allenamento

Blue Moon

Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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L’esercizio come strumento

Lun, 13/04/2015 - 09:37 -- Fabio Borselli

 

Ho maturato, negli anni, una convinzione:

se non tutti, quasi tutti gli allenatori, me compreso, naturalmente, spesso allenano i propri giocatori a fare bene “l’esercizio” non ponendosi il problema se quell’esercizio serva a giocare bene.

Provo a spiegarmi meglio:

ci sono esercizi che, tutti, usiamo o abbiamo usato.

Ci sono esercizi che, tutti, riteniamo indispensabili e risolutivi.

Se fosse possibile passare “a volo d’angelo” su tutti i campi dove si allena una squadra, forse, sarebbe possibile scoprire che, magari, facciamo tutti lo stesso esercizio.

Sono sicuro che ciascuno di noi è in grado di proporre “l’esercizio giusto” rispetto ad un obiettivo dato, ma sono altrettanto sicuro che capiti troppo spesso di porre l’accento sull’esecuzione (fare bene l’esercizio) piuttosto che sul come quell’esercizio sia uno strumento per imparare a giocare meglio.

Succede infatti che l’allenatore non riesca a vedere l’esercizio come una cosa che è stata estrapolata dal gioco e che nel gioco vada reinserita appena possibile, ma veda, piuttosto, la sua corretta esecuzione come un obiettivo in se stesso.

E questo succede, soprattutto quando questi esercizi sono analitici, o anche analitici-sintetici, ma molto diversi dal gioco.

Per fare un esempio:

spesso addestriamo dei veri e propri “campioni mondiali di battuta dal tee-ball” incapaci però di replicare la loro performance (o di farlo con moltissima fatica) contro il lanciatore.

O ancora:

ci sono molti allenatori che sono convinti che se i propri giocatori sono abili negli esercizi di difesa fatti con il fungo allora saranno anche in grado di difendere bene in gara.

Purtroppo, questo non è detto!

Non sto dicendo che non è necessario e che non sia utile (a volte indispensabile) battere dal tee-ball o raccogliere rimbalzanti battute con il fungo.

Bisogna farlo, per carità!

Anzi, è  imprescindibile, perché certi gesti, certi automatismi si insegnano, si sviluppano e si allenano solo così.

Ma il problema, alla fine, non è se si faccia o meno quell’esercizio.

Il problema è il farlo con la consapevolezza che l’esercizio è la base minima, elementare, per cominciare ad allenare quell’abilità e che, poi, trasferire la stessa abilità nel contesto di gara richiederà tutto un altro lavoro.

 

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Quando tutti saranno Super

Lun, 30/03/2015 - 10:42 -- Fabio Borselli

 

Chi mi conosce, ormai lo sa benissimo:

quando si parla di attività giovanile sono un acceso sostenitore del “tutti devono giocare”, sono così convinto di questo assoluto che e lo ripeto all’infinito, diventando, me ne rendo conto da solo, alquanto pedante.

La suddetta pedanteria, poi, raggiunge l’apice quando ci aggiungo anche la frase “in tutti ruoli”.

Tralasciando di raccontare lo scetticismo che, spesso, accompagna queste mie esternazioni, voglio invece fare alcune riflessioni su una delle risposte tipiche che mi sento dare, questa:

“ci sono bambini che preferiscono non giocare. Si sentono male solo al pensiero, perché sono troppo emotivi e hanno paura”.

Riferita al giocare in tutti i ruoli, poi, questa risposta standard è arricchita da alcune variazioni sul tema, la più gettonata suona più o meno così:

“non tutti possono LANCIARE, perché quando si rendono conto di NON ESSERE ALL’ALTEZZA, sono proprio loro a non volerlo fare”.

Vorrei fare su questi concetti alcune considerazioni.

La prima è quella relativa all’assoluta verità del fatto che qualche bambino abbia PAURA e preferisca non giocare nelle partite ufficiali.

Ora, partendo dal presupposto che ciò sia un oggettivo dato di fatto, mi chiedo:

perché mai?

Cosa spinge un bambino a frequentare assiduamente le sedute di allenamento e a presentarsi, poi, agli appuntamenti agonistici rifiutandosi però di diventarne protagonista, non “volendo”, per esempio, lanciare o, all’estremo, non “volendo”, addirittura, giocare?

Credo che ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda e interrogarsi su cosa causa questo comportamento, a tutti gli effetti anomalo e incomprensibile, anziché limitarsi a considerarlo un evento assolutamente casuale e imprevedibile e accettarlo così com’è.

