allenamento

Cent'anni di solitudine

Lun, 27/10/2014 - 08:46 -- Fabio Borselli

Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”, finisce così il capolavoro di Gabriel García Márquez…

Ora, credo che la persona più sola del mondo, in una squadra di softball, sia l’allenatore.

Non è difficile riconoscerlo, in disparte, nel suo angolo della panchina, circondato, se è fortunato, dai suoi pochi “bravi” (coach, scorer e poco più), gli stessi che prima del “famigerato” terzo canto del gallo saranno pronti a lasciarlo in balia degli eventi.

L’allenatore, colui che è destinato ad essere “IL” capro espiatorio da sacrificare alle Divinità del softball se le cose non vanno bene e l’unico che nelle foto guarda da un’altra parte, se capita di vincere.

E pensare che, in principio l'allenatore, semplicemente non c'era:

era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o diritto di nascita ne era il capitano, ad impartire ordini e a fare la formazione, salvo poi appassionarsi e cominciare (quale illusione...) a pensare di poter essere l’uomo del destino, la “forgia” che trasforma gli uomini in eroi.

Eccolo così trasfigurato nell’allenatore.

Un dilettante (nel senso che “si diletta” ad allenare e che quindi, per questo, non lo pagano) ma che, poi, tanto dilettante non è visto che si è sciroppato corsi, abilitazioni, clinics, in un parossismo di centri di preparazione olimpica, autogrill, stanze condivise con compagni di viaggio dal sonno pesante e dal russare poderoso, investendo in tutto ciò l’equivalente del PIL di una repubblica caraibica di taglia media.

Ha poi passato notti insonni  a perfezionare e rielaborare ed ancora perfezionare programmi d’allenamento, ha girato per campi per vedere le amichevoli degli avversari, letto, studiato, digerito.

Questo uomo picaresco, lo si riconosce subito anche dall’abbigliamento:

è quello che ha, sempre, la tuta diversa dal resto della squadra (ed anche se la avesse come gli altri sarebbe della misura sbagliata) primo perché è un maschio e poi perché, quando arriva in squadra i dirigenti gli dicono: “aspettiamo le tute nuove, che per ora son finite”… Prima che gli forniscano un giacchetto per ripararsi dall’acqua bisogna aspettare il passaggio dei monsoni e per avere (eresia) un paio di scarpe deve ostentare per alcune settimane vecchie Superga sfilacciate, con vista ditone.

Per riuscire a farsi offrire una birra gratis, al bar del campo (non esageriamo, eh!), ci vogliono almeno due vittorie per non parlare di aver diritto ad un sorriso, per il quale occorrono mesi di applicazione.

A casa, poi, ci sono notti insonni ed agitate, fame compulsiva, assenze, distrazioni, inappetenza di nuovo compulsiva, che si accompagnano a veri stati d’allucinazione nelle notturne,  febbrili vigilie delle, immancabili, partite verità.

Dalle giocatrici non si deve aspettare nessun aiuto:

sono cordiali, affabili, fanno complimenti e lo chiamano con nomignoli affettuosi solo nella speranza di giocare, se sono riserve, o per il timore di essere relegate in panchina se sono titolari. Tutte lo fanno, comunque, sempre e soltanto per sperare in minori fatiche ed ottenere favori o favoritismi.

E non importa se trotterellano allegramente durante i giri del campo e se le palle rimbalzano nel guanto o volano alte oltre la recinzione perché devono chiacchierare, loro hanno sempre qualche scusa pronta o, nella versione più evoluta, qualche minaccia, del tipo:

“mica sono una  professionista”, “ho un sacco di cose per la testa” , “sei un fanatico”, “ce la sto davvero mettendo tutta”, “tu mi tratti così ma sappi che l’Atletico Borgotrecase mi vuole e mi ha cercato”.

Non bisogna nemmeno farsi illusioni se sembra che le cose vadano bene  perché, prima o poi, questo si rivelerà un pericoloso boomerang:

basta un campionato vinto ed ecco che il tapino, che si convince di avere  diritto ad un futuro fatto di fiducia ed entusiasmo, comincia ad immaginare anni felici e la possibilità di “cambiare quello che non va”.

