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La Coppa Del Nonno

Lun, 24/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

 

Quando ero piccolo, la “Coppa del Nonno” era un gelato, prodotto da una nota casa dolciaria.

Quando ero piccolo, “vincere la Coppa del Nonno” era un modo di dire che noi ragazzi tiravamo fuori quando, giocando a qualsiasi cosa, il vincitore si lasciava trascinare in eccessivi e ridondanti festeggiamenti.

La partita di pallone/baseball/pallacanestro/palla prigioniera che si giocava per strada era importantissima, valeva come una finale del campionato mondiale (anzi, a dire il vero, lo era, una finale del campionato del mondo).

Ne andava dell’onore di ciascuno di noi ma, invariabilmente, non era consentito al vincitore prendersi troppo sul serio.

Ecco che bastava una infelice e nemmeno troppo prosaica autogratificazione che, immancabile, partiva il ritornello:

“capirai, hai vinto la Coppa del Nonno, hai vinto…”

Adesso non sono più un bambino e la “Coppa del Nonno” non è uno dei miei gelati preferiti, anche se ancora si vende.

Ma guardando quello che succede nello sport in generale e nel MIO sport in particolare mi accorgo che, insieme a tanti giocatori e giocatrici che sognano “in grande” e che si allenano pensando alla medaglia olimpica o per giocare, davvero, la finale del campionato del mondo, convivono anche tantissimi “cacciatori della Coppa del Nonno”.

Qualcuno mi fa tenerezza, qualcuno meno.

Li riconosci facilmente, prima di tutto sono “cercatori (cercatrici) di scorciatoie”:

cambiano squadra ogni anno, più o meno, alla ricerca di quella messa su apposta per vincere qualcosa, generalmente un campionato minore, un torneo di seconda fascia, qualche partita contro avversari più deboli o più inesperti o tutt’e due le cose insieme.

Oppure “vendono” i propri servigi a squadre in difficoltà, disposte a tollerare le croniche assenze agli allenamenti e le bizze da superstar in cambio di una supposta “competenza tecnica” spesso più millantata che realmente posseduta.

Questi pseudo-atleti prosperano nei campetti di periferia, nei tornei per amatori, nelle “partitelle amichevoli”, evitando accuratamente le occasioni in cui la loro “indiscussa superiorità” possa essere messa in discussione.

A raccontarli cosi si potrebbe pensare a “vecchie glorie” in cerca di gratificazioni.

Purtroppo non è così…

Spesso, spessissimo, sono invece giocatori e giocatrici giovani, nel pieno della maturità atletica (a volte anche più giovani…) talentuosi quanto basta, che potrebbero, mettendosi in gioco e lavorando seriamente, aspirare a recitare una parte da protagonisti in campionati, tornei e squadre di alto, altissimo livello ma che, scegliendo la strada facile, vivacchiano, quando va bene, “nella serie inferiore”.

Mentre scrivo queste righe ascolto i rumori delle ragazze, stanche, che provano a dormire in una palestra affollata alla fine della prima giornata dell’ennesimo torneo.

Loro sono sognatrici, loro sanno che per raggiungere i sogni bisogna impegnarsi seriamente e che il talento, da solo, non basta.

Hanno giocato, sputando l’anima per un trofeo da nulla, mangiando poco e male, sbucciandosi gomiti e ginocchia per strappare un out, un punto, una presa.

Prima di arrivare a questo Torneo pre-campionato si  sono allenate, praticamente ogni giorno, rubando a scuola, lavoro, famiglia e vita attimi preziosi per prendere, tirare, battere ancora una palla e poi ancora una.

Alcune di loro giocheranno forse in Nazionale, forse alle Olimpiadi, forse vinceranno campionati e scudetti.

Molte di loro, in ogni squadra ce ne sono, non sono così brave e il softball, tra qualche anno, non sarà più tra le loro priorità.

Ma ognuna di loro, ogni singola giocatrice che domani giocherà “l’ennesima partita”, merita il rispetto che solo chi fa sport sul serio capisce e dispensa.

