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Diciannove e settantadue!

Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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D.A.E.

Settembre...

Lun, 08/09/2014 - 08:55 -- Fabio Borselli

È il mese in cui ricomincia la scuola. È il mese delle vacanze tardive. È ancora estate, fino quasi  a fine mese…

Le giornate si accorciano, è vero, ma non fa ancora così freddo da non poter giocare.

Eppure non si gioca…

Le squadre che non hanno raggiunto le “finali”, a meno di partecipazioni a sporadici tornei, entrano in modalità “off season” e, fino a marzo ad essere ottimisti, non si gioca più.

Ma basta guardare un po’ più in là, allargare l’orizzonte oltre le consuete compagini che partecipano all’attività agonistica ufficiale, che, invece, si gioca:

tornei amatoriali, 30 ore di softball, 48 ore di softball, tornei degli arbitri e chi più ne ha più ne metta

Da noi, in Toscana, si potrebbe giocare, per il clima e per la “tenuta” dei campi fino a tutto novembre… ed infatti si gioca:

di nuovo tornei amatoriali, eccetera.

Ma anche nel resto d’Italia, che notoriamente è il paese “do sole”, sarebbe possibile farlo: verso sud addirittura un po’ più a lungo, salendo al nord forse un po’ di meno, ma in ogni caso nulla spiega perché, per le squadre “non amatoriali”, la stagione agonistica debba finire così presto.

Il problema, però, non è solo il fatto che non si gioca nei mesi di settembre, ottobre e novembre, il problema è che in questi mesi (aggiungendo spesso e volentieri anche quelli di dicembre e gennaio) OLTRE a non giocare, una grandissima parte dei nostri atleti e delle nostre atlete, non svolge attività, PUNTO.

Forse mi sbaglierò…

Forse (spero) qualcuno mi dirà che non è proprio così e che il mio è solo pessimismo…

Ma sono convinto che uno dei motivi dell’impoverimento del nostro patrimonio tecnico e dell’abbassarsi dei numeri dei praticanti sia questo NON ESSERE SPORT DI ATLETI.

Provo a spiegarmi:

in TUTTI, dico tutti, gli sport che ambiscono a questo “status”, l’allenamento e le competizioni sono un processo che non si interrompe, se non per brevi periodi di “scarico”.

Nello sport agonistico, in alcune discipline in particolare, si parla di doppia o tripla seduta di allenamento giornaliera.

La programmazione delle attività di preparazione e di gara è, nello sport agonistico, un arte.

E noi?

Il baseball ed il softball, in quest’ottica, dove e come si pongono?

Probabilmente i nostri atleti e le nostre atlete di punta (a proposito, quanti sono?), diciamo quelli e quelle che sono nel giro “allargato” delle nazionali, non sono toccati da quanto dirò, ma sono convinto che, nella stragrande maggioranza dei casi, non vado troppo lontano dalla realtà.

Le nostre prime squadre sono o frutto di innesti provenienti da altre città che, per questo e per le immancabili problematiche economiche, non si allenano con continuità (possiamo ipotizzare una seduta settimanale con la squadra ed un paio individuali, con le ovvie limitazioni dell’allenarsi in solitaria), o sono formate da giocatori della stessa città, ma di diversa età, esperienza, qualificazione e talento, che è spesso difficile anche solo amalgamare, figuriamoci ipotizzare una crescita sportiva con 2 o 3 (quando va bene) sedute settimanali a disposizione.

Nelle giovanili, per problematiche legate a scuola, tempo libero, divertimento, impianti e… chi più ne ha più ne metta, credo che ipotizzare una media di 2 sedute settimanali sia una valutazione ottimistica.

Poi:

ad agosto, ma forse dalla metà di luglio, ci sono le, sacrosante, ferie estive e, per le festività natalizie, almeno altri 15/20 giorni di pausa.

Ed ancora, in ordine sparso:

le gite scolastiche, le riunioni in azienda, le interrogazioni, i turni e i doppi turni, insomma la scuola, il lavoro… la vita “fuori dal campo”.

