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The Doors of Perception

Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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Un po’ della mia filosofia

Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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La mobilità articolare

Dom, 03/08/2014 - 23:58 -- Fabio Borselli

La mobilità articolare è classificata come una delle capacità “intermedie”, cioè legate sia a quelle condizionali che a quelle coordinative.

Viene definita come la possibilità di utilizzare la massima escursione articolare nei limiti imposti dalle stesse articolazioni, dai muscoli e dalle strutture tendinee.

E’ considerata solo parzialmente allenabile, in quanto condizionata dall’estensibilità dei tendini e dalla conformazione delle strutture articolari determinate geneticamente.

La mobilità articolare, a partire dall’infanzia, dov’è potenzialmente massima, è una dote dall’involuzione praticamente irreversibile e tende a regredire rapidamente in assenza degli stimoli neuromuscolari adeguati. È condizionata dalla capacità visco-elastica dei tessuti, e diminuisce in modo accentuato con l’invecchiamento. Il principale responsabile del suddetto fenomeno è il collagene, la cui presenza diminuisce nei tessuti connettivi scarsamente sollecitati.

Muscoli agonisti ed antagonisti lavorano contemporaneamente, i primi per lo svolgimento del gesto e contemporaneamente per vincere l’azione frenante e di controllo dei secondi, a questi ultimi è richiesta una capacità di de-tenzione ed di allungamento, dovendo risultare attivi il meno possibile e solo quando vi sia il rischio di infortunio.

Le strutture capaci di avvertire il senso di stiramento muscolare e di innescare una contrazione di “opposizione” all’allungamento sono sia i fusi neuromuscolari che gli organi tendinei del Golgi.

I fusi neuromuscolari sono allineati alle fibre muscolari ed operano “monitorando” il grado di tensione a carico delle stesse e svolgono importanti funzioni nel mantenimento della postura per la loro capacità di registrare la velocità di stiramento.

Se tale azione è interpretata come potenzialmente pericolosa attivano un “riflesso miotatico o di stiramento” che innesca la contrazione del muscolo ed il blocco dell’allungamento. Questo sistema è quindi un vero meccanismo di prevenzione delle “rotture” rispetto a traumi da tensioni repentine e violente.

In condizioni di affaticamento la loro sensibilità é maggiore, e diviene difficoltoso eseguire esercizi di stretching. Dopo un buon riscaldamento la loro soglia di eccitazione viceversa s’abbassa.

Gli organi tendinei dei Golgi svolgono analoga funzione, anche se con sistemi differenti, ed inducono una risposta opposta, sono posizionati in serie fra tendine e muscolo e registrano il grado di forza espresso inviando uno stimolo inibitorio.

Hanno un grado di sensibilità tale da indurre una risposta per sollecitazioni marcate, o allungamenti protratti per almeno 8-10 secondi, allentando la contrazione muscolare (riflesso miotatico inverso).

Il miglioramento della mobilità articolare è definito di tipo permanente o temporaneo:

  • permanente quando è ottenuto con frequenti sessioni di stretching, in grado d’agire direttamente sulla fisiologia muscolare,
  • temporaneo se sfrutta fattori esterni quali la temperatura ambientale o quella del muscolo (un suo aumento migliora la mobilità) in condizioni psicologiche non stressanti.

La mobilità articolare nel bambini non deve essere, propriamente, ALLENATA ma più semplicemente STIMOLATA e CONSERVATA nel tempo:

la teoria dell’allenamento delle capacità per fasi sensibili si basa, a mio parere,  sul presupposto che il bambino sia uno sportivo “sui generis”, che agisce sulla base delle proprie capacità bio-meccaniche del momento:

nella sua psicomotricità la capacità di mobilità ed elasticità sono doti innate e scontate, che non devono andare perdute e, magari poi, faticosamente riconquistate tramite esercizi ripetitivi e potenzialmente dannosi.

