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"MENTAL TRAINING E SOFTBALL" Di Graziano Primavera

Ven, 31/05/2013 - 12:42 -- Fabio Borselli

Sale sullo sgabello virtuale dello SPEAKER’S CORNER Coach Graziano Primavera, giovane allenatore di softball in Abruzzo, dove segue la società del Tollo, attivamente impegnata nell'attività giovanile.

Coach Graziano è inserito nello staff tecnico del Progetto Verde Rosa della FIBS ed in quello delle rappresentative regionali di softball della sua regione.

Il suo intervento riguarda il MENTAL TRAINING.

***

"In questo intervento voglio proporvi una riflessione su uno strumento a mio avviso molto utile ed interessante nel lavoro quotidiano di allenamento: il mental training.

Non son uno psicologo, di conseguenza non ho la pretesa di insegnarvi una tecnica. Da allenatore, però, mi sono confrontato spesso con l'utilità di questo strumento, è per questo che ho ritenuto utile ed interessante proporre una riflessione proprio su questo tema.

Ma che cosa è il mental training?

Il mental training  è un utile strumento di potenziamento delle competenze tecniche in diverse discipline.
Quello che segue è un esercizio di visualizzazione che ho imparato ad un convegno di psicologia dello sport.

Spesso si utilizzano in questo senso esercizi di visualizzazione, che partono dal presupposto che allenare la mente a visualizzare aiuta il cervello a meglio mettere in moto i meccanismi del movimento e comandare le capacità coordinative e, di conseguenza, ci permette di far rendere al massimo le capacità condizionali.

Sono diverse le discipline in cui si utilizza la tecnica della visualizzazione. Il softball è una di queste.
Non è possibile eseguire un qualsiasi gesto sportivo se non lo si conosce e non lo si sa immaginare, è per questo che questo tipo di esercizi è molto utile, soprattutto nei periodi pre-season e in-season e in quei momenti in cui, come accade dopo un infortunio il corpo non si può allenare.

Tecniche di questo tipo ci consentono di ripetere e rivedere lo schema motorio senza caricare il fisico.

E' molto conosciuto l'esperimento fatto con dei giocatori di basket sui tiri liberi, per un periodo di 30 giorni gli atleti furono divisi in tre gruppi:

- un gruppo fu fatto riposare del tutto,

- un gruppo si allenò regolarmente,

- un gruppo si allenò solo sulla visualizzazione.

Dopo un mese quelli che riposarono, come ovvio, calarono drasticamente le percentuali, quelli che fecero solo visualizzazione incrementarono del 23% e quelli che si allenarono normalmente aumentarono del 24%.

Dalla sperimentazione si evince che la visualizzazione può essere un buon supporto all'allenamento “normale”. A tal proposito mi piacerebbe descrivervi le fasi più importanti di alcuni esercizi di mental training, quali:

1) PREPARAZIONE: In questa fase faremo chiudere gli occhi all'atleta e la guideremo verso una posizione il e rilassata e vicina a quella che deve assumere in partita.

2) VISUALIZZAZIONE: in questa fase ci si concentra sull’ immaginazione del gesto tecnico completo e corretto.

3) CONCENTRAZIONE: In questa fase si va a lavorare su una parte specifica del gesto tecnico in modo da migliorare la consapevolezza del gesto anche relativamente a quei passaggi che normalmente sono più critici.

4) ESECUZIONE: ovvero, l’esecuzione effettiva del gesto tecnico.

5) VALUTAZIONE: ovvero, una fase in cui si valutano gli esiti dei passaggi precedenti.

Esercizi di questo tipo come già detto possono essere estremamente utili nel migliorare la consapevolezza del gesto e la capacità di autocorrezione di eventuali errori che. con una semplice esecuzione motoria, possono sfuggire al controllo dell’atleta."

                                                                              Graziano Primavera

Attivare la Modalità Partita

Lun, 27/05/2013 - 12:44 -- Fabio Borselli

Brad Gilbert, prima tennista professionista, poi allenatore di successo, dice, nel suo libro  “Winning Ugly”:

"Non importa quanto lavori, quanto talento hai, perché é la mente la tua arma principale. E la maggior parte dei tennisti la usa contro sé stesso”

Io direi che la frase potrebbe tranquillamente adattarsi ad ogni atleta, di qualsiasi sport.

Credo che, proprio l’approccio mentale, faccia la differenza durante le gare e possa condizionarle, sia in positivo che in negativo. Cred, anche che, sia l’atleta, sia l’allenatore possano fare molto per sviluppare il giusto approccio alla gara.

