allenamento

Quanto conta la struttura dell'esercitazione nell’apprendimento motorio e tecnico?

Lun, 15/12/2014 - 08:22 -- Fabio Borselli

Il titolo è estremamente impegnativo… In realtà le cose da dire sono molto più semplici.

Il baseball ed il softball sono, abitualmente, classificati come “sport di situazione”.

Nella programmazione di una qualsiasi tipologia di esercitazione sul campo questo è un concetto da cui si deve partire e dal quale non si può derogare e, inoltre, occorre  anche non dimenticare i principi generali delle teorie sull'apprendimento motorio.

Partendo da questi concetti base vorrei provare a fare un analisi di alcune tipologie di esercitazioni, delle modalità di organizzarle e di come il loro impiego possa incidere sull'apprendimento motorio e tecnico.

Molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi succede che dopo mesi di allenamenti ci si accorge che gli atleti, quando vengono proposte abilità tecniche varie, al di fuori della gara, riescono a rispondere e a reagire in maniera adeguata, mentre, al contrario, in situazione di gara non riescono a fare altrettanto:

sembra quasi che abbiano "dimenticato" tutto ciò che hanno appreso e mostrano risposte motorie e tecniche non appropriate al loro livello e alla situazione.

Succede, per esempio, che  lo stesso gesto tecnico, come la battuta, può essere ripetuto per decine di volte in una seduta d'allenamento, fino ad essere eseguito abilmente, ma che poi in gara, questo gesto non venga eseguito con pari abilità e non ottenga lo stesso successo dell’allenamento

La domanda che ogni allenatore si pone o dovrebbe porsi è : ”perché? Visto che in allenamento lo fa bene?"

Sicuramente non si possono mettere in dubbio le qualità tecniche dell’atleta, visto che in allenamento il suo rendimento è consono allo standard richiesto.

Anche se, apparentemente, l’allenamento ha dato il suo risultato, non bisogna dimenticare che l’insegnamento e l’allenamento delle abilità motorie e tecniche possono essere strutturati in molti modi.

L'esempio fatto riguardo alla battuta, è quello dell'esercitazione per blocchi, cioè una sequenza di esercizi in cui si ripete più volte lo stesso compito.

Nelle squadre di baseball e softball è una metodologia molto utilizzata:

l'istruttore lancia la palla e l'atleta esegue, o cerca di eseguire, una battuta, poi, di nuovo l'istruttore e l'allievo ripetono la stessa cosa, per molte volte.

Si potrebbero fare molti esempi di esercizi che comportano l’esecuzione del gesto tecnico strutturati come quello descritto.

Il presupposto dietro questa tipologia di esercitazione è quello di concentrare la propria attenzione ed i propri sforzi solo su un compito alla volta, per passare a quello successivo, solo e soltanto, quando l’esecuzione del gesto (dopo che questo è stato analizzato, corretto e perfezionato) risulti fluida e coerente con quanto atteso e il gesto stesso si possa considerare assimilato.

Un diverso approccio metodologico è quello di programmare esercitazioni randomizzate, cioè sequenze di esercizi nelle quali si eseguono una varietà di compiti diversi, svolti senza seguire un ordine particolare, anzi è proprio la sequenza degli esercizi e dei compiti motori che  deve essere sempre mutata in maniera casuale (random, appunto) evitando o riducendo al minimo le ripetizioni consecutive di ogni compito.

Secondo la tesi di Shea e Morgan (1979) l'apprendimento con esercitazioni randomizzate è notevolmente superiore a quello con esercitazioni per blocchi.

Per meglio dire, le ricerche effettuate a partire dalle ipotesi di Shea e Morgan, hanno riscontrato che, malgrado la prestazione degli individui che si stanno esercitando in modo randomizzato sia, durante l'allenamento, qualitativamente inferiore alla prestazione degli individui impegnati in esercitazioni per blocchi, quando poi gli stessi soggetti sono chiamati all'esecuzione degli stessi movimenti in situazioni di gara, avviene l'esatto contrario, con il rendimento degli atleti che risulta superiore a quello riscontrato in allenamento.

Questa conclusione, anche se le ricerche non hanno ancora dato esiti assoluti, è conosciuta come effetto dell'interferenza contestuale:

una performance iniziale più scarsa durante l'esercitazione (in questo caso quella randomizzata) conduce a un apprendimento (e a un rendimento in gara) finale migliore.

