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Oketi Poketi Woketi Wa

Lun, 17/11/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

Personalmente adoro il cinema d’animazione…

Ma non è solo per questo che ho sempre visto tutti i film di animazione possibili.

Non sono, invece, un grande appassionato di televisione…

Ma ho seguito anche molte, direi quasi tutte, le serie animate disponibili.

Sicuramente un po’ è dipeso dall’avere un figlio “piccolo”, un po’, anzi forse più di un po’, dalla mia passione per fumetti e cartoons ma, anche e soprattutto, dalla curiosità di conoscere quello di cui parlavano i bambini e le bambine che allenavo.

Ho, spesso, condiviso questa “abitudine” con altri allenatori e non credo di sorprendere nessuno dicendo, per esempio, che film, conosciutissimi, come KUNG FU PANDA o PLANES, per citarne un paio, tra le tanti possibili chiavi di lettura ne hanno, sicuramente, una che parla ai ragazzi di motivazione, di perseveranza e di impegno molto meglio di quello che potrei fare io.

Comunicare con i bambini e con i ragazzi non è, assolutamente, una cosa facile.

Credo, anzi, che sia una delle più difficili da fare.

Per questo, interessarmi a ciò che li interessa, per provare a condividerne i significati, è uno dei sistemi che ho cercato di utilizzare per riuscire a rimanere “sintonizzato” su di loro. Conoscere quello che loro conoscono e amano mi permette, in ultima analisi, di utilizzare un “linguaggio condiviso” e di riuscire, specialmente nelle situazioni di stress, ad intervenire in modo significativo.

Credo che sia una delle responsabilità dell’insegnante (ed io ritengo essere l’allenatore essenzialmente un insegnante) sia quello di riuscire, nonostante le difficoltà, a farsi capire e a comunicare, ma soprattutto riuscire ad indurre un “cambiamento” nei pensieri dell’”allievo” tale che questi possa superare i propri limiti, di qualunque natura siano.

Il conoscere il mondo alla maniera dei miei “allievi” mi consente di usare con successo PAROLE o FRASI EVOCATIVE, che sono in grado di far presa su di loro, toccando la parte inconscia della loro mente ed evocando in questa stati emozionali precisi.

Si chiamano PAROLE e FRASI EVOCATIVE perché sono cariche, emozionalmente, di significato e sono, per questo, in grado di influenzare le scelte emozionali.

Un altro modo di lavorare sulla mente inconscia è attraverso l’utilizzo di METAFORE.

Chi ascolta una storia, se la storia è significativa, si identifica in modo naturale con i personaggi della stessa, provando, durante l’ascolto, una serie di emozioni.

I miti e le leggende, così come le favole, sono esempi di metafore… Così come il cinema.

Le persone si appassionano, piangono, si entusiasmano per una vicenda fantastica o surreale. È un modo di entrare in comunicazione con la parte inconscia della mente:

da un lato si ascolta una storia, mentre, in profondità si vivono stati emozionali così intensi che possono aprire la porta a cambiamenti di pensiero significativi.

Per questo utilizzo spesso PAROLE, FRASI EVOCATIVE o METAFORE, tratte da film, fumetti, serie, cartoni che i ragazzi vedono e che li aiutano a capire meglio quello che voglio dirgli.

Potrei fare, letteralmente, centinaia di esempi:

mi limito alla classica “Fare, o non fare! Non c'è provare!” rubata al Jedi mastro Yoda, direttamente da Star Wars o alla più criptica “il caso non esiste” presa da Kung FU Panda…

Ma, questo è chiaro, ogni parola, ogni frase è significativa, solo se si riferisce a conoscenze condivise, ecco perché è davvero molto difficile, per me, fare esempi che non siano collegati, direttamente, alle persone con le quali li ho usati.

Credo che, il segreto, o uno de segreti, per comunicare  con i propri atleti sia quello di saper utilizzare il linguaggio che sono in grado di comprendere meglio e questo vuol dire, in fondo, interessarsi davvero a loro, a quello che pensano e a quello che li appassiona, senza giudicarli ma, semplicemente, cercando di capirli.

 

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Nel recinto dei TORI

Mar, 11/11/2014 - 09:20 -- Fabio Borselli

… Ovvero Softball Inside nella casa dei RESCALDINA BULLS.

Tutto comincia da due chiacchiere fatte con l‘amica Liliana Rossetti.

Lilly, per gli amici, è il motore instancabile dei BULLS, oltre che esserne una delle fondatrici della società, insieme a Riccardo Locati, marito e presidente.

Sono bastate, come detto, solo due chiacchiere per decidere di portare il clinic “Allenare Divertendo(SI)” a Rescaldina, nella tana dei BULLS.

