allenamento

Bench Coach

Lun, 31/03/2014 - 07:43 -- Fabio Borselli

Devo essere sincero, l’idea di scrivere questo post è nata oggi pomeriggio mentre me ne stavo nel box di terza base a suggerire.

Alla mia squadra (under 21, per la cronaca) era toccato il dugout di prima base e, quindi, ce l’avevo proprio di fronte, mentre alle mie spalle c’era la panchina avversaria.

Alessandro, il mio coach di oggi, oltre che dirigente accompagnatore, era a suggerire in prima e le atlete, in quella panchina, tutte, erano desolatamente sole…

Non che mancasse gente in quel dugout, non che non ci fosse animazione, ma non sono in grado di dire se le giocatrici fossero ancora “in partita” oppure no…

Posso ipotizzare che, visto che la partita era già avviata verso la fine ed il risultato ormai acquisito, non tutte fossero, propriamente, “sul pezzo”.

Dietro di me, invece, nonostante che ci fosse sicuramente meno affollamento (visto che l’altra squadra era schierata in difesa) e che la partita fosse “segnata” sentivo, comunque, oltre ai soliti “suoni da panchina” anche continui “re-indirizzamenti dell’attenzione” da parte degli allenatori:

le solite cose, spiegazioni, chiarimenti, puntualizzazione, rimbrotti...

Credo, anzi ne sono profondamente convinto, che oggi, a me, alla mia squadra, al mio coach, sarebbe servito, indubbiamente, avere in panchina un altro allenatore, che potesse “tenere sott’occhio” la situazione.

Non so se questa figura possa corrispondere al BENCH COACH che sembra essere presente in ogni squadra di Major League. Non so, nemmeno, quale siano, effettivamente, i compiti, del BENCH COACH.

Tornato a casa, per cominciare mi sono documentato:

viene fuori che, prima di tutto, la figura è relativamente nuova e che questo “famigerato” BENCH COACH, nelle squadre del campionato MLB (ed in quelle che, magari non giocano in Major League, ma che lo hanno in organico) fa un po’ di tutto…

Si occupa dello stretching, di controllare le mazze, di monitorare giocatori, sia della propria squadra che avversari, assiste il manager, lo consiglia per aiutarlo a prendere decisioni e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono, naturalmente, differenze di gestione di questa figura tra team e team, ma, in definitiva, mi pare di poter dire che il BENCH COACH è un tuttofare, con competenze tecniche importanti.

Premesso che non è facile per squadre non professionistiche avere uno staff tecnico numerosissimo, premesso anche che questa tendenza è, purtroppo, ancora più evidente a livello giovanile e premesso, infine, che la “sindrome del Manager” è un virus che difficilmente sarà debellato.

Nota esplicativa: la “sindrome del Manager " è quella strana forma di intossicazione che fa ritenere le figure di “secondo”, “coach”, “assistente”, “aiutante allenatore" come una sorta di PARIA della squadra, per cui o si è il MANAGER o non si è nessuno… Con il risultato di vedere, sempre di più, compagini guidate da ONE MAN BAND, che fanno tutto da soli, spesso, neanche troppo bene.

Tutto ciò premesso, dicevo, vorrei spiegare quali sarebbero, secondo me, i compiti del BENCH COACH:

innanzitutto dovrebbe, non solo nelle squadre giovanili, aiutare atlete ed atleti a “rimanere in partita”, mantenendo attivata la “modalità gara”.

Dovrebbe essere, poi, in grado di risolvere eventuali problematiche fisiche o psicologiche dei giocatori (naturalmente nei limiti delle competenze possedute) che, regolarmente, vengono fuori durante le partite.

Il suo compito principale, tuttavia, dovrebbe essere quello di FARE L’ALLENATORE, nel senso vero della parola, utilizzando la sua posizione privilegiata, in mezzo agli atleti, durante le gare, per far si che le “esperienze” vissute momento per momento, da giocatori e giocatrici, possano essere comprese, contestualizzate, interiorizzate e, perché no, sdrammatizzate.

Nella mia visione dello staff tecnico ideale, spero lo si sia capito, oltre ad un numero rilevante di figure (tecniche e non) , che hanno rapporti paritari fra di loro e che sono, tutti, orientati alla crescita complessiva del gruppo di atleti di cui si occupano, il BENCH COACH è, di sicuro, uno dei ruoli centrali.

Peccato, oggi, non averlo avuto…

 

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Lun, 17/03/2014 - 09:14 -- Fabio Borselli

Non c’è neanche bisogno di citare gli immancabili aforismi per parlare di inverno e baseball (e softball)…

Dove vivo io da novembre a febbraio non si può giocare all’aperto e, tanto meno, allenarsi.

Fa freddo (va bene, non così freddo) ed il campo non è praticabile perché è sempre troppo “qualcosa”: troppo bagnato, troppo duro, troppo molle…

Ecco che, allora, caricati armi e bagagli, ci trasferiamo nelle palestre cittadine, quelle annesse alle scuole. La soluzione non è certo ottimale, il problema più grande sono gli spazi che, diciamolo, a parte poche fortunate eccezioni, non sono molto adatti, per usare un eufemismo, al baseball ed al softball.