Ci sono, attualmente, due ipotesi, egualmente accreditate, per spiegare l’interferenza contestuale.

Secondo l’ipotesi dell’elaborazione, sinteticamente, si presuppone che durante le esercitazioni randomizzate l’atleta percepisca le caratteristiche peculiari dei singoli compiti, con una più significativa memorizzazione a lungo termine:

Il ricordo del gesto eseguito è più “duraturo” e questo risulta più facilmente estrapolabile dal proprio bagaglio nel momento in cui si ripresenta l'occasione:

ad esempio se facciamo tirare dopo aver effettuato una presa diversa in ogni ripetizione (su battuta a terra, su battuta al volo, su tiro di un compagno, ecc…) in diverse situazioni, perciò con ordine dei gesti casuale, il tutto verrà riprodotto in gara con più facilità.

AI contrario, l'attività svolta per blocchi porta a evitare di effettuare confronti tra le situazioni, permettendo all'individuo di eseguire i compiti, automaticamente, in maniera separata l'uno dall'altra, e perciò quando le situazioni sono poco conosciute e non esplorate, i gesti sperimentati riaffiorano alla memoria con più difficoltà.

Lee e Margill (1985), che hanno verificato le intuizioni di Shea e Morgan, hanno postulato l’ipotesi della dimenticanza, secondo la quale gli atleti cui è stata proposta, in allenamento, la forma randomizzata, passano da un primo compito ad un successivo secondo compito in maniera rapida, inconscia, e quando devono svolgere il secondo, si dimenticano di quello precedente.

In seguito, nel momento in cui devono casualmente (random) tornare al primo compito, sono costretti a “ripartire da zero”, per così dire e devono “ricostruire” il proprio piano d'azione.

Dato che gli atleti si trovano davanti all’esigenza di dovere produrre in continuazione piani d'azione adeguati a gesti tecnici e movimenti sempre differenti, ecco che la performance risulta inizialmente scarsa, ma significativamente più appropriata alla situazione quando si tratterà di rieseguire quel compito in momenti successivi (allenamento o gara).

 

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Lun, 08/12/2014 - 09:35 -- Fabio Borselli

La definizione di TECNICA, presa direttamente dal  Vocabolario Treccani, recita:

 (sostantivo femminile) dal greco, "arte" nel senso di "perizia", "saper fare", "saper operare" è l'insieme delle norme applicate e seguite in una attività, sia essa esclusivamente intellettuale o anche manuale.

Nello sport, per estensione, si può definire la TECNICA come un insieme di abilità da utilizzare per la risoluzione di un “compito sportivo”, nel modo più razionale ed economico possibile, organizzate nella loro struttura in modo tale da adattare il comportamento dell'atleta alle caratteristiche degli attrezzi o dei materiali, a quelle dell'ambiente, degli avversari e alle regole proprie di quello sport.

Uno dei presupposti perché la tecnica sia efficace è quello di avere chiaro il “problema motorio” che la tecnica stessa deve risolvere.

Per questo motivo le tecniche di una disciplina corrispondono ad una serie di tipologie “ideali” di movimento:

una serie di “modelli di risposta standardizzati” che si cerca di ripetere ogni qualvolta si presenta lo stesso compito motorio da risolvere.

E qui, visto che il baseball ed il softball sono classificati come sport DI SITUAZIONE, cominciano i problemi:

anche se apparentemente i “compiti motori” da risolvere sono abbastanza limitati, le condizioni in cui giocatori e giocatrici devono trovare “il bandolo della matassa” sono quanto di più variato si possa ipotizzare.

I battitori affrontano lanci sempre diversi per esecuzione, velocità, timing, rotazione, traiettoria, location, ecc..

D’altra parte anche i lanciatori non possono semplicemente limitarsi a “tirare la palla”, ma ogni lancio deve essere diverso dal precedente, per evitare che il battitore lo colpisca.

Potrei continuare parlando delle differenze tra ogni palla, battuta o tirata, che i difensori devono ricevere, raccogliere, prendere, afferrare… E su quanto tirare verso la prima base, la terza base o verso casa base, da qualsiasi posizione si tiri, sia una cosa completamente diversa.

Come dovrebbero allenarsi, dunque, giocatori e giocatrici di baseball e softball, per prepararsi ad affrontare tutte le DIVERSE situazioni che dovranno affrontare nelle partite?

