allenamento

La mobilità articolare

Dom, 03/08/2014 - 23:58 -- Fabio Borselli

La mobilità articolare è classificata come una delle capacità “intermedie”, cioè legate sia a quelle condizionali che a quelle coordinative.

Viene definita come la possibilità di utilizzare la massima escursione articolare nei limiti imposti dalle stesse articolazioni, dai muscoli e dalle strutture tendinee.

E’ considerata solo parzialmente allenabile, in quanto condizionata dall’estensibilità dei tendini e dalla conformazione delle strutture articolari determinate geneticamente.

La mobilità articolare, a partire dall’infanzia, dov’è potenzialmente massima, è una dote dall’involuzione praticamente irreversibile e tende a regredire rapidamente in assenza degli stimoli neuromuscolari adeguati. È condizionata dalla capacità visco-elastica dei tessuti, e diminuisce in modo accentuato con l’invecchiamento. Il principale responsabile del suddetto fenomeno è il collagene, la cui presenza diminuisce nei tessuti connettivi scarsamente sollecitati.

Muscoli agonisti ed antagonisti lavorano contemporaneamente, i primi per lo svolgimento del gesto e contemporaneamente per vincere l’azione frenante e di controllo dei secondi, a questi ultimi è richiesta una capacità di de-tenzione ed di allungamento, dovendo risultare attivi il meno possibile e solo quando vi sia il rischio di infortunio.

Le strutture capaci di avvertire il senso di stiramento muscolare e di innescare una contrazione di “opposizione” all’allungamento sono sia i fusi neuromuscolari che gli organi tendinei del Golgi.

I fusi neuromuscolari sono allineati alle fibre muscolari ed operano “monitorando” il grado di tensione a carico delle stesse e svolgono importanti funzioni nel mantenimento della postura per la loro capacità di registrare la velocità di stiramento.

Se tale azione è interpretata come potenzialmente pericolosa attivano un “riflesso miotatico o di stiramento” che innesca la contrazione del muscolo ed il blocco dell’allungamento. Questo sistema è quindi un vero meccanismo di prevenzione delle “rotture” rispetto a traumi da tensioni repentine e violente.

In condizioni di affaticamento la loro sensibilità é maggiore, e diviene difficoltoso eseguire esercizi di stretching. Dopo un buon riscaldamento la loro soglia di eccitazione viceversa s’abbassa.

Gli organi tendinei dei Golgi svolgono analoga funzione, anche se con sistemi differenti, ed inducono una risposta opposta, sono posizionati in serie fra tendine e muscolo e registrano il grado di forza espresso inviando uno stimolo inibitorio.

Hanno un grado di sensibilità tale da indurre una risposta per sollecitazioni marcate, o allungamenti protratti per almeno 8-10 secondi, allentando la contrazione muscolare (riflesso miotatico inverso).

Il miglioramento della mobilità articolare è definito di tipo permanente o temporaneo:

  • permanente quando è ottenuto con frequenti sessioni di stretching, in grado d’agire direttamente sulla fisiologia muscolare,
  • temporaneo se sfrutta fattori esterni quali la temperatura ambientale o quella del muscolo (un suo aumento migliora la mobilità) in condizioni psicologiche non stressanti.

La mobilità articolare nel bambini non deve essere, propriamente, ALLENATA ma più semplicemente STIMOLATA e CONSERVATA nel tempo:

la teoria dell’allenamento delle capacità per fasi sensibili si basa, a mio parere,  sul presupposto che il bambino sia uno sportivo “sui generis”, che agisce sulla base delle proprie capacità bio-meccaniche del momento:

nella sua psicomotricità la capacità di mobilità ed elasticità sono doti innate e scontate, che non devono andare perdute e, magari poi, faticosamente riconquistate tramite esercizi ripetitivi e potenzialmente dannosi.

L’allenamento o, meglio, lo sviluppo della mobilità articolare deve consente all’organismo di ricalibrare tutte le soglie propriocettive dei “sensori” neuromuscolari, contrapponendosi al naturale e fisiologico degrado precoce.

 

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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 14/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Uomini e donne sono differenti.

Allenare atleti maschi o atleti femmine è profondamente differente.

Allenare squadre maschili o squadre femminili lo è ancora di più.

Aldilà della, scontata, considerazione che l’obiettivo dell’allenamento è, comunque, il raggiungimento della massima prestazione possibile da parte dell’atleta, indipendentemente dal genere, questa differenza si evidenzia, in particolare, nella delicata gestione del tempo, del ritmo e del clima dell’allenamento stesso.