Nonostante queste limitazioni, francamente non mi dispiace, per un po’ di tempo, allenare in palestra:

c’è modo di prestare più attenzione ai particolari, di mettere a punto i movimenti, di aggiustare, di puntualizzare, senza parlare della possibilità di fare una buona preparazione fisica.

Ecco un paio di esercizi, che si possono fare anche in spazi ristretti, riservati prevalentemente agli esterni, ma che possono essere svolti da tutti, con semplici adattamenti.

Il materiale necessario necessita di una preparazione preliminare:

mi sono procurato una quindicina di palline da baseball di colore bianco e ci ho disegnato sopra alcune figure geometriche, usando pennarelli indelebili di colori diversi. Ogni pallina riporta una ed uno sola di queste figure. Ci sono palline con un triangolo rosso, palline con un cerchio nero ed ancora palline con un quadrato nero.

Preferisco usare palline bianche perché il colore della figura si distingue meglio che sul fondo giallo delle palle da softball.

Esercizio n. 1 – chiamo e prendo

il giocatore dovrà “prendere al volo” le palle alzate da un allenatore, “chiamando”, prima, di volta in volta, mentre la palla si trova al culmine della parabola, la figura geometrica od il colore (o entrambi) che è disegnata sulla palla. In questo modo si allenano gli atleti ad effettuare un buon “tracking” della palla, indispensabile per riuscire a “leggere” correttamente  la figura disegnata.

Questo esercizio, può essere abbinato ai classici esercizi che si fanno per allenare le partenze ed i movimenti, sia laterali che all’indietro, degli esterni.

È un esercizio facilmente convertibile in “modalità competizione” sfidando, per esempio, gli atleti a riconoscere e chiamare prima possibile la figura che si trova sulla palla.

Esercizio n. 2 – prendo solo se vedo

lo scopo dell’esercizio è lo stesso di quello precedente.

L’allenatore alzerà una serie di palline (normalmente da 6 a 8) consecutivamente, senza soluzione di continuità, facendo in modo di alzare la successiva al culmine della parabola della precedente e distribuendo le palle alzate in modo che non ci sia per l’atleta il pericolo di inciampare, accidentalmente, su quelle che cadono a terra.

Il giocatore dovrà prendere solo la palla che riporta la figura concordata all’inizio dell’esercizio, lasciando cadere tutte le altre. Naturalmente la palla da prendere dovrà essere alzata in modo assolutamente casuale in modo da impedire una “lettura anticipata”.

Anche in questo caso è facile dare una connotazione “agonistica” all’esercitazione.

Io li uso entrambi, abbastanza spesso (non solo in palestra…).

Trovo che siano un ottimo modo per rompere la monotonia e sviluppare l’attenzione, allenando capacità indispensabili per i difensori del campo esterno.

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Lun, 17/02/2014 - 10:22 -- Fabio Borselli

Ho già citato, in passato, Gian Paolo Montali, coach pluripremiato del VolleyBall italico.

Nel suo libro SCOIATTOLI E TACCHINI Coach Montali dice:

"È possibile insegnare a un tacchino a salire in cima a un albero, però per quel lavoro sarebbe meglio scegliere uno scoiattolo".

Impossibile contraddirlo!

La logica dell’affermazione è inattaccabile:

Trovare uno scoiattolo e fargli fare quello che è già un suo istinto naturale è molto più facile e meno complicato che insegnare ad un tacchino ad andare contro la sua natura.

La ricerca del talento, in ambito sportivo, si basa molto su questa metafora presa dal mondo animale.

Ed ecco che allenatori, esperti e scienziati dello sport sono, costantemente, a caccia dei tacchini, da eliminare, per aiutare gli scoiattoli ad emergere.

Ma che succede se, dopo aver scartato ed allontanato tutti i tacchini, si scopre che quegli scoiattoli, coscienziosamente selezionati, non sono poi così “scoiattolosi”?

Che, in fondo, non si arrampicano così bene come pensavamo?

È il problema ed il pericolo che si corre SELEZIONANDO gli “atleti scoiattoli” sulla base delle  caratteristiche fisiche e motorie che mostrano in un determinato momento.

Alla maniera di Esopo e per rimanere nell’ambito del regno animale mi piace ricordare come il brutto e sgraziato (e, diciamolo, anche un po’ ripugnante) bruco diventi, alla fine, una splendida ed aggraziata farfalla o che il cigno da giovane non sia proprio uno dei cuccioli più carini da vedere.

Queste storielle edificanti insegnano che l’apparenza inganna e che quello che si è in un determinato momento dello sviluppo, può non corrispondere a come ci evolveremo. 

Ma, molto più profondamente, devono insegnare che la “ricerca del talento sportivo” non può basarsi sulla semplice somma aritmetica delle capacità possedute in un determinato momento, ma deve essere impostata su considerazioni e valutazioni più lungo termine.

Perché non è detto che i più bravi a 8 o a 12 anni lo saranno, ancora, anche a 16.

Ed ancora.

Quando si parla di campioni, di atleti al vertice della propria disciplina, impegno e dedizione sono due caratteristiche esaltate ed evidenziate, ma le stesse sono scarsamente considerate quando, invece, si parla di atleti giovani.

