blog

L’esercizio come strumento

Lun, 13/04/2015 - 09:37 -- Fabio Borselli

 

Ho maturato, negli anni, una convinzione:

se non tutti, quasi tutti gli allenatori, me compreso, naturalmente, spesso allenano i propri giocatori a fare bene “l’esercizio” non ponendosi il problema se quell’esercizio serva a giocare bene.

Provo a spiegarmi meglio:

ci sono esercizi che, tutti, usiamo o abbiamo usato.

Ci sono esercizi che, tutti, riteniamo indispensabili e risolutivi.

Se fosse possibile passare “a volo d’angelo” su tutti i campi dove si allena una squadra, forse, sarebbe possibile scoprire che, magari, facciamo tutti lo stesso esercizio.

Sono sicuro che ciascuno di noi è in grado di proporre “l’esercizio giusto” rispetto ad un obiettivo dato, ma sono altrettanto sicuro che capiti troppo spesso di porre l’accento sull’esecuzione (fare bene l’esercizio) piuttosto che sul come quell’esercizio sia uno strumento per imparare a giocare meglio.

Succede infatti che l’allenatore non riesca a vedere l’esercizio come una cosa che è stata estrapolata dal gioco e che nel gioco vada reinserita appena possibile, ma veda, piuttosto, la sua corretta esecuzione come un obiettivo in se stesso.

E questo succede, soprattutto quando questi esercizi sono analitici, o anche analitici-sintetici, ma molto diversi dal gioco.

Per fare un esempio:

spesso addestriamo dei veri e propri “campioni mondiali di battuta dal tee-ball” incapaci però di replicare la loro performance (o di farlo con moltissima fatica) contro il lanciatore.

O ancora:

ci sono molti allenatori che sono convinti che se i propri giocatori sono abili negli esercizi di difesa fatti con il fungo allora saranno anche in grado di difendere bene in gara.

Purtroppo, questo non è detto!

Non sto dicendo che non è necessario e che non sia utile (a volte indispensabile) battere dal tee-ball o raccogliere rimbalzanti battute con il fungo.

Bisogna farlo, per carità!

Anzi, è  imprescindibile, perché certi gesti, certi automatismi si insegnano, si sviluppano e si allenano solo così.

Ma il problema, alla fine, non è se si faccia o meno quell’esercizio.

Il problema è il farlo con la consapevolezza che l’esercizio è la base minima, elementare, per cominciare ad allenare quell’abilità e che, poi, trasferire la stessa abilità nel contesto di gara richiederà tutto un altro lavoro.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

La giusta distanza

A proposito di Feedback...

Gli elementi della battuta

Il senso di Auto-Efficacia - Concetto e definizione

Will Ferrell, Casa Base e i pesci d'aprile

Lun, 06/04/2015 - 11:28 -- Fabio Borselli

 

Con questo titolo, giovedì 2 aprile, il sito ufficiale della Federazione Italiana baseball Softball, ha dato notizia del PESCE D’APRILE che noi di CASA BASE abbiamo confezionato il giorno prima pubblicando la notizia, inventata, di un incontro tra noi stessi e l’attore Will Ferrell.

Ringraziamo il sito federale che, tra le tante notizie serie e importanti che pubblica, ha trovato un piccolo ritaglio di spazio (e di tempo…) per raccontare la nostra innocente burla.

Il “pesce” (ripeto, innocente e goliardico) ha avuto un successo insperato e devo ammettere che ci siamo proprio divertiti!

Oltre a ringraziare chi ha segnalato, condiviso, ripreso e ritwettato il nostro “pesciolino” vogliamo anche chiedere scusa a chi lo scherzo non fosse piaciuto e a chi si fosse sentito preso un po’ in giro.

Quando ci è venuto in mente non ci aspettavamo che tante persone, dimenticando completamente la data, potessero prenderci davvero sul serio.

Di indizi, come spiegato nella rettifica, ne avevamo dati:

la foto, naturalmente senza Will, era già stata pubblicata un anno fa e  il nome della presunta agente dell’attore era, come già detto, quello di un personaggio del film “Zoolander”, che vede lo stesso Ferrell come protagonista.

Eppure tanti (davvero tantissimi…) hanno deciso di non vederli, preferendo pensare che la storia “meritasse” di essere vera.