È un errore imperdonabile.

Gli stessi dirigenti, i (pochi) tifosi che in ottobre festeggiavano la promozione come se in campo fossero scesi loro, a metà aprile, a stagione a malapena iniziata (e la tuta ancora non si vede…) sono pronti a “dimissionarlo” perché: “quest’anno ha perso mordente”.

Basta una sconfitta inopinata contro la solita Dinamo Riotortodisotto che, complice la delazione di alcuni giocatori, il malcontento inizia a serpeggiare insidioso. Non sono certo gli errori “di guanto” ed i lanci al rallentatore,  a far perdere le partite, e nemmeno la lentezza generale o il non prendere i segnali: “è lui, è colpa sua, con i suoi metodi, con le sue idee bislacche, proprio non ci divertiamo”.

A questo punto, per lui, sarebbe meglio andarsene, sarebbe anche meglio essere cacciato, che rimanere ancora più solo, senza giacchetto, con le scarpe bucate e la tuta diversa (sempre che, alla fine, sia riuscito ad averla…) senza un cane che lo saluta, senza più abbracci e senza nomignoli...

Ma se tutto questo è vero, ed è vero, senza possibilità di smentita, perché continuiamo a farlo?

Perché continuiamo a stare li, in quel posto solitario, sotto gli occhi sornioni e bugiardi di quelli che, loro si, saprebbero come fare, come gestire, chi far giocare?

Lo facciamo perché ci sono momenti in cui, anche se la solitudine è totale e opprimente, il tempo sembra fermarsi: cominciano a succedere cose che le persone intorno a te riusciranno a capire soltanto “dopo”, mentre tu già sapevi, “da prima”, che sarebbero successe.

E quando saranno pronte a reagire, o penseranno di poterlo fare, questo accadrà esattamente un secondo dopo che tu avrai già deciso cosa fare e lo avrai, anche, già fatto.

È quel secondo, davvero, che cancella tutto il resto.

 

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Il nono difensore

Lun, 13/10/2014 - 07:57 -- Fabio Borselli

Ho visto molte squadre, anche ottime squadre, perdere partite per un pessimo tiro della lanciatrice verso la prima base.

Ancora, negli anni, ho sentito un sacco di opinioni riguardo la capacità delle lanciatrici di essere anche dei buoni difensori.

Premetto che sono un convinto assertore della necessità di avere pitcher che, una volta lanciata la palla, nella malaugurata ipotesi che questa venga ribattuta, debbano essere in grado di raccoglierla e tirarla, forte e precisa, ad ogni base sia necessario, o anche, capaci di decidere di non tirare.

Dico questo perché non riesco a concepire la posizione della lanciatrice se non come quella di un giocatore completo, che oltre al suo compito specifico, individuale, deve anche giocare insieme alla sua squadra, coralmente.

Quando sento parlare di lanciatrici che NON POSSONO anche essere dei buoni difensori perché il ruolo è cosi specializzato ed impegnativo che non rimane tempo per l’allenamento in difesa, mi viene da pensare che sarebbe come allenare i catchers a prendere e bloccare i lanci ma non farli lavorare su quello che viene dopo la ricezione…

Ripeto, ho sentito un sacco di teorie, ma rimango della mia idea:

la lanciatrice DEVE saper giocare come difensore, senza se e senza ma, per questo è NECESSARIO programmare, nei piani di allenamento, del tempo per allenarla a gestire le palle battute.

Allenare le lanciatrici a giocare in difesa, oltre a migliorare l’efficienza complessiva della squadra, permette anche di renderle molto più selettive sui “rischi da prendere” quando una palla non agevole da controllare è battuta verso di loro.

Generalmente voglio che le mie lanciatrici sappiano raccogliere i bunt effettuati direttamente verso di loro e, se sono destre, provare a raggiungere anche quelli verso la  prima, quando il prima-base fosse, per qualsiasi motivo, in ritardo. Se sono mancine, vista la difficoltà aggiuntiva nel doversi girare completamente per il tiro, preferisco lasciare ai difensori agli angoli il compito di raccogliere le smorzate non dirette alla lanciatrice.