Si, perché, qualora ce lo fossimo dimenticati, l’obiettivo finale della TECNICA (o forse è meglio dire delle TECNICHE) del baseball e softball non è l’ESSERE ELEGANTE o COREOGRAFICA, ma deve essere al servizio del gioco:

si tira la palla per eliminare un avversario, non per ottenere un punteggio da una giuria.

Torniamo alla domanda:

“come dovrebbero allenarsi giocatori di baseball e giocatrici di softball?”

Partendo dal presupposto che non è possibile, a mio avviso (ma sono abbastanza sicuro che sia così…) allenare le TECNICA senza tenere presente il gioco e, quindi, dimenticare che dopo una presa c’è quasi sempre un tiro, ha senso effettuare ripetizioni su ripetizioni, in pochissimo tempo, di gesti (i fondamentali) che, nella realtà delle gare, vengono ripetuti se non molto, almeno abbastanza, distanziati tra di loro nel tempo?

Non è neanche possibile pensare che la TECNICA si possa allenare con le stesse regole e modalità con cui si allenano, per esempio, le capacità condizionali:

far raccogliere 100 palline rimbalzanti (magari in pochissimo tempo, le ultime 95 delle quali in modo assolutamente lontano dalla situazione di gara) non garantisce che, poi, l’atleta riesca a prendere la 101esima (che sarà, lo sappiamo, la prima della prossima partita).

D’altra parte, però, le ripetizioni sono necessarie…

Il problema principale, secondo me, dell’allenare la TECNICA di gioco, nel baseball e nel softball, è che spesso, cerchiamo di rendere i giocatori il più UGUALI possibile a ipotetici modelli di “prestazione ottimale”, dimenticando che ogni atleta è diverso dall’altro, sia fisicamente che emotivamente, e che quello che “funziona” per l’uno potrebbe non funzionare per l’altro.

Purtroppo, invece, si sente sempre più spesso parlare per assoluti:

“si deve battere così!” oppure “il lancio non può essere che fatto così”.

Senza considerare CHI sia l’atleta che viene idealizzato a tal punto da diventare “canone tecnico di riferimento”, quale sia la sua struttura fisica, quali siano le sue caratteristiche emotive e come ragiona quando gioca.

Sarebbe bene, invece, lasciare ad atleti ed atlete la possibilità di INTERPRETARE il gioco, trovando la propria strada per  risolvere i compiti motori di cui parlavo all’inizio e che il gioco stesso gli metterà davanti.

Altrimenti, convinti d’insegnare LA TECNICA (magari accompagnata dall’aggettivo VERA), si finirà per “addestrare” atleti destinati a ripetere, solo e soltanto, una gamma molto limitata di gesti, impossibilitati dalla loro stessa “programmazione” a SAPERSI INVENTARE quella giocata che, spesso, risolve la partita.

 

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Lun, 24/11/2014 - 09:36 -- Fabio Borselli

Fino a stamattina non avevo idea di chi fosse Unai Emery, allenatore del Siviglia, squadra di football (non americano…) che fa parte della LIGA, la prima serie del campionato di calcio, in Spagna.

Su di lui ho letto un interessante articolo pubblicato sul web dalla rivista online “Ultimo Uomo”, dedicata, appunto al mondo del pallone.

Emery viene definito, nell’articolo, “un allenatore ossessivo e con una filosofia dell'adattamento che sta risultando vincente”.

Oltre al titolo dell’articolo, “La felicità non è nel risultato”, molto interessante ed evocativo e che vorrei commentare, voglio anche riportare questa sua frase, che mi ha molto colpito:

“gli errori ci sono, impossibile prescindere dagli errori, ma allora che gli errori entrino a far parte del processo di crescita. Si ritorna quindi al processo di crescita come vera gioia di un allenatore”.

Naturalmente sono parole che si riferiscono al suo lavoro di allenatore di squadre evolute, di altissimo livello, i cui giocatori sono, nella maggior parte dei casi maturi al punto giusto da avere, quasi del tutto, esaurito il proprio percorso “di formazione” e pronti, per questo, a fornire la massima prestazione possibile.

Sono però frasi POTENTI, che rappresentano una filosofia dello sport che trascende il livello degli atleti che si allenano:

a proposito della “vittoria che non dipende dal risultato” penso che fare sport, anche se necessita di immane fatica solo per effettuare il tentativo di raggiungere risultati di alto livello e che questi non siano garantiti, sia fonte di divertimento.

Credo anche, però, che il divertimento non sia, e non debba essere, solamente quello che si ottiene quando si vince.