E allora, perché un bambino che sceglie il baseball come suo sport, che decide di impegnarsi per impararlo, decide anche di non affrontare quella che del baseball è l’essenza cioè la partita?

Io credo che, come sempre, la colpa di questo comportamento, sia degli adulti.

Non solo degli allenatori, intendiamoci, ma anche di tutti gli adulti “di riferimento” che girano intorno alla “carriera agonistica” dei giovani atleti.

Sarò un sognatore, ma sono convinto che l’agonismo dei bambini e, di conseguenza, le competizioni dei bambini, siano esclusivamente un “affare da bambini” e che nessun adulto dovrebbe caricarle di qualsiasi altro significato.

Invece…

Ogni avversario, spesso, diventa la NEMESI, il nemico giurato, che deve essere assolutamente sconfitto, quasi che ne andasse della sopravvivenza.

Secondo me questo approccio alla competizione genera istantaneamente, ansia da prestazione, ansia che non tutti i bambini sono in grado di affrontare ed ecco che i più “deboli” possono pensare di sottrarsi a questa tempesta emotiva, che li spaventa a morte, evitando di “mettersi in gioco”, partecipando alla partita da spettatori, evitando così di essere corresponsabili della possibile sconfitta.

In questa logica, seguendo la “fenomenologia del baseball (e del softball)”, i lanciatori sono, a tutti gli effetti, veri e propri “predestinati”:

vezzeggiati, coccolati, sostenuti, questi giovani eroi, dotati di capacità superiori, spesso da soli, possono determinare la vittoria dell’intera squadra.

Ma se questo è il ruolo che viene assegnato al lanciatore sorprende che qualche bambino non voglia salire in pedana?

Ma è colpa loro e della loro “scarsa attitudine alla competizione” o è colpa degli adulti che caricano, i giovani pitchers di responsabilità eccessive?

C’è uno spezzone del film “Gli Incredibili”, visibile seguendo questo link al canale YouTube di Softball Inside, che parla proprio di questo:

In un mondo di supereroi, dotati di poteri inimmaginabili, di fronte alle minacce e alle difficoltà, le persone normali possono solo nascondersi, lasciando a questi esseri superiori il compito di risolvere la situazione…

Ma se tutti possedessero superpoteri, allora, come dice il cattivo del film, sarebbe come se nessuno li avesse e si trovasse a non dover più dipendere da “entità superiori” per risolvere i problemi.

Se lanciare (o giocare ricevitore, esterno, interbase…) fosse una cosa che tutti DEVONO fare e TUTTI i bambini sapessero che durante OGNI partita quei ruoli gli saranno sicuramente assegnati (senza chiedere di fare niente di più che il proprio meglio) allora giocare in quei ruoli sarebbe assolutamente normale e non potrebbe, per la sua normalità, generare ansia o stress eccessivi e insormontabili.

Non credo ci sarebbero più bambini che non vogliono giocare (o lanciare, o fare il ricevitore o l’interbase…).

E, ancora, obbligherebbe, di fatto, gli allenatori a preparare TUTTI al meglio per affrontare TUTTE le possibili sfide, senza pensare a selezionare i “campioni” e scartare i “poco dotati”

E non è questo che ogni allenatore dovrebbe fare?

 

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Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

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Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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“Allenare Divertendo(SI)” alla TOSCONVENTION

Lun, 12/01/2015 - 09:19 -- Fabio Borselli

 

Avevo raccontato in questo post di cosa è, e di come è nato, il clinic “Allenare Divertendo(SI)”.

Dopo la positiva esperienza fatta presentando il clinic in Lombardia (anche quella raccontata su Softball Inside nel post Nel recinto dei TORI”) è ora la volta della Toscana.

Grazie all’interessamento del Presidente del Comitato Regionale della FIBS, Aldo Peronaci, e alla collaborazione di Simona Nava, infatti, il prossimo 25 gennaio, presso il centro di preparazione olimpica del CONI, a Tirrenia, il clinic “Allenare Divertendo(SI)” verrà proposto a tutti i tecnici, sia di baseball che di softball, della regione.

Addirittura, come si può vedere dalla locandina, tutta la terza edizione dell’annuale TOSCONVENTION sarà dedicata al clinic, cosa che, oltre a riempirmi di orgoglio, mi stimola ad offrire una “prestazione importante” per tutti i partecipanti, che spero siano numerosi.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono, fortemente, orientate alla PRATICA, coinvolgendo i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona, che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Ai partecipanti stessi verrà chiesto di “mettersi in gioco”, interpretando, di volta in volta, il ruolo di “esecutore" alternato a quello di “pianificatore”.