L’allenamento o, meglio, lo sviluppo della mobilità articolare deve consente all’organismo di ricalibrare tutte le soglie propriocettive dei “sensori” neuromuscolari, contrapponendosi al naturale e fisiologico degrado precoce.

 

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Il paradosso della panchina

Lun, 28/07/2014 - 07:27 -- Fabio Borselli

Cosa è un paradosso?

Ho cercato una definizione semplice e condivisibile del termine e, a parer mio, la migliore che ho trovato è quella del filosofo inglese Mark Sainsbury:

"il paradosso è una conclusione apparentemente inaccettabile, che deriva da premesse apparentemente accettabili per mezzo di un ragionamento apparentemente accettabile".

Cosa c’entrano filosofi, paradossi e panchine con il softball?

Ogni squadra, più o meno, ha i propri titolari “certi”.

Ogni squadra, più o meno, ha, anche, le proprie “riserve”.

Sia che si tratti di “permanenze” in panchina abituali, sporadiche o contingenti ,ogni volta che la squadra scende in campo, coloro che non fanno parte del team partente, sono le RISERVE.

Si può non essere scelti per far parte del nove (dieci) TITOLARE per svariati motivi: tecnici, tattici, di esperienza, di età, ecc…

In ogni caso il Tecnico DEVE prendere questa decisione, visto che è sua responsabilità.

In ogni caso i giocatori DEVONO accettare questa decisione.

Che alle “riserve” piaccia stare in panchina a guardare la partita, però, togliamocelo dalla testa.

Anche la gestione degli “umori” del proprio team è un’altra responsabilità dell’allenatore.

Ed eccoci arrivati al paradosso:

in teoria, la formazione che scende in campo dall’inizio del match dovrebbe essere quella con le giocatrici più forti, più in forma o più adatte al tipo di gioco che si vuole fare o a contrastare l’avversario di turno.

Non sempre, però, la squadra “funziona” come ipotizzato e non sempre riesce a giocare come teoricamente dovrebbe.

A questo punto, lo staff tecnico, comincia a pensare di far entrare le “riserve”:

chi entra in campo a partita iniziata lo fa, spesso, in una fase di gioco critica e gli sarà richiesta una prestazione migliore di quella che ha fornito il giocatore titolare e quindi di grandissima responsabilità.

In pratica si chiede al sostituto, che era stato escluso, di “riparare” allo scarso rendimento di chi gli era stato preferito.

Dal punto di vista mentale questa situazione non è sicuramente delle più semplici da gestire, da parte dell’atleta che si trova catapultato in campo e deve, improvvisamente, dimostrare la propria concentrazione e le proprie capacità:

i fattori in gioco sono molteplici e vanno dall’autostima del giocatore all’interpretazione (giusta o sbagliata che sia) delle decisioni dell’allenatore.

Di fatto si chiede all’atleta una prestazione che, forse, non è stata ritenuta alla sua portata (altrimenti, forse, sarebbe tra i partenti) e gli si chiede di farlo nella peggiore situazione, tattica ed emotiva, possibile.

Ci sono ottimi e fondati motivi per aspettarsi un fallimento!

Credo che sia questo il nodo fondamentale che “le riserve” devono comprendere, ma che deve essere ben chiaro anche agli allenatori:

sarebbe bello che tutte le partite andassero come è stato, più o meno, programmato, ma è necessario che, nel momento in cui le cose non “girano” a dovere, chi viene chiamato in causa, deve, necessariamente, farsi trovare pronto e determinato perché dal suo rendimento, magari richiesto in un momento veramente critico, può dipendere l’esito dell’incontro.

Ecco in cosa consiste il PARADOSSO DELLA PANCHINA.

Tecnici ed allenatori ripetono, anche troppo frequentemente, che le partite vengono vinte dalla squadra e non dai singoli atleti:

per far si che questo sia vero occorre che tutti i giocatori siano pienamente coinvolti nel gioco, partenti o riserve che siano.