Anzi…

Si parla solo di talento, di capacità, dell’essere “prospetti”, ma pochissimo si dice della volontà e della disponibilità ad allenarsi, ad imparare a lavorare duro per emergere.

E poi accade che quelli inizialmente meno abili, meno competenti, meno considerati giungono a competere alla pari, spesso battendoli, con quelli più bravi, grazie proprio ad una maggiore disponibilità ad imparare e ad allenarsi.

Purtroppo o per fortuna i tacchini sono statisticamente più numerosi degli scoiattoli.

Credo che allenare, gestire squadre, sia, in fondo, riuscire a credere che i “goffi tacchini” possano essere motivati, allenati, sostenuti, incoraggiati per poter andare oltre i propri limiti e raggiungere risultati che nemmeno loro pensavano di ottenere.

Ecco perché, tanto per ribattere sul tasto del pericolo della specializzazione precoce, sarebbe meglio non scartare a priori i tacchini: potrebbero riservare interessanti soprese.

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Responsabilità

Lun, 10/02/2014 - 07:22 -- Fabio Borselli

Allenare squadre seniores, a qualsiasi livello di qualificazione, pone il problema dei contenuti delle sedute di allenamento.

La necessità di consolidare i gesti, di correggere gli errori, di esaltare i punti di forza costringe, specialmente per alcuni dei “movimenti fondamentali”, ad esercitazioni abbastanza ripetitive.

La possibilità di variare gli esercizi, l’intensità e le modalità di esecuzione degli stessi non possono nascondere il fatto che i “gesti tecnici” devono essere, comunque, ripetuti e ripetuti e ripetuti.

Questa tendenza alla ripetitività raggiunge il massimo nei mesi invernali: palestre piccole, attrezzature limitate o limitanti, spazi ristretti.

Ecco nascere il “problema”: esercizi ripetitivi, noia, poca partecipazione (sia intellettuale che emotiva).

Una possibile soluzione potrebbe essere semplicissima: coinvolgere l’atleta nel processo di programmazione e nell’organizzazione dell’attività.

Dal punto di vista concettuale qualsiasi atleta, di qualsiasi età ed esperienza, potrebbe, se sollecitato, organizzare e gestire un esercitazione all’interno della seduta di allenamento.

Naturalmente più l’esperienza dell’atleta sale più sarà semplice renderlo partecipe allo sviluppo di attività che gli siano più congeniali e funzionali rispetto all’obiettivo programmato.

Questa riflessione nasce dall’esperienza diretta:

le lanciatrici della mia squadra, facevano fatica a mantenere elevato il livello di attenzione e concentrazione durante le fasi di allenamento individualizzato che comportassero attività di volume ed intensità elevate ma di basso contenuto tecnico specifico.

Il risultato era un rumoroso “chiacchiericcio” di fondo, poca concentrazione e poca attenzione: “prima si finisce meglio è”.

A poco servivano le sollecitazioni o le raccomandazioni.

Per cambiare l’approccio ed ottenere una partecipazione attiva è bastato chiedere alle atlete, rimanendo all’interno degli obiettivi del periodo,  di pensare ed organizzare gli esercizi e le attività di quella particolare fase dell’allenamento riservato esclusivamente a loro.

Settimanalmente, a turno, ognuna di loro ha proposto un paio di esercizi, motivandone la scelta e curandone l’organizzazione, definendo la prassi di esecuzione ed adattando i carichi alle indicazioni.

Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso:

le attività e gli esercizi che hanno “tirato fuori” sono stati sia la riproposizione di cose conosciute, sia l’elaborazione di varianti. Ma sono anche andate oltre, effettuando vere e proprie ricerche e proponendo, in alcuni casi, esercitazioni poco comuni ed innovative.

Il clima durante il “loro momento” è migliorato, diventando sicuramente più positivo e propositivo:

sono attente e concentrate e, spesso, rumorosissime mentre si incoraggiano a vicenda. La loro consapevolezza e la loro partecipazione all’allenamento ha subito, sicuramente, un innalzamento di livello ed anche l’esecuzione degli esercizi è precisa ed accurata.

Credo che questa sia la strada da seguire.

Credo che trasformare l’atleta da “soggetto passivo” dell’allenamento a “parte attiva” dello stesso, debba essere l’obiettivo che, come allenatori, dobbiamo essere capaci di porci, senza che questo possa creare particolari ansie rispetto alla nostra funzione ed alla nostra identità.

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Tris

Coordinazione occhio-mano: 2 – esercizi per lo sviluppo delle competenze.

Lun, 20/01/2014 - 08:02 -- Fabio Borselli

Riprendendo l’argomento sviluppato nel post Coordinazione occhio-mano: 1 – prove di valutazione delle competenze, pubblico una piccola raccolta di esercizi utili per lo sviluppo e la definizione della capacità di coordinazione oculo-manuale.

Gli esercizi proposti sono aspecifici (anche se in quasi tutti è previsto l’uso della palla) e sono, naturalmente, solo esemplificativi.

Si tratta di esercizi semplici e semplificati, adatti alle prime fasce di età, ma che, con variazioni nelle tempistiche e nelle modalità possono essere adattati per un uso più “maturo”.