Mike Candrea, attualmente Softball Head Coach all’ University of Arizona, vincitore di 2 medaglie olimpiche e allenatore di provata esperienza ha detto:

“le ragazze devono stare bene per poter giocare bene al contrario degli uomini che stanno bene se giocano bene”.

Ancora, Cindy Bristow, un altro dei coach statunitensi venuti in Italia come docenti di clinic formativi per allenatori, ha esteso il concetto precedente:

“per le ragazze l’allenamento è un FATTO SOCIALE”.

Chiunque abbia provato ad allenare un team femminile sa che è possibile chiedere ritmi ed intensità di lavoro elevatissimi.

Sa che la motivazione al miglioramento individuale ed al superamento dei limiti tecnici è altissima.

Sa che, a parità di potenzialità, una ragazza è molto più caparbia e decisa di un ragazzo.

Ma, sa anche che, non potrà impedire che durante la seduta di allenamento le atlete “chiacchierino” tra di loro e condividano “i fatti propri” con le compagne.

Una volta preso atto di questa “necessità sociale” è possibile indirizzarla ed utilizzarla, ma è impossibile, anzi controproducente, provare a contrastarla.

Intendiamoci bene: io sono un allenatore severo, come già scritto in questo blog, ma questa “battaglia” è una battaglia persa.

Le volte che ho provato ad imporre il silenzio, magari durante il riscaldamento, e a richiedere una maggiore attenzione a quello che “si sta facendo” il risultato è stato, comunque, un peggioramento dell’umore collettivo (compreso il mio e quello dei coach) e, in ultima analisi, un abbassamento del livello qualitativo dell’allenamento.

Quello che ho imparato da questi tentativi e che credo sia molto vicino al vero è che c’è un “tempo fisiologico” che serve alle atlete per entrare “dentro” l’allenamento e che questo tempo gli serve per “sintonizzarsi” con le frequenze di tutti i partecipanti all’attività.

Non ci sono ricette particolari per gestire la situazione, se il team è affiatato e ben motivato il “sottofondo sociale” serve a creare un clima positivo e favorisce, in ultima analisi, l’intensità e la qualità dell’allenamento, aiutando la concentrazione ed incrementando gli stimoli alla crescita ed al miglioramento.

Credo che l’aspetto emotivo ed emozionale (che non sono sinonimi) dell’allenamento delle squadre di softball sia molto forte e sia preponderante rispetto al resto.

Credo anche che non prendere in considerazione quesa caratteristica peculire sia un errore che, difficilmente, viene perdonato.

 

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Lun, 30/06/2014 - 10:29 -- Fabio Borselli

Oltre ai “dolori da acido lattico” (argomento già affrontato nel post “Tutta colpa dell’acido lattico?”) ci sono un paio di altre affermazioni che sembrano essere “scritte nella pietra”:

la prima è "veloci si nasce" e l’altra, direttamente collegata è “non si può allenare la velocità”, Il tutto nonostante la ricerca scientifica dimostri che le cose non stanno proprio così…

Prima di tutto vorrei elencare, senza eccessivi tecnicismi, alcuni dei fattori che risultano allenabili della velocità, o per meglio dire della “rapidità impulsiva”:

TEMPO DI LATENZA DELLO STIMOLO NERVOSO

Di fatto è il tempo che separa lo stimolo dalla risposta.

Fase sensibile (cioè il lasso temporale in cui si possono, realmente apportare modificazioni durature) dai 6 ai 10 anni.

Studi e ricerche attestano che  per effetto dell'allenamento, il processo della stimolazione trasmessa verso gli organi periferici recettori si organizza in modo intelligente. Gli impulsi “imparano” ad utilizzare “strade” più brevi in funzione dell'esigenza neuro-motoria.

VELOCITA’ DI TRASMISSIONE DELL’IMPULSO

Che deve vincere “resistenze minori” per effetto delle trasformazioni, indotte dall’allenamento, a carico delle guaine mieliniche che registrano un miglioramento delle proprie “capacità isolanti” permettendo, oltre ad una maggior efficienza del sistema di trasmissione, una maggiore “pulizia” degli stimoli trasmessi attraverso di esso.

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA DEL MUSCOLO

Ci sono in proposito diverse teorie, più o meno accreditate, più o meno verificate, ma sembra appurata l’esistenza di un “trend di specializzazione muscolare" indotto dall'allenamento prolungato e selettivo.