Su palla battuta verso di loro, per prima cosa, do una semplicissima indicazione:

“la lanciatrice deve provrea a prendere SOLO le palle che passano all’interno del cerchio intorno alla pedana, avendo l’accortezza di NON tentare nemmeno se la battuta è FUORI dal cerchio”.

Questo per evitare che il tentativo DEVII la palla dalla sua traiettoria originale mettendo “fuori tempo” l’interbase o il seconda-base.

Quando le lanciatrici diventano più esperte questa indicazione viene integrata ed ampliata:

“la lanciatrice NON deve provare a prendere le palle battute dal lato del suo braccio di lancio (verso l’interbase per le lanciatrici destre, verso il seconda-base, nel caso di anciatrici mancine)”

Questo perché il naturale proseguimento del movimento di lancio le porta, spessissimo, ad essere sbilanciate verso il lato del guanto, rendendo difficile il raccogliere la palla in contro-guanto ed aumentando, come già detto, la possibilità di un DEVIAZIONE.

Dare semplicemente indicazioni, naturalmente, non basta.

Programmare attentamente l’allenamento della lanciatrice in difesa, oltre ad integrarla con le compagne di squadra per evitare che non si muova in armonia con le stesse nelle situazioni in cui CHI deve giocare la palla battuta non è immediatamente individuabile, permette alle stesse lanciatrici l’esatta comprensione del proprio “raggio di azione”, cosa che le aiuterà a “non provare a mettere il guanto” su certe battute.

Personalmente impiego le lanciatrici quando lavoro sulla difesa del bunt e non manco mai di farle lavorare sulla raccolta di rimbalzanti e successivo tiro sulle basi (tutte le basi, perché non si sa mai…), al pari di tutti gli altri interni. Non tralascio nemmeno di farle allenare sui propri movimenti e coperture quando gli esterni lavorano ai tiri sulle basi.

Tutto questo vale, a maggior ragione, quando si tratta di allenare squadre giovanili, ma in questo caso, visto che la specializzazione non dovrebbe essere così esasperata come nelle squadre seniores, le lanciatrici dovrebbero già allenarsi per ricoprire anche gli altri ruoli difensivi.

 

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La battaglia di Rocroi

Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Diciannove e settantadue!

Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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Tris

D.A.E.

SK Joudrs, Praga

Lun, 01/09/2014 - 01:30 -- Fabio Borselli

Ho trascorso un “fine settimana lungo”, in casa della squadra di softball delle JOUDRS, a Praga.

L’occasione è l’accesso della mia squadra alla FINAL FOUR della COPPA ITALIA softball di serie A2:

abbiamo stipato in due minibus tutto l’occorrente per quattro giorni di softball e siamo partiti, alla ventura, destinazione, come detto, Repubblica Ceca.

Grazie alla collaborazione dell’amica Eva Rychtaříková, coach del gruppo JOUDRS e della nazionale Ceca, dopo una dozzina d’ore di viaggio ci siamo potuti “acquartierare” all’interno di una delle palestre della struttura gestita dal club.

L’impianto è una delizia:

due campi regolamentari, dotati di tribune e tribunette, bull-pen, gabbie e tunnel di battuta (ne ho contati almeno una diecina), ma anche un campo in sintetico polifunzionale e multisport, foresterie, tre palestre attrezzate e una accogliente club-house…

Il tutto situato accanto ad un complesso scolastico e di libero accesso agli abitanti.

Siamo rimasti per quattro giorni ed abbiamo giocato quattro partite, occupando, mattina, pomeriggio e sera il campo centrale e non c’è stato momento in cui l’altro campo, quello sintetico e le gabbie di battuta non fossero affollate di atleti al lavoro, maschi e femmine, bambini ed adulti, in un incessante viavai “tutto softball”.

In ogni gara disputata abbiamo avuto una coppia di arbitri “veri”, in alta uniforme, che ci hanno fato sentire il “clima gara” alla perfezione.

Oltre al softball abbiamo anche fatto i turisti, il centro di Praga è a 15 minuti di auto e facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.

Devo dire che siamo partiti un po’ preoccupati, sia dalla distanza che dalle possibili difficoltà, ma che, vista l’esperienza, se fosse possibile, ripartiremmo subito!