In un momento che mi sembra molto difficile per baseball e softball e in cui gli animi sono, per usare un eufemismo, molto “caldi”, il successo del nostro “divertissement” (che ha totalizzato 10 volte il numero delle visite che normalmente softballinside.com totalizza ogni giorno) mi sembra faccia capire che c’è il bisogno che “le storie finiscano bene”  e credo che essere riusciti a strappare un sorriso possa essere, davvero, un bel segnale…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Le donne e l'allenamento della forza

The Insider Bat: la Mazza con l’Auto-Feedback

Attenzione alle pause

Motivazioni individuali ed orientamento di squadra

 

Il giorno dopo

Gio, 02/04/2015 - 10:17 -- Fabio Borselli

 

Oltre a essere una didascalia frequente nei fumetti, oggi è, davvero “il giorno dopo”:

è il giorno dopo il primo di Aprile, il giorno in cui, viene fuori che quello che si è detto e fatto ieri “non era vero”, era uno scherzo,  era un PESCE D’APRILE.

Ebbene si!

Non siamo stati a Roma, l’altro ieri.

Non abbiamo incontrato Will Ferrell.

Matilda Jeffries non è lagente di Will, ma altri non è che uno dei personaggi principali del film “Zoolander” (se ne è accorto l’amico Stefano Pieri ma, da buon Toscanaccio, si è ben guardato dal divulgare la notizia…).

Ma le “inesattezze” finiscono qui.

Infatti è vero che Will Ferrell ha “preso in prestito” una delle strisce di CASA BASE e l’ha fatta diventare una gag della sua performance agli spring training della MLB.

Come è vero che legge le strisce di CASA BASE e ne è appassionatissimo (va bene, forse questo è, almeno, da verificare…).

In ogni caso noi ci siamo divertiti un sacco e speriamo che, con noi, si siano divertiti anche tutti quelli che:

“hanno abboccato”,

“sapevano che non poteva essere vero”,

“non ci sono mica cascati”,

“uffa, ancora un pesce d’aprile…”

In fondo CASA BASE e gli ATOMICS sono proprio questo:

un gioco, un divertimento, un modo per prendere e prendersi in giro, un tentativo di sdrammatizzare quello che, seppure è “il più bel gioco del mondo”, rimane, appunto, un gioco.

Noi, naturalmente, ringraziamo tutti quelli che hanno, consapevolmente o inconsapevolmente, partecipato a questa “burla”, che ne hanno parlato e che ci hanno riso su.

Ringraziamo anche WILL FERRELL, lo ringraziamo per essere WILL FERRELL, forse l’unico che si poteva, sul serio, prestare a questo “divertissement”.

Resta inteso, caro WILL, che se vuoi davvero una copia, autografata, della nostra striscia che “casualmente” hai deciso di “citare”, non devi far altro che farci contattare del tuo agente, quello vero.

CASA BASE e gli ATOMICS tornano con la nuova striscia mercoledì prossimo.

Sarebbe un peccato perdersela…

Una sera, all’improvviso

Mer, 01/04/2015 - 10:07 -- Fabio Borselli

Oggi è mercoledì.

Sul sito, oggi, ci dovrebbe essere la nuova striscia di CASA BASE e invece il suo posto è preso da una storia che, a raccontarla, ha dell’incredibile.

Niente paura! È comunque una storia in cui CASA BASE e gli ATOMICS sono protagonisti.

Tutto comincia il 12 marzo, quando nel mondo del baseball professionista americano irrompe, come un uragano, l’attore WILL FERRELL.

Della sua “epica impresa” ne hanno parlato tutti, Softball Inside compreso, che in particolare ha fatto notare che una delle gag della performance della star di “Zoolander” era “copiata pari pari” proprio da una striscia di CASA BASE, come si può vedere, chiaramente, dalle foto:

 

Quello che è successo dopo la pubblicazione del post, che rivendicava la paternità dell’idea (si può leggere seguendo questo link) è che la casella email del sito è stata presa d’assalto.

Tra le tante e-mail ricevute ce n’era una che è passata inosservata per quasi tre settimane.

La mail in questione proveniva dalla scrivania di Matilda Jeffries, che è rimasta una illustre sconosciuta fino a che, sabato scorso, probabilmente esasperata dal non ricevere risposta, ha deciso di telefonare.

La signora Jeffries altri non è che l’agente dell’attore WILL FERRELL.

