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Senza Parole

Dom, 19/06/2016 - 20:29 -- Fabio Borselli

 

Questo post non doveva essere questo...

Ma succedono cose che cambiano le cose...

Copio e incollo quanto segue dala pagina facebook della mia squadra, l'ATOMS' CHIETI, che nella giornata di ieri ha subito un furto:

"Nella giornata di ieri (sabato 18 giugno) la nostra società è stata vittima di un grave furto, avvenuto al campo Santa Filomena di Chieti Scalo.

Dei ladri si sono introdotti nel nostro spogliatoio, hanno sfondato magazzino e armadietto e hanno rubato 12 mazze da softball.

Per la nostra squadra un danno gravissimo, perchè oltre al valore economico delle mazze (circa duemila euro) c'è il danno tecnico provocato alle atlete, che si trovano nel bel mezzo di un campionato.

Senza mazze non si può giocare.

Un atto vile, nei confronti di una società come l'Atoms' Chieti (chi ci conosce lo sa bene) che senza l'aiuto economico di parte di nessuno, senza alcuno sponsor, ogni giorno tra mille difficoltà lavora con dedizione e impegno, per la promozione del softball tra bambini e ragazze.

Chi compie un furto resta sempre e solo un vigliacco.

Chi lo compie ai danni di una società sportiva lo è ancora di più.

IMPORTANTE:

la Polizia Scientifica ha effettuato ogni tipo di rilievo su impronte e tracce lasciate dai ladri.

Le mazze sono state tutte catalogate e sono riconoscibilissime.

La nostra speranza è solo che si tratti di una bravata e che le mazze non vengano usate per scopi criminali, che nulla hanno a che fare con il nostro bellissimo sport."

Non è la prima volta che lo vedo succedere...

Rimango, ogni volta, sorpreso e ferito...

So che è SOLO sport e che delitti ben più gravi vengono commessi, ogni giorno, ai danni di persone e cose e che, forse, di fronte a quelle questo "furto da rubagalline" è una piccolezza...

Ma questo non mi fa star meglio, per niente.

 

Ali Bumaye!

Lun, 06/06/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Imposibile non averlo saputo.

Giornali, televisione, siti web hanno già riportato la notizia e ne hanno parlato, parlato, parlato...

Cassius Clay è morto. Il più grande non c'è più.

Non voglio certo aggiungere futili parole al fiume che già è stato scritto o detto, voglio solo condividere il mio ricordo di Muhammad Ali:

Clay-Ali mi ricorda mio padre, mi ricorda l'amore che aveva per la boxe e come questo amore ha cercato di condividere con me, bambino esile e mingherlino che di quello sport così aggressivo e violento aveva un po' paura.

Mio padre adorava la boxe e adorava Clay (non ho ricordo che lo abbia mai chiamato Muhammad Ali) e mi parlava di lui e della sua boxe con la stessa enfasi con la quale, oggi, io parlo di baseball e di softball.

Rimanevo affascinato a sentirlo parlare di Benvenuti, di Monson, di Clay e Foreman, di "ganci" e "montanti" ed ero felicissimo di "fare tardi" la sera davanti alla tv (canale unico e bianco e nero) per vedere quello sport che lui così tanto amava.

Ai tempi non sapevo nulla di “The Rumble in The Jungle” (30 ottobre 1974) o di “Thrilla in Manila” (1 ottobre 1975), solo dopo ho scoperto quanto quegli incontri, visti insieme a babbo quando ormai era passata da un pezzo la mia ora di andare a dormire, fossero importanti e famosi:

per me erano solo un'occasione per stare con mio padre che mi raccontava della boxe.

Ho poi scoperto il baseball e mi sono allontananto dalla boxe (che proprio non sono mai riuscito ad amare), ma ancora oggi mi sorprendo a usare, parlando di baseball e softballl, la stessa enfasi di mio padre quando parlava di pugilato e di Cassius Clay.

Di Clay adoravo, da piccolo, l'insolenza e l'invincibilità da supereroe, da grande ne ho amato la capacità comunicativa e la fede incrollabile in se stesso, la sua forza di volontà e la assoluta convinzione che il lavoro conta più del talento.