Per gli altri invece, per i “cacciatori di trofei” resta solo la “Coppa del Nonno”.

 

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Giulia, Silvia e anche Vanessa

Lun, 17/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Giulia è alta e slanciata, non velocissima, flessibile e coordinata e quando gira la mazza lo fa con tutta l’attenzione possibile.

Giulia , due volte alla settimana, va nella sua palestra di danza.

Claudia è piccoletta, veloce e mancina.

Il suo swing è rapido e compatto e il rumore secco della palla quando la colpisce rimbomba per tutta la palestra.

Vanessa, invece…

Vanessa è mingherlina, porta gli occhiali e un enorme apparecchio per i denti che indossa con la nonchalance degna di una principessa.

Vanessa è così veloce che è già in prima base prima che si senta lo schiocco della sua battuta.

Tutte e tre “giocano a baseball” da pochissimo, nemmeno tre mesi.

Tutte e tre lo fanno in palestra, nelle ore di dopo-scuola.

Tutte e tre fanno anche, per fortuna, anche un altro sport.

Per loro il baseball è un gioco, complicato, difficile, impegnativo ma, sicuramente, divertentissimo.

Usano il guantone, come deve essere, quando vanno in difesa e, se sono fortunate, muovendosi in anticipo, riescono ad accaparrarsi uno di quelli meno “scassati”.

Usano il guantone, come deve essere, quando vanno in difesa anche se, parole loro:

“è difficile prendere la palla con questo coso”.

Tutte e tre VOGLIONO fare il catcher, sempre, litigano anche, per il “privilegio” di indossare quella attrezzatura scomoda, ingombrante, troppo grande per loro.

Tutte e tre sono affascinate da quella panoplia e nessuno si sognerebbe di non farle provare, anche se nel farlo non sono così efficaci ed efficienti.

Tutte e tre battono, rigorosamente, guai a scordarsene o sbagliare, una volta da destra e una volta da  sinistra.

Turno dopo turno, inesorabilmente.

Qualche volta colpiscono la palla, qualche volta no, ma questo non sembra rappresentare un problema.

Tutte e tre sono arrivate al baseball dopo un corso a scuola.

Tutte e tre hanno trovato, dopo la scuola, persone che parlavano nello stesso modo di quelle che tenevano il corso e che le stanno accompagnando nel loro cammino di scoperta di quello che, io spero, diventi “il loro sport”.

Giulia, Claudia e anche Vanessa sono tre bambine che hanno cominciato da poco a giocare a baseball:

non sono molto brave, non conoscono nemmeno del tutto le regole, qualche volta, sono convinto, non capiscono nemmeno bene quello che sta succedendo.

Però tirano, battono, corrono, scivolano e, soprattutto, si divertono un sacco.

Questo, per ora, è tutto quello che conta.

 

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Senza Speranza

Lun, 10/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

Ieri, in tarda serata, mentre mi godevo l’assopimento che di solito mi provoca Facebook, una bomba è esplosa sulla timeline:

“il riscaldamento del baseball è noioso”.

Naturalmente non mi sono fatto pregare e qui di seguito è possibile vedere lo screenshot della conversazione:

 

Naturalmente il post è una boutade e una simpatica provocazione ma mi chiedo:

davvero, la percezione degli "addetti ai lavori" è che il riscaldamento, pre-allenamento o pre-gara che dir si voglia, sia noioso?

Certo che, se per riscaldamento intendiamo quella "solita routine" che si vede in giro per i campi da gioco, fatta di:

  • due giri di campo, due,
  • un po' di stretching,
  • un po' di ginnastica,
  • un po' di allunghi (qualsiasi cosa siano...),
  • un po' di palleggio,

non posso che sottoscrivere che il riscaldamento sia noioso. Teribilmente noioso, Implacabilmente noioso.

Ben vengano le lezioni di storia contemporanea in questo grigiore che altro che gli "anni di piombo"...