A ben guardare i nostri “atleti”, sia seniores che giovani, fanno attività sportiva “in modo organizzato e finalizzato” (la definizione di allenamento) per non più di 6 o 7 mesi all’anno ed in questi mesi non certo tutti i giorni…

Ed allora: come possiamo definirli “atleti”?

Ho visto squadre amatoriali che si allenano e giocano (non continuativamente, è chiaro, d’altra parte sono “amatori”) per tutto l’anno.

Credo che, purtroppo, nel nostro baseball  e nel nostro softball, tra gli “agonisti” e gli “amatori” non ci sia, in fondo, quella grande differenza.

Spero di sbagliarmi…

 

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SK Joudrs, Praga

Lun, 01/09/2014 - 01:30 -- Fabio Borselli

Ho trascorso un “fine settimana lungo”, in casa della squadra di softball delle JOUDRS, a Praga.

L’occasione è l’accesso della mia squadra alla FINAL FOUR della COPPA ITALIA softball di serie A2:

abbiamo stipato in due minibus tutto l’occorrente per quattro giorni di softball e siamo partiti, alla ventura, destinazione, come detto, Repubblica Ceca.

Grazie alla collaborazione dell’amica Eva Rychtaříková, coach del gruppo JOUDRS e della nazionale Ceca, dopo una dozzina d’ore di viaggio ci siamo potuti “acquartierare” all’interno di una delle palestre della struttura gestita dal club.

L’impianto è una delizia:

due campi regolamentari, dotati di tribune e tribunette, bull-pen, gabbie e tunnel di battuta (ne ho contati almeno una diecina), ma anche un campo in sintetico polifunzionale e multisport, foresterie, tre palestre attrezzate e una accogliente club-house…

Il tutto situato accanto ad un complesso scolastico e di libero accesso agli abitanti.

Siamo rimasti per quattro giorni ed abbiamo giocato quattro partite, occupando, mattina, pomeriggio e sera il campo centrale e non c’è stato momento in cui l’altro campo, quello sintetico e le gabbie di battuta non fossero affollate di atleti al lavoro, maschi e femmine, bambini ed adulti, in un incessante viavai “tutto softball”.

In ogni gara disputata abbiamo avuto una coppia di arbitri “veri”, in alta uniforme, che ci hanno fato sentire il “clima gara” alla perfezione.

Oltre al softball abbiamo anche fatto i turisti, il centro di Praga è a 15 minuti di auto e facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.

Devo dire che siamo partiti un po’ preoccupati, sia dalla distanza che dalle possibili difficoltà, ma che, vista l’esperienza, se fosse possibile, ripartiremmo subito!

Parlando con Eva è venuto fuori che il team JOUDRS, il cui sito web è raggiungibile a questo indirizzo, è disponibile per partnership e scambi con squadre italiane e può offrire sistemazioni confortevoli ed economiche (per altre informazioni contattare il sottoscritto o direttamente il club).

Pubblico la foto del gigantesco cartellone pubblicitario che occupa tutta la facciata di un palazzo per dare un’idea di quanto il club ed il softball siano profondamente radicati all’interno del quartiere che li ospita.

Eravamo in Repubblica Ceca, Europa, praticamente dietro casa, ma per quattro giorni ci siamo sentiti in America…

 

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Non è solo una chiamata sbagliata…

Lun, 25/08/2014 - 22:45 -- Fabio Borselli

Ho la fortuna ed il privilegio di poter guidare una rappresentativa nazionale:

quest’anno, nell’ambito del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, ho gestito un team interamente formato da “mini atlete” nate negli ani 2002 e 2003.

La squadra ha partecipato al “European Massimo Romeo Youth Tropy”, manifestazione riservata a compagini “under 13”.

Osservando queste giovanissime ragazze (che chiamare atlete è, quantomeno, prematuro) ho avuto modo di riflettere su tantissimi aspetti del loro approccio allo sport che meritano attenzione e che, fino ad ora, avevo considerato marginali o non considerato per niente.

