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Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Sostieni CASA BASE!

Sab, 23/05/2015 - 15:27 -- Fabio Borselli

I più attenti se ne saranno già accorti…

Da qualche giorno sulla pagina principale di Softball Inside è apparso un nuovo riquadro, intitolato SOSTIENI CASA BASE!

Ci siamo interrogati a lungo sul “come proseguire il cammino” e a questo punto, prima di andare avanti, sono doverose alcune precisazioni:

prima di tutto CASA BASE è un progetto che non produce guadagni e che viene portato avanti nel tempo libero degli autori.

CASA BASE si sta evolvendo e diventa sempre più complicato da gestire e autofinanziare visto che per ogni striscia o disegno servono, oltre al tempo disponibile, materiali di consumo, attrezzature informatiche e tanto altro, facile da immaginare.

L’idea di dare vita ad un sito web dedicato esclusivamente agli ATOMICS complica ulteriormente la situazione e aumenta, come è facile intuire, i costi da sostenere.

Naturalmente, a questo punto, potrebbero venire fuori alcune, legittime, obiezioni:

“allora lasciate perdere!”, “perché ce lo venite a raccontare?”, “non è un problema mio”, “se ne può fare a meno”.

Le stesse, insieme a molte altre, che ci siamo dette e ridette tra di noi…

Ma non riusciamo a smettere!

Crediamo che CASA BASE possa essere importante per il baseball e il softball e che possa “aiutare” a far diventare un po’ più popolari i NOSTRI sport.

Ecco perché, dopo lunghi tentennamenti e ripensamenti e, inutile nasconderselo, con qualche imbarazzo, abbiamo deciso di chiedere ai lettori del nostro fumetto un piccolo aiuto per sostenere il nostro “sogno”.

La formula è quella del classico CROWDFOUNDING:

Facendo click sul riquadro SOSTIENI CASA BASE! si apre la pagina della “raccolta fondi” (questo il link diretto) e sarà possibile“donare”, utilizzando PayPal, un contributo al mantenimento in vita del fumetto italiano dedicato al baseball.

Noi speriamo di non essere stati troppo invadenti e contiamo sul vostro aiuto.

CASA BASE è un cantiere a cielo aperto e non sappiamo, davvero, cosa succederà domani, ma speriamo che ci possiate dare una mano a proseguire questa avventura.

A chiunque ci è stato a sentire e apprezza le nostre storie un grande ringraziamento, anche se deciderà di non sostenerci.

 

Rubamazzo

Lun, 18/05/2015 - 09:06 -- Fabio Borselli

 

Credo che tutti conoscano il gioco di carte del “rubamazzo” (o “rubamazzetto” in alcune culture…).

Per i pochi che non ne conoscono le regole c’è, comunque, la possibilità di impararle consultando, per esempio, questo sito internet.

Rubamazzo è un gioco semplice, uno dei primi che si insegna ai bambini, se non si può proprio fare a meno di iniziarli al gioco delle carte.

È anche il primo gioco che i bambini smettono di giocare quasi subito... Questo perché, in effetti, è davvero semplice, troppo.

È un gioco, infatti, legato alla fortuna nel quale, in pratica, non c’è nessuna sfida e vincere o perdere non dipende, in nessun modo, dalla abilità del giocatore. La vittoria è determinata dalle carte che capitano in sorte e non ci sono strategie che possano cambiare questa realtà.

Chi ha provato a giocare con i propri figli ricorderà la noia, assoluta, di questo gioco.

Venerdì scorso un amico l’amico Alessandro,  allenatore di una squadra giovanile di baseball, in quel di Parma mi ha contattato su facebook facendomi questa domanda:

“Sto seguendo una squadra di 12enni, a Parma, che ha un buonissimo livello tecnico, ma i ragazzi hanno un atteggiamento durante la partita come se non gli importasse di vincere o perdere, totalmente piatto. Durante gli allenamenti, invece,  anche con giochi di sfida sono assatanati di vittoria. Hai dei consigli su come posso gestire questa cosa e cercare di far diventare una sfida anche la partita?”

Abbiamo “chattato” per un po’ e mi sono fatto dare spiegazioni più approfondite.

Il risultato è che la sua squadra è molto forte tecnicamente e, difficilmente viene messa in difficoltà dagli avversari, risultando vincente nella maggior parte (per non dire tutte) le partite.