Mi spiego, se l’atleta, l’allenatore, condizionano il proprio “divertimento”, la propria “felicità”, solo ed esclusivamente al risultato finale della partita, rimanderanno al termine dell’incontro il giudizio su quello che hanno fatto “durante”, perdendosi la gioia del “giocare qui e adesso”, che è ciò che rende lo sport una meravigliosa avventura.

Una delle frasi che uso, forse anche troppo spesso, per dissuadere i giocatori dal valutare la propria prestazione SOLO dalla vittoria o dalla sconfitta è:

“se guardate SOLO il tabellone, alla fine, vedrete SOLO il tabellone”, a significare che se si considera come unità di misura l’aver vinto o perso si rischia, poi, di “perdere per strada” tutto quello che, sia esso buono o meno buono, viene fatto durante la gara.

In uno dei film della serie Pirati dei Caraibi, l’attore Johnny Depp, fa dire al suo personaggio, il capitano Jack Sparrow: “Non è la destinazione, ma il viaggio che conta”, e se lo dice Johnny Depp…

Coach Emery ha le idee chiarissime su quello che significa ERRORE, tanto chiare da considerarlo parte integrate del processo di formazione dell’atleta.

Io condivido questa visione, aggiungo soltanto che l’errore, di per se, spaventa molto di più gli allenatori che gli atleti e che questa paura  porta, spesso, gli allenatori, a non lasciare il giusto tempo perché l’errore venga superato dall’atleta stesso.

Credo che ogni individuo abbia bisogno dei “propri tempi”, prima di tutto per capire quello che sta facendo e quello che sta sbagliando e, poi, per trovare la soluzione.

Compito dell’allenatore è, secondo me, prima di tutto fornire le conoscenze giuste ed i mezzi per utilizzarle, lasciando che l’atleta, il giocatore, trovi la sua strada in autonomia, per poi aiutare a costruire sul risultato ottenuto, nuove conoscenze.

Sono rimasto molto colpito dallo scoprire che, in un’ambiente, come quello del calcio professionistico, apparentemente dominato da logiche economiche tali da  mettere in discussione la sua reale appartenenza al mondo dello SPORT, ci possa essere spazio per allenatori che, pur con i distinguo della loro situazione oggettiva, pensano e lavorano come fa (o dovrebbe fare) un allenatore di settore giovanile, in qualsiasi altro sport.

Concludo con un’altra citazione di Emery:

“la partita la si può anche perdere, ma che sia per il talento avversario, non per la loro maggior voglia o preparazione”.

Inutile dire quanto la condivido.

 

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Lun, 17/11/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

Personalmente adoro il cinema d’animazione…

Ma non è solo per questo che ho sempre visto tutti i film di animazione possibili.

Non sono, invece, un grande appassionato di televisione…

Ma ho seguito anche molte, direi quasi tutte, le serie animate disponibili.

Sicuramente un po’ è dipeso dall’avere un figlio “piccolo”, un po’, anzi forse più di un po’, dalla mia passione per fumetti e cartoons ma, anche e soprattutto, dalla curiosità di conoscere quello di cui parlavano i bambini e le bambine che allenavo.

Ho, spesso, condiviso questa “abitudine” con altri allenatori e non credo di sorprendere nessuno dicendo, per esempio, che film, conosciutissimi, come KUNG FU PANDA o PLANES, per citarne un paio, tra le tanti possibili chiavi di lettura ne hanno, sicuramente, una che parla ai ragazzi di motivazione, di perseveranza e di impegno molto meglio di quello che potrei fare io.

Comunicare con i bambini e con i ragazzi non è, assolutamente, una cosa facile.

Credo, anzi, che sia una delle più difficili da fare.

Per questo, interessarmi a ciò che li interessa, per provare a condividerne i significati, è uno dei sistemi che ho cercato di utilizzare per riuscire a rimanere “sintonizzato” su di loro. Conoscere quello che loro conoscono e amano mi permette, in ultima analisi, di utilizzare un “linguaggio condiviso” e di riuscire, specialmente nelle situazioni di stress, ad intervenire in modo significativo.

Credo che sia una delle responsabilità dell’insegnante (ed io ritengo essere l’allenatore essenzialmente un insegnante) sia quello di riuscire, nonostante le difficoltà, a farsi capire e a comunicare, ma soprattutto riuscire ad indurre un “cambiamento” nei pensieri dell’”allievo” tale che questi possa superare i propri limiti, di qualunque natura siano.