Senza voler entrare nello specifico del mental training vorrei definire un aspetto, secondo me molto importante, nell’approccio alla gara:

prima di tutto, la partita NON è l’allenamento, così come l’allenamento NON è la partita. Ricercare, in allenamento, l’intensità di gara è, sicuramente funzionale, ma giocare la partita usando la “testa da allenamento”, non solo non lo è, ma risulta, anche estremamente negativo.

L’obiettivo principale da perseguire, secondo me, è quello di portare gli atleti, di qualsiasi livello essi siano, ad avere fiducia in se stessi, nelle proprie capacità, in quello che hanno imparato e fiducia sul fatto che possono ancora imparare. La fiducia si basa, fondamentalmente, sulle risposte che l’atleta ottiene, prima in allenamento, dove impara e poi in gara, dove mette in pratica quello che ha imparato.

Bisogna, però, prima di tutto imparare come allenatori e poi insegnare, che l’approccio alla partita non si può fare mantenendo le stesse modalità di pensiero con cui ci si è allenati.

Si deve far capire all’atleta che ci sono due possibili possibilità di approccio mentale:

Il primo, più pratico ed analitico, che si usa  (o si dovrebbe usare) in allenamento, quando si cerca di migliorare la tecnica di gioco o gli aspetti tattici, quando  si lavora per definire ed affinare le proprie capacità per farle evolvere e migliorarle.

Il secondo è l’approccio alla prestazioni, che si usa in gara, quando si cerca di spremere al massimo le proprie capacità, cercando di utilizzare quanto si è imparato e di eseguire al meglio i gesti tecnici per vincere la partita, ma non certo per migliorarli.

Il problema è che non è facile riuscire ad entrare in questo modello di pensiero “orientato alla situazione”:

spesso gli allenatori continuano ad “allenare” anche durante le partite, sommergendo l’atleta di istruzioni, comandi, correzioni che oltre a non permettere il passaggio alla “modalità di gara” minano, sovente, la fiducia dell’atleta stesso nelle sue capacità o possibilità.

A volte è proprio il giocatore che si pone nella situazione di continuare ad allenarsi durante la gara, ricercando,  in maniera ossessiva, la perfezione nell’esecuzione e sintonizzandosi, per riuscirci, sui propri movimenti e gesti senza, per così dire, dare fiducia ed applicare il lavoro di preparazione fatto in allenamento. Continuando, di fatto, ad analizzare i possibili errori e cercando di correggerli nel momento sbagliato, anzichè giocare la partita...

Come si può correggere questa tendenza ed insegnare agli atleti ad “entrare in modalità game”?

Prima di tutto l’allenatore dovrebbe riuscire ad entrare, lui stesso, in questo tipo di modalità:

cercando di limitare i propri comportamenti prescrittivi e correttivi riguardo la tecnica individuale, ma orientando il proprio approccio alla lettura tattica della partita ed alla gestione della squadra. Dovrebbe, inoltre rinforzare la fiducia dei singoli atleti nelle proprie capacità.

Credo, poi, che ribadire la differenza tra i due momenti, allenamento e gara, possa essere un buon sistema, credo che sia anche giusto insegnare che si può decidere, coscientemente, di "settare" il proprio approccio scegliendo tra quello orientato all’apprendimento e quello che serve per giocare…

In ogni caso il problema fondamentale è, lo  ribadisco, un problema di fiducia:

da un lato la fiducia da parte dell’atleta riguardo alle proprie capacità e sul lavoro svolto per migliorarle, dall’altro la fiducia dell’allenatore sulle capacità dell’atleta stesso, ma, sopratutto, sulla qualità del proprio lavoro.

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Locus of Control e Percezione Soggettiva

Specializzazione Precoce? No, grazie?

Lun, 20/05/2013 - 12:42 -- Fabio Borselli

Cosa significa, allenando giovani e giovanissimi, fare specializzazione precoce?

Essenzialmente, vuol dire allenare e preparare solo di quello che risulta utile nell’immediato, magari anche il gesto tecnico perfetto o la disposizione tattica più funzionale, senza pensare ad ampliare l’orizzonte delle esperienze motorie e delle capacità individuali degli atleti. Significa costruire sul poco invece di aspettare e prepararsi per quando l'allievo avrà i requisiti per poter applicare quello che ha imparato e sta imparando.

È il vano tentativo di approfittare di caratteristiche fisiche o nervose più sviluppate in alcuni bambini precoci e più maturi  rispetto ai coetanei.

E, in ambito sportivo,' un vero controsenso. Uno di quelli più duro da capire e da modificare.

Il tentativo di specializzare, anzitempo, i giovani che si avvicinano ad una disciplina sportiva viene, spesso, giustificato con l’affermazione che è necessario che i bambini imparino subito e bene la tecnica e la tattica di gioco, invece di giocare in libertà e senza schemi imposti, per evitare di imparare difetti ed errori, poi difficili da correggere.