Il Clinic è frutto delle mie numerose esperienze maturate a tutti i livelli di qualificazione e propone, dal punto di vista metodologico, un’interpretazione della seduta di allenamento che risulti più coinvolgente per gli atleti (non solo quelli delle categorie giovanili, aggiungo) ma che, allo stesso tempo, coinvolga gli allenatori in attività formative non ripetitive e gratificanti anche per loro.

Sono convinto che la noia, la ripetitività, la “routine”, siano i nemici principali della pratica sportiva, e i principali motivi dell’abbandono della stessa da parte degli atleti.

Credo anche, però, che troppo spesso, purtroppo,  gli “operatori” smettano di essere stimolanti e coinvolgenti perché non si divertono ad allenare.

Il clinic “Allenare Divertendo(SI)”   propone un modo di interpretare la seduta di allenamento che tenga conto di questi problemi, superandoli, per  riportare “il tecnico” ad essere il protagonista del proprio lavoro.

L’inizio del clinic è fissato per le nove, con la registrazione dei partecipanti.

Poco altro da dire, se non aggiungere che, in accordo con il Comitato Nazionale Tecnici della FIBS, la partecipazione al clinic garantisce un credito formativo e che le informazioni e le modalità di partecipazione (insieme alla scheda di adesione) si trovano seguendo il link alla pagina web della delegazione regionale Toscana della FIBS.

Sarebbe un peccato non esserci…

 

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Una mano, Due mani, Tre foto...

Lun, 22/12/2014 - 09:41 -- Fabio Borselli

Probabilmente non sono il primo a rifletterci su, anzi, devo dire di aver trovato, scartabellando il web, diversi pareri, anche molto discordanti, sul tema.

Non scopro certo l’acqua calda dicendo che, contrariamente a quanto noi allenatori abbiamo detto per millenni, non è possibile prendere (in senso letterale, naturalmente) una palla da baseball o da softball “con due mani”.

Mi rendo conto che questa può essere una sorpresa, ma io sono convinto che sia proprio così:

i giocatori e le giocatrici prendono la palla con la mano del guanto, poi, in un secondo momento, portano l’altra mano sulla palla per estrarla dal guanto e tirarla.

Ci sono atleti ed atlete abilissimi e velocissimi che fanno sembrare questi DUE gesti distinti come UNO solo, ma nonostante questo, tutti, e dico proprio tutti prendono la palla (o almeno ci provano) con la mano del guanto.

Per convincersi di quello che dico basta guardare cosa fanno i bambini:

abitualmente si comincia a lavorare sulla presa con le mani nude ed è facile vedere come, effettivamente, tutti utilizzano entrambe le mani per “acchiappare” la palla, visto che è il modo più semplice ed efficiente per non farla cadere.

I problemi cominciano quando, sempre senza guanto, si cerca di insegnare a prendere con una mano sola:

normalmente nei primi tentativi, senza nessuna eccezione, i bambini (ma ho visto anche qualcuno che bambino non era…) provano a prendere la palla con il palmo della mano rivolto verso l’alto.

Sto, naturalmente, parlando di prendere una palla tirata o passata all’altezza del torace, non di una rimbalzante o di una volata, anche se, in conclusione, non ci sono sostanziali differenze…

Questo gesto è accentuato una volta che si fa indossare il guanto.

La spiegazione è semplice:

prima di capire che il guantone ha “un pezzo in più”, che è poi la tasca, che rende la presa “con il dorso della mano rivolto verso la faccia” più comoda ed efficace, i bambini tendono a replicare un gesto più istintivo, che però funziona molto meglio se si usano due mani.

Provare a prendere la palla come sta facendo il bimbo della foto, oltre a dimostrare quanto detto fino ad ora, mostra chiaramente come, sia che la palla venga presa (non agevolmente) con il guanto o con la mano di tiro (ahio!) questa viene effettuata solo con una delle due mani.

L’evoluzione di questo gesto impacciato è normalmente quella riportata in quest’altra foto.

Va da se che, per quanto si possa continuare a ripetere “prendi con due mani!” l’unico modo per prendere la palla con il guanto è quello di usare, solo ed esclusivamente, il guanto!