Non mi ero mai soffermato sul rapporto tra giocatore, regole ed arbitro, per esempio, considerandolo, a torto, come una sorta di fatto privato del giocatore che, pensavo, con l’età e l’esperienza, deve riuscire a gestire e controllare.

Mi sono accorto che non è proprio così… O che almeno non è così semplice.

I bambini, è risaputo ed ampiamente dimostrato, possiedono un naturale senso della giustizia.

Lo si vede da come reagiscono se e quando un compagno non rispetta le regole di un gioco o quando vengono sgridati per qualcosa che non hanno commesso.

Crescendo, le influenze di chi o cosa li circonda possono rinforzare questo senso del giusto o, allo stesso modo, indebolirlo: dipende in massima parte dall’esempio dei genitori, degli educatori, degli insegnanti…

Se, per esempio, di fronte ad un brutto voto il genitore dice: “Non preoccuparti, parlo io con l’insegnante” trasmette al figlio la convinzione che, per “farcela”, nella vita è lecito chiedere dei favori, trovare delle corsie preferenziali, eludere le regole.

Lo sport, con le sue regole “certe” è, sicuramente, un mezzo ideale per rinforzare il senso di giustizia.

Per i bambini la presenza dell’arbitro, che non è necessaria nei giochi spontanei (situazioni nelle quali “chi non rispetta le regole” viene emarginato ed allontanato dal gioco) è la GARANZIA che non verranno commesse ingiustizie, che nessuno prevarrà perché alza la voce.

Baseball e softball hanno bisogno degli arbitri: senza non si gioca… Ma quando si pensa allo sport si pensa allo sport degli adulti e al patrimonio esperienziale che questa definizione si porta dietro:

per un arbitro che valuta i lanci dietro casa base ci sono innumerevoli cose da considerare:

la palla in arrivo ha un effetto, una rotazione; la lanciatrice ha delle sue “tendenze ed abitudini”; il catcher può “aiutare” la percezione del lancio; il battitore con il suo approccio può “influenzarne” la valutazione… E potrei andar avanti.

Di fatto non c’è nulla di personale nel rapporto tra arbitro ed atleta:

la sfida è con l’abilità dell’avversario ed anche se dopo una chiamata non condivisa si rivolge in modo brusco all’arbitro, sotto sotto c’è la consapevolezza che l’avversario è stato più bravo (o almeno mi piace pensare che sia così).

Per i bambini, invece, l’arbitro è il GARANTE delle regole e non PUO’ e non DEVE sbagliare:

chiamare un lancio “strike” quando al giocatore SEMBRA “ball” è un offesa personale e delegittima il ruolo di GIUDICE IMPARZIALE che il gioco gli riconosce.

La possibilità che l’arbitro possa sbagliare non è contemplata.

Il problema sembra senza soluzione…

Ma, forse, diventando consapevoli del senso di giustizia e dell’approccio al gioco dei bambini è possibile, quantomeno, cambiare il proprio punto di vista:

da allenatore ho capito che i bambini provano a fare quello che gli chiedo e che devo usare indicazioni, prescrizioni e parole il più precise possibili, perché queste verranno prese “alla lettera”.

“Gira la mazza solo quando il lancio è strike” non è un’indicazione precisa se non ho definito cosa vuol dire “strike” e, soprattutto, se non ho trovato il modo di far comprendere che la valutazione non è oggettiva ma soggettiva (cosa per niente facile da far capire ad un bambino visto che la sua visione del mondo è IO-CENTRICA).

Quello che posso consigliare agli amici arbitri è di “prendersi del tempo in più” e di pensare che una loro chiamata, di qualsiasi tipo, giusta o sbagliata che sia, ha un peso ed un significato diverso se fatta nel “mondo degli adulti” od in quello dei bambini.

In definitiva, anche se può essere difficile farselo piacere, penso che, nel confrontarsi con la FIGURA ARBITRO, l’atleta adulto prova ad influenzarne il giudizio mentre un bambino GIUDICA la persona.