Forse, dico forse, badate bene, se cominciassimo a rendere il riscaldamento:

  • interessante,
  • stimolante,
  • per niente scontato,
  • per niente ripetitivo e abitudinario,
  • competitivo,
  • ad alto tasso di contenuti,
  • parte integrante dell'allenamento,

allora atlete e atleti non avrebbero il tempo per annoiarsi e per parlare di facezie ma sarebbero costretti, da subito, a "entrare" nel clima dell'allenamento o della partita.

Certo è complicato, lo capisco.

Occorre che l'allenatore sia presente da subito, che abbia preparato e strutturato le attività, che sappia esattamente cosa "succederà dopo" per dirigere gli atleti in quella direzione, che non dia tregua e non conceda quartiere, che tenga ritmo e attenzione a livelli consoni.

Qual'è la ricetta allora? Cosa fare? Come organizzare le attività che precedono il "core" dell'allenamento.

Proprio perché non dovrebbe essere mai scontato e ripetitivo non c'è, a mio parere, una ricetta perfetta e gli ingredienti che, mescolando sapientemente gioco, competizione e tecnica dovrebbero essere patrimonio individuale di ogni coach.

Chi segue SOFTBALL INSIDE sa come la penso:

perché un atleta dovrebbe aver voglia di venire ad allenarsi se sa già cosa succederà, immancabilmente, durante il tempo che trascorrerà sul campo?

Perché un atleta dovrebbe "concentrarsi" per fare cose che conosce così bene da poterle fare a occhi chiusi?

Perché un atleta non dovrebbe parlare d'altro mentre fa cose che reputa "una scocciatura" di cui liberarsi in fretta?

La domanda che, da bravi coach, dovremmo far echeggiare nelle loro menti, nel tragitto verso il campo è, secondo me:

"che sa cosa succederà oggi al campo?"

Poi fare in modo che quello che succede sia davvero sorprendente e inaspettato.

 

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Ogni Maledetto Centimetro

Lun, 03/04/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scommetto che la citazione che segue sarà familiare ai più:

“possiamo scalare le pareti dell'inferno un centimetro alla volta.

E scopri che la vita è un gioco di centimetri. E così è il football.

Perché in entrambi questi giochi, la vita e il football, il margine d'errore è ridottissimo. Capitelo.

Mezzo passo fatto un po' in anticipo o in ritardo e voi non ce la fate. Mezzo secondo troppo veloci o troppo lenti e mancate la presa. Ma i centimetri che ci servono sono dappertutto, sono intorno a noi, ci sono in ogni break della partita, ad ogni minuto, ad ogni secondo.

In questa squadra si combatte per un centimetro. In questa squadra massacriamo di fatica noi stessi e tutti quelli intorno a noi, per un centimetro. Ci difendiamo con le unghie e con i denti per un centimetro.

Perché sappiamo che quando andremo a sommare tutti quei centimetri, il totale allora farà la differenza tra la vittoria e la sconfitta, la differenza tra vivere e morire.”

Scommetto che oltre a riconoscere le parole che Al Pacino pronuncia, nel suo DISCORSO ALLA SQUADRA in “Ogni Maledetta Domenica” (uno dei più bei film sul football che abbia mai visto) molti di noi le hanno copiate/imitate/parafrasate negli innumerevoli “pipponi” (per l’esatta definizione del termine “pippone” date un'occhiata qui) propinati alle nostre squadre di ogni fascia e categoria.

Ma non di “pipponi” però voglio parlare, ma dei centimetri che spesso, emuli di Al Pacino, chiediamo di “cercare in giro” ai nostri corridori.

Appurato che molte eliminazioni in prima base sono "molto strette” e appurato che, a ben guardare, questa “strettezza” è quantificabile in una misura abbondantemente sotto il metro (100 centimetri…) eccoci alla ricerca di magici esercizi che mettano a punto partenze più veloci dal box, traiettorie millimetriche e tecnica di corsa degna, quantomeno, del Signor Usain Bolt.