A questo punto della storia si inserisce, come un ciclone (quale è , realmente) l’amico Gaetano Cristiano, che nella sua veste di responsabile del Comitato Nazionale Tecnici per la Lombardia, trasforma quello che doveva essere un incontro con gli allenatori e collaboratori dei BULLS in un clinic regionale.

Preceduto, sabato sera, da un piacevole prologo conviviale (i BULLS sono presenti nel menu della pizzeria “Il Vecchio Arco” di Rescaldina con una pizza, buonissima, che porta il loro nome) il clinic si è svolto nella giornata di domenica 9 novembre, dalle 9.00 alle 16.00, presso il “pallone” di via Schuster, a Rescaldina.

Rubo dal sito web del team rescaldinese, il racconto della giornata:

“L'appuntamento di domenica 9 novembre con Fabio Borselli a Rescaldina non ha disatteso le aspettative dei partecipanti, regalando ai numerosi tecnici presenti spunti preziosi per l'impostazione degli allenamenti con le categorie giovanili e un raro momento di coinvolgimento attivo dall'inizio alla fine del clinic.

Tutta la giornata è stata improntata al filo conduttore ALLENARE DIVERTENDO(SI).

Obiettivo fondamentale: riscoprire il divertimento e l'entusiasmo nella pratica di allenamento condivisa da tecnici e giovani atleti.

Innovativa la formula del clinic, che partendo dalla mobilitazione diretta dei partecipanti in numerose simulazioni di attività, giochi ed esercizi, ha permesso di rivedere i fondamenti teorici e metodologici dell'impostazione dell'allenamento attraverso le tappe fondamentali della sperimentazione, osservazione e riflessione.

Grazie alla professionalità e all'esperienza di Fabio Borselli, gradito ospite del Comitato Regionale Lombardia e dei BULLS Rescaldina, i partecipanti al clinic hanno potuto riflettere sulle finalità ultime dell'azione dell'allenatore, oggi alle prese con lo spinoso problema della motivazione nei giovani atleti e lo sviluppo di approcci efficaci per raggiungere i ragazzi, tenerli vicini e portarli a buoni livelli tecnici.

Dopo una prima parte articolata in proposte operative per le diverse fasi dell'allenamento - riscaldamento, fase centrale dedicata al lavoro tecnico e fase finale, più vicina alla pratica del gioco - i partecipanti sono stati invitati a sperimentare modalità di progettazione a gruppi di sequenze di allenamento, poi illustrate ai presenti attraverso la metodologia del micro-teaching.

Grande l'entusiasmo dei presenti che hanno trovato nella formula del learning by doing un valido strumento per aumentare le proprie conoscenze e condividere esperienze.”

Posso solo aggiungere, per concludere, che è stata una giornata emozionante e divertente.

Ho incontrato persone interessanti ed appassionate, innamorate, come me, di baseball e softball e disponibili ad ascoltare e condividere le esperienze.

Il clinic, come volevo e mi aspettavo, lo hanno FATTO loro:

Ringrazio tutti i partecipanti (oltre, naturalmente agli organizzatori) e spero che il tempo trascorso insieme sia stato, per loro, piacevole quanto lo è stato per me:

so che può apparire una banalità, una cosa che si deve dire per cortesia o piaggeria ma torno da questa esperienza avendo “imparato” molto più di quello che ho “insegnato”.

Chi fosse interessato a proporre il clnic “Allenare Divertendo(SI)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

Il ballo in maschera

Lun, 10/11/2014 - 08:04 -- Fabio Borselli

Niente paura! Non si parla di carnevale… E nemmeno  di fumetti, ne di supereroi.

In una delle mie abituali scorrerie sul web, quando salto da un sito ad un altro seguendo informazioni e notizie concatenate, mi sono ritrovato sul sito del THE DES MOINS REGISTER, la versione on-line del giornale della città capitale dello stato dello IOWA, famoso per essere citato nel libro “Sulla Strada” di Jack Kerouac, manifesto della beat-generation e per essere, per i patiti del baseball, l’alternativa al paradiso, come dice Kevin Costner  a "Shoeless" Joe Jackson nel film “L’uomo dei sogni”.

Scartabellando il giornale ho trovato questa notizia:

“Iowa could be first state to require masks for softball infielders” (lo stato dello Iowa potrebbe essere il primo a richiedere gli interni di softball indossino la maschera).

Nell’articolo si legge, tra l’altro:

“Lo Iowa Girls High School Athletic Union sta valutando una raccomandazione arrivata dal suo comitato consultivo per il softball per rendere la maschera obbligatoria.”

L’autore del pezzo, il giornalista John Naughton, favorevole al provvedimento, fa notare che è dal 2006 che sono obbligatorie, nello stato, le protezioni facciali per i caschetti dei battitori e che queste hanno considerevolmente abbassato il numero degli infortuni ed incidenti.