 

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Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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Un po’ della mia filosofia

Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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La mobilità articolare

Dom, 03/08/2014 - 23:58 -- Fabio Borselli

La mobilità articolare è classificata come una delle capacità “intermedie”, cioè legate sia a quelle condizionali che a quelle coordinative.

Viene definita come la possibilità di utilizzare la massima escursione articolare nei limiti imposti dalle stesse articolazioni, dai muscoli e dalle strutture tendinee.

E’ considerata solo parzialmente allenabile, in quanto condizionata dall’estensibilità dei tendini e dalla conformazione delle strutture articolari determinate geneticamente.

La mobilità articolare, a partire dall’infanzia, dov’è potenzialmente massima, è una dote dall’involuzione praticamente irreversibile e tende a regredire rapidamente in assenza degli stimoli neuromuscolari adeguati. È condizionata dalla capacità visco-elastica dei tessuti, e diminuisce in modo accentuato con l’invecchiamento. Il principale responsabile del suddetto fenomeno è il collagene, la cui presenza diminuisce nei tessuti connettivi scarsamente sollecitati.

Muscoli agonisti ed antagonisti lavorano contemporaneamente, i primi per lo svolgimento del gesto e contemporaneamente per vincere l’azione frenante e di controllo dei secondi, a questi ultimi è richiesta una capacità di de-tenzione ed di allungamento, dovendo risultare attivi il meno possibile e solo quando vi sia il rischio di infortunio.

Le strutture capaci di avvertire il senso di stiramento muscolare e di innescare una contrazione di “opposizione” all’allungamento sono sia i fusi neuromuscolari che gli organi tendinei del Golgi.

I fusi neuromuscolari sono allineati alle fibre muscolari ed operano “monitorando” il grado di tensione a carico delle stesse e svolgono importanti funzioni nel mantenimento della postura per la loro capacità di registrare la velocità di stiramento.

Se tale azione è interpretata come potenzialmente pericolosa attivano un “riflesso miotatico o di stiramento” che innesca la contrazione del muscolo ed il blocco dell’allungamento. Questo sistema è quindi un vero meccanismo di prevenzione delle “rotture” rispetto a traumi da tensioni repentine e violente.

In condizioni di affaticamento la loro sensibilità é maggiore, e diviene difficoltoso eseguire esercizi di stretching. Dopo un buon riscaldamento la loro soglia di eccitazione viceversa s’abbassa.

Gli organi tendinei dei Golgi svolgono analoga funzione, anche se con sistemi differenti, ed inducono una risposta opposta, sono posizionati in serie fra tendine e muscolo e registrano il grado di forza espresso inviando uno stimolo inibitorio.

Hanno un grado di sensibilità tale da indurre una risposta per sollecitazioni marcate, o allungamenti protratti per almeno 8-10 secondi, allentando la contrazione muscolare (riflesso miotatico inverso).

Il miglioramento della mobilità articolare è definito di tipo permanente o temporaneo:

  • permanente quando è ottenuto con frequenti sessioni di stretching, in grado d’agire direttamente sulla fisiologia muscolare,
  • temporaneo se sfrutta fattori esterni quali la temperatura ambientale o quella del muscolo (un suo aumento migliora la mobilità) in condizioni psicologiche non stressanti.

La mobilità articolare nel bambini non deve essere, propriamente, ALLENATA ma più semplicemente STIMOLATA e CONSERVATA nel tempo:

la teoria dell’allenamento delle capacità per fasi sensibili si basa, a mio parere,  sul presupposto che il bambino sia uno sportivo “sui generis”, che agisce sulla base delle proprie capacità bio-meccaniche del momento:

nella sua psicomotricità la capacità di mobilità ed elasticità sono doti innate e scontate, che non devono andare perdute e, magari poi, faticosamente riconquistate tramite esercizi ripetitivi e potenzialmente dannosi.

L’allenamento o, meglio, lo sviluppo della mobilità articolare deve consente all’organismo di ricalibrare tutte le soglie propriocettive dei “sensori” neuromuscolari, contrapponendosi al naturale e fisiologico degrado precoce.