Dovrebbero essere integrati nella seduta di allenamento in forma ludica e competitiva.

Questa “trasformazione” delle esercitazioni, che le rende a tutti gli effetti, delle vere e proprie gare evita che il clima dell’allenamento, specialmente per gli atleti più giovani, diventi noioso e monotono.

Credo che sia indispensabile, per ogni allenatore, possedere la capacità di rendere ogni seduta diversa da quella precedente, anche se gli obiettivi sono gli stessi.

Per poterlo fare è indispensabile possedere una serie  di esercizi di base (una sorta di “abbecedario”) che, variati e combinati tra di loro, permettano di sviluppare le capacità programmate mantenendo alta l’attenzione degli atleti.

La suddivisone degli esercizi che seguono è fatta, arbitrariamente, in base alle competenze che dovrebbero sviluppare:.

competenze attese: esecuzione di azioni di lancio con varianti coordinative anti-stereotipe, individuali.

  • Proporre una sfida: “in quanti modi è possibile lanciare una palla (da tennis o comunque morbida) e riprenderla?” Si possono eseguire lanci e riprese a due mani, con una mano, da una mano all'altra tenute davanti a sé, allargate. Si possono eseguire lanci "acrobatici", con passaggi sotto la gamba, piroettando su se stessi mentre la palla è in aria…
  • Si devono lanciare oggetti diversi, variando così la percezione senso-motoria del volume e del peso: palle di tutte le dimensioni, peso, forma e volume, oggetti, piccoli attrezzi, cerchi, fazzoletti, pupazzi.

Competenze attese: esecuzione di azioni di lancio o di passaggio indirizzate ad un compagno, dimostrando accordo ritmico neuromotorio e precisa coordinazione delle rotazioni corporee.

  • Utilizzare diversi tipi di palle (palla da ritmica, da basket, da pallavolo) per eseguire passaggi ad un compagno che è di fronte. Variare la direzione, la distanza, far rimbalzare la palla a terra, usare una sola mano…
  • Seduti a terra, i bambini compiono rotazioni del busto per passarsi la palla, senza abbandonare la presa. Variare il senso della rotazione rispetto alla fase di rilascio e di presa della palla. Variare il tipo di palla.
  • I bambini sono entrambi in piedi: uno volge le spalle all'altro, raccoglie il pallone da terra e lo lancia (senza poter usare la vista diretta per prendere la mira, ma solo la memoria cosciente dell'orientamento nello spazio) al compagno che gli sta dietro. Usare palle di peso e dimensioni diverse.
  • I bambini sono entrambi sdraiati, i piedi dell'uno sfiorano il capo dell'altro. Sollevandosi a sedere, il bambino dietro afferra la palla passata dal bambino innanzi, che si tende all'indietro.

Competenze attese: esecuzione lanci di precisione in orizzontale, verticale, a distanze variabili, dimostrazione abilità di concentrazione e coordinazione oculo-motoria.

  • Organizzare  gare di lanci di precisione fra due avversari e/o tra squadre. Variare a fantasia la scelta di bersagli e di oggetti da lanciare.
  • Tracciare  a terra un cerchio. Nel cerchio si dispone una piccola squadra e al di là della circonferenza si dispone la squadra avversaria, che può essere dello stesso numero di componenti. I componenti della squadra esterna cercano di lanciare una serie di palle all’interno del cerchio, mentre la squadra interna deve tentare di afferrare al volo le palline avversarie prima che tocchino il suolo e metterle in un contenitore. A tempo si contano le palline rimaste a terra e si inverte la posizione delle squadre. Naturalmente vince la squadra che è riuscita a non far prendere più palline agli avversari.
  • Segnare una linea di partenza e una di arrivo. I bambini si schierano sulla linea di partenza con in mano una pallina. Al via devono raggiungere il traguardo, muovendosi mentre lanciano in aria la pallina e la riprendono. Vince chi taglia per primo il traguardo senza aver fatto mai cadere la pallina. Si possono prevedere variabili di lancio: lancio ad  una mano, prima destra e poi sinistra; lanci a mani unite;  lancio con la mano destra e ripresa con la sinistra. Anche questo gioco può svilupparsi in staffetta a squadre.

Si tratta, a ben vedere, di semplici consigli operativi, ma credo che siano utili, con i dovuti adattamenti, per introdurre (o reintrodurre) nelle sedute di allenamento “aria nuova”

Nell’ambito dello sviluppo delle competenze di coordinazione occhio-mano, l’inserimento di giochi-esercizio competitivi, come quelli illustrati sopra, oltre a stimolare una maggiore precisione, necessaria per far fronte alla “sfida” ed uscirne vincenti, introduce, nel contempo, variabili emotive, di tipo ansiogeno, relative alla “prestazione” ed utili per la costruzione dell’attitudine e dell’abitudine alla competizione, indispensabili nello sport agonistico.

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Coordinazione occhio-mano: 1 – prove di valutazione delle competenze.

Lun, 06/01/2014 - 01:03 -- Fabio Borselli

Con il termine coordinazione occhio-mano si intende la capacità di far funzionare, insieme, la percezione visiva e l’azione delle mani, per eseguire compiti di diversa complessità.