Con grande difficoltà visto il suo “newyorkese”, che poco ha a che fare con la lingua inglese, ci ha spiegato che WILL, rimbalzando dal sito Baseball Reflections (che pubblica le strisce di CASA BASE negli Stati Uniti) su SOFTBALL INSIDE aveva, prima trovato la striscia che lo ha ispirato nella sua “interpretazione” come suggeritore di terza base dei Chicago Cubs e poi letto del nostro “averlo scoperto con le mani nel sacco”.

Per farla breve, FERRELL, che sarebbe stato in Italia per la settimana di Pasqua, avrebbe voluto incontrare gli autori della striscia.

Dopo un paio di telefonate di conferma, con il timore che si trattasse di una burla, finalmente ieri pomeriggio, siamo partiti, un po’emozionati e anche spaventati, per Roma, dove alle 21.30, presso un noto ristorante della capitale, avremmo dovuto affrontare, faccia a faccia, una delle icone di Hollywood.

Indossate le nostre “uniformi di rappresentanza” e stampata una copia della “striscia incriminata” ci siamo quindi presentati all’incontro, naturalmente molto impacciati e silenziosi.

Dopo le presentazioni, la consegna della stampa della “famigerata” striscia e la foto ricordo ci siamo preparati a salutare e a tornarcene a casa.

Ma WILL ha voluto sorprenderci, invitandoci a cenare con lui e con il suo enturage.

La serata è stata piacevolissima e inaspettata:

oltre a scoprire che WILL segue abitualmente le strisce degli ATOMICS “surreal and dreamlike”, come le ha definite prendendoci un po’ in giro, è venuto fuori che è anche un grande appassionato dell’Italia, che parla benissimo l'italiano (si, insomma, si fà capire...) che segue il nostro “soccer” (tifando per il Napoli…) e che nei suoi progetti c’è, anche, un tentativo di replicare in Europa, a scopo benefico, quanto fatto con la MLB.

Torniamo da Roma un po’ “frastornati”, un po’ “brilli” (un’altra delle passioni di WILL è il vino italiano) e molto emozionati… della serata rimangono due strisce autografate da una star del cinema e questa foto:

 

Scusate se è poco!

Quando tutti saranno Super

Lun, 30/03/2015 - 10:42 -- Fabio Borselli

 

Chi mi conosce, ormai lo sa benissimo:

quando si parla di attività giovanile sono un acceso sostenitore del “tutti devono giocare”, sono così convinto di questo assoluto che e lo ripeto all’infinito, diventando, me ne rendo conto da solo, alquanto pedante.

La suddetta pedanteria, poi, raggiunge l’apice quando ci aggiungo anche la frase “in tutti ruoli”.

Tralasciando di raccontare lo scetticismo che, spesso, accompagna queste mie esternazioni, voglio invece fare alcune riflessioni su una delle risposte tipiche che mi sento dare, questa:

“ci sono bambini che preferiscono non giocare. Si sentono male solo al pensiero, perché sono troppo emotivi e hanno paura”.

Riferita al giocare in tutti i ruoli, poi, questa risposta standard è arricchita da alcune variazioni sul tema, la più gettonata suona più o meno così:

“non tutti possono LANCIARE, perché quando si rendono conto di NON ESSERE ALL’ALTEZZA, sono proprio loro a non volerlo fare”.

Vorrei fare su questi concetti alcune considerazioni.

La prima è quella relativa all’assoluta verità del fatto che qualche bambino abbia PAURA e preferisca non giocare nelle partite ufficiali.

Ora, partendo dal presupposto che ciò sia un oggettivo dato di fatto, mi chiedo:

perché mai?

Cosa spinge un bambino a frequentare assiduamente le sedute di allenamento e a presentarsi, poi, agli appuntamenti agonistici rifiutandosi però di diventarne protagonista, non “volendo”, per esempio, lanciare o, all’estremo, non “volendo”, addirittura, giocare?

Credo che ogni allenatore dovrebbe porsi questa domanda e interrogarsi su cosa causa questo comportamento, a tutti gli effetti anomalo e incomprensibile, anziché limitarsi a considerarlo un evento assolutamente casuale e imprevedibile e accettarlo così com’è.

E allora, perché un bambino che sceglie il baseball come suo sport, che decide di impegnarsi per impararlo, decide anche di non affrontare quella che del baseball è l’essenza cioè la partita?

Io credo che, come sempre, la colpa di questo comportamento, sia degli adulti.