Occorre, perciò, elaborare strategie di coinvolgimento, dal turnover all’organizzazione dei compiti in panchina durante la gara, tali che facciano “veramente” sentire parte integrante ed importante della squadra anche le “riserve”.

 

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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 07/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo di questo post agli Utopia, la rock band guidata da Todd Rundgren: l’album in questione è uscito nella mia, ormai lontana, adolescenza e l’ho suonato, a tutto volume sul mio giradischi, per tantissimo tempo.

Da allenatore ho spesso la sensazione di essere, purtroppo, sul pianeta sbagliato...

Io sono un allenatore “severo”… dicono, e forse lo sono davvero...

Prima di tutto vorrei fare una digressione:

se li Interroghiamo sul perché abbandonino la pratica agonistica i nostri giovani, statisticamente, nei due terzi dei casi, ci forniranno motivazioni legate allo studio ed alla mancanza di tempo.

Queste stesse “scuse” (magari artisticamente arricchite) sono le stesse che ci vengono propinate quando gli atleti devono saltare le sedute di allenamento o, addirittura, le gare.

Specialmente quelle legate alla scuola…

C’è una leggenda, perché di leggenda si tratta, secondo me, che tra sport agonistico e carriera scolastico/universitaria ci sia incompatibilità.

Purtroppo c’è, invece, una sorta di “patto scellerato” sancito tra figli e genitori (in cui i figli sono la parte lesa) che si può riassumere con la frase:“se vai bene a scuola... allora...”

In questo “accordo scolastico”, però, non c’è nessun accenno alle aspirazioni del giovane (inteso come individuo) ed alle sue necessità, non c’è, soprattutto, nessun accenno al valore del tempo ed al suo utilizzo come mezzo per la realizzazioni delle stesse aspirazioni.

In questo patto che fine fa il talento di ognuno? O i sogni? O la, passatemi il termine, discrezionalità?

Mi viene da alzare gli occhi al cielo mormorando: “se le persone (e la loro individualità) contassero veramente e le loro qualità venissero coltivate…” Allora, forse, i genitori  potrebbero cercare di capire le inclinazioni dei propri figli e potrebbero aiutarli ad indirizzare le loro energie per coltivarle.

Invece, troppe volte, si sente dire: “Mi basta che…”

E questo sostituisce le idee, i sogni e nessuno, o molto pochi, predicano il “se lo vuoi DEVI provare a farlo”, anzi, le sfide “non importanti” sono viste come una cosa da evitare, da scansare.

In questa logica lo sport “minore”, quello “povero”, che non garantisce la pagnotta a “quelli bravi” è visto come una perdita di tempo e si fa, si pratica fino a che non “ruba tempo alle cose davvero importanti”.

Ho visto, in questi anni, lanciatrici, catcher, interbase, che avrebbero potuto vivere una FELICE “carriera da atleta non professionista”, immolate sull’altare della “laurea a tutti costi”, finire prigioniere in vite da ufficio che non volevano e che continuano a non volere, sognando scivolate e terra rossa.

Non si pensi che non credo nel valore di una carriera accademica, che non abbia fiducia nella scuola, che pensi che la cultura non sia importante.

Ma credo anche che, in fondo, come non tutti possono giocare in seconda base, non tutti debbano, per forza, studiare medicina:

meglio una persona felice, che pensa con la propria testa e che prova a cambiare il mondo che lo circonda cercando di rendere felice chi gli sta vicino, che fa un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, che un medico “per forza”, che sarà, alla fin fine, oltre che una persona triste, anche un pessimo medico.

Detto questo, anzi, proprio per questo io sono un allenatore “severo”!

Sono severo perché sono molto esigente, perché non tollero scelte fatte a metà, perché non ascolto giustificazioni figlie del “potevo ma non voglio”, perché voglio che se qualcuno ha dei sogni faccia di tutto per raggiungerli.