Una sua frase che parla di questo è parte integrante della mia filosofia di allenatore:

"Champions are made from something they have deep inside them, a desire, a dream, a vision. They have to have the skill and the will. But the will must be stronger than the skill"  (che tradota liberamente suona così: "I campioni sono fatti di qualcosa che hanno dentro: un desiderio, un sogno, una visione. I campioni devono possedere talento e volontà, ma la volontà deve essere più forte del talento").

Oggi il più grande non c'è più, altri parleranno delle sue lotte e della sua vita fuori dal ring, io so solo che, oggi, se ne è andato un pezzo importante dei miei ricordi.

 

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Fair Play

Mar, 31/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Voglio dedicare questo spazio settimanale al racconto di quanto mi è successo sabato scorso in campo, durante una partita.

Situazione:

parte bassa della quarta ripresa, la mia squadra in attacco, con corridori in prima e seconda base, nel box il primo battitore del line-up e partita inchiodata sul risultato di 1 a 1.

Il battitore è uno slapper e si posiziona, naturalmente, nel box di sinistra.

Effettua un ottimo bunt e raggiunge salvo la prima base (chiamata dell'arbitro di base) facendo avanzare i corridori.

Sembra tutto perfetto se non fosse per un piccolo, insignificante particolare:

l'arbitro capo segnala che il battitore stesso ha colpito la palla fuori dal box e lo elimina "per regola" facendo arretrare i corridori.

Con tranquillità esco dal dug-out per "fare il mio mestiere" e chiedere spiegazioni, ben consapevole che difficilmente l'arbitro tornerà sui suoi passi.

In modo molto sereno ed amichevole parlo con l'arbitro che trovo molto ben disposto e viene fuori che il battitore aveva, si, una parte del piede fuori dal box al momento del contatto con la palla ma che, comunque, una porzione dello stesso piede era a contatto con la riga del box...

A questo punto io obietto che se "il piede non è completamente fuori allora il battitore non è eliminato" mentre l'arbitro rimane della sua idea e conferma che "basta anche una piccola parte del piede fuori dal box per far si che il battitore sia out".

Segue una breve discussione ed entrambi siamo molto convinti delle nostre affermazioni... Ma non possiamo stare a discutere all'infinito e non avendo un regolamento a portata di mano (non si ripeterà, questo è sicuro) devo fare buon viso a cattivo gioco e tornarmene sconsolato nel dug-out.

Tutta la discussione è stata pacata, civile e tranquilla e l'arbitro, che ringrazio, pur se fermo e deciso, non ha mai fatto "pesare la sua autorità", anzi, la sua "autorevolezza" ha fatto si che il tarlo del dubbio si insinuasse nella mia mente fino a convincermi di aver preso il classico "abbaglio".

La partita è proseguita e alla fine quella decisione non ha cambiato la storia dell'incontro e, almeno per me e per la mia squadra, tutto è finito bene.

mentre la gara andava avanti, però, la tecnologia si metteva all'opera e, ben presto, sui display degli smartphone di dirigenti e appassionati presenti alla gara apparivano, prese direttamente dal regolamento tecnico del softball (fast pitch) 2014/2017 (scaricabile dal sito della Federazione Italiana Baseball e Softball seguendo questo link) le seguenti righe relative alla situazione in questione:

Sez. 6. IL BATTITORE E' ELIMINATO:

d. Quando il suo piede è completamente all'esterno delle linee del box del battitore e a contatto col terreno, o una parte qualsiasi del suo piede sta toccando il piatto di casa base quando egli batte una palla buona o foul.

Quindi avevo ragione io...

Durante i cambi tra attacco e difesa faccio presente all'arbitro la situazione, gli faccio leggere il regolamento, lui ne prende atto e si scusa per l'errore...

Il tutto senza ansie o recriminazioni, lasciando che l'episodio non condizioni, in alcun modo, il prosieguo della partita...

Sento già arrivare l'obiezione:

"se avessi perso la partita non saresti così sereno e distaccato".

Potrebbe anche essere così, non posso negarlo, ma quello di cui sono sicuro è che, SUCCESSIVAMENTE all'episodio incriminato non ho mai pensato a quello che avrebbe potuto essere, ma ho continuato a cercare di vincere la partita come se nulla fosse accaduto.

Tempo fa avevo auspicato (in questo post dal titolo "un gioco ingiusto") che fosse possibile, senza che nessuno sentisse di "perdere la faccia", discutere e chiarirsi su quello che succede in campo, in tranquillità e con pacatezza, coinvolgendo arbitri, allenatori, giocatori e dirigenti.