Viene anche riportata anche l’opinione di Tom Bakey, coach del team “West Des Moines Valle softball” e membro del comitato consultivo:

"è la naturale evoluzione del gioco".

Naturalmente si parla di Iowa, non di tutti gli Stati Uniti e si fa riferimento al softball giocato a livello high school, ma non sarei sorpreso se, in breve tempo, l’obbligo del l’utilizzo della maschera di protezione per gli interni e, a maggior ragione, per la lanciatrice, diventasse parte integrante del regolamento.

Di primo acchito, assecondando la un po’ blasè ed umana “resistenza al cambiamento”, ho liquidato l’argomento con un’alzata di spalle, classificando la notizia alla voce “figuriamoci, non succederà mai”.

Ho anche pensato, nell’ordine, che la maschera sia, prima di tutto, brutta, poi che “snatura l’essenza del gioco”, che le giocatrici non la accetteranno mai e, infine, che, in qualche modo, possa livellare i valori delle atlete, aiutando quelle meno brave e penalizzando quelle che, invece, hanno una più alta padronanza della tecnica.

Ma tutta la faccenda mi è rimasta in testa e ho, alla fine, dovuto affrontare la questione e rifletterci sopra a dovere.

Credo in definitiva, di dover ammettere che, nonostante le difficoltà che la regola potrebbe incontrare, visto che le mie obiezioni iniziali potrebbero rivelarsi condivise dal “popolo del softball”, l’obbligo dell’utilizzo della maschera possa aggiungere, piuttosto che togliere, al gioco.

Vorrei motivare questa affermazione:

Prima di tutto ho pensato al numero di bambine che, autonomamente o in seguito a pressioni dei genitori, abbandonano il gioco perché colpite dalla palla al volto e come, a volte, la decisione di lasciare il softball sia maturata in seguito a quel tipo di infortunio capitato ad una compagna di squadra o ad una avversaria.

L’obbligo della maschera potrebbe risolvere questo problema.

Anzi potrebbe addirittura convincere “qualche mamma apprensiva” che il softball sia un sport “da femmine” e non solo “da maschiacci”.

Ho anche valutato il possibile “abbassamento” degli standard difensivi dei difensori esterni e, anche in questo caso, mi sono reso conto di aver sbagliato la prospettiva:

la paura della palla (intesa come paura di essere colpiti, di farsi male) è una paura normale e, credo, che tutte le giocatrici ce l’abbiano. Credo anche che sia proprio questa paura a condizionare il rendimento di qualcuna di loro e che, alle volte, possa rivelarsi un ostacolo insormontabile.

Se la maschera può risolvere questo problema, ben venga.

Per ultima, ma non meno importante, c’è una considerazione generale sulla sicurezza:

se utilizzare attrezzature di protezione abbassa il rischio di incidenti, che nel caso di colpi al viso possono avere anche conseguenze estetiche oltre che funzionali, allora è un vero e proprio obbligo morale imporle alle atlete.

D’altra parte se il ricevitore non si sognerebbe mai di giocare senza la sua maschera e se in altri sport l’uso di protezioni per la faccia è regolamentare ed assolutamente normale non vedo nessun tipo di impedimento perché anche nel softball l’uso della maschera non debba diventare normale.

Detto questo, non so quanto tempo occorrerà perché venga varata una normativa in tal senso ma, personalmente, oltre a non avere più nessun tipo di obiezione, comincerò a consigliare che la maschera faccia parte delle dotazioni individuali di ogni giocatrice, quantomeno di quelle che hanno il ruolo di lanciatrice o di interno.

 

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CASA BASE e l'amico MARU MARU

Gio, 06/11/2014 - 08:30 -- Fabio Borselli

Proviamo a spiegare, nel caso qualcuno se lo fosse chiesto, chi sia mai il draghetto MARU MARU al quale abbiamo dedicato la striscia speciale “extra inning # 8”.

Per farlo citiamo quanto riportato nell’articolo pubblicato dal sito della Federazione Italiana Baseball e Softball:

“Il draghetto Maru Maru, nato dalla matita di Mariagrazia Petrino, è uno degli elementi fondamentali del programma di promozione giovanile della FIBS, che ha realizzato il volume (corredato da un DVD) MaruMaru Maru ha un rapporto non facile con la palla da baseball Maru e il MGDB (Magico Gioco del Baseball). Come è noto, Maru Maru è stato presentato nel fine settimana del 1 e 2 novembre durante Lucca Comics & Games 2014”.

Alla presentazione, come ampiamente raccontato nel post “CASA BASE a “Lucca Comics and Games 2014” – Il Ritorno”, CASA BASE era presente.

Proprio in quella occasione, mentre la conferenza "Baseball !n Comics" entrava nel vivo, è nata l’idea di un numero speciale della nostra striscia che gettasse un ponte immaginario con il nuovo arrivato nella famiglia dei fumetti dedicati al baseball.