Fermo restando che quanto detto sopra deve essere studiato e allenato vorrei richiamare l’attenzione su un fatto molto semplice:

andando a braccio, senza esagerare in precisione (scherzo! L’ho fatto con molta precisione, invece…) misurando con un semplice righello il disegno, naturalmente in scala, del diamante da softball viene fuori che la distanza da percorrere per raggiungere il bordo anteriore del cuscino di prima base (quello arancione riservato al corridore) è di almeno 170/180 cm più corta se si parte dal box di battuta “mancino”.

Questa distanza varia, naturalmente, al variare della posizione che il battitore assume nel box ma, sostanzialmente l’ordine di grandezza è questo, non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Ripeto:

non proprio 2 mt (200 centimetri…) ma, quasi…

Provare per credere! Basta un semplice righello.

Se fossi in vena di “pipponi” potrei attaccare con la mia solita tiritera sul perché sarebbe molto saggio fare in modo che i nostri battitori fossero capaci di usare ANCHE il box di sinistra.

Ma, per questa volta mi limiterò a ricordare che:

far battere i battitori da entrambi i lati del piatto oltre ad aiutarli a sviluppare le proprie capacità e abilità motorie, oltre a non limitarli nella loro esplorazione e scoperta di quello che gli è più consono e facile, oltre a “riequilibrare”, almeno parzialmente, i danni da eccessiva lateralizzazione (che ci piaccia o no baseball e softball sono discipline monolaterali) oltre ad aggiungere un’arma in più all’arsenale di squadra, li fa partire molto, davvero molto, più vicini (almeno 170/180 centimetri) alla prima base.

Cerchiamo quindi di essere coerenti:

anche se ci piace da morire la drammaticità del discorso di “Ogni Maledetta Domenica” e anche se speriamo che nessun dei nostri atleti abbia visto il film, non chiediamo ai nostri battitori di “spremere” qualche centimetro in più quando, abitualmente, gliene rubiamo molti, ma molti, di più.

 

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Mamma, vado al baseball!

Lun, 27/03/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Se vi capita, provate ad ascoltare i bambini quando parlano del loro sport.

Quello che dicono quando parlano tra loro è, spesso:

“oggi vado al baseball” oppure “oggi vado in piscina” oppure, ancora, “oggi vado a calcio”.

Raramente, anzi, quasi mai li sentirete dire :

“oggi vado all’allenamento”.

Le parole sono importanti! In questo caso lo sono ancora di più:

quando dicono di “voler andare a fare uno sport” raccontano esattamente quello che VOGLIONO realmente fare.

NON vogliono allenarsi, vogliono FARE quello sport, che per loro è, per fortuna, ancora un gioco.

L’allenamento, quello verrà dopo.

Credo che questa distinzione sia cruciale:

I bambini, fino che sono bambini e, forse per un po’, anche quando bambini non sono più, non si devono allenare, non ancora.

i bambini devono giocare e, giocando, appassionarsi e imparare a giocare quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”.

I bambini devono giocare e, giocando, sviluppare le proprie capacità (motorie e cognitive) che gli permettano di imparare a risolvere i problemi posti da quello che, in quel momento, hanno scelto come “il proprio sport”

Provo a spiegarmi:

visto che l’allenamento è, o dovrebbe essere:

“un processo pedagogico-educativo complesso, che si concretizza con l’organizzazione dell’esercizio fisico ripetuto in quantità ed intensità tali da produrre carichi progressivamente crescenti, che stimolino i processi fisiologici di supercompensazione e migliorino le capacità fisiche, psichiche, tecniche e tattiche dell’atleta al fine di esaltarne e consolidarne il rendimento in gara” (la definizione è del prof. Carlo Vittori).

Per potersi allenare i nostri bambini dovrebbero quantomeno smettere di essere bambini e, poi possedere tecniche stabilizzate che possano, in concreto essere allenate.

Di fatto, prima di iniziare ad allenarsi, devono imparare e per imparare devono capire, apprendere, esplorare, sbagliare, dimenticare, apprendere di nuovo, elaborare, ancora elaborare e poi di nuovo sbagliare, imparare di nuovo, aggiustare, sistemare, organizzare e riorganizzare…

Non è una mia opinione sia chiaro, è una CERTEZZA SCIENTIFICA:

l’apprendimento motorio funziona così, solo così, senza scorciatoie (almeno fino a quando altre evidenze scientifiche ci diranno il contrario…).