Naturalmente non ho potuto, assolutamente, dargli nessun tipo di consiglio, visto che non credo sia possibile affrontare una questione così complicata senza conoscere, in maniera approfondita, la situazione.

Abbiamo condiviso alcune considerazioni e valutato possibili spiegazioni, ma niente di più.

Questa “chiacchierata”,  oltre che lusingarmi, mi ha anche dato modo di riflettere, per conto mio, sull’argomento.

Cosa, davvero, rappresenta una sfida per i bambini che giocano a baseball (e per le bambine che giocano a softball)? E cosa, invece, lo è per i giocatori più maturi?

È possibile ridurre tutto, semplicemente, al vincere la partita contro l’avversario di turno?

A me appare chiaro che, nel caso della squadra del mio amico, non sia certo “lo spirito agonistico” o la “fame di vittoria” che mancano, semmai è proprio l’opposto:

la partita è una sfida troppo facile, non è divertente da giocare perché “si sa già come va a finire” e non c’è nessuna “paura di poter perdere”.

Come quando si gioca a rubamazzo…

Ma, l’ho detto prima, a rubamazzo si smette presto di giocare, si smette non appena ci si rende conto che non c’è nessuna sfida e che il risultato non dipende da noi.

Paradossalmente, la squadra è ben allenata, ben preparata, forte e vince sempre e proprio questo rischia di “far annoiare” i giocatori e di portarli verso “qualcos’altro” che li stimoli e li sfidi un  po’ di più…

Naturalmente lo stesso rischio di “lasciar perdere” lo corrono i giocatori di quelle squadre che “non vincono mai”, quelle per cui, invece, “la sfida” è, o sembra, impossibile.

Non ci sono ricette universali per far si che l’atleta si senta sfidato in ogni occasione, che si tratti di partita o allenamento, ma a mio parere il vero lavoro dell’allenatore dovrebbe essere quello di fare in modo che ogni bambino si senta unico, importante e, soprattutto, artefice delle proprie vittorie o sconfitte.

Li si dovrebbe sfidare a migliorarsi, ad andare ogni volta un po’ più in la. Si dovrebbe lasciarli cadere e sbagliare da soli, aiutandoli a rialzarsi, incoraggiandoli a riprovare, Si dovrebbe, infine, alzare l’asticella quando le cose diventano troppo facili.

Non credo, poi, che per gli adulti ci sia una grande differenza, anzi sono convinto che, in fondo, la ricerca della fida, naturalmente di tipo diverso da quella dei bambini, sia il motore ultimo che determina la pratica sportiva.

C’è una cosa che dico abitualmente alle mie giocatrici, quando vengono fuori da una gara tirata, vinta o persa non importa:

"quella sensazione di paura che si sente in fondo schiena , quel groppo in gola, quel momento in cui la vittoria o la sconfitta sono così  perfettamente in bilico che tutto dipende da quello che si farà, nel bene o nel male,  è il motivo per cui si gioca ed è il motivo per cui si tornerà, ancora, a giocare, cercando, di nuovo, quella sensazione”.

Per me lo sport, tutto lo sport, si fonda sulla ricerca di quella sensazione, sulla ricerca di quei momenti in cui l’atleta può fare, o non fare, la differenza.

Come ho già detto altre volte:

vincere o perdere una partita non c’entra, davvero, nulla con tutto questo.

 

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Una finestra sul futuro

Sab, 16/05/2015 - 09:52 -- Fabio Borselli

 

CASA BASE, la striscia a fumetti tutta italiana, dedicata al baseball, si avvicina al traguardo delle 100 strisce (a dire il vero il traguardo è già stato superato se si contano nel novero anche quelle “Special Edition” inserite nella collana Extra Inning…)

Sauro Pasquini, che della striscia è il disegnatore, commenta così l’avvicinarsi del fatidico n. 100:

“Mi è sempre piaciuto disegnare fumetti, ma si è sempre trattato di piccole storielle da ragazzi, pubblicate sulla Testata, ma niente di più lungo di quattro pagine. Pensare che ho già disegnato quasi 100 episodi di CASA BASE per me è una sorpresa e rappresenta un record! Il bello è che l’entusiasmo non è minimamente sceso e disegno ogni striscia come se fosse la prima.