Il conoscere il mondo alla maniera dei miei “allievi” mi consente di usare con successo PAROLE o FRASI EVOCATIVE, che sono in grado di far presa su di loro, toccando la parte inconscia della loro mente ed evocando in questa stati emozionali precisi.

Si chiamano PAROLE e FRASI EVOCATIVE perché sono cariche, emozionalmente, di significato e sono, per questo, in grado di influenzare le scelte emozionali.

Un altro modo di lavorare sulla mente inconscia è attraverso l’utilizzo di METAFORE.

Chi ascolta una storia, se la storia è significativa, si identifica in modo naturale con i personaggi della stessa, provando, durante l’ascolto, una serie di emozioni.

I miti e le leggende, così come le favole, sono esempi di metafore… Così come il cinema.

Le persone si appassionano, piangono, si entusiasmano per una vicenda fantastica o surreale. È un modo di entrare in comunicazione con la parte inconscia della mente:

da un lato si ascolta una storia, mentre, in profondità si vivono stati emozionali così intensi che possono aprire la porta a cambiamenti di pensiero significativi.

Per questo utilizzo spesso PAROLE, FRASI EVOCATIVE o METAFORE, tratte da film, fumetti, serie, cartoni che i ragazzi vedono e che li aiutano a capire meglio quello che voglio dirgli.

Potrei fare, letteralmente, centinaia di esempi:

mi limito alla classica “Fare, o non fare! Non c'è provare!” rubata al Jedi mastro Yoda, direttamente da Star Wars o alla più criptica “il caso non esiste” presa da Kung FU Panda…

Ma, questo è chiaro, ogni parola, ogni frase è significativa, solo se si riferisce a conoscenze condivise, ecco perché è davvero molto difficile, per me, fare esempi che non siano collegati, direttamente, alle persone con le quali li ho usati.

Credo che, il segreto, o uno de segreti, per comunicare  con i propri atleti sia quello di saper utilizzare il linguaggio che sono in grado di comprendere meglio e questo vuol dire, in fondo, interessarsi davvero a loro, a quello che pensano e a quello che li appassiona, senza giudicarli ma, semplicemente, cercando di capirli.

 

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Mar, 11/11/2014 - 09:20 -- Fabio Borselli

… Ovvero Softball Inside nella casa dei RESCALDINA BULLS.

Tutto comincia da due chiacchiere fatte con l‘amica Liliana Rossetti.

Lilly, per gli amici, è il motore instancabile dei BULLS, oltre che esserne una delle fondatrici della società, insieme a Riccardo Locati, marito e presidente.

Sono bastate, come detto, solo due chiacchiere per decidere di portare il clinic “Allenare Divertendo(SI)” a Rescaldina, nella tana dei BULLS.

A questo punto della storia si inserisce, come un ciclone (quale è , realmente) l’amico Gaetano Cristiano, che nella sua veste di responsabile del Comitato Nazionale Tecnici per la Lombardia, trasforma quello che doveva essere un incontro con gli allenatori e collaboratori dei BULLS in un clinic regionale.

Preceduto, sabato sera, da un piacevole prologo conviviale (i BULLS sono presenti nel menu della pizzeria “Il Vecchio Arco” di Rescaldina con una pizza, buonissima, che porta il loro nome) il clinic si è svolto nella giornata di domenica 9 novembre, dalle 9.00 alle 16.00, presso il “pallone” di via Schuster, a Rescaldina.

Rubo dal sito web del team rescaldinese, il racconto della giornata:

“L'appuntamento di domenica 9 novembre con Fabio Borselli a Rescaldina non ha disatteso le aspettative dei partecipanti, regalando ai numerosi tecnici presenti spunti preziosi per l'impostazione degli allenamenti con le categorie giovanili e un raro momento di coinvolgimento attivo dall'inizio alla fine del clinic.

Tutta la giornata è stata improntata al filo conduttore ALLENARE DIVERTENDO(SI).

Obiettivo fondamentale: riscoprire il divertimento e l'entusiasmo nella pratica di allenamento condivisa da tecnici e giovani atleti.

Innovativa la formula del clinic, che partendo dalla mobilitazione diretta dei partecipanti in numerose simulazioni di attività, giochi ed esercizi, ha permesso di rivedere i fondamenti teorici e metodologici dell'impostazione dell'allenamento attraverso le tappe fondamentali della sperimentazione, osservazione e riflessione.