Dopo una rapida chiacchierata con l'autrice, ottenutane la sua entusiasta approvazione, la striscia speciale è nata di getto e crediamo riesca a cogliere in pieno (non solo metaforicamente, direi…) l’essenza del draghetto.

CASA BASE e tutta la gang degli ATOMICS, con questo piccolo omagio, vogliono augurare a MARU MARU e, naturalmente, alla sua autrice, tutto il successo che merita.

“Allenare Divertendo(si)” - Clinic sull’attività giovanile

Mar, 04/11/2014 - 10:09 -- Fabio Borselli

Il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” è un format pensato e realizzato da SOFTBALL INSIDE per sensibilizzare gli allenatori ed operatori, che si occupano di attività giovanile, sull’esigenza di rendere interessanti e coinvolgenti  le sedute di allenamento.

Lo svolgimento del CLINIC e le attività proposte sono fortemente orientate alla PRATICA e coinvolgono i partecipanti sia nell’esecuzione in prima persona che nella progettazione delle esercitazioni che compongono la seduta di allenamento.

Domenica 9 novembre 2014 presso la palestra/pallone di via Schuster a Rescalda (Mi), dalle 9.00 alle 16.00, il CLINC verrà proposto in LOMBARDIA, grazie alla società BULLS RESCALDINA, in collaborazione con la Delegazione Regionale del Comitato Nazionale Tecnici lombardo.

Ringrazio gli amici Liliana Rossetti (BULLS) e Gaetano Cristiano (CNT LOMBARDIA) che mi offrono la possibilità di poter proporre, in anteprima, il CLINIC ai tecnici della loro regione.

Per informazioni ed iscrizioni è possibile consultare il sito dei BULLS.

Chi fosse interessato a proporre il CLINIC “Allenare Divertendo(si)” in altre sedi può contattarmi compilando il form che si trova nella sezione CONTATTI del sito.

CASA BASE a “Lucca Comics and Games 2014” – Il Ritorno

Lun, 03/11/2014 - 07:49 -- Fabio Borselli

Come ogni anno, implacabile come l’ira degli Dei, torna la più grande kermesse europea dedicata al fumetto ed al gioco in tutte le loro, infinite, declinazioni: "Lucca Comics and Games".

Nel 2013 la partecipazione di CASA BASE all’evento era stata resa possibile dalla collaborazione (nonché sponsorizzazione…) del Comitato Regionale FIBS della Toscana e dall’ospitalità offerta dalle NUOVE PANTERE BASEBALL LUCCA.

CASA BASE è tornata à a Lucca anche per l’edizione 2014.

Siamo stati, infatti, Invitati a partecipare alla conferenza “Baseball !n Comics” che si è svolta sabato 1 novembre nella Sala Incontri Junior presso il “Family Palace”, allestito all'interno del REAL COLLEGIO di LUCCA.

Durante la conferenza, assente per motivi personali Sauro Pasquini, ho ripercorso, brevemente la genesi di CASA BASE, raccontandone il passato e il presente, per poi evocarne il futuro.

Direttamente dal futuro CASA BASE ha presentato a Lucca una versione stampata, già disponibile per l’acquisto sulla piattaforma digitale LULU.COM , del volumetto “ANNO 1”, acquistabile al prezzo di sette euro (cui vanno aggiunte, naturalmente, le spese di spedizione).

E’ anche disponibile, sempre sul sito LULU.COM, anche la versione EBOOK, in vendita al prezzo simbolico di un euro e novanta centesimi.

Il volumetto, che sarà presto disponibile anche su AMAZON, raccoglie tutte le strisce pubblicate durante il primo anno di vita, comprese quelle “speciali”. Alcune copie della raccolta, fresche di stampa, sono state donate, al termine della conferenza, ai partecipanti.

Come ampiamente spiegato durante la conferenza stessa, il futuro di CASA BASE e degli ATOMICS è già iniziato da qualche settimana e i lettori più attenti avranno notato un cambiamento nella struttura delle pubblicazioni:

le strisce sono passate dallo svilupparsi su due o tre vignette e dall’essere autoconclusive ad un formato più lungo (quattro o cinque vignette) e a far parte di una trama più ampia ed organica che le collega tra di loro.

Il progetto si chiama “IL TORNEO” e sarà un canto corale di tutti gli ATOMICS chiamati a raccontare una storia che parlerà di baseball, ma anche di…

Francamente non lo sappiamo ancora.

Cioè… Sappiamo cosa succederà, in linea di massima… sappiamo anche cosa vogliamo dire, ma…

Il come lo decideranno, come al solito, i nostri personaggi che, come avevamo previsto, ormai vivono una vita loro e influenzano, fortemente, le scelte degli autori.