Sono severo perché credo che si possa studiare (imparare a guidare il trattore, allevare le api, suonare uno strumento…) e, contemporaneamente, allenarsi per diventare catcher (esterno destro, prima base…).

Sono severo perché i sogni degli atleti diventano i miei sogni e non gli permetto di dimenticarli.

Sono severo perché, alla fine, voglio, anzi PRETENDO, che ognuno provi ad essere il giocatore migliore che può essere, senza scuse, giustificazioni o autoindulgenza.

Poi.. che allenare significhi, troppo spesso, scendere a compromessi... è, purtroppo, un’altra storia…

 

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Lun, 30/06/2014 - 10:29 -- Fabio Borselli

Oltre ai “dolori da acido lattico” (argomento già affrontato nel post “Tutta colpa dell’acido lattico?”) ci sono un paio di altre affermazioni che sembrano essere “scritte nella pietra”:

la prima è "veloci si nasce" e l’altra, direttamente collegata è “non si può allenare la velocità”, Il tutto nonostante la ricerca scientifica dimostri che le cose non stanno proprio così…

Prima di tutto vorrei elencare, senza eccessivi tecnicismi, alcuni dei fattori che risultano allenabili della velocità, o per meglio dire della “rapidità impulsiva”:

TEMPO DI LATENZA DELLO STIMOLO NERVOSO

Di fatto è il tempo che separa lo stimolo dalla risposta.

Fase sensibile (cioè il lasso temporale in cui si possono, realmente apportare modificazioni durature) dai 6 ai 10 anni.

Studi e ricerche attestano che  per effetto dell'allenamento, il processo della stimolazione trasmessa verso gli organi periferici recettori si organizza in modo intelligente. Gli impulsi “imparano” ad utilizzare “strade” più brevi in funzione dell'esigenza neuro-motoria.

VELOCITA’ DI TRASMISSIONE DELL’IMPULSO

Che deve vincere “resistenze minori” per effetto delle trasformazioni, indotte dall’allenamento, a carico delle guaine mieliniche che registrano un miglioramento delle proprie “capacità isolanti” permettendo, oltre ad una maggior efficienza del sistema di trasmissione, una maggiore “pulizia” degli stimoli trasmessi attraverso di esso.

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA DEL MUSCOLO

Ci sono in proposito diverse teorie, più o meno accreditate, più o meno verificate, ma sembra appurata l’esistenza di un “trend di specializzazione muscolare" indotto dall'allenamento prolungato e selettivo.

E’ dimostrato, infatti, che le fibre bianche (veloci) possono "degenerare" in fibre più vascolarizzate ma lente e che atleti capaci di espressioni di forza esplosiva ne abbiano, invece, un numero superiore alla media (anche se, in questo caso, non è dimostrato che  patrimonio individuale di fibre bianche possa essere modificato).

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA TENDINEA

L’allenamento aumenta la resistenza e la sezione trasversale del tendine, oltre che la sua lunghezza (aumento del numero dei sarcomeri in serie) modificando le proprietà visco-elastiche, e quindi la capacità di immagazzinamento e restituzione dell'energia elastica quando si eseguono movimenti di rapidità-esplosiva.

CAPACITA’ DI CONTRAZIONE/DECONTRAZIONE

È possibile rendere più efficiente  la capacità di calibrare e regolare il contributo dei singoli distretti muscolari al movimento, diminuendo la resistenza dei distretti muscolari non coinvolti direttamente nell'esecuzione del movimento stesso.

CAPACITA’ DI RECLUTAMENTO E SINCRONIZZAZIONE

L’attività muscolare segue la legge del TUTTO O NULLA:

la stimolazione dell’unità neuromotoria è sempre massimale, quelli che varia è la frequenza di stimolazione ed il numero delle unità reclutate.