Parlando con Eva è venuto fuori che il team JOUDRS, il cui sito web è raggiungibile a questo indirizzo, è disponibile per partnership e scambi con squadre italiane e può offrire sistemazioni confortevoli ed economiche (per altre informazioni contattare il sottoscritto o direttamente il club).

Pubblico la foto del gigantesco cartellone pubblicitario che occupa tutta la facciata di un palazzo per dare un’idea di quanto il club ed il softball siano profondamente radicati all’interno del quartiere che li ospita.

Eravamo in Repubblica Ceca, Europa, praticamente dietro casa, ma per quattro giorni ci siamo sentiti in America…

 

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La mobilità articolare

Dom, 03/08/2014 - 23:58 -- Fabio Borselli

La mobilità articolare è classificata come una delle capacità “intermedie”, cioè legate sia a quelle condizionali che a quelle coordinative.

Viene definita come la possibilità di utilizzare la massima escursione articolare nei limiti imposti dalle stesse articolazioni, dai muscoli e dalle strutture tendinee.

E’ considerata solo parzialmente allenabile, in quanto condizionata dall’estensibilità dei tendini e dalla conformazione delle strutture articolari determinate geneticamente.

La mobilità articolare, a partire dall’infanzia, dov’è potenzialmente massima, è una dote dall’involuzione praticamente irreversibile e tende a regredire rapidamente in assenza degli stimoli neuromuscolari adeguati. È condizionata dalla capacità visco-elastica dei tessuti, e diminuisce in modo accentuato con l’invecchiamento. Il principale responsabile del suddetto fenomeno è il collagene, la cui presenza diminuisce nei tessuti connettivi scarsamente sollecitati.

Muscoli agonisti ed antagonisti lavorano contemporaneamente, i primi per lo svolgimento del gesto e contemporaneamente per vincere l’azione frenante e di controllo dei secondi, a questi ultimi è richiesta una capacità di de-tenzione ed di allungamento, dovendo risultare attivi il meno possibile e solo quando vi sia il rischio di infortunio.

Le strutture capaci di avvertire il senso di stiramento muscolare e di innescare una contrazione di “opposizione” all’allungamento sono sia i fusi neuromuscolari che gli organi tendinei del Golgi.

I fusi neuromuscolari sono allineati alle fibre muscolari ed operano “monitorando” il grado di tensione a carico delle stesse e svolgono importanti funzioni nel mantenimento della postura per la loro capacità di registrare la velocità di stiramento.

Se tale azione è interpretata come potenzialmente pericolosa attivano un “riflesso miotatico o di stiramento” che innesca la contrazione del muscolo ed il blocco dell’allungamento. Questo sistema è quindi un vero meccanismo di prevenzione delle “rotture” rispetto a traumi da tensioni repentine e violente.

In condizioni di affaticamento la loro sensibilità é maggiore, e diviene difficoltoso eseguire esercizi di stretching. Dopo un buon riscaldamento la loro soglia di eccitazione viceversa s’abbassa.

Gli organi tendinei dei Golgi svolgono analoga funzione, anche se con sistemi differenti, ed inducono una risposta opposta, sono posizionati in serie fra tendine e muscolo e registrano il grado di forza espresso inviando uno stimolo inibitorio.

Hanno un grado di sensibilità tale da indurre una risposta per sollecitazioni marcate, o allungamenti protratti per almeno 8-10 secondi, allentando la contrazione muscolare (riflesso miotatico inverso).

Il miglioramento della mobilità articolare è definito di tipo permanente o temporaneo:

  • permanente quando è ottenuto con frequenti sessioni di stretching, in grado d’agire direttamente sulla fisiologia muscolare,
  • temporaneo se sfrutta fattori esterni quali la temperatura ambientale o quella del muscolo (un suo aumento migliora la mobilità) in condizioni psicologiche non stressanti.

La mobilità articolare nel bambini non deve essere, propriamente, ALLENATA ma più semplicemente STIMOLATA e CONSERVATA nel tempo:

la teoria dell’allenamento delle capacità per fasi sensibili si basa, a mio parere,  sul presupposto che il bambino sia uno sportivo “sui generis”, che agisce sulla base delle proprie capacità bio-meccaniche del momento:

nella sua psicomotricità la capacità di mobilità ed elasticità sono doti innate e scontate, che non devono andare perdute e, magari poi, faticosamente riconquistate tramite esercizi ripetitivi e potenzialmente dannosi.