Il progetto, alla sua conclusione, diventerà un volume, che conterrà, oltre alle strisce pubblicate sul sito  SOFTBALL INSIDE, anche quelle di raccordo o quelle troppo lunghe per il web, che renderanno la storia un vero e proprio “romanzo a fumetti”… O, almeno, questo è quello che speriamo.

In questo momento CASA BASE è un vero “cantiere aperto” e già altri progetti si profilano all’orizzonte...

Rimanete con noi e con i nostri ATOMICS, sarebbe un peccato perderselo.

 

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Cent'anni di solitudine

Lun, 27/10/2014 - 08:46 -- Fabio Borselli

Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”, finisce così il capolavoro di Gabriel García Márquez…

Ora, credo che la persona più sola del mondo, in una squadra di softball, sia l’allenatore.

Non è difficile riconoscerlo, in disparte, nel suo angolo della panchina, circondato, se è fortunato, dai suoi pochi “bravi” (coach, scorer e poco più), gli stessi che prima del “famigerato” terzo canto del gallo saranno pronti a lasciarlo in balia degli eventi.

L’allenatore, colui che è destinato ad essere “IL” capro espiatorio da sacrificare alle Divinità del softball se le cose non vanno bene e l’unico che nelle foto guarda da un’altra parte, se capita di vincere.

E pensare che, in principio l'allenatore, semplicemente non c'era:

era il giocatore più anziano della squadra, o colui che per carisma o diritto di nascita ne era il capitano, ad impartire ordini e a fare la formazione, salvo poi appassionarsi e cominciare (quale illusione...) a pensare di poter essere l’uomo del destino, la “forgia” che trasforma gli uomini in eroi.

Eccolo così trasfigurato nell’allenatore.

Un dilettante (nel senso che “si diletta” ad allenare e che quindi, per questo, non lo pagano) ma che, poi, tanto dilettante non è visto che si è sciroppato corsi, abilitazioni, clinics, in un parossismo di centri di preparazione olimpica, autogrill, stanze condivise con compagni di viaggio dal sonno pesante e dal russare poderoso, investendo in tutto ciò l’equivalente del PIL di una repubblica caraibica di taglia media.

Ha poi passato notti insonni  a perfezionare e rielaborare ed ancora perfezionare programmi d’allenamento, ha girato per campi per vedere le amichevoli degli avversari, letto, studiato, digerito.

Questo uomo picaresco, lo si riconosce subito anche dall’abbigliamento:

è quello che ha, sempre, la tuta diversa dal resto della squadra (ed anche se la avesse come gli altri sarebbe della misura sbagliata) primo perché è un maschio e poi perché, quando arriva in squadra i dirigenti gli dicono: “aspettiamo le tute nuove, che per ora son finite”… Prima che gli forniscano un giacchetto per ripararsi dall’acqua bisogna aspettare il passaggio dei monsoni e per avere (eresia) un paio di scarpe deve ostentare per alcune settimane vecchie Superga sfilacciate, con vista ditone.

Per riuscire a farsi offrire una birra gratis, al bar del campo (non esageriamo, eh!), ci vogliono almeno due vittorie per non parlare di aver diritto ad un sorriso, per il quale occorrono mesi di applicazione.

A casa, poi, ci sono notti insonni ed agitate, fame compulsiva, assenze, distrazioni, inappetenza di nuovo compulsiva, che si accompagnano a veri stati d’allucinazione nelle notturne,  febbrili vigilie delle, immancabili, partite verità.

Dalle giocatrici non si deve aspettare nessun aiuto:

sono cordiali, affabili, fanno complimenti e lo chiamano con nomignoli affettuosi solo nella speranza di giocare, se sono riserve, o per il timore di essere relegate in panchina se sono titolari. Tutte lo fanno, comunque, sempre e soltanto per sperare in minori fatiche ed ottenere favori o favoritismi.

E non importa se trotterellano allegramente durante i giri del campo e se le palle rimbalzano nel guanto o volano alte oltre la recinzione perché devono chiacchierare, loro hanno sempre qualche scusa pronta o, nella versione più evoluta, qualche minaccia, del tipo:

“mica sono una  professionista”, “ho un sacco di cose per la testa” , “sei un fanatico”, “ce la sto davvero mettendo tutta”, “tu mi tratti così ma sappi che l’Atletico Borgotrecase mi vuole e mi ha cercato”.

Non bisogna nemmeno farsi illusioni se sembra che le cose vadano bene  perché, prima o poi, questo si rivelerà un pericoloso boomerang:

basta un campionato vinto ed ecco che il tapino, che si convince di avere  diritto ad un futuro fatto di fiducia ed entusiasmo, comincia ad immaginare anni felici e la possibilità di “cambiare quello che non va”.

È un errore imperdonabile.