Per quanto abbia cercato di trovare immagini che ritraggano atleti od atlete di alto livello, adulti, che prendano la palla “con due mani”, sono riuscito a trovare solo fotografie e filmati in cui la mano di tiro è, come detto all’inizio, vicino al guanto (molto raramente, per non dire mai, dietro al guanto!) pronta ad estrarre la palla per tirare, ma mai, assolutamente mai, viene usata per prendere la palla.

Ci sono anche, ovviamente, casi in cui si prende la palla, direttamente, con la mano di tiro, ma anche in questo caso si usa, sempre e comunque, UNA sola mano!

Sono arrivato, quindi, alla conclusione che, probabilmente, aiuteremo molto di più i nostri giocatori se non facessimo richieste impossibili da metter in pratica (e i bambini sono molto attenti alle nostre contraddizioni, specialmente quando ci “arrampichiamo sugli specchi”, per mostrare o dimostrare qualcosa di irrealizzabile) ma li aiutassimo ad “esplorare” e potenziare le loro capacità e le loro abilità.

Voglio spingermi un po’ più in la:

ho provato, sull’onda di queste considerazioni, a far usare a bambini e bambine, se non sempre, spesso, nei giochi di presa, alternativamente, guanti “destri” e guanti “sinistri”, indistintamente, sia che fossero destrimani o mancini.

Oltre ad aumentare il divertimento ed alzare il livello della “sfida” spero che questo serva a farli diventare più abili e più consapevoli del loro corpo, mettendoli in condizione, una volta cresciuti, di utilizzare tutte le proprie capacità per “andare un po’ più in la” e riuscire a prendere quella palla che per tutti sembrava impossibile.

Nella foto sopra io vedo un bimbo che prende la palla, con una mano sola.

Potrei fare mille considerazioni su quello che la foto dice ma, e questo forse non farà felici i puristi della “vera tecnica”, a me sembra che, rispetto alle altre due fotografie, in questa ci sia UN GIOCATORE molto più sorridente!

 

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Quanto conta la struttura dell'esercitazione nell’apprendimento motorio e tecnico?

Lun, 15/12/2014 - 08:22 -- Fabio Borselli

 

Il titolo è estremamente impegnativo… In realtà le cose da dire sono molto più semplici.

Il baseball ed il softball sono, abitualmente, classificati come “sport di situazione”.

Nella programmazione di una qualsiasi tipologia di esercitazione sul campo questo è un concetto da cui si deve partire e dal quale non si può derogare e, inoltre, occorre  anche non dimenticare i principi generali delle teorie sull'apprendimento motorio.

Partendo da questi concetti base vorrei provare a fare un analisi di alcune tipologie di esercitazioni, delle modalità di organizzarle e di come il loro impiego possa incidere sull'apprendimento motorio e tecnico.

Molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi succede che dopo mesi di allenamenti ci si accorge che gli atleti, quando vengono proposte abilità tecniche varie, al di fuori della gara, riescono a rispondere e a reagire in maniera adeguata, mentre, al contrario, in situazione di gara non riescono a fare altrettanto:

sembra quasi che abbiano "dimenticato" tutto ciò che hanno appreso e mostrano risposte motorie e tecniche non appropriate al loro livello e alla situazione.

Succede, per esempio, che  lo stesso gesto tecnico, come la battuta, può essere ripetuto per decine di volte in una seduta d'allenamento, fino ad essere eseguito abilmente, ma che poi in gara, questo gesto non venga eseguito con pari abilità e non ottenga lo stesso successo dell’allenamento

La domanda che ogni allenatore si pone o dovrebbe porsi è : ”perché? Visto che in allenamento lo fa bene?"

Sicuramente non si possono mettere in dubbio le qualità tecniche dell’atleta, visto che in allenamento il suo rendimento è consono allo standard richiesto.

Anche se, apparentemente, l’allenamento ha dato il suo risultato, non bisogna dimenticare che l’insegnamento e l’allenamento delle abilità motorie e tecniche possono essere strutturati in molti modi.

L'esempio fatto riguardo alla battuta, è quello dell'esercitazione per blocchi, cioè una sequenza di esercizi in cui si ripete più volte lo stesso compito.

Nelle squadre di baseball e softball è una metodologia molto utilizzata:

l'istruttore lancia la palla e l'atleta esegue, o cerca di eseguire, una battuta, poi, di nuovo l'istruttore e l'allievo ripetono la stessa cosa, per molte volte.

Si potrebbero fare molti esempi di esercizi che comportano l’esecuzione del gesto tecnico strutturati come quello descritto.