Naturalmente mi piace anche ricordare che, fino ad adesso, CASA BASE, ha totalizzato anche altri risultati, oltre alle 100 strisce:

Due libri pubblicati, l’ultimo dei quali, la raccolta “ANNO UNO” è in vendita on line, sia in versione elettronica che cartacea, sul sito LULU.com oltre che su AMAZON.IT.

La striscia viene inoltre ospitata in Italia dai siti web Baseball Mania e Baseball On The Road e negli Stati Uniti dal sito Baseball Reflections.

In generale riceviamo apprezzamenti sia dal mondo del baseball e del softball ma anche da chi apprezza il fumetto aldilà del contenuto puramente sportivo.

C’è da essere orgogliosi e stimolati a continuare a far bene.”

In questi due primi anni di vita CASA BASE è, piano piano, maturata:

il tratto è cambiato, diventando più preciso e definito, è arrivato il colore e la squadra degli Atomics ha adesso nelle proprie fila personaggi in pianta stabile e ben definiti nelle proprie caratteristiche.

A  proposito dei personaggi, c’è anche da dire che ce ne sono alcuni che devono ancora fare la loro comparsa e che sono tutti ispirati a quelle figure che, chiunque gravita intorno a una squadra di ragazzini che giocano a baseball, prima o poi, è destinato a incontrare.

Proprio la definizione dei caratteri dei protagonisti sta portando CASA BASE ad una ulteriore evoluzione:

c’è bisogno di una storia lunga, che racconti di più sugli Atomics, che parli anche dei loro sogni e delle loro aspirazioni e che li faccia uscire dai confini, a volte angusti, della singola striscia.

Il progetto, ambizioso, si chiamerà “La Gang degli Atomics”.

Sarà questo, infatti, il titolo del volume, del quale è già pronta la copertina che, in anteprima, accompagna questo post.

Il libro, che verrà pubblicato sia in edizione cartacea che in formato digitale, proporrà, naturalmente dal particolarissimo punto di vista di CASA BASE, una storia di integrazione e di amicizia, raccontando la partecipazione degli Atomics a un torneo giovanile di Baseball, quella che gli autori ritengono essere una delle esperienze più formative che possano essere affrontate da dei ragazzini che giocano a baseball.

Non è ancora possibile definire una data certa di pubblicazione ma il progetto è già sulla rampa di lancio e cresce di giorno in giorno.

Come detto in altre occasioni CASA BASE è un cantiere aperto e ci sono tanti progetti e idee che bollono in pentola…

Continuate a seguirci, sarebbe davvero un peccato perderseli.

 

Il libretto delle istruzioni

Lun, 11/05/2015 - 08:27 -- Fabio Borselli

 

Chi non conosce il LEGO?

Il “gioco di costruzioni più famoso al mondo” ha, in ogni scatola di mattoncini, il libretto delle istruzioni.

Se si acquista, per esempio, il set n. 60074 (BULLDOZER), dentro la scatola si troveranno 384 pezzi e un libretto di istruzioni che, con l’aiuto di dettagliate illustrazioni, permette a chiunque di costruire un giocattolo, esattamente identico a quello rappresentato sulla confezione.

Quando ho cominciato ad allenare avevo delle certezze assolute riguardo ai “fondamentali”.

Avevo ben presente come volevo che fossero i miei giocatori e facevo di tutto perché fossero esattamente uguali al modello che avevo in testa.

Questo modello era rigidissimo e non erano ammesse deviazioni:

si batte così! Si lancia così! Si prende così!

La tecnica doveva essere perfetta, assolutamente precisa, GIUSTA.

La GIUSTA TECNICA rappresentava, per me, il libretto delle istruzioni per poter “costruire”, nel modo corretto, gli atleti e la squadra.

Cercavo in ogni modo di realizzare, senza errori, il disegno rappresentato sulla confezione.

Negli anni i miei modelli si sono fatti meno rigidi, molto più elastici e adattabili.

Ho ragionato su quanto l’efficacia del gesto sia da preferire alla forma e sul fatto che esistono soluzioni diverse allo stesso problema.

Detto questo sono ancora convinto che ci siano degli assoluti tecnici e biomeccanici in ogni tecnica del baseball e del softball dai quali non si può prescindere e che rappresentano dei punti obbligati “di passaggio” per raggiungere la massima efficacia del gesto.

Ma sono ancor di più convinto che ogni fondamentale sia frutto di interpretazione, rielaborazione e adattamento da parte dell’atleta.