Gli stessi dirigenti, i (pochi) tifosi che in ottobre festeggiavano la promozione come se in campo fossero scesi loro, a metà aprile, a stagione a malapena iniziata (e la tuta ancora non si vede…) sono pronti a “dimissionarlo” perché: “quest’anno ha perso mordente”.

Basta una sconfitta inopinata contro la solita Dinamo Riotortodisotto che, complice la delazione di alcuni giocatori, il malcontento inizia a serpeggiare insidioso. Non sono certo gli errori “di guanto” ed i lanci al rallentatore,  a far perdere le partite, e nemmeno la lentezza generale o il non prendere i segnali: “è lui, è colpa sua, con i suoi metodi, con le sue idee bislacche, proprio non ci divertiamo”.

A questo punto, per lui, sarebbe meglio andarsene, sarebbe anche meglio essere cacciato, che rimanere ancora più solo, senza giacchetto, con le scarpe bucate e la tuta diversa (sempre che, alla fine, sia riuscito ad averla…) senza un cane che lo saluta, senza più abbracci e senza nomignoli...

Ma se tutto questo è vero, ed è vero, senza possibilità di smentita, perché continuiamo a farlo?

Perché continuiamo a stare li, in quel posto solitario, sotto gli occhi sornioni e bugiardi di quelli che, loro si, saprebbero come fare, come gestire, chi far giocare?

Lo facciamo perché ci sono momenti in cui, anche se la solitudine è totale e opprimente, il tempo sembra fermarsi: cominciano a succedere cose che le persone intorno a te riusciranno a capire soltanto “dopo”, mentre tu già sapevi, “da prima”, che sarebbero successe.

E quando saranno pronte a reagire, o penseranno di poterlo fare, questo accadrà esattamente un secondo dopo che tu avrai già deciso cosa fare e lo avrai, anche, già fatto.

È quel secondo, davvero, che cancella tutto il resto.

 

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Age quod agis

Lun, 20/10/2014 - 08:44 -- Fabio Borselli

“Age quod agis” è un proverbio latino che tradotto letteralmente vuol dire: “fa quello che fai”, e che ri-tradotto in sportivese, diventa “Mettiti in gioco”.

Che poi vuol dire che quando si fa una cosa, qualsiasi cosa, bisogna fare proprio quella cosa lì, ed in quella cosa lì che si sta facendo, mettere tutto se stesso: la testa, il cuore, le mani, i sentimenti… Insomma, tutto quello che si ha.

Perché se una cosa la si fa con tutto l’impegno possibile, quella  esperienza arricchisce, che si riesca o che non si riesca, che si vinca o che si perda, in questo modo, alla fine, sia che il risultato raggiunto sia grande o che sia piccolo, questo diventa, comunque, significativo.

Da questo punto di vista credo che la sterile ed abusata polemica che, periodicamente, percorre il mondo dello sport tra i fautori della “competizione” e quelli dell’”importante è partecipare”, abbia ben poca ragione di esistere:

prima di tutto perché il termine “competizione” vuol dire tante cose, ma io credo che non c’entri niente (o almeno non quanto comunemente si crede) con il “vincere” e poi perché le parole SPORT e COMPETIZIONE sono, sempre a mio parere, sinonimi in senso lato.

Al contrario dire “basta partecipare”, soprattutto se a praticare lo sport sono i bambini, assume troppo spesso il significato di “deve essere SOLO divertente”.

Parlando di attività giovanile, questo genera la convinzione che, l’unica scelta possibile sia tra la RICERCA DELLA VITTORIA e la PARTECIPAZIONE PER DIVERTIRSI.

Nulla di più sbagliato!

La situazione è molto più complicata di così!

Io non ho mai visto un bambino che si diverte perdendo, anzi sono sicuro che perdere, e perdere spesso, fa associare la sconfitta alla frustrazione e aiuta a costruire convinzioni depotenzianti che, nella maggioranza dei casi, porta all’abbandono.

Ma anche la vittoria, potrebbe essere accompagnata da sensazioni e sentimenti negativi che, a lungo andare, potrebbe portare lo stesso risultato di rifiuto dello sport.

Il concetto da cui deve partire un’analisi corretta della “competitività” è che, forse, la vittoria non è lo scopo primario, o che almeno occorre definire con precisione cosa si intende per vittoria e capire che questo significato cambia di volta in volta.

Credo che il reale significato di COMPETERE sia l’AFFRONTARE DELLE SFIDE e che queste possano essere, di volta in volta, semplici, difficili o irrimediabilmente impossibili da superare.

E’ chiaro che questo pone l’allenatore, insieme a quanti si occupano del gruppo o del singolo atleta (genitori, società, federazioni) davanti alla scelta di utilizzare la competizione non come fine a se stessa ma come parte del processo di crescita e formazione dell’individuo che pratica sport. In questo modo la competizione non è solo la partita o la gara, ma diventa parte integrante delle sedute di allenamento, sia come contenuto specifico, che come “tema di fondo”.