Una sana e serena "discussione" che faccia parte del gioco e che serva a migliorrane la qualità invece che ad alimentare polemiche.

Forse, almeno a mio parere, sabato scorso ci siamo riusciti e abbiamo fatto un piccolo passo verso la maturità (il tutto detto senza voler essere pretenzioso) e di questo non posso che ringraziare gli Ufficiali di Gara.

A margine della faccenda riporto, per dovere di cronaca, una piccola battuta di spirito fatta, a fine gara da un giocatore di baseball presente tra il pubblico (grazie Federico):

"se fosse successo in una mia partita sarebbe finita con almeno 8 espulsi..."

Direi che ce ne sono di argomenti su cui riflettere, no?

 

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SOFTBALL INSIDE nelle mani dell’ANONIMA FUMETTI (per tacer del resto)

Lun, 23/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Sabato scorso SOFTBALL INSIDE ha pubblicato una striscia a fumetti, intitolata “BASEBALL and SOFTBALL EVOLUTION IV”, disegnata da una fantomatica quanto misteriosa ANONIMA FUMETTI.

Naturalamente il sito è sempre saldamente sotto il mio ferreo controllo e nessuno ne ha mai "preso possesso", ci mancherebbe, ma la storia che sta dietro alla pubblicazione di questo nuovo fumetto è tutta da raccontare e, francamante, ho voluto divertrmi un po'...

Come ogni storia che si rispetti tutto comincia con...

Niente paura, la cosa è molto semplice, molto banale e per niente avventurosa:

la striscia è arrivata per posta e chi l’ha disegnata ha chiesto di rimanere anonimo, comunicando che in caso contrario non avrebbe autorizzato la pubblicazione.

La striscia mi è piaciuta molto, oltre che per l’innegabile qualità “fumettistica”, soprattutto per la sua vena satirica e irriverente, per niente tenera, con un “vizio” che, troppo spesso, affligge noi allenatori.

detto fatto la decisione era già presa:

la striscia è stata pubblicata e l'autore (autori? Autrice?) è rimasto anonimo.

E allora tutto quel battage di comunicati e compagnia bella? Ho solo voluto fare un po' di "cagnara" e giocare sull'iriverenza del fumetto, tutto qui.

Spero di essere perdonato e che la striscia della sedicente ANONIMA FUMETTI sia piaciuta almeno quanto è piaciuta a me.

Proprio a proposito della striscia e della fantomatica ANONIMA FUMETTI devo annunciare immediatamente che, a breve, ne sarà pubblicata un altra.

E dopo?

Il dopo non è dato di saperlo, purtroppo.

Credo che un po' dipenderà dall'accoglienza e dal gradimento delle "opere prime" e che il resto lo farà la voglia di chi si nasconde dietro all'ANONIMA di continuare a disegnare e a farmi pubblicare l'opera del suo ingegno.

Per ora di certo c'è questa "new entry" che spero possa, in futuro, diventare un presenza fissa di SOFTBALL INSIDE.

Voglio però approfondire un po', entrando nello specifico, uno dei principali motivi (non l'unico) che mi ha convinto a pubblicare "BASEBALL and SOFTBALL INVOLUTIO IV":

c'è da dire, prima di tutto che il fumetto, come spesso succede, a mio parere, racconta una storia (fin troppo) vera.

Sono solo io a pensarlo o è davvero così?

Quanto spesso noi allenatori siamo disposti a riconoscere che alcuni atleti e atlete, anche se (apparentemente) vengono "guardati", proprio non riescono a "essere visti"?

Quante volte capita di voltarsi per guardare "le riserve" sedute in panchina alla ricerca di una soluzione a quei problemi che "i titolari" hanno creato o non riescono a risolvere?

Quante volte, in quella stessa affollata panchina non vediamo nessuno e, sconsolati, torniamo a sperare in un miracolo senza offrire posibilità a chi aspetta un nostro cenno?

Sono certo è che non ci sia premeditazione o cattiveria o, meglio, spero che non ce ne sia:

i malcapitati forse hanno "poco talento" (prima o poi dovremo ffrontarlo, il discorso sul talento...), forse non sono nemmeno tanto simpatici, forse sono solo colpevoli di non corrispondere al nostro "idele di giocatore" o, peggio, forse hanno fallito quella volta che "gli abbiamo dato un'occasione"...

