCATIVE o METAFORE, tratte da film, fumetti, serie, cartoni che i ragazzi vedono e che li aiutano a capire meglio quello che voglio dirgli.

Potrei fare, letteralmente, centinaia di esempi:

mi limito alla classica “Fare, o non fare! Non c'è provare!” rubata al Jedi mastro Yoda, direttamente da Star Wars o alla più criptica “il caso non esiste” presa da Kung FU Panda…

Ma, questo è chiaro, ogni parola, ogni frase è significativa, solo se si riferisce a conoscenze condivise, ecco perché è davvero molto difficile, per me, fare esempi che non siano collegati, direttamente, alle persone con le quali li ho usati.

Credo che, il segreto, o uno de segreti, per comunicare  con i propri atleti sia quello di saper utilizzare il linguaggio che sono in grado di comprendere meglio e questo vuol dire, in fondo, interessarsi davvero a loro, a quello che pensano e a quello che li appassiona, senza giudicarli ma, semplicemente, cercando di capirli.

 

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Mar, 11/11/2014 - 09:20 -- Fabio Borselli

… Ovvero Softball Inside nella casa dei RESCALDINA BULLS.

Tutto comincia da due chiacchiere fatte con l‘amica Liliana Rossetti.

Lilly, per gli amici, è il motore instancabile dei BULLS, oltre che esserne una delle fondatrici della società, insieme a Riccardo Locati, marito e presidente.

Sono bastate, come detto, solo due chiacchiere per decidere di portare il clinic “Allenare Divertendo(SI)” a Rescaldina, nella tana dei BULLS.

A questo punto della storia si inserisce, come un ciclone (quale è , realmente) l’amico Gaetano Cristiano, che nella sua veste di responsabile del Comitato Nazionale Tecnici per la Lombardia, trasforma quello che doveva essere un incontro con gli allenatori e collaboratori dei BULLS in un clinic regionale.

Preceduto, sabato sera, da un piacevole prologo conviviale (i BULLS sono presenti nel menu della pizzeria “Il Vecchio Arco” di Rescaldina con una pizza, buonissima, che porta il loro nome) il clinic si è svolto nella giornata di domenica 9 novembre, dalle 9.00 alle 16.00, presso il “pallone” di via Schuster, a Rescaldina.

Rubo dal sito web del team rescaldinese, il racconto della giornata:

“L'appuntamento di domenica 9 novembre con Fabio Borselli a Rescaldina non ha disatteso le aspettative dei partecipanti, regalando ai numerosi tecnici presenti spunti preziosi per l'impostazione degli allenamenti con le categorie giovanili e un raro momento di coinvolgimento attivo dall'inizio alla fine del clinic.

Tutta la giornata è stata improntata al filo conduttore ALLENARE DIVERTENDO(SI).

Obiettivo fondamentale: riscoprire il divertimento e l'entusiasmo nella pratica di allenamento condivisa da tecnici e giovani atleti.

Innovativa la formula del clinic, che partendo dalla mobilitazione diretta dei partecipanti in numerose simulazioni di attività, giochi ed esercizi, ha permesso di rivedere i fondamenti teorici e metodologici dell'impostazione dell'allenamento attraverso le tappe fondamentali della sperimentazione, osservazione e riflessione.

Grazie alla professionalità e all'esperienza di Fabio Borselli, gradito ospite del Comitato Regionale Lombardia e dei BULLS Rescaldina, i partecipanti al clinic hanno potuto riflettere sulle finalità ultime dell'azione dell'allenatore, oggi alle prese con lo spinoso problema della motivazione nei giovani atleti e lo sviluppo di approcci efficaci per raggiungere i ragazzi, tenerli vicini e portarli a buoni livelli tecnici.

Dopo una prima parte articolata in proposte operative per le diverse fasi dell'allenamento - riscaldamento, fase centrale dedicata al lavoro tecnico e fase finale, più vicina alla pratica del gioco - i partecipanti sono stati invitati a sperimentare modalità di progettazione a gruppi di sequenze di allenamento, poi illustrate ai presenti attraverso la metodologia del micro-teaching.

Grande l'entusiasmo dei presenti che hanno trovato nella formula del learning by doing un valido strumento per aumentare le proprie conoscenze e condividere esperienze.”

Posso solo aggiungere, per concludere, che è stata una giornata emozionante e divertente.

Ho incontrato persone interessanti ed appassionate, innamorate, come me, di baseball e softball e disponibili ad ascoltare e condividere le esperienze.

Il clinic, come volevo e mi aspettavo, lo hanno FATTO loro:

Ringrazio tutti i partecipanti (oltre, naturalmente agli organizzatori) e spero che il tempo trascorso insieme sia stato, per loro, piacevole quanto lo è stato per me:

so che può apparire una banalità, una cosa che si deve dire per cortesia o piaggeria ma torno da questa esperienza avendo “imparato” molto più di quello che ho “insegnato”.

Chi fosse interessato a proporre il clnic “Allenare Divertendo(SI)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

“Allenare Divertendo(si)” - Clinic sull’attività giovanile

Mar, 04/11/2014 - 10:09 -- Fabio Borselli

Il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” è un format pensato e realizzato da SOFTBALL INSIDE per sensibilizzare gli allenatori ed operatori, che si occupano di attività giovanile, sull’esigenza di rendere interessanti e coinvolgenti  le sedute di allenamento.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono fortemente orientate alla PRATICA e coinvolgono i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Domenica 9 novembre 2014 presso la palestra/pallone di via Schuster a Rescalda (Mi), dalle 9.00 alle 16.00, il CLINC verrà proposto in LOMBARDIA, grazie alla società BULLS RESCALDINA, in collaborazione con la Delegazione Regionale del Comitato Nazionale Tecnici lombardo.

Ringrazio gli amici Liliana Rossetti (BULLS) e Gaetano Cristiano (CNT LOMBARDIA) che mi offrono la possibilità di poter proporre, in anteprima, il CLINIC ai tecnici della loro regione.

Per informazioni ed iscrizioni è possibile consultare il sito dei BULLS.

Chi fosse interessato a proporre il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

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