Gareggiare, misurasi, nello sport è fondamentale:

se vogliamo educare dei competitori è indispensabile che giochino e che gareggino da subito, ma bisogna pensare a competizioni o gare EQUILIBRATE, in cui l’avversario sia impegnativo. ma non troppo facile o impossibile da battere, gare che mettano in evidenza il processo di formazione e che aiutino a consolidare quanto appreso. gare che servano a verificare se la rotta tracciata è giusta o se servano degli aggiustamenti.

È necessario, di volta in volta, caso per caso, che l’obiettivo della gara sia ben chiaro nella mente dell’allenatore e, specialmente, degli atleti e che questo possa non essere il "semplice" superare l’avversario, bensì il raggiungimento di una traguardo svincolato dal risultato finale, che sia  individuale o di squadra.

È poi estremamente importante parlare della SCONFITTA, che è possibile, sempre, quando si gareggia o ci si misura:

rendere la sconfitta una possibilità e metterla nella giusta prospettiva aiuta gli atleti (anche quelli meno giovani) a considerarla come parte integrante del processo, annullando la carica negativa che una battuta d’arresto, se non ben compresa, possiede.

Credo che nello sport gareggiare sia inevitabile, ma credo anche sia fondamentale capire che “gli altri” non sono il nemico da battere, da annullare, da umiliare, ma punti di riferimento e compagni di viaggio e che gareggiare con loro ha, ogni volta, il significato ed l’importanza che “io” decido di dargli.

E potrei andare avanti...

Ora tutto questo è difficile e complicato e presuppone che chi lavora con i giovani sappia esattamente qual è la rotta da tenere per raggiungere quello che io ritengo essere il vero obiettivo finale: la piena maturazione dell’atleta.

Ma, d’altra parte, chi ha mai detto che fare l’allenatore sia un mestiere facile?

 

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Lun, 13/10/2014 - 07:57 -- Fabio Borselli

Ho visto molte squadre, anche ottime squadre, perdere partite per un pessimo tiro della lanciatrice verso la prima base.

Ancora, negli anni, ho sentito un sacco di opinioni riguardo la capacità delle lanciatrici di essere anche dei buoni difensori.

Premetto che sono un convinto assertore della necessità di avere pitcher che, una volta lanciata la palla, nella malaugurata ipotesi che questa venga ribattuta, debbano essere in grado di raccoglierla e tirarla, forte e precisa, ad ogni base sia necessario, o anche, capaci di decidere di non tirare.

Dico questo perché non riesco a concepire la posizione della lanciatrice se non come quella di un giocatore completo, che oltre al suo compito specifico, individuale, deve anche giocare insieme alla sua squadra, coralmente.

Quando sento parlare di lanciatrici che NON POSSONO anche essere dei buoni difensori perché il ruolo è cosi specializzato ed impegnativo che non rimane tempo per l’allenamento in difesa, mi viene da pensare che sarebbe come allenare i catchers a prendere e bloccare i lanci ma non farli lavorare su quello che viene dopo la ricezione…

Ripeto, ho sentito un sacco di teorie, ma rimango della mia idea:

la lanciatrice DEVE saper giocare come difensore, senza se e senza ma, per questo è NECESSARIO programmare, nei piani di allenamento, del tempo per allenarla a gestire le palle battute.

Allenare le lanciatrici a giocare in difesa, oltre a migliorare l’efficienza complessiva della squadra, permette anche di renderle molto più selettive sui “rischi da prendere” quando una palla non agevole da controllare è battuta verso di loro.

Generalmente voglio che le mie lanciatrici sappiano raccogliere i bunt effettuati direttamente verso di loro e, se sono destre, provare a raggiungere anche quelli verso la  prima, quando il prima-base fosse, per qualsiasi motivo, in ritardo. Se sono mancine, vista la difficoltà aggiuntiva nel doversi girare completamente per il tiro, preferisco lasciare ai difensori agli angoli il compito di raccogliere le smorzate non dirette alla lanciatrice.

Su palla battuta verso di loro, per prima cosa, do una semplicissima indicazione:

“la lanciatrice deve provrea a prendere SOLO le palle che passano all’interno del cerchio intorno alla pedana, avendo l’accortezza di NON tentare nemmeno se la battuta è FUORI dal cerchio”.

Questo per evitare che il tentativo DEVII la palla dalla sua traiettoria originale mettendo “fuori tempo” l’interbase o il seconda-base.

Quando le lanciatrici diventano più esperte questa indicazione viene integrata ed ampliata:

“la lanciatrice NON deve provare a prendere le palle battute dal lato del suo braccio di lancio (verso l’interbase per le lanciatrici destre, verso il seconda-base, nel caso di anciatrici mancine)”

Questo perché il naturale proseguimento del movimento di lancio le porta, spessissimo, ad essere sbilanciate verso il lato del guanto, rendendo difficile il raccogliere la palla in contro-guanto ed aumentando, come già detto, la possibilità di un DEVIAZIONE.