Nessuno è immune a questa "abitudine", tanto meno io.

Il problema è che questi "invisibili nessuno", assolutamente trasparenti e destinati a non venire (quasi mai) scelti, rappresentano troppo speso una parte importante delle nostre squadre:

sono i giovani giocatori, che hanno bisogno di esperienza, ma che se non vanno mai in campo...

Sono quegli atleti, magari non troppo bravi che però, al momento giusto, sono capaci di gettare il cuore oltre l'ostacolo, spesso proprio quando "il campioncino", lui, beh, "oggi non è giornata"...

Sono quelli che, a volte, ci mettono in imbarazzo...

Sono quelli di cui, non c'è niente da fare, non riusciamo a capire perchè diavolo continuano a venire al campo...

Lo ripeto:

non sono certo io quello che può definirsi immune totalmenteda questo "vizio", anche se, devo ammeterlo a mia discolpa (mi scuso per l'autoindulgenza) cerco sempre e comunque di dare una possbilità a tutti, anche quando (mi viene rimpoverato spesso) sembra un vero e proprio azzardo.

Tutto qui:

questa breve vignetta, questa striscia è dedicata a loro, agli "oscuri operai della panchina" quelli che... "Una vita da mediano"...

Non voglio certo indorare la pillola o scaricarmi la coscienza, ne tantomeno fare il buonista:

è forse solo e comunque un modo per chiedere scusa.

 

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Nelle mani della ANONIMA FUMETTI...

Ven, 20/05/2016 - 11:25 -- Fabio Borselli

 

In perfetto stile "contro" è arrivato, stamattina, sulla casella di posta di Softball Inside questo scarno comunicato della sedicente ANONIMA FUMETTI:

 

"basta! Non è più tollerabile! Le cose devono cambiare!

Queste modalità,questi comportamenti, questo malcostume deve cessare immediatamente.

La ANONIMA FUMETTI, organizzazione di stampo satirico,

che non si riconosce nemmeno se si guarda allo specchio,

non può tollerare oltre e ha deciso di venire alloscoperto, uscendo dalla clandestinità e dai circuiti sotterranei

che hanno fatto circolare, fino a oggi, le sue inascoltate grida di dolore e di sdegno.

 

Affidiamo a Softball Inside il nostro messaggio.

 

Non saranno tollerate omissioni o cancellazioni, ne tantomeno alterazioni,

a quanto verrà di volta in volta inviato per la pubblicazione.

Ogni opera della ANONIMA FUMETTI dovrà essere immediatamente e integralmente pubblicata

entro 24 ore dall'invio, in caso contrario il sito sarà oggetto di severe contromisure satiriche.

 

Seguiranno ulteriori istruzioni".

 

Prendo sempre molto sul serio le minacce di "ritorsioni satiriche", ecco quindi pubblicato il comunicato come da istruzioni ricevute...

 

"Gira il piede"

Lun, 16/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Lo ammetto, anche io l’ho detto e ripetuto, per anni, sbagliando.

A mia parziale discolpa posso dire che ero giovane e inesperto e, soprattutto, poco attento e poco “scienziato e studioso” del mio sport.

Ero, invece, molto volenteroso e quello che dicevano “quelli bravi” mi sembrava assoluta verità e mai mi sarei sognato di metterla in discussione.

Erano anche tempi in cui le uniche immagini reperibili sul nostro sport erano le fotografie su TUTTOBASEBALL, quelle sui manuali (pochi) vecchie di 30 anni o i filmati in WHS nei quali, data la velocità di esecuzione e la scarsa qualità era difficilissimo vedere qualcosa, specialmente se quel qualcosa non lo si stava cercando.

Oltretutto, poi, le foto, in posa plastica, confermavano quello che volevamo vedere.

Poi sono arrivati i "social" e le riprese in HD, poi le telecamere ad alta velocità e, improvvisamente, migliaia di informazioni sono diventate disponibili e certe cose che “sembravano così” sono diventate “qualcos’altro”.

Improvvisamente il nostro ripetere ossessivamente "gira il piede", riferito al piede posteriore del battitore non aveva iù nessun significato, anzi era palesemete sbagliato e, forse, il motivo per cui i nostri battitori, salvo casi eccezionali, quella palla non riuscivano poi a colpirla così forte.