Grazie alla professionalità e all'esperienza di Fabio Borselli, gradito ospite del Comitato Regionale Lombardia e dei BULLS Rescaldina, i partecipanti al clinic hanno potuto riflettere sulle finalità ultime dell'azione dell'allenatore, oggi alle prese con lo spinoso problema della motivazione nei giovani atleti e lo sviluppo di approcci efficaci per raggiungere i ragazzi, tenerli vicini e portarli a buoni livelli tecnici.

Dopo una prima parte articolata in proposte operative per le diverse fasi dell'allenamento - riscaldamento, fase centrale dedicata al lavoro tecnico e fase finale, più vicina alla pratica del gioco - i partecipanti sono stati invitati a sperimentare modalità di progettazione a gruppi di sequenze di allenamento, poi illustrate ai presenti attraverso la metodologia del micro-teaching.

Grande l'entusiasmo dei presenti che hanno trovato nella formula del learning by doing un valido strumento per aumentare le proprie conoscenze e condividere esperienze.”

Posso solo aggiungere, per concludere, che è stata una giornata emozionante e divertente.

Ho incontrato persone interessanti ed appassionate, innamorate, come me, di baseball e softball e disponibili ad ascoltare e condividere le esperienze.

Il clinic, come volevo e mi aspettavo, lo hanno FATTO loro:

Ringrazio tutti i partecipanti (oltre, naturalmente agli organizzatori) e spero che il tempo trascorso insieme sia stato, per loro, piacevole quanto lo è stato per me:

so che può apparire una banalità, una cosa che si deve dire per cortesia o piaggeria ma torno da questa esperienza avendo “imparato” molto più di quello che ho “insegnato”.

Chi fosse interessato a proporre il clnic “Allenare Divertendo(SI)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

“Allenare Divertendo(si)” - Clinic sull’attività giovanile

Mar, 04/11/2014 - 10:09 -- Fabio Borselli

Il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” è un format pensato e realizzato da SOFTBALL INSIDE per sensibilizzare gli allenatori ed operatori, che si occupano di attività giovanile, sull’esigenza di rendere interessanti e coinvolgenti  le sedute di allenamento.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono fortemente orientate alla PRATICA e coinvolgono i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Domenica 9 novembre 2014 presso la palestra/pallone di via Schuster a Rescalda (Mi), dalle 9.00 alle 16.00, il CLINC verrà proposto in LOMBARDIA, grazie alla società BULLS RESCALDINA, in collaborazione con la Delegazione Regionale del Comitato Nazionale Tecnici lombardo.

Ringrazio gli amici Liliana Rossetti (BULLS) e Gaetano Cristiano (CNT LOMBARDIA) che mi offrono la possibilità di poter proporre, in anteprima, il CLINIC ai tecnici della loro regione.

Per informazioni ed iscrizioni è possibile consultare il sito dei BULLS.

Chi fosse interessato a proporre il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

Cent'anni di solitudine

Lun, 27/10/2014 - 08:46 -- Fabio Borselli

Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”, finisce così il capolavoro di Gabriel García Márquez…

Ora, credo che la persona più sola del mondo, in una squadra di softball, sia l’allenatore.

Non è difficile riconoscerlo, in disparte, nel suo angolo della panchina, circondato, se è fortunato, dai suoi pochi “bravi” (coach, scorer e poco più), gli stessi che prima del “famigerato” terzo canto del gallo saranno pronti a lasciarlo in balia degli eventi.

L’allenatore, colui che è destinato ad essere “IL” capro espiatorio da sacrificare alle Divinità del softball se le cose non vanno bene e l’unico che nelle foto guarda da un’altra parte, se capita di vincere.

E pensare che, in principio l'allenatore, semplicemente non c'era:

era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o diritto di nascita ne era il capitano, ad impartire ordini e a fare la formazione, salvo poi appassionarsi e cominciare (quale illusione...) a pensare di poter essere l’uomo del destino, la “forgia” che trasforma gli uomini in eroi.

Eccolo così trasfigurato nell’allenatore.

Un dilettante (nel senso che “si diletta” ad allenare e che quindi, per questo, non lo pagano) ma che, poi, tanto dilettante non è visto che si è sciroppato corsi, abilitazioni, clinics, in un parossismo di centri di preparazione olimpica, autogrill, stanze condivise con compagni di viaggio dal sonno pesante e dal russare poderoso, investendo in tutto ciò l’equivalente del PIL di una repubblica caraibica di taglia media.