E’ dimostrato, infatti, che le fibre bianche (veloci) possono "degenerare" in fibre più vascolarizzate ma lente e che atleti capaci di espressioni di forza esplosiva ne abbiano, invece, un numero superiore alla media (anche se, in questo caso, non è dimostrato che  patrimonio individuale di fibre bianche possa essere modificato).

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA TENDINEA

L’allenamento aumenta la resistenza e la sezione trasversale del tendine, oltre che la sua lunghezza (aumento del numero dei sarcomeri in serie) modificando le proprietà visco-elastiche, e quindi la capacità di immagazzinamento e restituzione dell'energia elastica quando si eseguono movimenti di rapidità-esplosiva.

CAPACITA’ DI CONTRAZIONE/DECONTRAZIONE

È possibile rendere più efficiente  la capacità di calibrare e regolare il contributo dei singoli distretti muscolari al movimento, diminuendo la resistenza dei distretti muscolari non coinvolti direttamente nell'esecuzione del movimento stesso.

CAPACITA’ DI RECLUTAMENTO E SINCRONIZZAZIONE

L’attività muscolare segue la legge del TUTTO O NULLA:

la stimolazione dell’unità neuromotoria è sempre massimale, quelli che varia è la frequenza di stimolazione ed il numero delle unità reclutate.

L’allenamento rende possibile il miglioramento sia del RECLUTAMENTO SPAZIALE  che passa da un  parziale del 30-50% delle unità disponibili a quello completo, con proporzionale incremento della forza, sia del RECLUTAMENTO TEMPORALE, che è la capacità di reclutare contemporaneamente tutte le unità coinvolte.

La SINCRONIZZAZIONE è, invece, definita come la capacità di ottenere il massimo reclutamento istantaneo delle fibre ed è fondamentale nelle attività di forza esplosiva.

FORZA ESPLOSIVO/ELASTICA

L'aumento della sezione trasversale (fino ad un certo limite strutturale) e quindi del peso, delle fibre muscolari bianche, rende possibile l’incremento della potenza tramite l’incremento di forza prodotta.

Naturalmente è necessario che all’aumento di forza non corrisponda una diminuzione significativa della velocità di esecuzione.

CAPACITA’ TECNICA E COORDINAZIONE

L’allenamento migliora sicuramente l'equilibrio nei movimenti e rende possibile la ricerca del miglior utilizzo delle risorse energetiche disponibili in funzione della durata dello sforzo.

In conclusione:

  • non bisogna limitare la definizione di VELOCITA’ solo ed esclusivamente alla capacità di corsa, ma estendere il concetto a tutte le espressioni di forza veloce che sono coinvolte nelle varie discipline sportive.
  • Le doti naturali, cioè i parametri biometrici, come le leve ossee, le inserzioni tendinee e gli angoli lombosacrali, sono un fattore importantissimo per la velocità, ma per il loro essere legate alla genetica, sono, purtroppo, non modificabili.
  • L’allenamento strutturato può modificare, invece, una serie di parametri che permettono di rendere “più rapida ed efficiente” l’esecuzione IN VELOCITA’ dei gesti tecnici propri dello sport

Credo che se “velocisti si nasce”, sicuramente è possibile “diventare più veloci” e che allenare la velocità è cosa possibile, anzi imprescindibile, specialmente se si parla di bambini.

 

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Un inning alla volta…

Lun, 23/06/2014 - 07:51 -- Fabio Borselli

Si dice talmente spesso, tanto spesso che è diventato un luogo comune:

si gioca un lancio alla volta, un battitore alla volta, un eliminato alla volta…

Di fatto è un’affermazione assolutamente giusta e condivisibile, anzi, se applicata è LA filosofia di fondo di baseball e softball:

si gioca nel presente, qui ed ora, senza pensare a quello che è successo prima, un lancio alla volta, appunto.

Molto facile da dire.

Molto difficile da mettere in pratica.

I giocatori, specie se giovani, specie se non molto esperti, si lasciano “trascinare dagli eventi” al punto che la propria prestazione è condizionata non solo da “quello che stanno facendo” ma, anche, da quello che “stanno facendo gli altri” (arbitro, compagni di squadra, avversari…).

Capita, perciò, che un brutto inizio di partita o un inning “storto” faccia “andare in barca” tutta la squadra, che non riesce a reagire e non riesce a superare il momento.

Mi è capitato, molto più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto, di trovarmi in questa situazione.