Il presupposto dietro questa tipologia di esercitazione è quello di concentrare la propria attenzione ed i propri sforzi solo su un compito alla volta, per passare a quello successivo, solo e soltanto, quando l’esecuzione del gesto (dopo che questo è stato analizzato, corretto e perfezionato) risulti fluida e coerente con quanto atteso e il gesto stesso si possa considerare assimilato.

Un diverso approccio metodologico è quello di programmare esercitazioni randomizzate, cioè sequenze di esercizi nelle quali si eseguono una varietà di compiti diversi, svolti senza seguire un ordine particolare, anzi è proprio la sequenza degli esercizi e dei compiti motori che  deve essere sempre mutata in maniera casuale (random, appunto) evitando o riducendo al minimo le ripetizioni consecutive di ogni compito.

Secondo la tesi di Shea e Morgan (1979) l'apprendimento con esercitazioni randomizzate è notevolmente superiore a quello con esercitazioni per blocchi.

Per meglio dire, le ricerche effettuate a partire dalle ipotesi di Shea e Morgan, hanno riscontrato che, malgrado la prestazione degli individui che si stanno esercitando in modo randomizzato sia, durante l'allenamento, qualitativamente inferiore alla prestazione degli individui impegnati in esercitazioni per blocchi, quando poi gli stessi soggetti sono chiamati all'esecuzione degli stessi movimenti in situazioni di gara, avviene l'esatto contrario, con il rendimento degli atleti che risulta superiore a quello riscontrato in allenamento.

Questa conclusione, anche se le ricerche non hanno ancora dato esiti assoluti, è conosciuta come effetto dell'interferenza contestuale:

una performance iniziale più scarsa durante l'esercitazione (in questo caso quella randomizzata) conduce a un apprendimento (e a un rendimento in gara) finale migliore.

Ci sono, attualmente, due ipotesi, egualmente accreditate, per spiegare l’interferenza contestuale.

Secondo l’ipotesi dell’elaborazione, sinteticamente, si presuppone che durante le esercitazioni randomizzate l’atleta percepisca le caratteristiche peculiari dei singoli compiti, con una più significativa memorizzazione a lungo termine:

Il ricordo del gesto eseguito è più “duraturo” e questo risulta più facilmente estrapolabile dal proprio bagaglio nel momento in cui si ripresenta l'occasione:

ad esempio se facciamo tirare dopo aver effettuato una presa diversa in ogni ripetizione (su battuta a terra, su battuta al volo, su tiro di un compagno, ecc…) in diverse situazioni, perciò con ordine dei gesti casuale, il tutto verrà riprodotto in gara con più facilità.

AI contrario, l'attività svolta per blocchi porta a evitare di effettuare confronti tra le situazioni, permettendo all'individuo di eseguire i compiti, automaticamente, in maniera separata l'uno dall'altra, e perciò quando le situazioni sono poco conosciute e non esplorate, i gesti sperimentati riaffiorano alla memoria con più difficoltà.

Lee e Margill (1985), che hanno verificato le intuizioni di Shea e Morgan, hanno postulato l’ipotesi della dimenticanza, secondo la quale gli atleti cui è stata proposta, in allenamento, la forma randomizzata, passano da un primo compito ad un successivo secondo compito in maniera rapida, inconscia, e quando devono svolgere il secondo, si dimenticano di quello precedente.

In seguito, nel momento in cui devono casualmente (random) tornare al primo compito, sono costretti a “ripartire da zero”, per così dire e devono “ricostruire” il proprio piano d'azione.

Dato che gli atleti si trovano davanti all’esigenza di dovere produrre in continuazione piani d'azione adeguati a gesti tecnici e movimenti sempre differenti, ecco che la performance risulta inizialmente scarsa, ma significativamente più appropriata alla situazione quando si tratterà di rieseguire quel compito in momenti successivi (allenamento o gara).

 

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Tecnica o tecnicismo?

Lun, 08/12/2014 - 09:35 -- Fabio Borselli

La definizione di TECNICA, presa direttamente dal  Vocabolario Treccani, recita:

 (sostantivo femminile) dal greco, "arte" nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare" è l'insieme delle norme applicate e seguite in una attività, sia essa esclusivamente intellettuale o anche manuale.

Nello sport, per estensione, si può definire la TECNICA come un insieme di abilità da utilizzare per la risoluzione di un “compito sportivo”, nel modo più razionale ed economico possibile, organizzate nella loro struttura in modo tale da adattare il comportamento dell'atleta alle caratteristiche degli attrezzi o dei materiali, a quelle dell'ambiente, degli avversari e alle regole proprie di quello sport.