Purtroppo quello che invece chiediamo ai nostri bambini non è di imparare ma di allenarsi, non di fare esperienze e apprendere da quelle, ma di “fidarsi” delle nostre:

gli “insegniamo” quelle poche risposte standard indispensabili per poter giocare una partita di baseball (il tiro, sempre lo stesso, la battuta, sempre la stessa, la presa, sempre la stessa…) e poi glieli facciamo ripetere all’infinito.

Senza nessuna variazione. Senza nessuna possibilità di interpretazione diversa. Senza nessuna modalità di esplorazione. Senza dargli modo di sbagliare, adattarsi, correggersi, trasformare.

Quello che è peggio senza dargli nessuna possibilità di scegliere, di trovare la propria soluzione, la propria risposta al “problema baseball”… In definitiva negandogli la possibilità di “trovare da soli il proprio posto nel mondo”.

Non ce ne accorgiamo ma le partite le vinciamo grazie a quelli che si sottraggono a questo ADDESTRAMENTO e che, autonomamente sono capaci di INVENTARE risposte a quelle situazioni che il gioco propone.

Li chiamiamo “talenti”, ma dovremo chiamarli “ribelli”, perché sono gli unici che rifiutano di sottostare al nostro trattarli come “animali da circo” e non si siedono a comando.

Avercene di talenti… Ma IL problema vero, però, sono gli altri, invece:

quelli che imparano gli esercizi come gli chiediamo noi, ma che si vedono costantemente superati dai “talenti” e che, prima o poi, lasceranno perdere, cambieranno aria, stanchi di un gioco dove “ci si allena tanto, ma non si gioca mai”.

Come sempre non credo di avere tutte le risposte e diffido delle ricette buone per tutti, ma credo che, anche solo per vedere come va a finire, una volta tanto sarebbe meglio lasciarli “venire al baseball” invece che a “fare allenamento”.

 

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All’incirca e pressappoco

Lun, 20/03/2017 - 10:57 -- Fabio Borselli

 

Che, nel vocabolario, sono sinonimi.

Il PRESSAPPOCHISMO è, sempre da vocabolario, “la tendenza, l’atteggiamento tipico di chi, nel lavoro o in qualsiasi altra attività, si accontenta dell’approssimazione, senza preoccuparsi affatto dell’esattezza e della precisione” (fonte vocabolario online Treccani).

Baseball e softball sono, lo sento ripetere da sempre, lo sappiamo bene, sport di numeri, di statistiche esatte e precise, sport nei quali, per la loro natura di essere misurabili e analizzabili, non ci dovrebbe essere spazio per il CIRCA e il PRESSAPPOCO.

Eppure…

Eppure tutti noi, nessuno escluso, abbiamo detto (e continuiamo a dire...) cose del tipo:

“facciamo UN PO’ di stretching”, “ fate QUALCHE giro di campo”, “riscaldiamo UN PO’ il braccio”, “adesso UN PO’ di corsa, poi UN PO’ di battute”…

Potrei continuare… Purtroppo potrei continuare…

Di sicuro la mia formazione culturale e professionale mi impedisce di affrontare un qualsiasi argomento senza conoscerne le basi e i fondamenti.

Di sicuro prima di parlare cerco di capire e se c’è qualcosa che non conosco cerco di informarmi.

Fortunatamente non sono il solo.

Conosco persone che, quando devono cambiare lo smartphone, l’auto, un nuovo elettrodomestico oppure scegliere il luogo per una vacanza, diventano “esperti di caratura mondiale” su quello specifico argomento:

fanno ricerche sul web, leggono libri e riviste, fanno domande, si fanno domande…

Cercano di capire e, immancabilmente, fanno scelte oculate e soddisfacenti, scelte che dimostrano capacità di imparare anche in ambiti che non sono loro consoni o abituali.