Ha poi passato notti insonni  a perfezionare e rielaborare ed ancora perfezionare programmi d’allenamento, ha girato per campi per vedere le amichevoli degli avversari, letto, studiato, digerito.

Questo uomo picaresco, lo si riconosce subito anche dall’abbigliamento:

è quello che ha, sempre, la tuta diversa dal resto della squadra (ed anche se la avesse come gli altri sarebbe della misura sbagliata) primo perché è un maschio e poi perché, quando arriva in squadra i dirigenti gli dicono: “aspettiamo le tute nuove, che per ora son finite”… Prima che gli forniscano un giacchetto per ripararsi dall’acqua bisogna aspettare il passaggio dei monsoni e per avere (eresia) un paio di scarpe deve ostentare per alcune settimane vecchie Superga sfilacciate, con vista ditone.

Per riuscire a farsi offrire una birra gratis, al bar del campo (non esageriamo, eh!), ci vogliono almeno due vittorie per non parlare di aver diritto ad un sorriso, per il quale occorrono mesi di applicazione.

A casa, poi, ci sono notti insonni ed agitate, fame compulsiva, assenze, distrazioni, inappetenza di nuovo compulsiva, che si accompagnano a veri stati d’allucinazione nelle notturne,  febbrili vigilie delle, immancabili, partite verità.

Dalle giocatrici non si deve aspettare nessun aiuto:

sono cordiali, affabili, fanno complimenti e lo chiamano con nomignoli affettuosi solo nella speranza di giocare, se sono riserve, o per il timore di essere relegate in panchina se sono titolari. Tutte lo fanno, comunque, sempre e soltanto per sperare in minori fatiche ed ottenere favori o favoritismi.

E non importa se trotterellano allegramente durante i giri del campo e se le palle rimbalzano nel guanto o volano alte oltre la recinzione perché devono chiacchierare, loro hanno sempre qualche scusa pronta o, nella versione più evoluta, qualche minaccia, del tipo:

“mica sono una  professionista”, “ho un sacco di cose per la testa” , “sei un fanatico”, “ce la sto davvero mettendo tutta”, “tu mi tratti così ma sappi che l’Atletico Borgotrecase mi vuole e mi ha cercato”.

Non bisogna nemmeno farsi illusioni se sembra che le cose vadano bene  perché, prima o poi, questo si rivelerà un pericoloso boomerang:

basta un campionato vinto ed ecco che il tapino, che si convince di avere  diritto ad un futuro fatto di fiducia ed entusiasmo, comincia ad immaginare anni felici e la possibilità di “cambiare quello che non va”.

È un errore imperdonabile.

Gli stessi dirigenti, i (pochi) tifosi che in ottobre festeggiavano la promozione come se in campo fossero scesi loro, a metà aprile, a stagione a malapena iniziata (e la tuta ancora non si vede…) sono pronti a “dimissionarlo” perché: “quest’anno ha perso mordente”.

Basta una sconfitta inopinata contro la solita Dinamo Riotortodisotto che, complice la delazione di alcuni giocatori, il malcontento inizia a serpeggiare insidioso. Non sono certo gli errori “di guanto” ed i lanci al rallentatore,  a far perdere le partite, e nemmeno la lentezza generale o il non prendere i segnali: “è lui, è colpa sua, con i suoi metodi, con le sue idee bislacche, proprio non ci divertiamo”.

A questo punto, per lui, sarebbe meglio andarsene, sarebbe anche meglio essere cacciato, che rimanere ancora più solo, senza giacchetto, con le scarpe bucate e la tuta diversa (sempre che, alla fine, sia riuscito ad averla…) senza un cane che lo saluta, senza più abbracci e senza nomignoli...

Ma se tutto questo è vero, ed è vero, senza possibilità di smentita, perché continuiamo a farlo?

Perché continuiamo a stare li, in quel posto solitario, sotto gli occhi sornioni e bugiardi di quelli che, loro si, saprebbero come fare, come gestire, chi far giocare?

Lo facciamo perché ci sono momenti in cui, anche se la solitudine è totale e opprimente, il tempo sembra fermarsi: cominciano a succedere cose che le persone intorno a te riusciranno a capire soltanto “dopo”, mentre tu già sapevi, “da prima”, che sarebbero successe.

E quando saranno pronte a reagire, o penseranno di poterlo fare, questo accadrà esattamente un secondo dopo che tu avrai già deciso cosa fare e lo avrai, anche, già fatto.