Questa capacità motoria vien classificata come una delle CAPACITÀ COORDINATIVE SPECIALI.

Credo che sia evidente come la capacità oculo-manuale sia una delle “fondamenta” di baseball e softball. In definitiva, semplificando, si può dire che allenare baseball e softball significa, in primis, allenare e sviluppare la capacità oculo-manuale.

Lavorando con atleti molto giovani viene naturale chiedersi se il loro sviluppo psicomotorio sia in linea con l’età biologica e se le esercitazioni che proponiamo siano, in effetti, utili e, soprattutto, se siano alla portata del bambino cui vengono proposte.

Se l’esercizio è, infatti, non in linea con lo sviluppo delle capacità motorie, oltre a risultare difficile o impossibile da portare a termine, potrebbe essere, addirittura dannoso per il soggetto.

Per la valutazione della COORDINAZIONE OCULO-MANUALE sono state, da tempo, strutturate una serie di prove che comparano l’esito delle stesse con l’età cronologica e con le competenze attese a quell’età.

Qui di seguito riporto una lista di prove per la  coordinazione oculo-manuale elaborate sulla base della SCALA METRICA DI OSERETZKY e GUILMAIN che misura il livello della abilità viso-percettive e viso-motorie.

Prova per bambini di 5 anni:

  • Utilizzando un paio di stringhe di 45 cm. circa ciascuna, il bambino deve comporre un nodo "semplice".
  • L'insegnante mostra al bambino come fare il nodo semplice annodando la stringa intorno ad una matita; poi chiederà all'allievo di rifare il nodo attorno al dito di un compagno o dell'insegnante.
  • Non vengono posti limiti di tempo.
  • la prova è superata se il bambino compone il nodo senza alcun aiuto.

Prova per bambini di 6 anni:

  • Il bambino deve tracciare a matita il percorso di entrata e uscita da due "labirinti grafici" utilizzando la mano che preferisce. Dopo 30 secondi di riposo deve ripetere la prova con l'altra mano.
  • La prova deve avere un tempo massimo di 1 minuto e 20 secondi per la mano destra e 1 minuto e 25 secondi per la mano sinistra.
  • Si propongono 2 prove per ciascuna mano.
  • Errori possibili: debordare dai confini (più di due volte a destra e /o più di tre volte a sinistra) superare i limiti di tempo.

Prova per bambini di 7 anni:

  • Riuscire a fare una pallina con un foglio di carta velina quadrato, di 5 cm di lato, si deve utilizzare una mano sola, con il palmo rivolto verso il basso, senza aiutarsi con l'altra mano. Dopo 15 secondi di riposo la prova va ripetuta con l'altra mano.
  • La durata della prova è di 15 secondi per la mano destra e 20 secondi per la sinistra. Due prove per ogni mano.
  • Errori possibili: la pallina non risulta sufficientemente compatta, si superano i limiti di tempo.

Prova per bambini di 8 anni:

  • Toccare velocemente, con l'estremità del pollice, tutte le dita della mano, l'una dopo l'altra, a partire dal mignolo (5-4-3-2) e tornare indietro (2-3-4-5). Dopo 15 secondi di riposo, ripetere con l'altra mano.
  • La durata della prova è di 5 secondi. Eseguire 2 prove per ciascuna mano.
  • Errori possibili: ripetere il contatto su uno stesso dito, toccare due dita contemporaneamente, sbagliare la sequenza, superare il limite di tempo.

Prova per bambini di 9 anni:

  • Colpire un bersaglio di dimensioni pari a cm. 25 per 25 , posto alla distanza di un metro e mezzo e all'altezza del petto dell'allievo, utilizzando una palla di gomma di 6 cm. di diametro. 3 prove per ciascuna mano.
  • Errori possibili: colpire meno di 2 volte su 3 con la mano destra, colpire meno di 1 volta su 3 con la mano sinistra. (naturalmente i risultati devono essere interpretati in maniera diametralmente opposta nel caso di bambini mancini).

Prova per bambini di 10 anni:

  • Compiere delle rotazioni descrivendo una semicirconferenza con il pollice che fa da perno sull'indice della mano opposta, velocemente. Il numero minimo di rotazioni da effettuare è 10. Ripetere le rotazioni usando come fulcro il dito medio ed, in seguito l'anulare ed il mignolo.
  • La prova dovrà, poi, essere ripetuta, per intero ad occhi chiusi.
  • Errori possibili: movimenti male eseguiti, fulcro di rotazione errato o rotazione inesatta, non riuscire ad eseguire la prova ad occhi chiusi.

In base agli esiti delle prove, l'insegnante potrà valutare l'opportunità di privilegiare tipologie di esercizi piuttosto che altre.

Si deve essere consapevoli che i test, come tutti i test, possono e devono servire da base per la progettazione itinerari e progressioni didattiche individualizzate che possano, da un lato, rinforzare le competenze possedute o sviluppare quelle non ancora disponibili.

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Dubito, ergo...

Lun, 23/12/2013 - 01:03 -- Fabio Borselli

Dubito, ergo sum.

San Agostino usava il dubitare contro contro gli scettici:

“dubitando” – diceva – “si compie un atto intellettuale, che postula la propria esistenza”.