Per prima cosa il dire “giochiamo un inning alla volta” non basta. Non basta perché il tabellone incombe, laggiù a fondo campo, e gli innings sono sette… non uno.

Ecco, allora, un piccolo espediente che ho utilizzato per “obbligare” la squadra ad “abbassare la testa”, circoscrivere l’orizzonte e giocare, davvero, un inning alla volta.

Abbiamo stabilito, insieme, durante gli allenamenti, che avremmo giocato (ogni volta che affrontavamo l’avversario) sette partite e che ciascuna sarebbe durata una sola ripresa. Per vincere una di queste “mini-partite” si dovevano fare gli stessi oppure più punti dell’avversario. In pratica si vinceva l’inning anche pareggiandolo.

Per rinforzare il concetto e dargli forza abbiamo anche organizzato il nostro “tabellone da panchina”:

un grande foglio bianco, strutturato come un vero tabellone segnapunti, ma che aveva una riga in più, quella per indicare, sotto ogni ripresa, se in quell’inning avevamo vinto o perso.

Nelle prime uscite del nostro tabellone “fatto in casa” qualche giocatrice si guardava intorno imbarazzata, cogliendo qualche sguardo stupito degli avversari, ma, piano piano il gioco ha cominciato a funzionare:

l’obiettivo iniziale era quello di riuscire a vincere almeno un inning.

Poi siamo passati a cercare di vincerne quattro, uno in più degli avversari.

Naturalmente, considerando come vittoria anche il pareggio, capitava che si riuscivano a vincere le quattro riprese, ma che non si riusciva a vincere la partita (quella ufficiale).

Aldilà di questo, il risultato è stato che la squadra, tutta, senza distinzioni, ha cominciato veramente a giocare “inning by inning”.

C’è stato, addirittura, un periodo nel quale, giocando il “doppio incontro”, il tabellone di squadra era fatto di quattordici inning in successione e nessuno si poneva il problema di quale fosse il risultato alla fine di “gara uno”.

Questo “giochetto” è durato, più o meno, una stagione, iniziando alla fine di un campionato e proseguendo nel successivo.

Poi, piano piano, la squadra ha smesso di averne bisogno:

il concetto di giocare una ripresa alla volta è diventato normale ed automatico, tanto che, a distanza di anni le giocatrici continuano, nei momenti topici delle partite, a dire di giocare per “vincere questo inning”

Naturalmente, come in tutte le cose che si fanno con le squadre di softball, bisogna che tutto l’entourage della squadra sia coinvolto e convinto di quello che si sta facendo. Questo piccolo espediente, infatti, non avrebbe avuto nessuna possibilità di funzionare se tutto il gruppo di lavoro del team (me compreso) non ci avesse, davvero, creduto.

 

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Lun, 09/06/2014 - 09:32 -- Fabio Borselli

Grazie alla mia amica Simona, che me l’ha consigliato, ho letto OPEN di Andre Agassi.

Il libro altro non è che l’autobiografia, scritta con tono da romanzo, del grande tennista.

Devo dire che non sono un  grande appassionato di tennis, anche se mi affascina la “dimensione mentale” che, mi pare, domini ogni singolo incontro, infatti mi ritrovo, ogni volta che seguo una partita, ad analizzare le reazioni, soprattutto mentali, dei giocatori, di fronte alle situazioni che il gioco via via propone.

Questo (per ovvie analogie con il softball) per cercare di anticipare il raggiungimento del “punto di rottura” di ciascuno e capire le modalità e le strategie di riconoscimento, anticipazione e superamento dei “momenti di crisi” che atleti diversi mettono in atto.

Il libro di Agassi è, prima di tutto, un ottimo libro: ben scritto, appassionante, vero.

Il “messaggio” che il libro fa passare non è, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una dichiarazione d’amore nei confronti del proprio sport, anzi è esattamente l’opposto.

Andre Agassi, “vittima” della predestinazione, costretto dal padre “allenatore autoritario” a diventare un tennista “per forza”, prima di accettare il proprio talento e diventare il campione che “doveva essere” racconta il suo ODIO per il tennis.

Un ODIO forte e potente che lo ha tenuto, per tutta la sua carriera, in bilico tra la vetta ed il baratro.

C’è una frase, nel libro, che mi ha colpito con una forza particolare:

è il racconto del primo successo ottenuto nel torneo di Wimbledon, la prima, a lungo cercata, vittoria in un torneo del Grande Slam da lui ottenuta.

Agassi dice:

“Vincere non cambia niente.

Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere.

Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”.

Credo che in questa affermazione ci sia una grande verità.

Credo che nello sport, in qualsiasi sport, sia davvero così.

Per quanto la vittoria, anzi, la strada che porta alla vittoria, sia esaltante ed emozionante, la gioia che si prova è comunque una gioia “a tempo”:

ecco che dietro i festeggiamenti appare già il prossimo obiettivo da raggiungere, la sfida successiva.

La sconfitta, invece, è devastante, fa male e lo fa a lungo, anzi, alle volte, fa così male che diventa impossibile da superare.

Nel libro non c’è solo questo, naturalmente.

È, lo ripeto, una bella storia che vale la pena leggere.

 

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Lun, 02/06/2014 - 09:17 -- Fabio Borselli

E aggiungo, dal profondo, meno male!

Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in un incontro di tennis valido per il torneo femminile di Parigi:

in campo, per il secondo turno, la numero uno delle classifiche Serena Williams opposta alla giovane spagnola Garbiñe Muguruza, di dodici anni più giovane e, soprattutto, molto indietro, rispetto a lei, nel ranking.

Apparentemente una partita scontata.

Niente di più sbagliato!

La giovane atleta spagnola, poco a poco, ha preso “in mano” la situazione ed, inaspettatamente, in un tempo brevissimo, ha costretto alla resa l’atleta più esperta e più forte di lei.

Seguire l’incontro con l’occhio dell’allenatore mi ha permesso di tentare di capire le motivazioni di questa debacle da parte di un’atleta che, credevo, non avrebbe avuto problemi a vincere.

Per prima cosa, devo dire che la Muguruza ha giocato bene!

Ha sbagliato poco, anzi pochissimo e, cosa più importante, non ha subito il gioco dell’avversaria, cercando di attenersi al proprio piano e continuando a giocare per mettere in difficoltà l’avversaria, senza nessun timore reverenziale.

La Williams, al contrario, ha sbagliato molto.

C’è stato un momento della partita in cui ad una delle giocatrici, apparentemente, riusciva tutto facile, semplice e fluido.

Dall’altra parte, invece, le cose non funzionavano ed ogni colpo, anche quello più semplice, pareva destinato a fallire.

Sono rimasto affascinato da questa vera e propria “discesa negli inferi”

Mi sono trovato a riflettere sul come e quante volte sia successo anche alle squadre, alle atlete che alleno, di vincere o perdere in maniera inaspettata. Mi sono anche trovato a riflettere sul come fare per far cambiare direzione a quelle che, improvvisamente, diventano “giornate storte”, in cui tutto comincia ad andare per il verso sbagliato.

Osservando la partita di tennis con l’occhio distaccato, che spesso non è possibile tenere quando si è emotivamente coinvolti una gara, ho notato come, nonostante ogni tentativo, la giocatrice migliore abbia cominciato a dubitare proprio di quello, del suo essere migliore:

l’avversaria, forse perchè consapevole della propria inferiorità ha dato fondo alle sue abilità, inseguendo ogni palla, non rinunciando mai a rischiare e non permettendole di “segnare un punto facile”.

Serena Williams ha perso la partita perché ha “perso la testa”, secondo me.

Ha perso perché ha cominciato a dubitare del suo tennis, della sua abilità…

Fino ad arrivare alle lacrime (a stento trattenute) quando i suoi colpi vincenti uscivano, per un soffio, dal campo.

Questo atteggiamento, di “sentirsi perseguitata, anche, dalla sfortuna”, ha accelerato la fine dell’incontro.

Credo che ad ogni allenatore sia capitato di vedersi sfuggire una partita meticolosamente preparata perché non è riuscito a gestire la “consapevolezza” della propria squadra.

Credo anche che non ci siano “ricette preconfezionate” per risolvere questa situazione.

Sono profondamente convinto che nello sport (qualora ci fossero stati dei dubbi) l’ottenere risultati d’eccellenza, sia in termini di risultati che di prestazione, sia una “questione mentale”.

Da allenatore, credo che il nocciolo della questione sia quello di trovare la giusta chiave di lettura per aiutare atlete ed atleti a giocare sempre al massimo delle proprie possibilità, sia che l’avversario da affrontare sia più forte sia che sia, apparentemente, più debole.

E questa, in fondo, è l’essenza dell’allenare.

 

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Buddy, l'assistente nel Bullpen

Lun, 19/05/2014 - 08:42 -- Fabio Borselli

È ormai una vera e propria tradizione.