L’allenamento o, meglio, lo sviluppo della mobilità articolare deve consente all’organismo di ricalibrare tutte le soglie propriocettive dei “sensori” neuromuscolari, contrapponendosi al naturale e fisiologico degrado precoce.

 

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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 14/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Uomini e donne sono differenti.

Allenare atleti maschi o atleti femmine è profondamente differente.

Allenare squadre maschili o squadre femminili lo è ancora di più.

Aldilà della, scontata, considerazione che l’obiettivo dell’allenamento è, comunque, il raggiungimento della massima prestazione possibile da parte dell’atleta, indipendentemente dal genere, questa differenza si evidenzia, in particolare, nella delicata gestione del tempo, del ritmo e del clima dell’allenamento stesso.

Mike Candrea, attualmente Softball Head Coach all’ University of Arizona, vincitore di 2 medaglie olimpiche e allenatore di provata esperienza ha detto:

“le ragazze devono stare bene per poter giocare bene al contrario degli uomini che stanno bene se giocano bene”.

Ancora, Cindy Bristow, un altro dei coach statunitensi venuti in Italia come docenti di clinic formativi per allenatori, ha esteso il concetto precedente:

“per le ragazze l’allenamento è un FATTO SOCIALE”.

Chiunque abbia provato ad allenare un team femminile sa che è possibile chiedere ritmi ed intensità di lavoro elevatissimi.

Sa che la motivazione al miglioramento individuale ed al superamento dei limiti tecnici è altissima.

Sa che, a parità di potenzialità, una ragazza è molto più caparbia e decisa di un ragazzo.

Ma, sa anche che, non potrà impedire che durante la seduta di allenamento le atlete “chiacchierino” tra di loro e condividano “i fatti propri” con le compagne.

Una volta preso atto di questa “necessità sociale” è possibile indirizzarla ed utilizzarla, ma è impossibile, anzi controproducente, provare a contrastarla.

Intendiamoci bene: io sono un allenatore severo, come già scritto in questo blog, ma questa “battaglia” è una battaglia persa.

Le volte che ho provato ad imporre il silenzio, magari durante il riscaldamento, e a richiedere una maggiore attenzione a quello che “si sta facendo” il risultato è stato, comunque, un peggioramento dell’umore collettivo (compreso il mio e quello dei coach) e, in ultima analisi, un abbassamento del livello qualitativo dell’allenamento.

Quello che ho imparato da questi tentativi e che credo sia molto vicino al vero è che c’è un “tempo fisiologico” che serve alle atlete per entrare “dentro” l’allenamento e che questo tempo gli serve per “sintonizzarsi” con le frequenze di tutti i partecipanti all’attività.

Non ci sono ricette particolari per gestire la situazione, se il team è affiatato e ben motivato il “sottofondo sociale” serve a creare un clima positivo e favorisce, in ultima analisi, l’intensità e la qualità dell’allenamento, aiutando la concentrazione ed incrementando gli stimoli alla crescita ed al miglioramento.

Credo che l’aspetto emotivo ed emozionale (che non sono sinonimi) dell’allenamento delle squadre di softball sia molto forte e sia preponderante rispetto al resto.

Credo anche che non prendere in considerazione quesa caratteristica peculire sia un errore che, difficilmente, viene perdonato.

 

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Allenare la velocità?

Lun, 30/06/2014 - 10:29 -- Fabio Borselli

Oltre ai “dolori da acido lattico” (argomento già affrontato nel post “Tutta colpa dell’acido lattico?”) ci sono un paio di altre affermazioni che sembrano essere “scritte nella pietra”:

la prima è "veloci si nasce" e l’altra, direttamente collegata è “non si può allenare la velocità”, Il tutto nonostante la ricerca scientifica dimostri che le cose non stanno proprio così…

Prima di tutto vorrei elencare, senza eccessivi tecnicismi, alcuni dei fattori che risultano allenabili della velocità, o per meglio dire della “rapidità impulsiva”:

TEMPO DI LATENZA DELLO STIMOLO NERVOSO

Di fatto è il tempo che separa lo stimolo dalla risposta.