Uno dei presupposti perché la tecnica sia efficace è quello di avere chiaro il “problema motorio” che la tecnica stessa deve risolvere.

Per questo motivo le tecniche di una disciplina corrispondono ad una serie di tipologie “ideali” di movimento:

una serie di “modelli di risposta standardizzati” che si cerca di ripetere ogni qualvolta si presenta lo stesso compito motorio da risolvere.

E qui, visto che il baseball ed il softball sono classificati come sport DI SITUAZIONE, cominciano i problemi:

anche se apparentemente i “compiti motori” da risolvere sono abbastanza limitati, le condizioni in cui giocatori e giocatrici devono trovare “il bandolo della matassa” sono quanto di più variato si possa ipotizzare.

I battitori affrontano lanci sempre diversi per esecuzione, velocità, timing, rotazione, traiettoria, location, ecc..

D’altra parte anche i lanciatori non possono semplicemente limitarsi a “tirare la palla”, ma ogni lancio deve essere diverso dal precedente, per evitare che il battitore lo colpisca.

Potrei continuare parlando delle differenze tra ogni palla, battuta o tirata, che i difensori devono ricevere, raccogliere, prendere, afferrare… E su quanto tirare verso la prima base, la terza base o verso casa base, da qualsiasi posizione si tiri, sia una cosa completamente diversa.

Come dovrebbero allenarsi, dunque, giocatori e giocatrici di baseball e softball, per prepararsi ad affrontare tutte le DIVERSE situazioni che dovranno affrontare nelle partite?

Si, perché, qualora ce lo fossimo dimenticati, l’obiettivo finale della TECNICA (o forse è meglio dire delle TECNICHE) del baseball e softball non è l’ESSERE ELEGANTE o COREOGRAFICA, ma deve essere al servizio del gioco:

si tira la palla per eliminare un avversario, non per ottenere un punteggio da una giuria.

Torniamo alla domanda:

“come dovrebbero allenarsi giocatori di baseball e giocatrici di softball?”

Partendo dal presupposto che non è possibile, a mio avviso (ma sono abbastanza sicuro che sia così…) allenare le TECNICA senza tenere presente il gioco e, quindi, dimenticare che dopo una presa c’è quasi sempre un tiro, ha senso effettuare ripetizioni su ripetizioni, in pochissimo tempo, di gesti (i fondamentali) che, nella realtà delle gare, vengono ripetuti se non molto, almeno abbastanza, distanziati tra di loro nel tempo?

Non è neanche possibile pensare che la TECNICA si possa allenare con le stesse regole e modalità con cui si allenano, per esempio, le capacità condizionali:

far raccogliere 100 palline rimbalzanti (magari in pochissimo tempo, le ultime 95 delle quali in modo assolutamente lontano dalla situazione di gara) non garantisce che, poi, l’atleta riesca a prendere la 101esima (che sarà, lo sappiamo, la prima della prossima partita).

D’altra parte, però, le ripetizioni sono necessarie…

Il problema principale, secondo me, dell’allenare la TECNICA di gioco, nel baseball e nel softball, è che spesso, cerchiamo di rendere i giocatori il più UGUALI possibile a ipotetici modelli di “prestazione ottimale”, dimenticando che ogni atleta è diverso dall’altro, sia fisicamente che emotivamente, e che quello che “funziona” per l’uno potrebbe non funzionare per l’altro.

Purtroppo, invece, si sente sempre più spesso parlare per assoluti:

“si deve battere così!” oppure “il lancio non può essere che fatto così”.

Senza considerare CHI sia l’atleta che viene idealizzato a tal punto da diventare “canone tecnico di riferimento”, quale sia la sua struttura fisica, quali siano le sue caratteristiche emotive e come ragiona quando gioca.

Sarebbe bene, invece, lasciare ad atleti ed atlete la possibilità di INTERPRETARE il gioco, trovando la propria strada per  risolvere i compiti motori di cui parlavo all’inizio e che il gioco stesso gli metterà davanti.

Altrimenti, convinti d’insegnare LA TECNICA (magari accompagnata dall’aggettivo VERA), si finirà per “addestrare” atleti destinati a ripetere, solo e soltanto, una gamma molto limitata di gesti, impossibilitati dalla loro stessa “programmazione” a SAPERSI INVENTARE quella giocata che, spesso, risolve la partita.

 

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