Spesso, purtroppo troppo spesso, quello stesso rigore, quelle stesse persone, non lo applicano, però, al baseball e al softball.

Mi sono trovato in discussioni con colleghi allenatori di baseball e softball e ho, amaramente, constatato che il nostro modo di fare le cose è diverso da quello che fanno GLI ALTRI.

Mi sono trovato in discussioni con colleghi allenatori di altri sport e ho dovuto, amaramente, constatare che GLI ALTRI ci vedono come dei “simpatici e pittoreschi dilettanti”, non come gli esperti preparatori di atleti che invece diciamo di essere.

Il problema, credo, è che questa immagine che diamo è vera. Assolutamente vera. Tristemente vera.

Purtroppo la scienza dello sport è assente ingiustificata dai nostri campi.

Non sappiamo, non conosciamo, non studiamo…

Certo, sappiamo tutto sulla battuta o sul lancio, ma ci facciamo domande su come si allenano o come si dovrebbero allenare, veramente, queste abilità?

Parliamo di errori e correzioni, ma sappiamo davvero su come e cosa si deve (o non si deve) correggere?

Facciamo le stesse cose, le stesse identiche cose sia che i nostri atleti siano dodicenni o trentenni, ma ci poniamo domande sul “come funziona” e sul come apprende, veramente, un essere umano?

Sappiamo cosa porta al campo i nostri atleti e come sostenere la loro motivazione?

Abbiamo un idea di quanti danni (che gli atleti scopriranno e pagheranno più avanti, quando non giocheranno più) rischiamo di provocare sbagliando esercizi, carichi, modalità, intensità e tempi dell’allenamento?

Siamo certi che "allenare" sia la parola giusta quando lavoriamo con bambini e adolescenti?

Siamo consapevoli, sempre e comunque, di cosa stiamo, realmente, facendo?

Secondo me, l’ho già detto e ripetuto così tante volte da risultare pedante e antipatico, la strada per cambiare la visione che GLI ALTRI hanno di noi è solo e soltanto una:

quella della professionalità, quella della conoscenza, quella della competenza.

Una volta per tutte dovremo trovare il modo di rappresentarci come SCIENZIATI e STUDIOSI dei nostri sport:

SCIENZIATI alla ricerca di conferme, pronti a diffidare dei sentito dire, pronti mettere alla prova tutte le certezze acquisite e a superare le convenzioni se queste si dimostrano prive di rigore e fondamento scientifico.

STUDIOSI disposti ad analizzare ogni aspetto, ogni particolare, ogni più piccola inezia per acquisire conoscenza da mettere a disposizione degli atleti.

Insomma allenatori disposti a studiare e sviluppare, appunto, la SCIENZA DEL BASEBALL E DEL SOFTBALL che, sono convinto, non è fatta e non può essere fatta di “un PO’ di questo e un PO’ di quello”.

Il tutto, anche, per farci sedere allo stesso tavolo di quelli che, continuando a essere quelli dell’ALL’INCIRCA E PRESSAPPOCO, ci considerano allenatori “per finta”.

 

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Campioni Senza Valore

Dom, 05/03/2017 - 22:48 -- Fabio Borselli

 

Questa volta è un invito alla lettura.

Il libro si intitola “Campioni senza valore”, è stato scritto dal Prof. Alessandro Donati ed è edito dai tipi di Ponte alle Grazie, nel lontano 1989.

Donati è un allenatore di atletica leggera e, ricercando sul web, il suo nome si incrocia con quello del marciatore Alex Schwazer ( e qualsiasi opinione si abbia sul “caso Schwarzer” la lettura del libro…).

Sappiate che il volume in questione è pressoché introvabile:

poche settimane dopo la sua pubblicazione è sparito misteriosamente e non certo per volere di Donati.

Fortunatamente alcuni appassionati sono riusciti a recuperare una copia, pubblicandola sul web.