Non solo degli allenatori, intendiamoci, ma anche di tutti gli adulti “di riferimento” che girano intorno alla “carriera agonistica” dei giovani atleti.

Sarò un sognatore, ma sono convinto che l’agonismo dei bambini e, di conseguenza, le competizioni dei bambini, siano esclusivamente un “affare da bambini” e che nessun adulto dovrebbe caricarle di qualsiasi altro significato.

Invece…

Ogni avversario, spesso, diventa la NEMESI, il nemico giurato, che deve essere assolutamente sconfitto, quasi che ne andasse della sopravvivenza.

Secondo me questo approccio alla competizione genera istantaneamente, ansia da prestazione, ansia che non tutti i bambini sono in grado di affrontare ed ecco che i più “deboli” possono pensare di sottrarsi a questa tempesta emotiva, che li spaventa a morte, evitando di “mettersi in gioco”, partecipando alla partita da spettatori, evitando così di essere corresponsabili della possibile sconfitta.

In questa logica, seguendo la “fenomenologia del baseball (e del softball)”, i lanciatori sono, a tutti gli effetti, veri e propri “predestinati”:

vezzeggiati, coccolati, sostenuti, questi giovani eroi, dotati di capacità superiori, spesso da soli, possono determinare la vittoria dell’intera squadra.

Ma se questo è il ruolo che viene assegnato al lanciatore sorprende che qualche bambino non voglia salire in pedana?

Ma è colpa loro e della loro “scarsa attitudine alla competizione” o è colpa degli adulti che caricano, i giovani pitchers di responsabilità eccessive?

C’è uno spezzone del film “Gli Incredibili”, visibile seguendo questo link al canale YouTube di Softball Inside, che parla proprio di questo:

In un mondo di supereroi, dotati di poteri inimmaginabili, di fronte alle minacce e alle difficoltà, le persone normali possono solo nascondersi, lasciando a questi esseri superiori il compito di risolvere la situazione…

Ma se tutti possedessero superpoteri, allora, come dice il cattivo del film, sarebbe come se nessuno li avesse e si trovasse a non dover più dipendere da “entità superiori” per risolvere i problemi.

Se lanciare (o giocare ricevitore, esterno, interbase…) fosse una cosa che tutti DEVONO fare e TUTTI i bambini sapessero che durante OGNI partita quei ruoli gli saranno sicuramente assegnati (senza chiedere di fare niente di più che il proprio meglio) allora giocare in quei ruoli sarebbe assolutamente normale e non potrebbe, per la sua normalità, generare ansia o stress eccessivi e insormontabili.

Non credo ci sarebbero più bambini che non vogliono giocare (o lanciare, o fare il ricevitore o l’interbase…).

E, ancora, obbligherebbe, di fatto, gli allenatori a preparare TUTTI al meglio per affrontare TUTTE le possibili sfide, senza pensare a selezionare i “campioni” e scartare i “poco dotati”

E non è questo che ogni allenatore dovrebbe fare?

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Allenare le donne: ciclo mestruale ed allenamento

Telefoni cellulari, tecnologia e softball

La stagione del cambiamento

La funzione educativa dell'Allenatore

 

CASA BASE e MLB Italia

Lun, 23/03/2015 - 08:41 -- Fabio Borselli

 

I terribili ATLETICS segnano un altro punto:

a partire dal mese di marzo, infatti, USA BASEBALL MAGAZINE, pubblicazione virtuale “inventata” e realizzata da Andrea Andrian (Dree per gli amici), motore instancabile del sito web MLB Italia ospiterà le strisce di CASA BASE.

Quando Andrea, che per inciso è anche web master di BaseballFVG, Italian Baseball Photo Gallery e membro di SABR Italia, ci ha contattato per chiederci di partecipare al suo progetto noi di CASA BASE abbiamo aderito con entusiasmo, visto che siamo convintissimi che chi si occupa di baseball e di softball in Italia debba riuscire a “fare sistema” e a collaborare per “diffondere il verbo”.

Il magazine virtuale avrà cadenza mensile e ospiterà, come segnala lo stesso Andrea:

“una raccolta di tutte le migliori notizie di mlbitalia.it! Il magazine è prodotto in una versione adatta a tutti i tipi di lettori portatili, dal cellulare, al tablet, a tutti i personal computer, creata apposta per chi non è riuscito a seguire a fondo le notizie dal campionato statunitense”.