All’inizio della primavera, quando si lasciano le palestre dove ci siamo allenati per tutto l’inverno, il ritorno in campo delle mie squadre coincide con l’apparizione di BUDDY.

Buddy è il mio “aiutante per le lanciatrici”, un perfetto assistente per il lavoro nel Bullpen.

Buddy è un pupazzo di gomma, gonfiabile, che posizionato nel box di battuta permette alle lanciatrici, di allenarsi in “situazione gara”.

Ora, non vorrei fare affermazioni esagerate, ma mi sono accorto che, spesso, nelle esercitazioni che proponiamo alle nostre atlete, trascuriamo (vuoi per mancanza di tempo, vuoi per "necessità oggettive") la possibilità di strutturare attività che si avvicinino, il più possibile, alla reale situazione che dovranno affrontare nelle partite.

Per quanto riguarda il "l'allenamento nel bullpen" Buddy è una ottima soluzione di compromesso:

  • mette la giusta pressione perché, comunque, anche se può essere colpito senza fare danni, aggiunge la variabile “presenza del battitore” durante l’allenamento di lancio;
  • offre la possibilità di simulare i battitori da entrambi i lati del piatto;
  • rende facilmente visualizzabile a lanciatrice e catcher l’esatta “configurazione” della zona di strike;
  • permette di valutare il giusto “lavoro” degli effetti.

La cosa più significativa dell’uso di Buddy è però, secondo me, la possibilità di inserire il battitore (come avviene nella realtà della gara) all’interno della visione periferica della lanciatrice mentre sta focalizzando il bersaglio su cui deve piazzare la palla.

Naturalmente il suo uso è diverso a seconda delle categorie e del livello di specializzazione.

Quando lo utilizzo con le principianti, per esempio, il suo scopo è, fondamentalmente, quello di “abituare” le lanciatrici alla presenza dell’avversaria nel box e a togliere quella paura di colpire il battitore che, specialmente quando si affronta la pedana per le prime volte, può diventare un problema.

Buddy ha avuto, negli anni, anche utilizzi diversi da quello per cui è stato progettato:

le piccoline lo hanno usato come bersaglio quando imparavano a tirare e per quelle un po’ più grandi è servito anche come (valido) sostituto del “giocatore di taglio” quando hanno approcciato a questa situazione di gioco.

Purtroppo Buddy, dopo una lunga ed onorata carriera, adesso è un po’ “provato” ed accusa qualche acciacco:

in fondo si tratta pur sempre di un pupazzo gonfiabile e i colpi subiti in questi anni lo hanno segnato.

Ho tentato, invano, di mandarlo in pensione, sostituendolo con una sua versione più giovane… ma non è stato possibile:

è un “articolo” fuori produzione e, per adesso, le ricerche per trovarne un altro sono state infruttuose.

Buddy è diventato un elemento importante dell’allenamento delle lanciatrici e nonostante sia un po’ malconcio, continuo quindi ad usarlo, limitandone un po’ le apparizioni, per cercare di salvaguardarlo il più possibile.

Non riesco nemmeno a pensare come sarebbe non averlo più a disposizione…

 

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“Focusing” ed “Over-Thinking”

Lun, 12/05/2014 - 07:52 -- Fabio Borselli

Contrariamente a quanto sono solito fare dovrò, per forza, utilizzare una serie di termini in lingua inglese nello scrivere questo articolo.

Il motivo è che, alcuni termini inglesi, perdono il proprio significato descrittivo quando sono tradotti e, in italiano, costringono a parafrasi che, a volte, oltre a suonare male non rendono l’effettivo senso dell’originale.

Leggendo un libro sul golf  mi sono imbattuto in due termini particolari:

“focusing” ed “over-thinking”.

Questi due termini esprimono, alla perfezione, i due atteggiamenti mentali, opposti per intensità e verso, tipici dei battitori quando si accingono ad iniziare il proprio turno di battuta.

il focusing è uno stato di consapevolezza totale, orientata solo e soltanto verso quello che serve per centrare l’obiettivo, è l’essere “puntati verso il bersaglio” ed escludere tutti gli stimoli non necessari per massimizzare la prestazione...

Il focalizzare comporta l’esclusione di pensieri non orientati allo svolgimento del compito da eseguire.

Nel box di battuta essere focalizzati significa essere pronti per eseguire lo swing e colpire la palla senza che preoccupazioni aggiuntive turbino questa “semplice prontezza".