Lo stesso Donati racconta che la copia di “Campioni senza valore” in suo possesso l'ha ottenuta scaricandola da internet (questo il link…)

Il libro parla di atletica, di doping, di sport, di scienza, di pseudoscienza, di interessi economici , di dignità e di valori.

Il libro fa nomi e cognomi, riporta fatti, punta il dito sul doping e  lo condanna, senza se e senza ma.

MI chiederete:

cosa c’entra con il baseball e il softball?

Forse poco, anzi, a dire il vero, spero nulla, ma la mia anima di sportivo freme.

Credo che l’argomento sia, o debba diventare, oggetto di studio per chi, professionalmente o meno, si occupa di “allenare”.

Non è possibile girare la testa e sperare che l’argomento “non ci tocchi”, perché credo che una delle caratteristiche più letali del doping sia la falsa convinzione che, dopotutto, possa essere “un problema degli altri”.

Vi avviso che è un libro tosto, che non fa sconti. Come dovrebbe essere quando si parla di sport (ma non solo…).

Vi invito a leggerlo, io l’ho fatto… Tutto d’un fiato.

 

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Una casa per gli ATOMICS

Mer, 01/03/2017 - 09:43 -- Fabio Borselli

 

Quella che campeggia sulla testata di questo post è la copertina della nuova Graphic Novel che vede gli Atomics protagonisti.

Una nuova avventura che vedrà, come al solito, la squadra più simpatica del baseball affrontare e provare a risolvere i problemi che ogni "vera" squadra di baseball affronta ogni giorno.

Come al solito pensarla e disegnarla è stato davvero molto divertente. L'augurio che ci facciamo è che lo sia altrettanto leggerla...

Ma le novità non finiscono qui:

questo è anche il post con i quali gli Atomics salutano i lettori di SOFTBALL INSIDE per spostarsi nella loro nuova casa.

A partire da oggi, 1 marzo 2017, infatti, CASA BASE ha un suo sito dedicato.

Il sito, che è possibile trovare all'indirizzo www.fumettocasabase.com, contiene la prima pagina della nuova Graphic Novel, oltre a tutto quanto è stato pubblicato in questi anni.

Naturalmente gli ATOMICS non lasceranno del tutto SOFTBALL INSIDE visto che almeno per il momento, le pagine in inglese non hanno una loro collocazione nel novo sito (ma ci stiamo lavorando alacremente...).

Salutando con una lacrimuccia l'intero TEAM ATOMICS speriamo che la nuova sistemazione sia gradita quanto la nuova avventura.

D'altra parte, come al solito, sarebbe un peccato perdersela.

 

Ritorno al Futuro

Lun, 20/02/2017 - 11:55 -- Fabio Borselli

 

“I bambini di oggi non sono coordinati”.

“Quando ero piccolo io si andava fuori a giocare per strada e i ragazzi erano agilissimi”.

“PRIMA gli atleti (le atlete) erano più…“  (aggiungere quello che volete al posto dei puntini: forti, motivati, capaci ecc…).

Alzi la mano chi non a mai sentito almeno una di queste frasi, almeno una volta, sia che si fosse in un campo di baseball o in una palestra, a un corso per allenatori o a una Convention, a un aggiornamento tecnico o fuori dal bar del campo.

Purtroppo sono frase che io sento e ho sentito ripetere spesso.

Sarebbe facile rispondere e smentire con il buon senso ognuna di esse ma credo che invece, debbano essere ascoltate e comprese per quello che dicono e rappresentano:

oltre a esser luoghi comuni sono contemporaneamente, a mio parere, una richiesta d’aiuto e una dichiarazione d’impotenza che, più o meno possono essere riassunti così:

“i tempi sono cambiati, i ragazzi e le ragazze che vengono a giocare a baseball e a softball non sono COME quelli che ho allenato fino ieri.

Io che li devo allenare, gestire, formare e aiutare ad appassionarsi al gioco non li capisco e loro non capiscono me.