Fase sensibile (cioè il lasso temporale in cui si possono, realmente apportare modificazioni durature) dai 6 ai 10 anni.

Studi e ricerche attestano che  per effetto dell'allenamento, il processo della stimolazione trasmessa verso gli organi periferici recettori si organizza in modo intelligente. Gli impulsi “imparano” ad utilizzare “strade” più brevi in funzione dell'esigenza neuro-motoria.

VELOCITA’ DI TRASMISSIONE DELL’IMPULSO

Che deve vincere “resistenze minori” per effetto delle trasformazioni, indotte dall’allenamento, a carico delle guaine mieliniche che registrano un miglioramento delle proprie “capacità isolanti” permettendo, oltre ad una maggior efficienza del sistema di trasmissione, una maggiore “pulizia” degli stimoli trasmessi attraverso di esso.

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA DEL MUSCOLO

Ci sono in proposito diverse teorie, più o meno accreditate, più o meno verificate, ma sembra appurata l’esistenza di un “trend di specializzazione muscolare" indotto dall'allenamento prolungato e selettivo.

E’ dimostrato, infatti, che le fibre bianche (veloci) possono "degenerare" in fibre più vascolarizzate ma lente e che atleti capaci di espressioni di forza esplosiva ne abbiano, invece, un numero superiore alla media (anche se, in questo caso, non è dimostrato che  patrimonio individuale di fibre bianche possa essere modificato).

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA TENDINEA

L’allenamento aumenta la resistenza e la sezione trasversale del tendine, oltre che la sua lunghezza (aumento del numero dei sarcomeri in serie) modificando le proprietà visco-elastiche, e quindi la capacità di immagazzinamento e restituzione dell'energia elastica quando si eseguono movimenti di rapidità-esplosiva.

CAPACITA’ DI CONTRAZIONE/DECONTRAZIONE

È possibile rendere più efficiente  la capacità di calibrare e regolare il contributo dei singoli distretti muscolari al movimento, diminuendo la resistenza dei distretti muscolari non coinvolti direttamente nell'esecuzione del movimento stesso.

CAPACITA’ DI RECLUTAMENTO E SINCRONIZZAZIONE

L’attività muscolare segue la legge del TUTTO O NULLA:

la stimolazione dell’unità neuromotoria è sempre massimale, quelli che varia è la frequenza di stimolazione ed il numero delle unità reclutate.

L’allenamento rende possibile il miglioramento sia del RECLUTAMENTO SPAZIALE  che passa da un  parziale del 30-50% delle unità disponibili a quello completo, con proporzionale incremento della forza, sia del RECLUTAMENTO TEMPORALE, che è la capacità di reclutare contemporaneamente tutte le unità coinvolte.

La SINCRONIZZAZIONE è, invece, definita come la capacità di ottenere il massimo reclutamento istantaneo delle fibre ed è fondamentale nelle attività di forza esplosiva.

FORZA ESPLOSIVO/ELASTICA

L'aumento della sezione trasversale (fino ad un certo limite strutturale) e quindi del peso, delle fibre muscolari bianche, rende possibile l’incremento della potenza tramite l’incremento di forza prodotta.

Naturalmente è necessario che all’aumento di forza non corrisponda una diminuzione significativa della velocità di esecuzione.

CAPACITA’ TECNICA E COORDINAZIONE

L’allenamento migliora sicuramente l'equilibrio nei movimenti e rende possibile la ricerca del miglior utilizzo delle risorse energetiche disponibili in funzione della durata dello sforzo.

In conclusione:

  • non bisogna limitare la definizione di VELOCITA’ solo ed esclusivamente alla capacità di corsa, ma estendere il concetto a tutte le espressioni di forza veloce che sono coinvolte nelle varie discipline sportive.
  • Le doti naturali, cioè i parametri biometrici, come le leve ossee, le inserzioni tendinee e gli angoli lombosacrali, sono un fattore importantissimo per la velocità, ma per il loro essere legate alla genetica, sono, purtroppo, non modificabili.
  • L’allenamento strutturato può modificare, invece, una serie di parametri che permettono di rendere “più rapida ed efficiente” l’esecuzione IN VELOCITA’ dei gesti tecnici propri dello sport

Credo che se “velocisti si nasce”, sicuramente è possibile “diventare più veloci” e che allenare la velocità è cosa possibile, anzi imprescindibile, specialmente se si parla di bambini.