Dare semplicemente indicazioni, naturalmente, non basta.

Programmare attentamente l’allenamento della lanciatrice in difesa, oltre ad integrarla con le compagne di squadra per evitare che non si muova in armonia con le stesse nelle situazioni in cui CHI deve giocare la palla battuta non è immediatamente individuabile, permette alle stesse lanciatrici l’esatta comprensione del proprio “raggio di azione”, cosa che le aiuterà a “non provare a mettere il guanto” su certe battute.

Personalmente impiego le lanciatrici quando lavoro sulla difesa del bunt e non manco mai di farle lavorare sulla raccolta di rimbalzanti e successivo tiro sulle basi (tutte le basi, perché non si sa mai…), al pari di tutti gli altri interni. Non tralascio nemmeno di farle allenare sui propri movimenti e coperture quando gli esterni lavorano ai tiri sulle basi.

Tutto questo vale, a maggior ragione, quando si tratta di allenare squadre giovanili, ma in questo caso, visto che la specializzazione non dovrebbe essere così esasperata come nelle squadre seniores, le lanciatrici dovrebbero già allenarsi per ricoprire anche gli altri ruoli difensivi.

 

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La vita per conto dei figli

Lun, 06/10/2014 - 10:16 -- Fabio Borselli

“I figli ci danno grandi soddisfazioni!”

Come si può non essere d’accordo con questa semplice affermazione?

Da quando sono genitore ho gongolato (più o meno segretamente) per ogni singola conquista del “mio bambino”, soffrendo invece (più o meno in silenzio) per ogni suo, per quanto minuscolo, fallimento.

Quando i nostri figli hanno successo, diciamolo francamente, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, spesso diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono e quando i figli diventano un nostro prolungamento possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance, la possibilità di riuscire a coronare, per interposta persona, i NOSTRI sogni.

Ecco che, d'un tratto, tutto gira intorno a noi, più che intorno a loro, ed ecco che la nostra felicità inizia a confondersi con la loro...

Quando questo succede il “carico emotivo” che viene riversato sulla testa, ignara, del “piccolo fenomeno” o supposto tale, diventa un problema:

le aspettative diventano gigantesche e, qualche volta, non si riesce più a capire se a desiderare qualcosa, qualsiasi cosa, sia il figlio, il genitore o il figlio per non deludere il genitore…

Oltre a questo, però, c’è dell’altro:

siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, che cadano, che commettano errori, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma, è risaputo, che le avversità fanno parte della vita e che non c’è apprendimento senza tentativi a vuoto ed errori, solo affrontandoli i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti, nella vita da adulti.

Ragion per cui, anche se risolvendo i loro problemi e stemperando le loro ansie sembra di far loro un favore, in realtà, secondo me, non stiamo facendo altro che ritardare la loro crescita:

siamo così preoccupati, così predisposti ad impedire che soffrano che si prediligono i benefici a breve termine, eliminando ogni possibile situazione di disagio, piuttosto che pensare  al loro “benessere” nel lungo periodo.

Parlando sempre da genitore, se c'è una cosa che spero di non aver sbagliato e di continuare a non sbagliare con il mio “giovane virgulto” è il non cercare di sostituire il mio IO al suo NUCLEO ESSENZIALE.

Non c’è nessuno, di questo sono profondamente e sicuramente convinto, che sia in grado di imporre una personalità ai proprio figli, che sia capace di trasformare un individuo in un altro, visto che la vera essenza di ciascuno troverà, comunque , la strada per venire fuori.

E’ vero, però, che i bambini cercano gratificazioni a breve termine, e tocca a noi come genitori cercare, o almeno provare a farlo, di vedere più lontano.

Noi, anche se questo può sembrare triste, sappiamo che ciò che avrà importanza quando saranno adulti non sarà quanto forte riusciranno a lanciare una palla, ne se saranno musicisti, aviatori o poeti, se saranno il massaggiatore o il capitano della squadra, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi.

Se vogliamo che la loro personalità si formi, che la loro fiducia in se stessi, la loro forza, la loro resilienza ne facciano degli “adulti felici”, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e scoprano di possedere quell’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte (molto più spesso di quanto crediamo) dobbiamo riuscire a lasciarlo succedere. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse…

La personalità, la fibra morale, la bussola interiore, la capacità di credere in se stessi... sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice e sono assolutamente sicuro che contano più di qualsiasi bel voto a scuola, di una medaglia o di un posto in prima fila ottenuto senza lottare.

Ma tutto questo con lo sport e con l’allenare cosa c’entra?

 

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