Il numero di marzo di USA BASEBALL MAGAZINE, può essere scaricato, gratuitamente, in formato PDF, seguendo questo link, che porta direttamente alla pagina del magazine sul sito MLB Italia.

Gli ATOMICS ringraziano sentitamente Andre “Dree” Andrian per la possibilità che il suo magazine offre a CASA BASE, il baseball a fumetti, di poter raggiungere anche i fans italiani della Major League Baseball.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Ancora sui battitori Mancini

La seduta di allenamento - la Struttura

The simpsons, Bill James ed il baseball: ecco “MoneyBart”

Allenare le donne: le differenze di genere

Coach Will e CASA BASE

Ven, 20/03/2015 - 09:18 -- Fabio Borselli

 

Il clamoroso exploit compiuto dall’attore WILL FERREL agli spring training della Major League Baseball è ormai cosa nota.

In Italia ne hanno parlato, a profusione, tutti i siti che si occupano di baseball, ma non solo.

Devo dire che ho apprezzato moltissimo la performance del comico americano (protagonista, tra l’altro di due dei miei film preferiti, “Zoolander” e “The Producers”) e il suo essere riuscito a smuovere un mondo, a parer mio, “ingessato e serioso”, come quello del baseball statunitense, poco propenso, di solito, a ridere di se stesso.

Ma mentre scorrevo i vari articoli che raccontavano “le dieci fatiche di Will” sono rimasto colpito da una foto, che appare in apertura del post scritto da Andrea “Dree” Andrian, web master del sito Quarta base – MLB Italia (questo il link del sito) sull’argomento.

Non credevo ai miei occhi e ho cercato di approfondire:

una rapida ricerca e sono finito sul sito web della WGN-TV, televisione locale di Chicago, che ha dato ampio risalto alla presenza di Ferrel nelle fila dei Chicago Cubs impiegato come coach di terza base.

L’articolo tratto dal sito web della WGN riporta numerose fotografie dell’attore impegnato come suggeritore in terza base (si può leggere seguendo questo link)

la particolarità sta nel fatto che “coach Will” usa un particolare modo per passare i segnali ai giocatori, come si può vedere da questa foto (presa dal sito della stessa WGN-TV):

 

Niente di strano, è sicuramente un metodo facilmente comprensibile anche se non tanto criptico e lontanissimo dal "MLB Style"… Ma ha una particolarità:

è stato preso, pari pari, da una delle strisce di CASA BASE, esattamente questa:

 

pubblicata originariamente nel novembre del 2013 (quindi in tempi non sospetti) sul sito Softball Inside e, poi, ripresa dal nostro amico PETER SCHILLER per il suo sito Baseball Reflections (questa volta nella versione in lingua inglese) più o meno un anno dopo, nel dicembre del 2014.

Ma non è finita qui!

A noi di CASA BASE l'idea era piacita così tanto che non contenti abbiamo "ripreso il concetto" nel giugno del 2014 con questa nuova striscia:

pubblicata in contemporanea anche nella versione in lingua inglese.

Visto quello che poi "Coach Will" ha fatto nel box del suggeritore, noi di CASA BASE e, naturalmente, tutta la squadra degli ATOMICS siamo molto orgogliosi di aver “ispirato” una così grande stella di Hollywood durante questa storica giornata e gli siamo grati per aver voluto rendere omaggio alla nostra striscia:

ci fa veramente “gongolare” scoprire che Will Ferrell è un lettore, a quanto pare accanito, delle nostre strisce e sapere che, in questa giornata che passerà alla storia del baseball, ci sia stato anche un pezzetto di CASA BASE.

Per questo noi di CASA BASE possiamo solo digli:

“Grazie Will!”...

Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Rubare la terza base

Il Line-Up che vorrei

Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto?

Grisham, Calico Joe ed il Baseball

Fondamentali

Lun, 09/03/2015 - 12:36 -- Fabio Borselli

 

C’è la convinzione, molto diffusa, che per insegnare il baseball e il softball occorra partire dai “fondamentali” e che, successivamente, mettendo insieme questi “fondamentali” sia possibile arrivare al gioco.

Naturalmente io (e a quanto pare non solo io…) non sono d’accordo.

Non sono d’accordo perché non credo sia vero!

Nessun giocatore, in nessuno sport, impara a giocare così.

Realmente, qualsiasi sia lo sport di cui si parla, per cominciare a giocare e imparare si parte proprio dal gioco ed è per questo che sono convinto che gli allenatori, per allenare, debbano partire proprio da li, chiedendosi:

“cosa succede in una partita?”