 

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Il paradosso della panchina

Lun, 28/07/2014 - 07:27 -- Fabio Borselli

Cosa è un paradosso?

Ho cercato una definizione semplice e condivisibile del termine e, a parer mio, la migliore che ho trovato è quella del filosofo inglese Mark Sainsbury:

"il paradosso è una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".

Cosa c’entrano filosofi, paradossi e panchine con il softball?

Ogni squadra, più o meno, ha i propri titolari “certi”.

Ogni squadra, più o meno, ha, anche, le proprie “riserve”.

Sia che si tratti di “permanenze” in panchina abituali, sporadiche o contingenti ,ogni volta che la squadra scende in campo, coloro che non fanno parte del team partente, sono le RISERVE.

Si può non essere scelti per far parte del nove (dieci) TITOLARE per svariati motivi: tecnici, tattici, di esperienza, di età, ecc…

In ogni caso il Tecnico DEVE prendere questa decisione, visto che è sua responsabilità.

In ogni caso i giocatori DEVONO accettare questa decisione.

Che alle “riserve” piaccia stare in panchina a guardare la partita, però, togliamocelo dalla testa.

Anche la gestione degli “umori” del proprio team è un’altra responsabilità dell’allenatore.

Ed eccoci arrivati al paradosso:

in teoria, la formazione che scende in campo dall’inizio del match dovrebbe essere quella con le giocatrici più forti, più in forma o più adatte al tipo di gioco che si vuole fare o a contrastare l’avversario di turno.

Non sempre, però, la squadra “funziona” come ipotizzato e non sempre riesce a giocare come teoricamente dovrebbe.

A questo punto, lo staff tecnico, comincia a pensare di far entrare le “riserve”:

chi entra in campo a partita iniziata lo fa, spesso, in una fase di gioco critica e gli sarà richiesta una prestazione migliore di quella che ha fornito il giocatore titolare e quindi di grandissima responsabilità.

In pratica si chiede al sostituto, che era stato escluso, di “riparare” allo scarso rendimento di chi gli era stato preferito.

Dal punto di vista mentale questa situazione non è sicuramente delle più semplici da gestire, da parte dell’atleta che si trova catapultato in campo e deve, improvvisamente, dimostrare la propria concentrazione e le proprie capacità:

i fattori in gioco sono molteplici e vanno dall’autostima del giocatore all’interpretazione (giusta o sbagliata che sia) delle decisioni dell’allenatore.

Di fatto si chiede all’atleta una prestazione che, forse, non è stata ritenuta alla sua portata (altrimenti, forse, sarebbe tra i partenti) e gli si chiede di farlo nella peggiore situazione, tattica ed emotiva, possibile.

Ci sono ottimi e fondati motivi per aspettarsi un fallimento!

Credo che sia questo il nodo fondamentale che “le riserve” devono comprendere, ma che deve essere ben chiaro anche agli allenatori:

sarebbe bello che tutte le partite andassero come è stato, più o meno, programmato, ma è necessario che, nel momento in cui le cose non “girano” a dovere, chi viene chiamato in causa, deve, necessariamente, farsi trovare pronto e determinato perché dal suo rendimento, magari richiesto in un momento veramente critico, può dipendere l’esito dell’incontro.

Ecco in cosa consiste il PARADOSSO DELLA PANCHINA.

Tecnici ed allenatori ripetono, anche troppo frequentemente, che le partite vengono vinte dalla squadra e non dai singoli atleti:

per far si che questo sia vero occorre che tutti i giocatori siano pienamente coinvolti nel gioco, partenti o riserve che siano.

Occorre, perciò, elaborare strategie di coinvolgimento, dal turnover all’organizzazione dei compiti in panchina durante la gara, tali che facciano “veramente” sentire parte integrante ed importante della squadra anche le “riserve”.

 

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Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Oops! Wrong Planet…

Lun, 07/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo di questo post agli Utopia, la rock band guidata da Todd Rundgren: l’album in questione è uscito nella mia, ormai lontana, adolescenza e l’ho suonato, a tutto volume sul mio giradischi, per tantissimo tempo.