Questo modo di pensare è, secondo me, uno dei più grossi limiti dello sport.

Le ricerche dimostrano, infatti, che prestazioni e risultati di eccellenza conseguiti  da adulti non sono, generalmente, raggiunti da soggetti che da bambini o da adolescenti abbiano iniziato, più precocemente degli altri, l’allenamento di alto livello.

Il problema, secondo me, è che, da una parte, manca l'abitudine ad educare ed allenare il giocatore ad usare, da solo, le proprie risorse, pretendendo di pilotarlo come fosse un automa, mentre, dall'altra, c’è il peso della tradizione, che ogni sport si porta dietro e che ogni allenatore subisce: il "come si è sempre fatto" e il "così fanno tutti" che risulta rassicurante.

Ma l’atleta bambino non è, semplicemente, materiale grezzo alla quale dare forma secondo un modello ideale. Occorre, per prima cosa capire questo, per poi poter uscire dal circolo vizioso della udineconsuet, del “si è sempre fatto così” e considerarlo, invece, come un individuo, un atleta le cui potenzialità sono ancora tutte da scoprire, sviluppare e valorizzare.

La specializzazione precoce e l'allenamento intensivo (cioè l’ insegnare subito e in modo forzato ed innaturale i gesti tecnici e la tattica adatti al gioco degli adulti ed il farlo, soprattutto, usando le parole, i concetti, le astrazioni) per un bambino sono dannosi e inutili.

Imitare un gesto tecnico definito ottimale, imposto a priori, significa, per l’atleta, non sviluppare il proprio adattamento personale e tutte le relative qualità, sia fisiche che tecniche, per costruirlo. Significa, anche, sottoporre il bambino ad una attività non adeguata, visto che non ha ancora sviluppato le strutture, mentali fisiche e fisiologiche per poter ragionare e lavorare sul gesto ed impegnarsi in un lavoro di costruzione. Significa, infine, programmare attività che, nella peggiore delle ipotesi, potrebbero portare a notevoli squilibri nello sviluppo fisico, posturale e funzionale.

Occorre sempre tenere presente che il bambino che si avvicina allo sport dovrà, poi, diventare un adulto che non potrà, necessariamente, essere un puro esecutore di ordini e prescrizioni, bensì un soggetto che conosce, pensa, decide ed impara ad organizzarsi da solo.

Ritengo che formare ed orientare i bambini, esclusivamente, secondo aspettative e parametri assoluti o, peggio, standardizzati, nella visione dell’allenatore, porterà ad avere atleti tutti uguali, magari anche stilisticamente perfetti, ma atleti che non avranno sviluppato, o almeno non lo avranno sviluppato pienamente, il proprio potenziale individuale.

C’è, anche. una considerazione puramente funzionale da fare: Il gesto tecnico imparato da un bambino, che ha una struttura fisica e mentale del tutto diversa da quella di un adulto, non potrà essere quello definitivo, quello che andrà ad eseguire quando sarà cresciuto. Proprio in virtù di questo, sviluppare solo e soltanto le poche qualità che un bambino possiede e sa usare, non gli permette di esplorare le sue possibilità e scoprire tutte le altre, che si esprimono e maturano solo se possono essere sperimentate.

Credo sia assurdo il pretendere di trasformare un giovane atleta in un giocatore tecnicamente e tatticamente evoluto, utilizzando le poche qualità fisiche già disponibili e modelli ideali, magari irraggiungibili, ma sia, invece, necessario sviluppare le potenzialità presenti in ognuno, in modo che sia lui stesso a costruirsi un proprio modello, che sia la somma di tutte le sue qualità.

Sono convinto che lo sportivo completo, l’atleta evoluto, non sia quello che cerca di imitare qualcosa che, probabilmente, non gli appartiene, ma quello che è capace di usare al meglio, integrandole, tutte le capacità e le conoscenze di cui dispone.

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Front -Toss: esercizi per il Timing

Corsa sulle Basi: allenare le situazioni di gara

Gio, 21/03/2013 - 14:29 -- Fabio Borselli

Parlando di Corsa sulle Basi, ho accennato al fatto che occorre programmare l’allenamento tenendo conto del carico, dell’intensità dello stesso e del recupero.
Occorre, infatti, rendere il lavoro coerente con il modello prestativo del softball, che, ricordo, prevede sforzi massimali seguiti da recuperi pressoché completi.

Cerco di inserire la corsa sulle basi non soltanto come momento ”esclusivamente dedicato” dell’allenamento, ma facendola anche diventare parte integrante di altri ”argomenti”.

Naturalmente è di fondamentale importanza che la capacità di ”far finta di…”, della quale parlavo nel post La sospensione della Realtà sia ben sviluppata, da un lato per impedire cadute di concentrazione ed interesse, dall’altro per stimolare gli atleti a mantenere alta l’intensità delle esercitazioni, requisito necessario per l’allenamento della velocità.