Hanno difficoltà motorie e di apprendimento, non sono attenti e le mie proposte e tutto quello che fino a ieri andava benissimo adesso non funzionano più…”

Scherzosamente, dico sempre a chi ha nostalgia del passato che, procurandosi un lungo cavo elettrico, un campanile, un gancio metallico e sperando in una notte di fulmini e temporale, dopo aver acquistato una DE LOREAN (per chi è interessato, qui c’è il sito web…) può provare, raggiungendo le fatidiche 88 miglia orarie, a fare un salto indietro nel tempo, per vedere se riesce a ritrovare quei bambini “selvatici”, che tutto sapevano fare, e quegli splendidi atleti (e atlete) le cui gesta fanno parte della mitologia dei nostri sport.

Sarebbe bello? Forse…

Ma credo che sarebbe meglio prendere atto della situazione e provare a capire se è possibile risolvere il problema.

Prima di tutto io penso che non sia vero, o che lo sia solo in parte, che i bambini e gli atleti del passato erano migliori:

erano diversi, magari più “coordinati” (dovremo discutere sul reale significato della parola…) magari più appassionati, magari più “disponibili”.

Questo vuol dire migliori?

Se i bambini del passato erano coordinati e se i nostri giovani non lo sono, allora, banalmente, coordiniamoli…

Se non sono appassionati, allora appassioniamoli…

Non è che non abbiamo i mezzi e le possibilità, nemmeno ci mancano le capacità.

Forse è venuta a mancare la voglia.

I ragazzi di oggi ci chiedono passione, dedizione, attenzione, tutte cose che siamo, lo so per certo, capaci di dare, come singoli e come movimento e allora cosa si è guastato? Cosa non funziona più? Cosa ci fa solo guardare indietro e rimpiangere il passato, che, è bene ricordarlo, non c’è più?

Perché siamo caduti, anche noi, vittime del nostro EGO e diventati cacciatori di facili vittorie?

Perché abbiamo smesso di cercare soluzioni a problemi difficili?

Perché siamo diventati campioni nel piangerci addosso?

Perché non vediamo che adesso abbiamo impianti, materiali, informazioni, conoscenze che prima non avevamo?

Perché vogliamo, a tutti i costi, scimmiottare sport da noi più popolari o metodiche che funzionano solo dove il nostri sport sono conosciuti, praticati e radicati?

Forse, dico forse, l’alternativa al viaggio nel tempo è prendere atto della realtà e provare, animati dal fuoco sacro della passione, a cercare una strada che (ri)porti il baseball e il softball ai fasti (o presunti tali) del passato.

Non ho la presunzione di conoscere tutte le risposte, ma credo fermamente che la nostalgia non sia quella strada.

 

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Turni di battuta di qualità

Lun, 13/02/2017 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Rubo questa foto dal profilo facebook di Coach Tony Foti, pitching coach di MT State University (NCAA Softball Division 1) e Head Coach della Nazionale Greca.

Rubando oltre alla foto anche la definizione di “Quality At Bat” (QAB) viene fuori che è possibile, naturalmente rispettando i parametri, “dare un contributo agli obiettivi di squadra”,  anche non battendo valido, anche non battendo un fuoricampo, anche concludendo il turno con una eliminazione.

Sembra un paradosso, ma non lo è.

Basta guardare come giocando per MTSU è possibile ottenere un QAB:

  • facendo un contatto “duro”;
  • pensando prima alla “famiglia”… (Un turno di sacrificio, quindi…);
  • facendosi colpire dalla lanciatrice avversaria;
  • guadagnando una base per ball;
  • costringendo il pitcher avversario a fare almeno 7 lanci;
  • facendo segnare un punto, non importa in che modo;
  • realizzando una battuta sul conto di due strikes;
  • facendo lanciare almeno altri 4 lanci quando si è sul conto di 0 ball e 2 strikes.

I criteri scelti da MTSU sono questi, ma nulla vieta di utilizzarne degli altri.

Quello che conta è che l’obiettivo dichiarato della squadra è quello di raggiungere una media QAB di 500, cioè di riuscire a “far succedere qualcosa” almeno la metà delle volte in cui si manda un battitore nel box.

A me sembra un bel modo di pensare.

 

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