Da allenatore ho spesso la sensazione di essere, purtroppo, sul pianeta sbagliato...

Io sono un allenatore “severo”… dicono, e forse lo sono davvero...

Prima di tutto vorrei fare una digressione:

se li Interroghiamo sul perché abbandonino la pratica agonistica i nostri giovani, statisticamente, nei due terzi dei casi, ci forniranno motivazioni legate allo studio ed alla mancanza di tempo.

Queste stesse “scuse” (magari artisticamente arricchite) sono le stesse che ci vengono propinate quando gli atleti devono saltare le sedute di allenamento o, addirittura, le gare.

Specialmente quelle legate alla scuola…

C’è una leggenda, perché di leggenda si tratta, secondo me, che tra sport agonistico e carriera scolastico/universitaria ci sia incompatibilità.

Purtroppo c’è, invece, una sorta di “patto scellerato” sancito tra figli e genitori (in cui i figli sono la parte lesa) che si può riassumere con la frase:“se vai bene a scuola... allora...”

In questo “accordo scolastico”, però, non c’è nessun accenno alle aspirazioni del giovane (inteso come individuo) ed alle sue necessità, non c’è, soprattutto, nessun accenno al valore del tempo ed al suo utilizzo come mezzo per la realizzazioni delle stesse aspirazioni.

In questo patto che fine fa il talento di ognuno? O i sogni? O la, passatemi il termine, discrezionalità?

Mi viene da alzare gli occhi al cielo mormorando: “se le persone (e la loro individualità) contassero veramente e le loro qualità venissero coltivate…” Allora, forse, i genitori  potrebbero cercare di capire le inclinazioni dei propri figli e potrebbero aiutarli ad indirizzare le loro energie per coltivarle.

Invece, troppe volte, si sente dire: “Mi basta che…”

E questo sostituisce le idee, i sogni e nessuno, o molto pochi, predicano il “se lo vuoi DEVI provare a farlo”, anzi, le sfide “non importanti” sono viste come una cosa da evitare, da scansare.

In questa logica lo sport “minore”, quello “povero”, che non garantisce la pagnotta a “quelli bravi” è visto come una perdita di tempo e si fa, si pratica fino a che non “ruba tempo alle cose davvero importanti”.

Ho visto, in questi anni, lanciatrici, catcher, interbase, che avrebbero potuto vivere una FELICE “carriera da atleta non professionista”, immolate sull’altare della “laurea a tutti costi”, finire prigioniere in vite da ufficio che non volevano e che continuano a non volere, sognando scivolate e terra rossa.

Non si pensi che non credo nel valore di una carriera accademica, che non abbia fiducia nella scuola, che pensi che la cultura non sia importante.

Ma credo anche che, in fondo, come non tutti possono giocare in seconda base, non tutti debbano, per forza, studiare medicina:

meglio una persona felice, che pensa con la propria testa e che prova a cambiare il mondo che lo circonda cercando di rendere felice chi gli sta vicino, che fa un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, che un medico “per forza”, che sarà, alla fin fine, oltre che una persona triste, anche un pessimo medico.

Detto questo, anzi, proprio per questo io sono un allenatore “severo”!

Sono severo perché sono molto esigente, perché non tollero scelte fatte a metà, perché non ascolto giustificazioni figlie del “potevo ma non voglio”, perché voglio che se qualcuno ha dei sogni faccia di tutto per raggiungerli.

Sono severo perché credo che si possa studiare (imparare a guidare il trattore, allevare le api, suonare uno strumento…) e, contemporaneamente, allenarsi per diventare catcher (esterno destro, prima base…).

Sono severo perché i sogni degli atleti diventano i miei sogni e non gli permetto di dimenticarli.

Sono severo perché, alla fine, voglio, anzi PRETENDO, che ognuno provi ad essere il giocatore migliore che può essere, senza scuse, giustificazioni o autoindulgenza.

Poi.. che allenare significhi, troppo spesso, scendere a compromessi... è, purtroppo, un’altra storia…

 

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