È quel secondo, davvero, che cancella tutto il resto.

 

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Lun, 13/10/2014 - 07:57 -- Fabio Borselli

Ho visto molte squadre, anche ottime squadre, perdere partite per un pessimo tiro della lanciatrice verso la prima base.

Ancora, negli anni, ho sentito un sacco di opinioni riguardo la capacità delle lanciatrici di essere anche dei buoni difensori.

Premetto che sono un convinto assertore della necessità di avere pitcher che, una volta lanciata la palla, nella malaugurata ipotesi che questa venga ribattuta, debbano essere in grado di raccoglierla e tirarla, forte e precisa, ad ogni base sia necessario, o anche, capaci di decidere di non tirare.

Dico questo perché non riesco a concepire la posizione della lanciatrice se non come quella di un giocatore completo, che oltre al suo compito specifico, individuale, deve anche giocare insieme alla sua squadra, coralmente.

Quando sento parlare di lanciatrici che NON POSSONO anche essere dei buoni difensori perché il ruolo è cosi specializzato ed impegnativo che non rimane tempo per l’allenamento in difesa, mi viene da pensare che sarebbe come allenare i catchers a prendere e bloccare i lanci ma non farli lavorare su quello che viene dopo la ricezione…

Ripeto, ho sentito un sacco di teorie, ma rimango della mia idea:

la lanciatrice DEVE saper giocare come difensore, senza se e senza ma, per questo è NECESSARIO programmare, nei piani di allenamento, del tempo per allenarla a gestire le palle battute.

Allenare le lanciatrici a giocare in difesa, oltre a migliorare l’efficienza complessiva della squadra, permette anche di renderle molto più selettive sui “rischi da prendere” quando una palla non agevole da controllare è battuta verso di loro.

Generalmente voglio che le mie lanciatrici sappiano raccogliere i bunt effettuati direttamente verso di loro e, se sono destre, provare a raggiungere anche quelli verso la  prima, quando il prima-base fosse, per qualsiasi motivo, in ritardo. Se sono mancine, vista la difficoltà aggiuntiva nel doversi girare completamente per il tiro, preferisco lasciare ai difensori agli angoli il compito di raccogliere le smorzate non dirette alla lanciatrice.

Su palla battuta verso di loro, per prima cosa, do una semplicissima indicazione:

“la lanciatrice deve provrea a prendere SOLO le palle che passano all’interno del cerchio intorno alla pedana, avendo l’accortezza di NON tentare nemmeno se la battuta è FUORI dal cerchio”.

Questo per evitare che il tentativo DEVII la palla dalla sua traiettoria originale mettendo “fuori tempo” l’interbase o il seconda-base.

Quando le lanciatrici diventano più esperte questa indicazione viene integrata ed ampliata:

“la lanciatrice NON deve provare a prendere le palle battute dal lato del suo braccio di lancio (verso l’interbase per le lanciatrici destre, verso il seconda-base, nel caso di anciatrici mancine)”

Questo perché il naturale proseguimento del movimento di lancio le porta, spessissimo, ad essere sbilanciate verso il lato del guanto, rendendo difficile il raccogliere la palla in contro-guanto ed aumentando, come già detto, la possibilità di un DEVIAZIONE.

Dare semplicemente indicazioni, naturalmente, non basta.

Programmare attentamente l’allenamento della lanciatrice in difesa, oltre ad integrarla con le compagne di squadra per evitare che non si muova in armonia con le stesse nelle situazioni in cui CHI deve giocare la palla battuta non è immediatamente individuabile, permette alle stesse lanciatrici l’esatta comprensione del proprio “raggio di azione”, cosa che le aiuterà a “non provare a mettere il guanto” su certe battute.

Personalmente impiego le lanciatrici quando lavoro sulla difesa del bunt e non manco mai di farle lavorare sulla raccolta di rimbalzanti e successivo tiro sulle basi (tutte le basi, perché non si sa mai…), al pari di tutti gli altri interni. Non tralascio nemmeno di farle allenare sui propri movimenti e coperture quando gli esterni lavorano ai tiri sulle basi.

Tutto questo vale, a maggior ragione, quando si tratta di allenare squadre giovanili, ma in questo caso, visto che la specializzazione non dovrebbe essere così esasperata come nelle squadre seniores, le lanciatrici dovrebbero già allenarsi per ricoprire anche gli altri ruoli difensivi.

 

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La battaglia di Rocroi

Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Diciannove e settantadue!

Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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