Il retaggio del "gira il piede", parafrasato nelle stragi di insetti schiacciati o in milioni di sigarette spente, mi è tornato davanti con prepotenza recentemente:

ho visto battere, con poca potenza e poca fluidità, una giocatrice non più giovanissima, una di quelle cresciute e "addestrate" a ruotare, premendo a terra, con forza, il piede posteriore, incapace, per questo, di trasferire il peso sulla gamba anteriore e quindi, in ultima analisi, sulla palla.

L'equivoco, lo ripeto, veniva da quello che i nostri occhi vedevano:

dopo l'impatto con la palla, per rallentare la mazza e terminare l'azione di battuta, trasformandola in quella di corsa, il peso del corpo "ritorna", brevemente, anche se non completamente, sulla gamba posteriore e l'unico modo per "assorbire" questo ritorno è che il piede, che al momento del contatto è completamente scarico, spesso sollevato dal terreno, dopo aver "spinto" contro la gamba anteriore, torni a terra e si "faccia carico" di quel peso.

Guardando le foto, senza avere la possibilità di analizzare il movimento "frame by frame" era facile ipotizzare che quel piede, quel dannato piede, non si fosse mosso da terra e che, anzi, uccidendo l'ennesimo insetto, avesse, semplicemente ruotato.

 

Anche se è assolutamente dimostrato, ci sono milioni di filmati e di fermo immagine a provarlo, quello qui sopra ne è un esempo, che i più forti battitori, sia di baseball che di softball (visto che, è bene ricordarlo, la meccanica del gesto tecnico è identica e l'unica cosa che cambia è l'angolo con cui arriva la palla) al momento del contatto trasferiscono completamente il peso del corpo sulla gamba anteriore e che il piede posteriore, per questo, è libero di sollevarsi da terra (oppure di essere "trascinato" in avanti da questo trasferimento) continuiamo a sentire, troppo spesso l'indicazione di girare il piede.

Fortunatamente la tecnologia ci ha aiutato a capire e la necessità di non andare contro la biomeccanica ha fatto il resto:

ora per enfatizzare il movimento delle anche che, queste si, "ruotando" favoriscono il veloce trasferimento del peso, possiamo smettere di fissare, in modo assai illogico, l'attenzione sui piedi e contemporaneamente salvare da un'orribile morte per stritolamento milioni di insetti innocenti.

 

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Fotografie

Lun, 09/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Ho "rubato" questa foto dalla pagina facebook "La Giornata Tipo", che si occupa di baskete, seguitissima e popolarissima.

Non servono tante parole, la foto si commenta da sola e il breve "racconto" che la descrive la arricchisce e la rende, se possibile ancora più bella:

"Minibasket.

Pochi secondi alla fine, parità, 2 tiri liberi, sbaglia il primo.

Coach Matteo Bruni decide di incoraggiare il suo piccolo giocatore e di fargli capire che è con lui comunque vada.

Vittoria di 1..."

Ci potremo ricamare sopra per ore e parlare di tutto e di niente... Ma per me, l'essenza dell'essere un ALLENATORE di bambini (e bambine) è tutta in questa immagine...

 

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Un gioco ingiusto

Lun, 02/05/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Non me ne vogliano gli amici arbitri...

Questo post parla di loro, dell’impatto che hanno sul GIOCO, di come vengono percepiti e della profonda INGIUSTIZIA che, a ben guardare, si nasconde dietro al loro ruolo.

Chi mi conosce lo sa, non sono tenero con chi si approccia al GIOCO senza tenere presente regole e regolamento, siano tecnici, giocatori o ufficiali di gara (il pubblico… quello è un’altra storia…):

in sport estremamente tecnici come il baseball e il softball, le regole, da sempre, condizionano la tecnica e l’evoluzione del GIOCO è figlia di adattamenti dell’una alle altre e viceversa.

Nel GIOCO, sarebbe impensabile il contrario, sono compresi gli arbitri.

Gli arbitri…

Che a loro piaccia o meno sono e saranno, visti dal dugout, come i colpevoli di tutti gli errori, di tutti i fallimenti e di tutte le sconfitte.

Non è bello, non è corretto, non è elegante, non è, soprattutto, giusto, ma è, assolutamente, così.

Naturalmente ci sono arbitri esperti e ci sono arbitri inesperti, arbitri molto bravi e arbitri un po’ meno bravi, arbitri che capiscono il proprio posto nel GIOCO e arbitri che questo posto lo disconoscono, ma tutti, lo spero ardentemente, dovrebbero essere, comunque, in campo al servizio del GIOCO.