L’Over-Thinking  è invece il rimuginare, mentre lo si sta facendo, sul cosa fare, sul come farlo e sul come fare per farlo meglio.

Il pensiero si disperde verso innumerevoli dettagli ed analizza, spesso vorticosamente, tutte le informazioni disponibili.

Molti atleti si spostano nella zona dell’over-thinking, quando nel bel mezzo del proprio turno di battuta cominciano ad analizzare la propria prestazione futura alla ricerca di correzioni e miglioramenti, spesso perdendo fiducia in quello che sanno fare e “riportando in memoria” i propri, supposti o reali che siano, difetti e malfunzionamenti.

Il concetto di over-thinking sembra essere molto complicato e, di fatto, lo è... Soprattutto è complicato da gestire ed, invariabilmente, ostacola, invece di aiutare, l’ottenimento della migliore prestazione…

Il pensare a tutti i particolari connessi al turno nel box di battuta rallenta il tempo di reazione al piatto e interferisce con uno swing morbido, sciolto, efficace.

Analizzare e cercare di risolvere le problematiche del proprio swing mentre si è di fronte al lanciatore rende difficile, se non impossibile, vedere e reagire in modo appropriato alla palla lanciata, non consente di utilizzare le abilità apprese nell’allenamento, toglie fiducia nelle proprie capacità e distrugge, letteralmente, la fiducia nel lavoro fatto in allenamento per affinarle.

L’Over-thinking è un modo sicuro per ostacolare la propria prestazione:

non è possibile riflettere sullo swing e sulle correzioni da apportare mentre si è in procinto di “girare la mazza” per colpire la palla.

Cosa si può fare per aiutare quegli atleti che non sono perfettamente “a fuoco” durante il proprio turno di battuta?

Qualche consiglio ed indicazione:

- costruire una “routine” di battuta, che prepari ed aiuti a rilassare, calmare e focalizzare la mente.

Si dovrebbe eseguire, sempre,  la stessa routine dopo ogni lancio: per “resettare” il pensiero e farlo tornare a fuoco, per “lasciare andare” il lancio precedente e l’eventuale swing mancato e tornare ad essere pronti per il lancio successivo.

- Semplificare l’approccio ed avere un piano, un progetto, un obiettivo, per il proprio turno di battuta. Questo che potrebbe essere: “far avanzare il corridore” oppure “spostarlo in posizione punto” o, ancora, cercare di battere in una determinata zona del campo, con un particolare conteggio, colpire un determinato lancio, ecc…

Ed infine:

- giocare nel presente, concentrando la mente sul “qui ed ora”, sul lancio che sta per arrivare, lasciando il passato dietro le spalle, “focalizzando” il proprio pensiero sul lancio che arriverà.

Alcune delle cose che si sentono dire ai battitori, dopo una buona battuta, è quanto hanno “visto bene la palla”, “come sembrava essere grande” e quanto facile e fluido è stato il loro swing: quasi nessuno parla dei possibili errori che ha fatto nell'esecuzione, sono felici, sorridenti e rilassati.

Credo che l’unico modo per essere così sereni dopo aver battuto, forte e profondo, la palla, sia cercare di essere sereni allo stesso modo, prima di colpirla, con i piedi ben saldi dentro il box di battuta e la mente concentrata sul proprio obiettivo:

solo ed esclusivamente sul “vedere la palla e batterla”.

 

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Impara l’arte e mettila da parte…

Lun, 05/05/2014 - 07:44 -- Fabio Borselli

Scorrendo i miei post su SOFTBALL INSIDE si può notare la ricorrenza di alcuni concetti ed intuire alcune delle mie “manie”:

la multilateralità, la totale avversione per la specializzazione precoce, la necessità di lavorare in maniera “simmetrica” nell’apprendimento e nello sviluppo dei fondamentali di gioco.

Uno dei concetti fondamentali che si teorizzano nell’apprendimento motorio è quello del “transfer d’apprendimento”. Di fatto si tratta di ottimizzare il processo di insegnamento per aumentare la capacità di apprendimento a lungo termine e favorire un “transfer” a situazioni diverse da quelle che hanno originato l’apprendimento stesso.

Riflettendoci bene è la spiegazione scientifica del detto “impara l’arte e mettila da parte…”

Strettamente connesso al concetto precedente c’è quello di “transfer bilaterale”:

la pratica effettuata con un arto determina incrementi di prestazione anche nell‘esecuzione con l'arto opposto.