Che rapporto hanno il Santo Agostino ed il suo dubitare con il softball?

In breve…

Di recente, ragionando con alcuni amici e colleghi allenatori, è venuta fuori la domanda:

“quale è la TECNICA GIUSTA da insegnare?”

Per dare la miia risposta ho bisogno, prima, di definire meglio la domanda:

“che cosa è, in riferimento allo sport, la tecnica?”

Mi faccio aiutare da Igor Ter-Ovanesjan, già campione mondiale e poi allenatore della squadra sovietica di salto in lungo, che definisce la tecnica come:

“un PROCESSO MOTORIO che PERMETTE DI RISOLVERE, in modo più razionale ed economico (in senso energetico) possibile, un ben definito PROBLEMA DI MOVIMENTO, relativamente alla disciplina praticata. Il Movimento risultante, seppur fortemente caratterizzato dalla tipologia della disciplina sportiva, può essere soggetto a CAMBIAMENTI ed ADATTAMENTI dati dalle PARTICOLARITÀ INDIVIDUALI di chi lo esegue”

Di conseguenza la MAESTRIA TECNICA è definibile come:

"la COMPLETA PADRONANZA di strutture economiche del movimento proprie un esercizio sportivo quando viene utilizzato per  raggiungere il MASSIMO RISULTATO POSSIBILE." (Djackov 1973).

Dopo questa lunga premessa, posso dire che NON CREDO ci sia una risposta GIUSTA, così come NON CREDO ci sia una TECNICA GIUSTA, definibile a priori.

Se la TECNICA, infatti, è davvero il raggiungimento del massimo risultato possibile, utilizzando risposte motorie che siano efficaci ed economiche, ecco che la definizione di FONDAMENTALE, spesso usata ed abusata in ambito sportivo, cessa la propria ragione d’essere.

Sono convinto che la risposta individuale dell’atleta al problema motorio ed i suoi adattamenti personali dei GESTI FONDAMENTALI del proprio sport siano, e debbano essere, l’oggetto e l’obiettivo dell’allenamento.

Personalmente cerco di fare del dubbio la mia guida. Cerco di pormi domande prima di avere e di dare risposte.

Non voglio e non posso certo dire che non esistano presupposti fisiologici e biomeccanici imprescindibili e propri di ogni disciplina sportiva.

Non voglio, nemmeno, affermare che non esistano gesti e sequenze motorie caratteristiche e caratterizzanti le stesse discipline.

Posso, però, definire l’obiettivo del mio lavoro con gli atleti:

aiutarli a capire il modo migliore per adattarli alle proprie caratteristiche evitando di imporgli le MIE soluzioni, e sollecitandoli a trovare le PROPRIE.

Senza scomodare Sant’Agostino penso si possa, ogni tanto, riflettere su tale Dick Fosbury che, esercitando il suo diritto al dubbio, ha cambiato l’essenza del proprio sport, ridefinendo il concetto stesso di salto in alto…

Credo, davvero, che non sia poca cosa.

Personalmente continuerò a dubitare di tutto e di tutti.

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Alla ricerca del Tempo Perduto

Lun, 16/12/2013 - 07:48 -- Fabio Borselli

Diciamolo con tranquillità: il riscaldamento è considerato, dagli atleti, ma spesso anche dagli allenatori, una sorta di “male necessario”, qualcosa che si deve fare e che non si può evitare.

Ma a cosa serve?

L’obiettivo principale del riscaldamento NON E’, come erroneamente e comunemente si sente dire, la prevenzione degli infortuni.

La prevenzione è, casomai, una conseguenza.

Attraverso il riscaldamento si ricerca, essenzialmente, un aumento della temperatura corporea interna fino a raggiungere i 38° o 39°, temperatura che consente a tutti i processi fisiologici di raggiungere il proprio massimo grado di efficienza.

L’aumento della temperatura procura diversi vantaggi:

  • i muscoli sono maggiormente irrorati si sangue e, di conseguenza, maggiormente ossigenati, in quanto si determina una vasodilatazione periferica;
  • si ha una maggiore disponibilità di glucosio nel sangue e, di conseguenza, di energia;
  • si aumenta la reattività grazie a risposte neuromuscolari più rapide e precise;
  • si migliora l’elasticità delle fibre muscolari e dei tendini;
  • il liquido sinoviale presente nelle articolazioni diminuisce la propria viscosità consentendo di aumentare l’ampiezza dei movimenti articolarii.

Il riscaldamento, di fatto, è solo un mezzo per predisporre l’organismo al lavoro.

Detto questo è facile argomentare che con una blanda attività fisica, che porti ad un aumento della temperatura, a pensarci bene, neanche tanto consistente, il “problema riscaldamento” è facilmente risolvibile.

Seguendo questa logica ecco che si comincia a parlare di “routine di riscaldamento”:

una serie di esercizi, sempre gli stessi, eseguiti in un ordine stabilito, sempre lo stesso, che facciano alzare la temperatura, nulla di più.

Tutto questo fatto il più rapidamente possibile, per lasciare più tempo all’allenamento, quello VERO…

Credo che questo approccio sia profondamente sbagliato e che strutturare una parte IMPORTANTE dell’allenamento in modo approssimativo ed avulso dai contenuti della seduta, sia il modo migliore per perdere del tempo prezioso.