Preferisco programmare gli esercizi di corsa sulle basi all’inizio dell’allenamento, se questo è possibile, per far lavorare le atlete senza che siano già affaticate e cerco di dare, durante e dopo l’esercitazione stessa, adeguati tempi di recupero, il più possibile vicini a quelli che, effettivamente, si registrano in gara.

Senza avere la pretesa di esaurire l’argomento riporto, di seguito, a titolo di piccolo esempio, qualcuno degli esercizi che uso abitualmente:

Due fischietti

Mi piace far lavorare i corridori sul distacco dalla base e sul vantaggio quando le batterie sono impegnate nell’allenamento sulle sequenze di lancio:

ogni corridore, infatti, in questo modo ha la possibilità di perfezionare il proprio ”timing” di uscita allenandosi alla ”velocità reale”” della lanciatrice, quella che poi troverà in gara.

Per aiutare la lettura della sincronia tra distacco del corridore e rilascio della palla si possono dotare, a rotazione, due atlete del gruppo dei corridori di fischietto.

Una delle due fischierà al momento del rilascio della palla dalla mano della lanciatrice, l’altra quando il piede dell’attaccante abbandona la base.
La esatta sovrapposizione dei due suoni, o lo sfasamento temporale nell’una o nell’altra direzione, restituirà immediato feedback sull’effettivo ”timing”, permettendo i conseguenti aggiustamenti.

Catcher sulle ginocchia

Questo è un altro esercizio che si può proporre ai corridori mentre la batteria svolge il proprio lavoro di lancio, oppure mentre si fanno allenare i ricevitori al bloccaggio della palla a terra.

Di norma il corridore è posizionato in prima od in seconda base:

Il corridore deve prendere vantaggio sul movimento della lanciatrice e cercare di raggiungere la base successiva quando riesce a ”leggere” il lancio troppo basso ed anticipare una possibile palla a terra.

L’obiettivo dell’esercizio è quello di insegnare alle atlete a partire ogni qualvolta il catcher mette le ginocchia a terra per bloccare la palla, cercando di ”rubare” il tempo ed imparare a riconoscere, in anticipo, la situazione, per poter guadagnare la base successiva.

Batti se arrivi salvo

Il battitore affronta la batteria ed ha di fronte tutta la difesa schierata (come variante si possono aggiungere difensori in più, se vogliamo rendere più complicato il lavoro dell’attaccante).

Ogni battitore ha a disposizione, inizialmente, un solo turno di battuta, l’unica possibilità per guadagnarne altri, aggiuntivi, è quella di giungere salvo in base.

Per stimolare la sua voglia di rischiare nella corsa, si può differenziare il premio per il raggiungimento delle diverse basi, concedendo un numero di turni supplementari più alto se riesce a massimizzare il proprio avanzamento.

Si possono inserire moltissime altre varianti, ad esempio si possono premiare i punti battuti a casa aggiungendo turni di battuta sia al battitore che ai corridori.

Naturalmente si tratta di semplici spunti, di indicazioni di massima, che è sicuramente possibile modificare, integrare e migliorare.
Sono convinto che le migliori modalità per allenarsi, al meglio, le suggerisca proprio il gioco stesso.

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Corsa sulle Basi: principi per l'allenamento

Gio, 14/03/2013 - 14:38 -- Fabio Borselli

In qualsiasi clinic, corso o convention al quale abbia partecipato, nel momento in cui si inizia a parlare di corsa sulle basi una delle affermazioni più ricorrenti è il fatto che risulta essere il ”fondamentale meno allenato”.

In linea di principio credo che sia un’affermazione giusta, ma non in termini quantitativi, bensì qualitativi.

Ritengo, infatti, che durante quasi tutti gli allenamenti le atlete corrano sulle basi, ma lo fanno, realmente, nella maniera giusta? Il contesto è quello corretto? Il particolare “timing” della corsa sulle basi proprio del softball è considerato e rispettato?

Devo premettere che per programmare adeguatamente ogni esercitazione della seduta di allenamento si deve tenere presente la meccanica di gioco, dalla quale deriva il modello funzionale e prestativo del softball, in particolare si devono rispettare le caratteristiche di intensità del carico ed i tempi di recupero, per evitare che l’allenamento stesso diventi inutile o, peggio, controproducente.

Vorrei, poi, chiarire che, a mio parere, allenare la corsa sulle basi non può essere, assolutamente, il limitarsi a ”far correre” le giocatrici usando come distanze di riferimento quelle delle basi stesse.