Quanto detto sopra vale anche per allenatori e giocatori (il pubblico… quello è un’altra storia…) che, senza doverlo ripetere, possono essere più o meno bravi più o meno esperti, più o meno CONSAPEVOLI.

Tutti gli “attori” della partita, consapevoli del proprio ruolo, dovrebbero far si che il GIOCO, sia appagante per chi gioca e bello per chi lo guarda.

Magari fosse così.

In ogni partita, sempre e comunque, purtroppo, si possono vedere:

giocatori inferociti per una chiamata di STRIKE (o di BALL, o di OUT,  di SALVO, tanto fa…) che perdono la loro concentrazione per inveire e protestare su quell’ERRORE fondamentale, quella profonda ingiustizia perpetrata nei loro confronti, dimenticandosi che, magari, prima di quella chiamata, hanno sbagliato due o tre giocate (quelle si, fondamentali), preso un paio di decisioni discutibili e provato a battere lanci molto lontani dalla mazza…

Allenatori che, invece di assomigliare a strateghi dai nervi saldi, attenti a ogni segnale proveniente dal campo, solutori di problemi fedeli al proprio “game plan”, si trasformano in mitologiche bestie schiumanti rabbia, che trasudano irritazione per ogni chiamata contraria alla propria squadra, dimenticandosi che, la stessa chiamata, stretta, difficile, fortunata, li ha favoriti un secondo prima.

Arbitri che, mai e poi mai, vengono assaliti dal dubbio, che invece di impersonare il saggio garante del GIOCO, si trasformano in crudeli quanto irreprensibili carnefici, dimenticando che, spesso, le vittime di quel poter assoluto che esercitano, sono proprio loro e che, la tensione e il nervosismo che gli viene riversato addosso, anche dalle tribune (ma il pubblico si sa, è un'altra storia…) fanno parte della profonda INGIUSTIZIA del gioco.

Perché è verità assoluta, dogmatica e innegabile che Baseball e Softball siano giochi ingiusti e che gran parte di questa ingiustizia è data dal fatto che tutto quello che succede in campo, senza eccezioni, dipende, anzi è, determinato dal GIUDIZIO dell’arbitro.

Nel Baseball e nel Softball, infatti, il giudizio arbitrale “è”, a tutti gli effetti, il regolamento:

non c’è OUT o SALVO, battuta BUONA o FOUL, lancio STRIKE o BALL che non venga SENTENZIATO dal direttore di gara e ogni azione, ogni giocata, ogni decisone sono, immancabilmente, sottoposte al suo giudizio.

Il valore del giocatore, di ogni giocatore, relativamente alla propria precisione, velocità, abilità e capacità decisionale è GIUDICATO dall’arbitro, così come lo stesso arbitro GIUDICA la bontà delle scelte dell’allenatore e l’efficacia delle sue decisioni.

Può non piacere, è profondamente ingiusto, ma è così.

Punto.

Mi piacerebbe, allora, che, in questo gioco ingiusto, prima o poi, si possano vedere partite in cui i giocatori se ne vanno, sicuramente arrabbiati ma sereni, dopo uno “strike-out”, allenatori che escono dal dugout per CHIEDERE, magari gentilmente, invece che ESIGERE e PROTESTARE, e arbitri che ascoltano veramente, consapevoli di quanto la loro CHIAMATA significhi nel GIOCO.

Arbitri capaci di dire, qualche volta, “HO SBAGLIATO” (se si rendono conto di averlo fatto, naturalmente) cambiando la loro “prima impressione” (magari con l’aiuto del collega, visto le continue lamentele sulla difficoltà di arbitrare DA SOLI) consapevoli che la loro reputazione, il loro valore e la loro figura ne uscirebbe ingigantita e non ridimensionata.

Credo che il valore di un arbitro, come di un giocatore e di un allenatore, non dipenda dal fatto che NON SBAGLIA MAI, ma da quello che fa dopo che ha sbagliato.

Se tutti in campo si comportassero così, allora, forse, il GIOCO, rimanendo comunque ingiusto, avrebbe probabilmente più estimatori, magari più pubblico, anche se il pubblico si sa, è un’altra storia…

 

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Lun, 25/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Non seguo troppo assiduamente il basket, non quanto vorrei, cioè.