Il riscaldamento è, di fatto, il primo contatto con l’allenamento, il primo approccio con l’attività, lo spartiacque tra il fare sport ed il “resto della vita”:

all’inizio della seduta, appunto, le risorse fisiche e, soprattutto, mentali dovrebbero essere, teoricamente, completamente disponibili e non ci dovrebbe essere traccia di affaticamento. L’atleta dovrebbe essere, potenzialmente, al massimo della sua capacità prestativa, capacità che con il proseguire delle attività dovrebbe diminuire.

Tenuto presente questo, perché sprecare del  tempo prezioso?

Personalmente “disegno” ogni singolo riscaldamento in base alle attività previste nel corpo centrale della seduta. Cerco di fare in modo che le modalità, gli esercizi ed il ritmo cambino ogni volta, per provare a “preparare” gli atleti , sia dal punto di vista fisico che mentale, a quanto verrà fatto dopo.

Considerare il riscaldamento parte integrante dell’allenamento apre prospettive nuove e permette di utilizzare, ad esempio, esercizi coordinativi incentrati sulla tecnica di gioco e sui fondamentali, stimolando le capacità ed abilità motorie che dovranno poi essere impiegate nell’esecuzione dei gesti tecnici.

In conclusione, credo che non occorra, di certo, molta fantasia per trovare valide e funzionali alternative a quella colossale perdita di tempo che comincia con: “fate un giro di campo…”.

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Solo Lineare o solo Rotazionale?

Punti di vista...

Lun, 02/12/2013 - 07:31 -- Fabio Borselli

Vorrei puntualizzare il mio pensiero a proposito di MULTILATERALITA’, di POLIVALENZA e, soprattutto della SPECIALIZZAZIONE PRECOCE, perché ritengo che siano argomenti importanti e che, nonostante le evidenze scientifiche, non facciano ancora parte del bagaglio di conoscenze e di esperienze che chi allena dovrebbe, a mio parere, possedere.

Quello che voglio fare è, prima di tutto, fugare una possibile cattiva interpretazione dei concetti e della loro applicazione all’allenamento specifico di baseball e softball:

sono convinto che si DEBBA FARE e si POSSA FARE uso di esercizi ed esercitazioni che siano propri della TECNICA di gioco (quindi teoricamente specializzanti) utilizzando metodiche NON SPECIALIZZANTI.

Non ho, infatti, mai detto che non si debbano insegnare i gesti specifici del baseball e del softball, come non ho mai detto che i giovani non devono competere.

Penso che baseball e softball possano essere rappresentati come una vera e propria “miniera” di gesti, tecniche ed attività e penso, anche, che sia possibile utilizzare le peculiarità stesse del gioco per preparare i giovani che lo praticano a diventare, domani, atleti e giocatori migliori.

Proprio attingendo ai FONDAMENTALI è possibile strutturare attività ed esercitazioni che siano MULTILATERALI e POLIVALENTI senza per questo non insegnare o, peggio, insegnando male, i gesti e la tecnica di gioco.

Si può insegnare, anche se preferisco usare “aiutare ad apprendere”, qualsiasi fondamentale senza che questo sia un lavoro di SPECIALIZZAZIONE PRECOCE, basta farlo usando qualche attenzione al COME lo si fa.

Credo che sia possibile far tirare e, aggiungo, lanciare, palle di peso, dimensioni e consistenza diversa, ma questo non vuol dire proporre esercizi SUPERFICIALI o non lavorare su rapporti spaziali, angoli efficienti e giusta sincronia tra i vari segmenti corporei… ed ancora, è possibile organizzare giochi ed attività che incorporino il gesto del tiro e del lancio rinforzando la capacità di effettuarli in situazioni diverse rispetto a posizione, equilibrio e contesto.

Stesso discorso si può fare per tutti gli altri fondamentali:

si può e si deve insegnare la battuta e la smorzata ai bambini, anche ai piccolissimi, basta utilizzare attrezzi ed esercizi che servano ad ampliare le loro CONOSCENZE MOTORIE .

In senso multilaterale e polivalente si dovrebbe, per esempio, mettere il bambino in condizione di colpire la palla da entrambi i lati del piatto, usando una sola o entrambe le mani, utilizzando attrezzi diversi per dimensione, peso e forma (mazze, bastoncini, racchette da tennis) colpendo palle ed oggetti di diversa grandezza e consistenza. Stessa cosa si può e si deve fare con il bunt…

Aldilà dei fondamentali, estendendo il ragionamento, si di dovrebbe dare la possibilità a tutti i giovani atleti, ma proprio a tutti, di apprendere e poter mettere in pratica nelle competizioni  le conoscenze e le abilità proprie di ogni posizione difensiva:

tutti dovrebbero lanciare, ma tutti dovrebbero anche ricevere, giocare in prima o seconda base, tutti dovrebbero poter giocare in tutte le posizioni e tutti dovrebbero farlo interagendo con compagni ogni volta diversi.