Con il LEGO, usando in maniera diversa da quanto previsto nelle istruzioni i 384 pezzetti di plastica che fanno parte del set Buldozzer (questo i bambini lo sanno benissimo) è possibile, con la sola limitazione della fantasia, realizzare praticamente qualsiasi cosa.

I componenti rimangono gli stessi, ma l’utilizzo che se ne fa porta a un risultato ogni volta diverso.

Allo stesso modo gli atleti possono diventare efficaci anche utilizzando approcci e soluzioni diverse allo stesso problema.

Nel baseball e nel softball non c’è una valutazione formale dei gesti, non si ottengono punteggi in base all’esecuzione, non c’è una giuria che valuta l’eleganza o la postura, si vince o si perde solo in base all’efficacia di quanto i giocatori fanno in campo:

il tiro deve produrre un’eliminazione o impedire un avanzamento, una battuta deve far muovere i corridori sulle basi, un lancio non deve essere agevole da colpire per il battitore, ne più ne meno di questo.

Buoni fondamentali aiutano la prestazione ma l’efficacia ne determina il risultato.

Credo che la tecnica debba essere al servizio del giocatore e del gioco e non fine a se stessa,

Personalmente ho smesso di cercare il “libretto di istruzioni” degli atleti e allo stesso modo ho smesso di pensare che ognuno di loro debba essere il più possibile simile all’illustrazione sulla confezione.

 

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Prendi il lancio!

Lun, 04/05/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

“Prendi il lancio!”, ma può essere anche “lascia passare!” oppure “non girare la mazza!”.

Chi non ha questo “segnale” nel proprio set?

Chi non ha mai ceduto alla tentazione di “gestire il conto” del proprio battitore dal box del suggeritore o dalla panchina?

Mi è capitato di discuterne spesso.

Quando chiedo il motivo, la necessità, di ordinare al battitore di non tentare di colpire la palla in arrivo, ottengo, con poche eccezioni, una gamma di risposte che raccontano di “strategia del conteggio”, di “disciplina nel box di battuta”, di statistiche e di tendenze…

Che, ben inteso, sono tutte risposte appropriate:

un buon battitore è capace di gestire il suo turno di battuta (o dovrebbe essere capace di farlo) e la sua abilità nello scegliere quali lanci tentare di battere o lasciare passare, anche e soprattutto in senso tattico, determina la sua possibilità di successo.

Non è, sicuramente, la stessa cosa prepararsi a battere sul conteggio di 3 ball e 0 strike piuttosto che su quello di 1 ball e 2 strike.

Ma non credo che questo giustifichi il fatto che possa essere qualcuno diverso dal battitore  a scegliere quale lancio provare a battere e non credo, anzi sono sicuro, che il segnale “prendi il lancio!" abbia una qualsivoglia utilità strategica sia individuale che di squadra.

Credo invece che, purtroppo, poter pensare di utilizzare questo tipo di segnale abbia a che fare con la “l’illusione  del controllo” che, a tutti i livelli, gli allenatori pensano di poter esercitare sui propri giocatori e sulla gara.

Non voglio entrare in discussioni filosofiche sul "chi giochi e chi vinca le partite di baseball e di softball" o sul ruolo che, nelle vittorie come nelle sconfitte ha, o dovrebbe avere, l’allenatore.

Personalmente non ho l’abitudine di chiedere ai miei battitori di incassare un lancio.

Prima di tutto perché credo che i giocatori debbano imparare, rapidamente, a camminare con le proprie gambe e a essere capaci di prendere decisioni, specialmente quelle che li riguardano direttamente.

La battuta è, essenzialmente, un duello fisico e mentale con il lanciatore avversario e la fiducia nei propri mezzi, nelle proprie abilità e capacità, anche decisionali, fanno la differenza tra l’essere un mediocre o un buon battitore.

Non voglio, assolutamente, che il battitore vada nel box pensando che l’allenatore possa decidere al posto suo:

deve vincere da solo la sua battaglia, imparando dai suoi fallimenti e affinando le sue capacità tattiche sperimentando sulla propria pelle le situazioni.

Per poter arrivare all’autonomia del giocatore, naturalmente, il ruolo dell’allenatore è fondamentale nel fornire, oltre alle abilità puramente tecniche, anche e soprattutto, informazioni tattiche e strategiche che possano aiutare la “presa di decisione” nel box di battuta.