 

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Un inning alla volta…

Lun, 23/06/2014 - 07:51 -- Fabio Borselli

Si dice talmente spesso, tanto spesso che è diventato un luogo comune:

si gioca un lancio alla volta, un battitore alla volta, un eliminato alla volta…

Di fatto è un’affermazione assolutamente giusta e condivisibile, anzi, se applicata è LA filosofia di fondo di baseball e softball:

si gioca nel presente, qui ed ora, senza pensare a quello che è successo prima, un lancio alla volta, appunto.

Molto facile da dire.

Molto difficile da mettere in pratica.

I giocatori, specie se giovani, specie se non molto esperti, si lasciano “trascinare dagli eventi” al punto che la propria prestazione è condizionata non solo da “quello che stanno facendo” ma, anche, da quello che “stanno facendo gli altri” (arbitro, compagni di squadra, avversari…).

Capita, perciò, che un brutto inizio di partita o un inning “storto” faccia “andare in barca” tutta la squadra, che non riesce a reagire e non riesce a superare il momento.

Mi è capitato, molto più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto, di trovarmi in questa situazione.

Per prima cosa il dire “giochiamo un inning alla volta” non basta. Non basta perché il tabellone incombe, laggiù a fondo campo, e gli innings sono sette… non uno.

Ecco, allora, un piccolo espediente che ho utilizzato per “obbligare” la squadra ad “abbassare la testa”, circoscrivere l’orizzonte e giocare, davvero, un inning alla volta.

Abbiamo stabilito, insieme, durante gli allenamenti, che avremmo giocato (ogni volta che affrontavamo l’avversario) sette partite e che ciascuna sarebbe durata una sola ripresa. Per vincere una di queste “mini-partite” si dovevano fare gli stessi oppure più punti dell’avversario. In pratica si vinceva l’inning anche pareggiandolo.

Per rinforzare il concetto e dargli forza abbiamo anche organizzato il nostro “tabellone da panchina”:

un grande foglio bianco, strutturato come un vero tabellone segnapunti, ma che aveva una riga in più, quella per indicare, sotto ogni ripresa, se in quell’inning avevamo vinto o perso.

Nelle prime uscite del nostro tabellone “fatto in casa” qualche giocatrice si guardava intorno imbarazzata, cogliendo qualche sguardo stupito degli avversari, ma, piano piano il gioco ha cominciato a funzionare:

l’obiettivo iniziale era quello di riuscire a vincere almeno un inning.

Poi siamo passati a cercare di vincerne quattro, uno in più degli avversari.

Naturalmente, considerando come vittoria anche il pareggio, capitava che si riuscivano a vincere le quattro riprese, ma che non si riusciva a vincere la partita (quella ufficiale).

Aldilà di questo, il risultato è stato che la squadra, tutta, senza distinzioni, ha cominciato veramente a giocare “inning by inning”.

C’è stato, addirittura, un periodo nel quale, giocando il “doppio incontro”, il tabellone di squadra era fatto di quattordici inning in successione e nessuno si poneva il problema di quale fosse il risultato alla fine di “gara uno”.

Questo “giochetto” è durato, più o meno, una stagione, iniziando alla fine di un campionato e proseguendo nel successivo.

Poi, piano piano, la squadra ha smesso di averne bisogno:

il concetto di giocare una ripresa alla volta è diventato normale ed automatico, tanto che, a distanza di anni le giocatrici continuano, nei momenti topici delle partite, a dire di giocare per “vincere questo inning”

Naturalmente, come in tutte le cose che si fanno con le squadre di softball, bisogna che tutto l’entourage della squadra sia coinvolto e convinto di quello che si sta facendo. Questo piccolo espediente, infatti, non avrebbe avuto nessuna possibilità di funzionare se tutto il gruppo di lavoro del team (me compreso) non ci avesse, davvero, creduto.

 

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