Inutile dire che, quando posso, la mia attenzione è rivolta  quello professionistico americano, quello della NBA, per intenderci. Questo non per snobismo ma, semplicemente, perché è esaltante da vedere:

ben ripreso, ben commentato ma, soprattutto, ben giocato.

Anche da “spettatore distratto” non è stato comunque possibile non accorgersi che c’è una rivoluzione in corso, nel mondo NBA, una rivoluzione tecnica, un nuovo modo di giocare e approcciarsi al gioco che, di fatto, lo sta cambiando.

Come spesso ricordo sono molto sensibile alle innovazioni nel mondo dello sport e il mio idolo indiscusso rimane DICK FOSBURY (ne ho abbondantemente parlato qui e qui).

Ebbene, sembra che anche il basket abbia il suo FOSBURY!

Si chiama STEPHEN CURRY e, secondo qualche commentatore sportivo, oltre ad essere il miglior giocatore del campionato, in un certo sta danneggiando il gioco.

Brevemente:

CURRY è il playmaker dei Golden State Warriors, la squadra campione dello scorso anno, e il miglior giocatore della passata stagione della NBA. Ed anche è quello che, più di tutti, sta rivoluzionando il modo di giocare nel campionato di basket più importante del mondo.

Gioca infatti una pallacanestro imprevedibile e,  apparentemente, molte delle sue scelte di gioco sono le classiche “scelte sbagliate”:

cose che gli allenatori chiedono ai giocatori di non fare, perché hanno una bassa percentuale di riuscita o troppo avventate.

Evidentemente CURRY non lo sa e continua a segnare con  tiri difficili , facendolo con percentuali notevoli, fa passaggi complicati e spettacolari che spesso si trasformano in assist per i compagni.

Il “problema”, è che molti giocatori giovani, soprattutto nei college, hanno cominciato a imitarlo, rischiando azioni difficili e complicate, fallendo, spesso, da questo fatto l'ipotesi del "presunto danneggiamento del gioco".

Ma, si sa, l’imitazione del più forte o divertente giocatore è, da sempre, scontata:

è successo con Michael Jordan, con Maradona, con Andre Agassi per citarne alcuni.

Non è la prima volta e non sarà l’ultima che un giocatore talentuoso o un modo nuovo di giocare vengono accusati di “eresia” prima che la loro “rivoluzione” cambi per sempre le regole del gioco.

Non voglio entrare in tecnicismi, ma il gioco che CURRY sta portando avanti, fatto di spettacolari tiri da tre punti, da posizioni lontanissime dal canestro, sotto pressione e con il corpo in assetti spesso non “ortodossi”, sta costringendo allenatori e giocatori a rivedere il proprio modo di giocare, nel tentativo di arginarlo.

Quello che rende questo giocatore così forte e così bello da guardare sono le cose imprevedibili che fa con la palla in mano…

Tutto questo cosa ha a che vedere con il baseball e il softball?

Molto i più di quello che sembra:

consiglio di andare a vedersi, per esempio, i video che mostrano CURRY durante il riscaldamento pre-game.

CURRY è un virtuoso del “ball-handling”, cioè dell’abilità di palleggiare e “trattare” la palla e fa, durante il riscaldamento, una serie di esercizi di “funambolismo” che lo aiutano a entrare, direi, in simbiosi con il pallone.

Ma non è solo questo e, Incuriosito da  questo “show”, sono andato a cercarmi anche il suo “allenamento tipo”:

oltre al lavoro fisico e a un innumerevole quantità di tiri ci sono una serie di esercizi inaspettati, fatti con l’aiuto di palle e palline di tutti i tipi, da quella da basket a quella da tennis, usate in coppia e con entrambe le mani, in condizioni di equilibrio precario…

Insomma una vera e propria seduta di allenamento multilaterale!

Ce n’è da attingere a piene mani, anche solo per “rompere” la (noiosissima) routine dei nostri (noiosissimi) allenamenti.

Ma non basta ancora:

ciliegina sulla torta, il simpatico CURRY segna, anche se non spessissimo, tirando con la mano sinistra, che non è la sua preferita, ma che  usa indistintamente rispetto alla destra in tutte le fasi del gioco.

Che dipenda dal fatto che, infischiandosene allegramente della “ortodossia”, il ragazzo non abbia timore di allenarsi anche con qualcosa di diverso dal “solito”?