Tutto qui.

Da quando mette piede nel box il battitore è solo con se stesso:

il suo obiettivo dovrebbe essere, unicamente, quello di colpire la palla e dovrebbe utilizzare, per farlo, tutte le armi che ha a disposizione.

L’allenatore ha finito il suo compito.

Può, è vero ed è nella logica del gioco, chiedere giocate particolari, ma questo non ha, o non dovrebbe avere, nulla a che fare con l’ordinare di “prendere un lancio”.

Purtroppo, invece, questa modalità di cercare di “radiocomandare” i giocatori è molto diffusa e, paradossalmente, utilizzatissima nell’attività giovanile. Non c’è nemmeno bisogno che dica che se la ritengo una cattiva abitudine con atleti maturi, la considero una vera e propria aberrazione se messa in atto con giocatori giovani, inesperti e insicuri.

Io penso che la MISSION dell’allenatore dovrebbe aiutare gli atleti a diventare sicuri dei propri mezzi, consapevoli dei propri punti di forza, fiduciosi nella possibilità di riuscire, renderli,  in ultima analisi, indipendenti.

E penso anche che una cosa, apparentemente banale, come il segnale di “prendere il lancio”, racconti una storia che, invece di parlare di fiducia nei propri atleti e dell’orgoglio del proprio operato, metta l’ego del coach davanti a tutto…

 

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Casa Base - Anno UNO

Ven, 01/05/2015 - 09:59 -- Fabio Borselli

CASA BASE - ANNO UNO è La raccolta antologica delle prime 52 strisce regolari (e 7 speciali) del primo anno di Casa Base, la striscia settimanale dedicata al baseball.

ANNO UNO è disponibile sia in formato digitale (file PDF) sia in formato cartaceo.

È possibile, ancora, acquistare il libro sul sito di editoria (digitale e non) LULU.com seguendo questo link.

Per quanto riguarda la versione “in solido”, fino al 6 maggio 2015, Lulu.com offre la possibilità, di ottenere una riduzione del costo delle spese di spedizione, che risulta gratuita scegliendo l’opzione “posta ordinaria” o ridotta del 50% se si opta per la spedizione “ground”.

Per avere diritto allla riduzione è sufficiente inserire il codice MFS50, nel form di acquisto, al momento della conferma dell'ordine

Sulla versione cartacea è disponibile, inoltre,  uno sconto sul prezzo di copertina del 15%.

 

Lezione di baseball

Lun, 27/04/2015 - 09:25 -- Fabio Borselli

 

La mia città non ha ancora un Liceo Sportivo.

Lo avrà, spero a partire dal prossimo anno, ma per adesso c’è solo una sezione “sperimentale” annessa al Liceo Scientifico.

Fortunatamente il baseball e il softball fanno parte di questa sperimentazione e io ne sono il docente.

Ho solo una classe, una prima classe, composta da quattordicenni e 12 ore complessive di lezione.

L’approccio è quello pratico:

le lezioni si svolgono allo stadio del baseball di Arezzo, messo a disposizione dalla Società BSC Arezzo e l’obiettivo è quello di insegnare come funziona il gioco, spiegare la sua filosofia di fondo e fornire i primi strumenti per l’apprendimento delle tecniche di base.

Il tutto senza troppa teoria, che sarà integrata dall’insegnante di educazione fisica responsabile della classe, cominciando a ragionare sul fatto che questi studenti, probabilmente, seguiranno un percorso che li inserirà, in futuro, nei “quadri tecnici” dello sport.

Di fatto si lavora su futuri allenatori e preparatori, non su probabili giocatori e, questa, non è una differenza da poco.

Diversamente da una decina di anni fa il baseball, grazie al lavoro nelle scuole primarie, al cinema e alla tv e, perché no, ai videogames, non è più un “oggetto sconosciuto” ma è facile parlarne con i ragazzi che, seppure con molte lacune, superficialità e fraintendimenti, ne conoscono il linguaggio di base.

La prima lezione è scorsa via veloce:

gli studenti si sono cimentati con il gioco, hanno colpito la palla con la mazza, hanno segnato punti e ne hanno compreso, sperimentandole direttamente, le dinamiche.

È successo che, durante questa prima lezione, gli studenti impegnati in difesa abbiano dovuto affrontare alcuni "nodi” fondamentali come le coperture, i tagli e la necessaria scelta su quale attaccante tentare di eliminare, mentre per gli attaccanti scegliere come, quando e se avanzare ha costituito la sfida nella sfida.