Facendo un’analisi semplificata relativa alle fasi di corsa in attacco, per arrivare a segnare un punto, ogni corridore ha bisogno di percorrere le seguenti distanze:

  • quattro volte la distanza di 18.30 mt,
  • oppure una volta quella di 36.60 mt e 2 volte quella di 18.30 mt,
  • oppure una volta 54.90 mt ed una volta 18.30 mt,
  • od infine, una sola volta i 73.20 mt del giro completo delle basi,

questo, naturalmente, dipende da tipo di battuta che riesce ad effettuare e nel caso del giro completo la velocità di corsa sarà massimale solo se si tratta di un ”fuoricampo” interno.

Tra una corsa e l’altra ci sono, mediamente, dai 25 ai 30 secondi di recupero.

Sempre a proposito di recupero, inoltre, sia che arrivi a punto, sia che venga fermato prima (out sulla base, cambio, ecc…) dopo ogni tentativo di segnare avrà una pausa più o meno lunga, ma in ogni caso ”completa”, tale cioè da permettere un recupero pressoché totale del lavoro svolto.

In una partita tipo la sequenza può essere ripetuta da un minimo di una volta ad un massimo di quattro volte.

Questa analisi quantitativa deve essere per forza accompagnata da quella relativa alle modalità con le quali avviene, effettivamente, la corsa sulle basi:

  • da casa base la partenza avviene in seguito alla battuta,
  • sulle altre basi il corridore deve ”sincronizzala” con l’esecuzione del lancio,
  • qualche volta si deve ripartire in seguito ad una scivolata, in conseguenza di un errore della difesa,
  • qualche volta si deve partire dopo essere tornati indietro, come nel caso di un ”pesta e corri”,
  • spesso si parte per coprire pochissima distanza e prendere solo del vantaggio, senza che questo venga seguito da nessuna corsa,
  • spesso si deve partire per la base successiva dopo aver preso vantaggio ed essersi quasi fermati,
  • infine è possibile dover cambiare rapidamente la propria direzione di corsa (per non parlare della velocità) quando si viene ”presi in trappola” dalla difesa avversaria o quando un errore permette un ulteriore avanzamento.

Tenendo ben presente questa analisi è possibile programmare l’allenamento della corsa sulle basi tenendo conto delle seguenti indicazioni:

  • Allenare l’uscita dal box e la corsa da casa base in seguito alla battuta,
  • sviluppare il distacco dalla base in sincronia con il lancio per prendere vantaggio o per partire per una rubata diretta,
  • ottimizzare la capacità di reazione sulla partenza dalla varie posizioni in cui l’atleta si potrà venire a trovare in gara: dalla posizione di vantaggio, dopo una scivolata, dopo il ”tag” per il pesta e corri ecc…
  • lavorare sulla trappola in chiave offensiva.

Credo che sia veramente possibile allenare bene la corsa sulle basi, senza che questo sconvolga la sequenza logica della seduta, anzi arricchendola di quelle caratteristiche che la porteranno ad essere più vicina all’intensità della partita, che è, in fondo, l’obiettivo primario di ogni allenamento.

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La sospensione della Realtà

Lun, 04/03/2013 - 14:23 -- Fabio Borselli

Senza disturbare il sonno di Coleridge.
Per chiarire: sono un accanito lettore di fantascienza.

Come ben sa chi si diletta di letteratura fantastica (ma anche di film, fumetti e quant’altro) ”condicio sine qua non” per apprezzare appieno tale genere è l’essere disposti ad accettare il ”senso di meraviglia”, che ci permette di credere a quello che è impossibile ed inattuabile, o che potrebbe apparire tale alla nostra mente razionale.

Nel volume ”La fisica dei Supereroi”, trascrizione di alcune lezioni di fisica tenute da James Kakalios, docente all’Università del Minnesota, l’autore definisce la sospensione della realtà quella capacità di mettere in stand-by il cervello razionale, per poter, di fatto, credere a tutto quello che succede nei fumetti.

Va bene, ma cosa c’entra con il softball?
Secondo me c’entra. Eccome!

In una discussione portata avanti nei giorni scorsi sul web ci si chiedeva, in ambito allenamento, quanto il cambiamento, la variabilità, l’imprevedibilità potessero essere funzionali alla prestazione (quindi alla vittoria e per estensione, in ambito di lotta per la vita, alla sopravvivenza) o se, invece, non fosse meglio un tipo di preparazione standardizzata che non mettesse troppo in crisi le convinzioni e le abitudini dell’atleta.

Allenamento tradizionale o allenamento all’imprevisto?
Esercizi di routine o improvvise (e sorprendenti) variazioni?

Credo che in fondo si tratti di domande quantomeno mal poste.

Credo che, in fondo, tutto dipenda dalla capacità (innata, acquisita o, forse, insegnata) dell’atleta di riuscire a sospendere la realtà.