Allenare, secondo me, vuol dire, prima di tutto, cercare di capire quello che succede, davvero, durante la gara e pensare l’allenamento in funzione di quello. Il tempo che si dovrebbe dedicare ad una situazione piuttosto che a un’altra dipende da quante volte queste situazioni capitano nel gioco:

se sono eventi che non succedono spesso allora gli si dovrà dedicare poco tempo, se al contrario sono eventi che si ripetono frequentemente, aumenterà anche il tempo in cui li alleno.

Partire dal gioco vuol dire partire dalla sua struttura, il che, naturalmente, non esclude che si debbano allenare i “fondamentali”, che sono indispensabili per il gioco stesso, ma non si può pensare il contrario:

non è possibile concepire il gioco come una semplice somma dei “fondamentali”.

Si devo insegnare a giocare e allenare il gioco.

Può capitare, è chiaro, che a volte, si debba prendere una parte del gioco (fondamentale) per allenarla in modo isolato, perché c’è bisogno che tutta l’attenzione del giocatore sia concentrata su quel gesto, su quel particolare problema, ma dopo averci lavorato si deve, subito, riportarla nel contesto del gioco.

La domanda da farsi è:

si deve insegnare la tecnica o si deve insegnare a giocare?

Naturalmente per insegnare a giocare bisogna, giocoforza, insegnare anche i  “fondamentali”, ma partire dal gioco per arrivare al fondamentale è una prospettiva diversa, rispetto al pensare che si debba prima insegnare la tecnica e che, poi, una volta imparatala, i giocatori siano pronti per giocare.

Il senso è che “si deve allenare quello che realmente succede in partita”.

Alla base di questa affermazione c’è la teoria dell’apprendimento motorio che definisce il baseball e il softball come “open skills”, cioè discipline "aperte”, in cui la prestazione dipende dall’ambiente esterno (avversario, terreno di gioco, ecc…) che è variabile e non costante.

Purtroppo, invece, per anni sono stati insegnati come se fossero sort “closed skills”, cioè come se fossero discipline “chiuse”, in cui l’ambiente esterno rimane, grosso modo, costante (come accade nel tiro, nella ginnastica o nei tuffi), adottando un metodo di insegnamento per tecniche e somma di tecniche, come si fa, ad esempio, con la ginnastica artistica.

Negli sport di squadra (come calcio, basket, baseball…) o di opposizione (come lotta o karate) la tecnica è condizionata permanentemente dalla situazione:

dall’avversario, dal  terreno di gioco, dall’arbitro…

Questo però che non significa che allora ognuno può usa la tecnica che vuole o, peggio, che non ci sia bisogno di “tecnica”:

ci sono, naturalmente, principi biomeccanici da rispettare e proprio in base a questo ci sono “i fondamentali”, ma proprio il fatto che si usi la parola “fondamentali” significa che ci sono anche tecniche che non sono “fondamentali”.

Battere la palla interna è come battere la palla esterna o la palla bassa? Si usa la stessa tecnica o sono tecniche diverse? Se sono diverse, ognuna di queste è un “fondamentale”?

Se si porta all’estremo questo ragionamento, solo per la battuta ci sarebbero almeno una dozzina di “fondamentali”, ma in questo modo, ovviamente, la parola “fondamentale” perderebbe senso.

In questo caso credo che non si debba parlare di “fondamentali”, bensì di tecniche.

Quando si dice: “fondamentale” di battuta, cosa si intende?

Di sicuro che l’atleta sappia mettersi in posizione nel box di battuta, che sappia eseguire il caricamento e come colpire la palla, che sappia gestire il timing, l’equilibrio e la sequenza dei gesti.

Ma da questo a saper battere, in gara, contro l’avversario, adattandosi ai lanci che arrivano, direi che ce ne passa…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

A proposito del fungo

Scuola, educazione sportiva e promozione

Base Intenzionale - le regole

Base intenzionale - la tattica

Losing My Religion

Lun, 02/03/2015 - 09:03 -- Fabio Borselli

 

“Il baseball è uno sport difficile, estremamente tecnico e molto, molto complicato (per tacer del softball che costringe il lanciatore a quel buffo e strano movimento)”.

“Il baseball ha, all’incirca ottomila regole, che bisogna conoscere per poter giocare”.