L’allenamento rende possibile il miglioramento sia del RECLUTAMENTO SPAZIALE  che passa da un  parziale del 30-50% delle unità disponibili a quello completo, con proporzionale incremento della forza, sia del RECLUTAMENTO TEMPORALE, che è la capacità di reclutare contemporaneamente tutte le unità coinvolte.

La SINCRONIZZAZIONE è, invece, definita come la capacità di ottenere il massimo reclutamento istantaneo delle fibre ed è fondamentale nelle attività di forza esplosiva.

FORZA ESPLOSIVO/ELASTICA

L'aumento della sezione trasversale (fino ad un certo limite strutturale) e quindi del peso, delle fibre muscolari bianche, rende possibile l’incremento della potenza tramite l’incremento di forza prodotta.

Naturalmente è necessario che all’aumento di forza non corrisponda una diminuzione significativa della velocità di esecuzione.

CAPACITA’ TECNICA E COORDINAZIONE

L’allenamento migliora sicuramente l'equilibrio nei movimenti e rende possibile la ricerca del miglior utilizzo delle risorse energetiche disponibili in funzione della durata dello sforzo.

In conclusione:

  • non bisogna limitare la definizione di VELOCITA’ solo ed esclusivamente alla capacità di corsa, ma estendere il concetto a tutte le espressioni di forza veloce che sono coinvolte nelle varie discipline sportive.
  • Le doti naturali, cioè i parametri biometrici, come le leve ossee, le inserzioni tendinee e gli angoli lombosacrali, sono un fattore importantissimo per la velocità, ma per il loro essere legate alla genetica, sono, purtroppo, non modificabili.
  • L’allenamento strutturato può modificare, invece, una serie di parametri che permettono di rendere “più rapida ed efficiente” l’esecuzione IN VELOCITA’ dei gesti tecnici propri dello sport

Credo che se “velocisti si nasce”, sicuramente è possibile “diventare più veloci” e che allenare la velocità è cosa possibile, anzi imprescindibile, specialmente se si parla di bambini.

 

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Un inning alla volta…

Lun, 23/06/2014 - 07:51 -- Fabio Borselli

Si dice talmente spesso, tanto spesso che è diventato un luogo comune:

si gioca un lancio alla volta, un battitore alla volta, un eliminato alla volta…

Di fatto è un’affermazione assolutamente giusta e condivisibile, anzi, se applicata è LA filosofia di fondo di baseball e softball:

si gioca nel presente, qui ed ora, senza pensare a quello che è successo prima, un lancio alla volta, appunto.

Molto facile da dire.

Molto difficile da mettere in pratica.

I giocatori, specie se giovani, specie se non molto esperti, si lasciano “trascinare dagli eventi” al punto che la propria prestazione è condizionata non solo da “quello che stanno facendo” ma, anche, da quello che “stanno facendo gli altri” (arbitro, compagni di squadra, avversari…).

Capita, perciò, che un brutto inizio di partita o un inning “storto” faccia “andare in barca” tutta la squadra, che non riesce a reagire e non riesce a superare il momento.

Mi è capitato, molto più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto, di trovarmi in questa situazione.

Per prima cosa il dire “giochiamo un inning alla volta” non basta. Non basta perché il tabellone incombe, laggiù a fondo campo, e gli innings sono sette… non uno.

Ecco, allora, un piccolo espediente che ho utilizzato per “obbligare” la squadra ad “abbassare la testa”, circoscrivere l’orizzonte e giocare, davvero, un inning alla volta.

Abbiamo stabilito, insieme, durante gli allenamenti, che avremmo giocato (ogni volta che affrontavamo l’avversario) sette partite e che ciascuna sarebbe durata una sola ripresa. Per vincere una di queste “mini-partite” si dovevano fare gli stessi oppure più punti dell’avversario. In pratica si vinceva l’inning anche pareggiandolo.