L’allenamento deve preparare alla partita, questo è, ritengo, un assoluto incontrovertibile.
Ma è anche assolutamente vero che l’allenamento NON è la partita.

Quale che sia la ”proposta allenante” che facciamo all’atleta, la possibilità di quell’esercitazione di condizionarlo dipenderà dall’effettiva capacità dell’atleta stesso di

FARE FINTA CHE QUELLESERCIZIO, IN QUEL MOMENTO, SIA, EFFETTIVAMENTE, LA PARTITA.

Fare finta, in questo caso vuol dire riuscire a sviluppare la capacità di sospensione della realtà, che rende realistico, anzi, vero, tutto quello che succede durante l’allenamento stesso, senza lasciarsi condizionare dal fatto che, invece, si tratta di esercitazioni.

Di fatto, normalmente, nelle sedute di training, non ci sono conseguenze se le cose non funzionano a dovere, anzi, l’allenatore è comunque disponibile a far si che l’atleta vada via soddisfatto (un altro lancio, un’altra battuta, un’altra rimbalzante…).

Ma se l’atleta è capace di interpretare l’intero allenamento come una partita, sapendo che il rischio di perdere è reale e se l’allenamento stesso prevede la sconfitta nella sua strutturazione, allora ogni proposta ed ogni esercizio assumono l’aspetto di ”esercitazioni in situazione di gara” e non ci sarà spazio per la routine e per l’abitudine.

Questo anche durante il riscaldamento, anche durante gli esercizi più semplici, anche durante quelle che, normalmente, sono avvertite come ”cose da fare, assolutamente,perché, senza, non è allenamento”.

Ecco perché credo nell’”intensità della partecipazione emotiva all’allenamento”, nella necessità di farlo diventare un momento in cui, qualsiasi cosa si decisa di fare, la vittoria e la sconfitta, per tutti, allenatore compreso, sono non solo ugualmente possibili, ma, soprattutto, reali.

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Front -Toss: esercizi per il Timing

Gio, 28/02/2013 - 14:25 -- Fabio Borselli

Uno degli esercizi di battuta che preferisco è il ”front toss”.

Con qualche accorgimento e qualche diversificazione è possibile utilizzarlo qualsiasi sia livello di giocatrici ci si trovi di fronte, dalle giovanissime alle atlete esperte.

Proprio per queste ultime, abitualmente, durante l’inverno, nel periodo di preparazione, la percentuale più alta del lavoro sulla battuta viene svolta utilizzando il tee-ball, per passare, poi, durante la stagione agonistica, a scegliere e privilegiare esercizi che permettano di allenare i battitori in situazioni ”like a game”.

Naturalmente non è che l’equazione sia:
”inverno = tee-ball / estate = battuta live”.
Tutt’altro.

Ritengo che il mezzo per evitare di passare dal battere la palla ferma al colpire la palla lanciata senza soluzione di continuità sia proprio l’utilizzo di esercizi come il ”front toss”.

Vorrei descrivere un paio di ”interpretazioni personalizzate” del toss frontale, ma prima devo fare alcune brevi premesse di metodo:

da sempre, nell’allenamento di battuta, faccio fare ai battitori più serie di pochi swing (invece che un’unica serie lunga), arbitrariamente credo che cinque ripetizioni per ogni serie siano il numero magico, facendone meno non mi sembra ci sia modo di ”prendere il ritmo”, facendone di più si rischia che lo swing perda esplosività e che possa subire alterazioni esecutive dovute all’affaticamento.

Anche se è superfluo ricordarlo negli esercizi di Toss il braccio di chi alza la palla non esegue il mulinello completo, ma si limita ad una oscillazione in direzione dietro-avanti che permette, comunque, al battitore, di effettuare la fase di preparazione allo swing.

Nel ”front toss” la palla viene alzata frontalmente ed arriva sul piatto dalla stessa direzione che avrà realmente in gara.

Gli esercizi che seguono sono da collocare, nell’allenamento, come approccio alla palla lanciata, visto che si focalizzano sul “timing” del battitore dando allo stesso, comunque, la possibilità di continuare a tenere sotto controllo e correggere il proprio swing.

Front Toss a distanza variabile

Si approntano due o tre piatti di casa base lungo una linea a circa due o tre metri di distanza l’uno dall’altro, chi alza la palla si viene a trovare quindi a distanze diverse dai battitori.
Questi fanno la propria serie di battute alternando le postazioni.
Normalmente si fanno tutte le ripetizioni di una serie rimanendo sullo stesso piatto di case base, passando, poi, nella serie successiva ad uno degli altri.

Diventa, così, possibile studiare vere e proprie progressioni che, allontanando o avvicinando il battitore al lanciatore, mantenendo costante la velocità del lancio, permettano allo stesso battitore di lavorare sul proprio ”timing”, aggiustandolo in una situazione controllata e controllabile.