Per fare un esempio, effettuare ripetuti lanci su un bersaglio, solamente con la mano dominante determina miglioramenti nella precisione del gesto non solo dell’arto specifico, ma anche nell’arto opposto.

È facile intuire che, se tirando la palla con il braccio destro alleno la capacità di esecuzione del gesto anche con il braccio sinistro, diventa vero anche l’esatto contrario. In pratica far tirare un giocatore “destro” con il braccio sinistro migliora e raffina l’esecuzione del gesto dal suo “lato dominante”.

Allo stesso modo la cosa funziona per la battuta:

senza dover, per forza, ambire all’ambidestrismo (che, invece, a parer mio, sarebbe una dote da sviluppare in un battitore di baseball e softball) si può migliorare l’esecuzione del gesto dal lato dominante allenando lo stesso gesto dall’altro lato.

Dal punto di vista teorico esistono almeno due spiegazioni di questo fenomeno.

La prima spiegazione è relativa ai processi cognitivi di ricerca e identificazione delle operazioni necessarie per risolvere il “compito motorio”, in pratica sul “che cosa fare" per arrivare al obiettivo prefissato.

L’atleta che trova la propria soluzione esercitandosi con un arto non ha, poi, più alcuna necessità di ricercarne una nuova per l'arto opposto. Si tratta, semplicemente, di applicare la stessa risposta fatte le dovute modificazioni funzionali.

La seconda spiegazione del concetto di “transfer bilaterale” si avvale della “teoria dei programmi motori”.

Secondo questo punto di vista, la pratica con un arto determina lo sviluppo, nella memoria, di una “rappresentazione” dell'azione,  chiamata “programma motorio generalizzato”, che contiene tutte  le caratteristiche fondamentali ed invarianti dell'azione stessa.

A questo punto il “programma motorio generalizzato” che si è venuto a formare con l'esercizio di un arto governa e gestisce l’esecuzione dello stesso gesto anche con l’arto opposto. Appare chiaro che NON ci si dovrà attendere, tuttavia, lo stesso livello di prestazione fra arti opposti, soprattutto nelle prime fasi di pratica con l'arto non esercitato (non dominante).

Risulta dalle ricerche  che, di solito, un “transfer  più efficace si verifica fra gruppi simmetrici di parti controlaterali (per esempio dal braccio destro al braccio sinistro) del corpo e soprattutto, se orientato dall’arto dominante verso quello non dominante” (W. Starosta, 1985).

L’allenamento di discipline sportive che richiedono uno sviluppo simmetrico delle abilità contiene, solitamente, esercitazioni per il transfer bilaterale incluse, direttamente, nelle proposte pratiche di lavoro. È anche vero, purtroppo, che negli sport che richiedono abilità asimmetriche i vantaggi del transfer bilaterale non sempre vengono sfruttati con la predisposizione di adeguati programmi di allenamento.

Proprio in questi casi, “la simmetrizzazione (l’allenamento del gesto con l'arto non dominante) è in grado di agevolare, con risultati evidenti, lo sviluppo e il perfezionamento dell’abilità con l'arto dominante” (E. Haaland e J. Hoff 2003; W. Starosta, 1986).

Dal punto di vista dell’apprendimento i vantaggi di questo tipo di allenamento potrebbero derivare  sia dalla situazione di difficoltà che si viene a creare, che stimola il tentativo di ridefinire quanto appreso in precedenza e favorisce così un “approfondimento” della conoscenza e della consapevolezza del compito motorio da risolvere, sia dal “rinforzo” dello schema motorio, che risulterebbe consolidato dalle condizioni di variabilità provocate dalla simmetrizzazione.

La simmetrizzazione è una delle strategie che può e deve essere utilizzata per favorire uno sviluppo coordinativo ottimale, inoltre, se proposta a soggetti evoluti, può risultare utile nella correzione di errori tecnici automatizzati, visto che costringe l’atleta a ripensare e ricostruire il proprio programma d'azione per adattarlo a mutate condizioni di esecuzione.

Devo anche dire, in conclusione, che decidere per l’utilizzo di “esercitazioni simmetriche” (battere da entrambi i lati del piatto, per chiarezza, ma anche tirare o lanciare), proprio per la destabilizzazione che questo tipo di pratica comporta, è motivo di un apprendimento più lento delle capacità tecniche.

Sono, però, profondamente convinto che questo rallentamento iniziale, lungi dal rappresentare un handicap, possa portare allo sviluppo di abilità più aderenti alle necessità sia tecniche che tattiche del baseball e del softball.

 

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