Per rinforzare il concetto e dargli forza abbiamo anche organizzato il nostro “tabellone da panchina”:

un grande foglio bianco, strutturato come un vero tabellone segnapunti, ma che aveva una riga in più, quella per indicare, sotto ogni ripresa, se in quell’inning avevamo vinto o perso.

Nelle prime uscite del nostro tabellone “fatto in casa” qualche giocatrice si guardava intorno imbarazzata, cogliendo qualche sguardo stupito degli avversari, ma, piano piano il gioco ha cominciato a funzionare:

l’obiettivo iniziale era quello di riuscire a vincere almeno un inning.

Poi siamo passati a cercare di vincerne quattro, uno in più degli avversari.

Naturalmente, considerando come vittoria anche il pareggio, capitava che si riuscivano a vincere le quattro riprese, ma che non si riusciva a vincere la partita (quella ufficiale).

Aldilà di questo, il risultato è stato che la squadra, tutta, senza distinzioni, ha cominciato veramente a giocare “inning by inning”.

C’è stato, addirittura, un periodo nel quale, giocando il “doppio incontro”, il tabellone di squadra era fatto di quattordici inning in successione e nessuno si poneva il problema di quale fosse il risultato alla fine di “gara uno”.

Questo “giochetto” è durato, più o meno, una stagione, iniziando alla fine di un campionato e proseguendo nel successivo.

Poi, piano piano, la squadra ha smesso di averne bisogno:

il concetto di giocare una ripresa alla volta è diventato normale ed automatico, tanto che, a distanza di anni le giocatrici continuano, nei momenti topici delle partite, a dire di giocare per “vincere questo inning”

Naturalmente, come in tutte le cose che si fanno con le squadre di softball, bisogna che tutto l’entourage della squadra sia coinvolto e convinto di quello che si sta facendo. Questo piccolo espediente, infatti, non avrebbe avuto nessuna possibilità di funzionare se tutto il gruppo di lavoro del team (me compreso) non ci avesse, davvero, creduto.

 

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Lun, 16/06/2014 - 07:49 -- Fabio Borselli

Per prima cosa:

Serie ricerche scientifiche hanno evidenziato una serie di verità assolute, basate sui fatti e sui risultati di studi accurati.

Fumare fa male, davvero male, non è una diceria.

I numeri relativi al problema fumo sono, a dir poco, spaventosi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevede che entro il 2030, annualmente, il tabacco ucciderà oltre 10 milioni di persone.

In Italia i fumatori al di sopra dei 15 anni sono circa 14 milioni, la maggioranza dei quali inizia prima dei 21 anni e consuma tra le 11 e le 20 sigarette al giorno. Sempre in Italia, si stima che il tabacco sia il responsabile di circa il 30% di tutte le morti per tumore, ovvero 45.000 decessi ogni anno.

Ad esse, si sommano 8.000 decessi l’anno per cause legate al fumo passivo, 10.000 morti per bronchite cronica ed enfisema polmonare ed un numero non trascurabile di decessi per infarto miocardico e altre patologie cardio e cerebro-vascolari.

Nel calcolo finale, relativo al nostro paese, si può affermare che muoiano, complessivamente, ogni anno, circa 80.000 persone per cause legate al fumo.

Lo ripeto, fumare fa male, davvero male, e non si dovrebbe fare.

Figuriamoci poi se si pratica sport.

Sport e fumo, oltre che per quanto detto sopra (e non è poco!) sono inconciliabili.

Per un atleta che viva lo sport come ricerca dei dei propri limiti e come confronto con le proprie potenzialità, infatti, fumare comporta, anche, una serie di problematiche fisiologiche legate alla prestazione che la condizionano negativamente:

  • Diminuzione della capacità di trasporto dell’ossigeno da parte dell’emoglobina.
  • Riduzione della capacità di lavoro prima dell’esaurimento delle energie fisiche.
  • Riduzione del volume massimo di  ossigeno trasportato ogni minuto.
  • Riduzione della massima ventilazione polmonare.