Front Toss a velocità variabile

In questa variante dell’esercizio lanciatore e battitore restano alla medesima distanza.
Quello che cambia, in questo caso, è la velocità di arrivo della palla.
Questa viene lanciata verso il battitore in sequenze che variano di velocità (e di conseguenza nei tempi di arrivo sul piatto) in modo assolutamente casuale, cercando di mantenere, però, costante la ”location”.

Anche in questo caso l’obiettivo dell’allenamento è il perfezionamento del ”timing”, ma le diverse velocità e le diverse traiettorie di arrivo della palla sul piatto costringono il battitore a porre un’attenzione particolare anche alla visualizzazione della stessa, per riuscire a leggere e valutare correttamente il lancio prima di battere.

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Allenamento a Zona

Lun, 04/02/2013 - 14:08 -- Fabio Borselli

La tendenza naturale dell’essere umano è quella di evitare le situazioni che lo possano mettere in difficoltà o che possano mettere in discussione la sua possibilità di gestirle.

Questa tendenza è la paura del nuovo, dell’ignoto, dell’incontrollabile, o presunto tale.
E’ anche la paura di sbagliare, di fallire, di non apparire efficace a se stesso ed agli altri.

Si è nella propria zona di comfort quando ci si trova in ”territorio amico”, quando tutto quello che può accadere è conosciuto, controllabile, agevole; quando si è pienamente consapevoli delle proprie capacità e dei propri punti di forza.

La zona di apprendimento è, invece, ”dietro le linee nemiche”, un luogo dove si trova una situazione non completamente conosciuta, non abituale e non agevole, ma dalla quale si è attratti e nella quale si è costretti ad entrare dal desiderio di imparare.
Entrare, letteralmente, nella zona di apprendimento è, quasi sempre, un azione consapevole e rappresenta, pur nella sua difficoltà, un’opportunità di crescita personale.

Generalizzando, credo che uno degli aspetti più complessi del mestiere di allenatore, consista nella sua capacità di “contrattare” con l’atleta il passaggio tra queste due zone:

durante l’allenamento deve riuscire a convincerlo a passare nella zona di apprendimento, lasciando il porto sicuro delle sue certezze, facendo In modo che possa acquisire nuove capacità e sicurezze, ampliando, appunto, la propria zona di comfort con l’integrazione delle nuove conoscenze.

Deve aiutarlo, invece, a rimanere nella sua zona di comfort che, come detto, si sarà allargata grazie all’allenamento, quando deve affrontare la competizione ed ha bisogno di sentirsi pienamente artefice di quello che sta succedendo.

Per ottenere questo risultato e consentire una transizione consapevole e soddisfacente è necessaria, al coach, la capacità di sviluppare una equilibrata programmazione del piano di allenamento unita all’abilità di saper dosare le proposte allenanti, miscelando abilmente esercitazioni di consolidamento delle capacità ad attività che portino al superamento delle stesse.

Si devono sottoporre all’atleta esercizi, situazioni e problemi che siano fonte di incertezza e di disequilibrio, ma che non risultino, contemporaneamente, capaci di scatenare eccessivo stress o frustrazione.
Tutto questo facendo attenzione a non scegliere attività e situazioni troppo rassicuranti, percepite dagli atleti come banali e non come una sfida alle proprie capacità ed abilità.

Mi piace riportare, in proposito, una definizione che Tom Landry, (considerato uno degli allenatori di football americano più importanti e innovativi nella storia di questo sport) ha dato del processo di allenamento e che condivido pienamente:

“L’allenamento è l’arte di far fare agli atleti cose che NON vogliono fare, allo scopo di raggiungere ciò che VOGLIONO raggiungere”.

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Questione di testa

Gio, 31/01/2013 - 13:40 -- Fabio Borselli

Quali sono le doti mentali che fanno di un atleta, un grande atleta?

Non credo che il “cervello da campione” sia geneticamente determinato, ma sicuramente ci sono atleti che hanno il giusto approccio mentale per poterlo diventare o, almeno, possiedono quelle strutture che gli permetteranno, se ben allenate e sviluppate, di gestire positivamente le problematiche derivanti dallo sport e dalla competizione.

E’ sicuro che non tutti gli atleti dotati di capacità mentali superiori diventeranno, poi, campioni, visto che le variabili in gioco sono molteplici, ma è altrettanto certo che tutti campioni saranno in possesso di doti mentali adeguate.