In quest’ottica il baseball ed il softball sono, davvero, sport MULTILATERALI e POLIVALENTI :

la gara diventa occasione di crescita e di inclusione invece che servire, solo ed esclusivamente, a nutrire l’ego degli allenatori ed a fare SELEZIONE.

Il problema di fondo credo sia proprio questo:

ogni allenatore di giovanili si dovrebbe rendere conto che il proprio lavoro non è quello di vincere le partite, utilizzando il minor numero possibile di atleti, ma deve essere quello di fornire al SISTEMA BASEBALL e SOFTBALL non il prodotto finito, bensì un giovane ATLETA in grado di poter, a partire dai 14/15 anni, innestare sulle sue COMPETENZE MOTORIE GENERALI le capacità e le abilità necessarie a proseguire il suo percorso, senza che nessuna via gli sia preclusa da scelte fatte aprioristicamente.

In questo modo sarebbe possibile trasformare le gare giovanili, che allo stato attuale sono la “brutta copia” di quelle degli adulti, con titolari inamovibili, “partenti” e “closer”,  statistiche di rendimento e tutto il resto, in competizioni nelle quali OGNI bambino o bambino possa interpretare tutti i ruoli previsti dal gioco, aldilà delle sue capacità e competenze del momento.

Questo approccio, rinnovato, renderebbe ogni partita non e soltanto un semplice scontro “noi contro voi”, ma, anche, un momento di crescita, maturazione e conferma dell’IO di ogni atleta, anche di quelli che, spesso non giocano e che, magari, incontriamo 10 anni dopo, ottimi atleti, ma di un altro sport…

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Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona

Carico di Lavoro ed Allenamento

Lun, 25/11/2013 - 07:29 -- Fabio Borselli

A cosa serve effettivamente, l’allenamento?

Per rispondere alla domanda è necessario, prima, porsene un’altra: che cosa si intende per allenamento?

Credo che si possa definire l’allenamento essenzialmente come un processo, inteso come una serie di attività dinamiche, per prima cosa non improvvisato e che deve avere, in ultima analisi, come obiettivo il MIGLIORAMENTO della PRESTAZIONE.

Ecco che diventa molto facile rispondere alla domanda iniziale sull’utilità dell’allenamento:

il miglioramento della prestazione si ottiene attraverso la ripetizione, continuativa, di attività ed esercitazioni, definite ed organizzate in maniera sistematica, che dovrebbero determinare cambiamenti STABILI di tipo coordinativo, biomeccanico, fisiologico e nervoso.

Questi cambiamenti sono la risposta dell’organismo che si adatta alle modificazioni provenienti dall’esterno per mantenere il proprio equilibrio e garantire la propria sopravvivenza.

In definitiva i sistemi interni dell’atleta rispondono agli stimoli allenanti che li colpiscono, con una serie di adattamenti funzionali.

Per ottenere il massimo effetto allenante è necessaria una attenta e rigorosa quantificazione, sia quantitativa che qualitativa, degli stimoli cui sottoporre i soggetti da allenare.

L’insieme delle sollecitazioni, sia fisiche che tecniche, sia fisiologiche che mentali, somministrate agli atleti, costituisce il CARICO di allenamento.

Nella moderna metodologia dell’allenamento si fa riferimento a due tipologie di CARICO:

si parla di CARICO ESTERNO tutte le volte che l’allenamento è valutabile e misurabile in maniera tangibile, fa riferimento a valori come la distanza percorsa, il ritmo e l’intensità delle esercitazioni sostenute in una determinata seduta di allenamento, il tempo di recupero.

La definizione CARICO INTERNO, invece, fa riferimento all’adattamento fisiologico ed alle modificazioni che ha subito il nostro organismo per effetto della somministrazione di un determinato Carico Esterno.

Purtroppo, o per fortuna, questi adattamenti oltre a non essere visibili dal di fuori, rappresentano la risposta individuale, assolutamente soggettiva, agli stimoli e variano da atleta ad atleta.

L’effetto allenante è, infatti, diverso da soggetto a soggetto ed è direttamente correlato alle caratteristiche genetiche, biochimiche individuali. Ma non solo, dipende anche dal vissuto sportivo, dai ritmi di vita, dalle abitudini alimentari, dalla predisposizione mentale alla fatica e dalle capacità fisiologiche di recupero.

Anche la PERCEZIONE stessa del CARICO cambia in base all’atteggiamento psicologico dell’atleta.

Non bisogna fare l’errore di trascurare questo aspetto individuale e personale nella programmazione generale e nell’organizzazione spicciola della singola seduta.

Una delle sfide che l’allenatore deve affrontare sempre più spesso, specie ma non soltanto, quando si occupa di atleti non professionisti, è proprio questa INDIVIDUALIZZAZIONE del lavoro, sia in senso qualitativo che in senso quantitativo.

Anche se può apparire paradossale, un’attenta valutazione delle attività esterne alla pratica sportiva e dei relativi effetti stressanti, sia in senso fisiologico che psicologico, permette di poter modulare le attività di allenamento.

Diventa molto importante essere capaci di individuare i segnali provenienti dall’individuo e modificare tempi e mezzi di allenamento in modo da massimizzarne l’effetto anche nel caso di una riduzione dell’entità e dell’intensità del carico esterno.

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