 

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Lun, 18/04/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Quando ero molto più giovane di quanto mi piaccia ammettere, “la linea” era un cartone animato.

La linea di cui voglio parlare, oggi, invece, è la linea che una giocatrice mi ha chiesto di disegnare in campo durante un allenamento:

brevemente:

stiamo “impostando” la difesa del bunt, in questa fase senza corridori sulle basi  e senza il  battitore, lavorando solo sui movimenti e sulla sequenza “reagisco-carico-raccolgo-tiro”, quindi in modo abbastanza “easy” e senza pressioni esterne.

la squadra è giovane, gioca insieme da poco, non c’è molta esperienza, ci sono “esordienti” in alcune “posizioni chiave”… Insomma, siamo alla prima “imbastitura” del gioco (movimenti, reazioni, priorità, precedenze, ecc…):

c’è molta irruenza, ma allo stesso tempo timore, c’è voglia di fare e di fare bene, ma allo stesso tempo paura di sbagliare, c’è timore riverenziale da parte delle giocatrici “giovani” e qualche insofferenza da parte di quelle “esperte”, ci sono domande da fare, chiarimenti da dare, abitudini radicate da “aggirare”, c’è, soprattutto, tanta voglia che tutto vada SUBITO a posto. Il problema è che non è possibile che vada SUBITO tutto a posto, ci vuole tempo, lavoro, ripetizioni,

Niente di nuovo sotto il sole, insomma.

Niente che non sia già successo migliaia di volte ogni volta che una squadra scende in campo per allenarsi.

Qualche volta, per non dire spesso (d’atra parte sarebbe inutile “allenare” a difendere solo situazioni semplici e senza problemi particolari) quando la palla rotola nelle zone in cui le priorità e precedenze sono meno definite e chiare, le giocatrici non siano ancora precise nelle chiamate e nelle decisioni:

a volte si trovano in tre ( se non in quattro…) a voler giocare la stessa palla e, per questo, si ostacolano a vicenda non riuscendo a completare il gioco oppure la stessa palla rimane per terra mentre, le stesse tre giocatrici, sono preoccupate e impegnate a non ostacolare la compagna.

In ognuno di questi due casi estremi (e in mezzo ce ne sono almeno un miliardo, tutti diversi per dinamica e situazione) il problema si risolve, paradossalmente, continuando a proporlo:

piano piano, errore dopo errore, le giocatrici cominciano a conoscersi, a intuire le difficoltà e i punti di forza dell’una o dell’altra e risolvono la questione, o almeno è quello che si augura ogni allenatore.

Ebbene, proprio in una di queste “confuse” fasi inziali una delle giocatrici mi ha chiesto di “disegnare una linea”, in modo che fosse chiaro, per tutti, fino a dove “quella palla era sua” o quando “doveva lasciarla alla compagna”.

Dal punto di vista concettuale non c’è nulla da eccepire e in effetti, le aree di competenza e di priorità nella giocata, nei manuali di baseball e softball, sono chiaramente delineate…

Purtroppo (o fortunatamente) si gioca sul campo e non sui manuali o sulla carta e, sul campo, i contorni sono molto più sfumati:

ci sono un sacco di “dipende” e un sacco di “distinguo”, che vanno dalla velocità della palla alla posizione di partenza dei difensori, passando per le caratteristiche e il numero dei corridori sulle basi e considerando le condizioni del campo, il tipo di lancio e una, pressoché infinita, serie di altre variabili.

Insomma, non è proprio possibile tracciare “una linea” precisa e il bello del softball, secondo me, sta proprio qui:

in quella assoluta indeterminazione delle situazioni per la quale, credo, non sia possibile che ci sia una partita, un’azione, una giocata mai, esattamente, uguale a un’altra.

Credo che, proprio in virtù di questa caratteristica del gioco, la soluzione non sia “la linea”, ma il continuare a lavorare, proponendo alle atlete “problemi da risolvere” e non offrendo soltanto “soluzioni a portar via” che, se da un lato possono risolvere la maggior parte delle situazioni, dall’altro potrebbero non metterle in condizioni “pensare con la propria testa” e renderle capaci di risolvere quelle situazioni invece, “scomode” che, spesso, se non sempre, sono quelle che determinano la vittoria o la sconfitta.

 

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