“Il baseball non è sport per tutti, gli europei non ne capiscono le meccaniche di base figuriamoci poterne assaporare le sottigliezze mentali e psicologiche”.

Quante volte è successo di sentire, o forse, dire queste frasi?

A me tantissime volte! Molto spesso dette proprio da gente del baseball o del softball.

Anzi, oserei dire che siamo proprio noi, appassionati ad averle messe in giro e che, segretamente, godiamo del “privilegio” di essere i “depositari” di quella religione che ha come divinità LA MAZZA e LA PALLA.

Ci piace essere parte dei “pochi che ne capiscono” e snoccioliamo le nostre formule magiche, fatte di “ball, strike e infild fly”, come fossero preghiere, naturalmente scritte in sanscrito, di questo credo esoterico e nascosto.

Mi sto, sempre di più, convincendo che i nemici più grossi che il baseball e il softball hanno siano proprio i loro, pochi, praticanti, o forse dovrei dire ADEPTI.

Diciamocelo, tutti noi, del baseball, adoriamo la complessità e ne facciamo sfoggio e vanto anche quando non ce ne sarebbe bisogno:

se chiediamo a uno qualsiasi dei “veri credenti” di raccontare il gioco in due parole assisteremo ad un arzigogolare di palle battute in territori buoni (sempre circondati dalle maleterre, le famigerate “paludi di foul”) che consentono l’alchemica trasformazione del battitore, sacro guerriero armato della mitica e benedetta MAZZA, in corridore, colui che saetta per il “diamante” alla ricerca della “salvezza”…

Per non parlare poi della numerologia del gioco, che ci elimina con tre strike, fa uscire dalla cornucopia basi gratis con quattro ball, fa “cambiare verso” alle azioni, di nuovo, con tre out.

Lo ripeto: questa complessità a noi piace!

Ci fa sentire diversi, migliori, più intelligenti di chi pratica o è appassionato di sport più semplici:

“figuriamoci! Che ci sarà di così difficile nel correre dietro ad un pallone o al cercare di infilarlo in un cesto?”

Come in ogni culto che si rispetti anche la sacra religione del baseball e del softball, alla quale, forse alla fine dovremo trovare un nome (vorrei proporre “Pallismo”, con la maiuscola di rigore) ha i suoi sacerdoti, i suoi diaconi, i suoi profeti e, immancabili come morte e tasse, i suoi guru.

È questo clero, che paludato di sacre vesti, pontifica sull’ortodossia del verbo:

“il baseball è così! È sempre stato così! Sarà sempre così!”

E, sappiatelo, non c’è proprio modo di sfuggire ai guru:

loro sanno come si impugna la pallina, se e come deve ruotare, quali angoli devono disegnare gomiti e polsi, come si colpisce con la mazza, come si deve girare un doppio gioco.

Loro sono gli unici e i soli depositari della conoscenza, tutto quello che va contro l’ortodossia è bollato come (sacrilegio, sacrilegio!) anti-baseball.

Ma se proviamo a chiedere di raccontare il gioco a un bambino, a uno di quelli  che ha da poco cominciato a giocare, a uno di quelli che non è ancora stato toccato dall’illuminazione, a uno di quelli non ancora convertito all’unica religione (dai, insomma, un principiante…) e che ama il baseball per quel suo essere un gioco istintivo, semplice, addirittura “animale” nella sua esuberanza fatta di esplosioni repentine e di pause sonnolente, il suo semplice argomentare sarà dedicato alla suo gioia nel colpire la palla, ed alla sua gara contro quella stessa palla…

Ne più, ne meno di questo:

colpire la palla e correre cercando di batterla in velocità… Uomo contro palla… Uno contro tutti.

È davvero così complicato?

Forse, mi piace pensarlo, è questa l’unica verità assoluta del baseball e del softball:

non sono giochi astrusi, non sono giochi difficili, non sono giochi incomprensibili.

Sono, forse, profondi, probabilmente mal raccontati, certamente divertenti, ma sicuramente, profondamente, assolutamente, non complicati.

Credo che se cominciassimo a guardarli, ma soprattutto a raccontarli, come realmente sono, riusciremo, in pochissimo tempo, a convincere quelli che non li conoscono che si stanno davvero perdendo qualcosa…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Attacco o difesa?

Dugout Chart

Visite difensive - le regole

Visite difensive - quando, come e perché

Pagine

Abbonamento a blog