Fumare “toglie il fiato” e “taglia le gambe”, oltre ad innescare una serie di “debolezze strutturali”, come la minor resistenza a virus e malattie.

Sarò drastico, ma semplicemente:

non è possibile conciliare vizio del fumo ed allenamento di alto livello, vizio del fumo e ricerca della massima prestazione, vizio del fumo e pratica sportiva.

Chi fuma non si può, secondo me, definire ATLETA.

E non bisogna nemmeno cadere nel tranello del “se fumo POCO, allora…”

Non è così.

Serie ricerche condotte sia su atleti che su individui non sportivi e sedentari evidenziano un decremento fisiologico ed un abbassamento dei livelli prestativi già a partire dal consumo di  tre sigarette al giorno.

Il fumo è un problema, una piaga sociale, un vizio…

I miei atleti e le mie atlete, per esempio, sanno esattamente qual è la mia posizione, assolutamente intransigente e per nulla permissiva rispetto al vizio del fumo.

Purtroppo, nonostante questo, qualcuno fuma lo stesso…

Il mio approccio al problema è sempre stato quello di passare ai ragazzi ed alle ragazze le informazioni che possiedo ed invitarli a cercare di capire i termini della questione, senza fare terrorismo, naturalmente, ma facendo in modo che siano chiaramente al  corrente di quello che il fumare comporta.

Non so se in questo modo ho convinto qualcuno a non iniziare o a smettere, ma francamente lo spero.

 

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Open

Lun, 09/06/2014 - 09:32 -- Fabio Borselli

Grazie alla mia amica Simona, che me l’ha consigliato, ho letto OPEN di Andre Agassi.

Il libro altro non è che l’autobiografia, scritta con tono da romanzo, del grande tennista.

Devo dire che non sono un  grande appassionato di tennis, anche se mi affascina la “dimensione mentale” che, mi pare, domini ogni singolo incontro, infatti mi ritrovo, ogni volta che seguo una partita, ad analizzare le reazioni, soprattutto mentali, dei giocatori, di fronte alle situazioni che il gioco via via propone.

Questo (per ovvie analogie con il softball) per cercare di anticipare il raggiungimento del “punto di rottura” di ciascuno e capire le modalità e le strategie di riconoscimento, anticipazione e superamento dei “momenti di crisi” che atleti diversi mettono in atto.

Il libro di Agassi è, prima di tutto, un ottimo libro: ben scritto, appassionante, vero.

Il “messaggio” che il libro fa passare non è, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una dichiarazione d’amore nei confronti del proprio sport, anzi è esattamente l’opposto.

Andre Agassi, “vittima” della predestinazione, costretto dal padre “allenatore autoritario” a diventare un tennista “per forza”, prima di accettare il proprio talento e diventare il campione che “doveva essere” racconta il suo ODIO per il tennis.

Un ODIO forte e potente che lo ha tenuto, per tutta la sua carriera, in bilico tra la vetta ed il baratro.

C’è una frase, nel libro, che mi ha colpito con una forza particolare:

è il racconto del primo successo ottenuto nel torneo di Wimbledon, la prima, a lungo cercata, vittoria in un torneo del Grande Slam da lui ottenuta.

Agassi dice:

“Vincere non cambia niente.

Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere.

Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”.

Credo che in questa affermazione ci sia una grande verità.

Credo che nello sport, in qualsiasi sport, sia davvero così.

Per quanto la vittoria, anzi, la strada che porta alla vittoria, sia esaltante ed emozionante, la gioia che si prova è comunque una gioia “a tempo”:

ecco che dietro i festeggiamenti appare già il prossimo obiettivo da raggiungere, la sfida successiva.

La sconfitta, invece, è devastante, fa male e lo fa a lungo, anzi, alle volte, fa così male che diventa impossibile da superare.

Nel libro non c’è solo questo, naturalmente.

È, lo ripeto, una bella storia che vale la pena leggere.

 

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