Essenzialmente le doti mentali caratteristiche degli atleti di “qualità superiore”, sono, secondo me:

  • la consapevolezza di possedere capacità ed abilità sportive in grado di far fronte alle necessità del proprio sport.
  • La capacità di “raccogliere la sfida”:
    tutto, nella competizione come nell’allenamento, viene visto come sfida da vincere. Sfida con se stessi, con la propria prestazione precedente, con i limiti dello sport, non come semplice supremazia sull’avversario del momento.
    Gli elementi positivi e quelli negativi che si trovano a fronteggiare in gara (arbitri, condizioni meteo, avversari, pubblico, campo di gioco…) vengono interpretati come caratteristiche proprie del gioco, vincolanti, ma di certo non in grado di modificare la propria prestazione, che viene, comunque, vista come dipendente da fattori controllabili.
  • L’essere, costantemente, proiettati nel futuro:
    quando è possibile pensano già alla prossima gara o alla prossima partita, la preparano, la giocano in anticipo. Tutto il loro essere è orientato alle sfide che li aspettano, lasciando poco spazio alla recriminazione mentale sugli errori passati, se non per il tempo che serve ad integrarli nella propria esperienza.

Queste caratteristiche possono e sicuramente debbono, essere allenate.

Bisogna capire che una buona predisposizione, da sola, non basta.
L’atleta non può fare tutto da solo ed ha bisogno di essere accompagnato nel suo processo di crescita, soprattutto in quello emotivo e mentale.

Non servono ricette complicate per aiutare “la testa” dell’atleta a diventare più forte.
La vera sfida per l’allenatore è rendere l’allenamento stimolante dal punto di vista delle qualità mentali e programmare competizioni che rinforzino le stesse componenti.
Un approccio del genere rappresenta un buon punto di partenza per organizzare, correttamente, le attività di mental training.

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Riflessioni su quello che insegnamo

Gio, 24/01/2013 - 13:49 -- Fabio Borselli

L’amico ERIO BOSI, tecnico toscano, Lucchese, per la precisione, coach della Nazionale Italiana Softball Under 22, con la quale ha vinto un titolo Europeo, ha accettato di commentare un paio di interventi, legati da un filo comune, della recentissima Coach Convention tenutasi a Parma.

Riporto, integralmente quanto da lui ricevuto:

di ritorno dalla Coach Convention, come sempre, mi rimane qualcosa…

Durante la lezione di JENNY TOPPING sul ricevitore si è avuta una discussione sul bloccaggio del piatto di casa base, la nuova regola che lo sanziona e come lei insegna e si rapporta alla faccenda.

In pratica lei insegna ad effettuare un bloccaggio che ”costantemente” sfida il giudizio arbitrale.

GIANLUCA MAGNANI (arbitro internazionale), che negherà di averlo mai detto (e ci ha avvertito che così sarà, davvero,…), nella sua lezione sulla regola dell’ostruzione consigliava anche lui di provare ad “ingannare” la categoria… ma ha mostrato filmati che, inequivocabilmente, fanno vedere come, se applicata bene, la regola farebbe desistere i ricevitori da qualsivoglia furbata.

Cosa insegnare?

Nella fase attuale le difficoltà maggiori nel vedere applicata la regola correttamente si trovano con partite e, quindi, arbitri di livello basso – locale: a livello internazionale c‘è già una ”buona vicinanza” delle interpretazioni arbitrali al dettato regolamentare.

Un così importante mutamento anche mentale (il ricevitore nell’immaginario collettivo che tutti abbiamo si pone a muro di fronte al piatto…) ha bisogno di anni e, quindi, di “pionieri” per arrivare ad essere patrimonio condiviso.

Ma prima o poi la regola sarà digerita.
Sarà costantemente applicata.

Allora, quando così sarà, quale sarà la ”più proficua” tecnica per eliminare il corridore che arriva a casa base?
Sarà ancora simile a quello che stiamo tutti oggi insegnando ai nostri catcher?

Io credo di no.

A regolamento ben applicato, cosa differisce l’arrivo a casa base da un arrivo in seconda o terza base?

Un paio di cose:

il ricevitore è un po’ meno libero nei movimenti degli altri difensori, a causa delle protezioni e la possibilità, per chi attacca, di correre oltre la base senza pericolo di essere eliminato, quindi la non necessità di rallentare, scivolando.

Secondo me queste due differenze non sono sufficienti al bisogno di avere una tecnica di toccata particolare che implichi una, necessariamente. perfetta tempistica di bloccaggio del piatto, in contemporanea, con la ricezione della palla.

Se allenassi un giovane ricevitore, che sarà al top di carriera quando la regola sarà applicata a pieno regime, oppure, se allenassi un ricevitore della Nazionale (ed evidentemente in mezzo ci sta tutto!) non sprecherei risorse per qualcosa di, oramai, residuale, ma le indirizzerei nella ricerca della applicazione al piatto della toccata così come la facciamo sulle altre basi.

Ringrazio Erio per le stimolanti riflessioni.

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