Il tutto senza che, per necessità e scelta didattica, gli fossero state indicazioni per aiutare queste decisioni.

Mi aspettavo che il gioco in attacco si limitasse al colpire la palla e al correre, più o meno sensatamente, mentre la difesa cercava, più o meno, di limitare i danni.

Ebbene, la prima mezz’ora non ha deluso le aspettative:

grandi battute e corse sfrenate contro una difesa impegnata ad inseguire la palla che, una volta raccolta, veniva spedita verso il diamante, un po’ a casaccio, senza preoccuparsi di seguire una strategia che potesse risolvere il problema eliminazione.

Poi, piano piano, senza che ci fosse bisogno di interventi esterni, i ragazzi hanno cominciato a parlare:

i difensori concordavano, in anticipo, uno strategia e cercavano di attenersi ad essa, nel limite del possibile naturalmente, cominciando ad interagire, ad esempio, con le “coperture” per evitare avanzamenti indesiderati e con i “tagli” per aiutare il rientro veloce della palla in diamante.

Di contro gli attaccanti “correvano a testa alta”, cercando di anticipare le scelte difensive e di considerare la posizione dei compagni, arrivando, in qualche caso, a pensare al “sacrificio” per mettere a segno dei punti.

C’è stato un momento, bellissimo, nel quale questi “principianti”, con la loro tecnica approssimativa e non stabilizzata, si muovevano per il campo meglio di alcune squadre giovanili (e non solo giovanili…).

Questo è, sicuramente, un successo, ma è dipeso soltanto dalla metodologia utilizzata?

Di certo mettere i ragazzi di fronte al problema, senza dargli indicazioni pre-confezionate, li ha aiutati a riflettere e rimuginare su quello che stavano affrontando e li ha portati, tramite una serie di “prove ed errori”, a proporre una loro soluzione (che non è poi troppo lontana da quella “ortodossa”).

Credo però che ci sia anche qualcos’altro:

per prima cosa tutti questi giovani studenti hanno praticato, o praticano ancora, sport di squadra e questi sport sono tutti, senza possibilità di smentita, sport di situazione.

Sono convinto che la familiarità con uno sport (sia esso  il calcio, il basket, il rugby, piuttosto che la pallamano) che costringe ad adattarsi di continuo al comportamento dell’avversario e alla continua mutazione della situazione tattica possa aiutare quando si approccia uno sport nuovo e diverso dal proprio.

Ho notato che, rapidamente ed efficacemente, questi neofiti del baseball, hanno applicato strategie che, tenendo conto dell’obiettivo fissato, cercavano di anticipare le scelte dell’avversario.

Quello che mi ha colpito sono state roprio queste scelte, assolutamente indipendenti e non orientate da me, per limitare, ad esempio, i corridori più pericolosi, il riposizionamento difensivo in caso di battitori poco potenti o il correre per una base in più secondo quale fosse il difensore a dover tirare la palla o a presidiare il sacchetto.

Ho toccato con mano l’assoluta capacità di chi pratica sport di situazione di imparare a sentire, rapidamente ed efficacemente, il “rumore di fondo” che caratterizza ogni altro sport e la possibilità di interpretarlo subito da protagonista.

Tutto questo ribadisce la mia assoluta convinzione che, la strada per l’eccellenza sportiva, passa attraverso la costruzione di una base di esperienze, il più ampie e variate possibili, che possano poi essere trasferite nella pratica dello sport che l’atleta sceglie come “suo”.

Altro che mono-sport e specializzazione precoce.

 

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Blue Moon

Lun, 20/04/2015 - 09:51 -- Fabio Borselli

 

Ero un bambino davvero molto piccolo e quell’ora avrei dovuto già essere a letto…

Invece ricordo molto bene le voci di Tito Stagno e Ruggero Orlando, provenienti dal televisore di casa, che raccontavano lo sbarco dell’UOMO sulla luna.

Erano le 22 e 18 minuti più o meno (20:17:40 UTC) del 20 luglio 1969, quando il veicolo lunare EAGLE si posò, per la prima volta, sul suolo del mostro satellite.

Di quella missione, ho verificato di persona, quasi tutti ricordano il nome del primo uomo a scendere dal modulo lunare, il comandante Neil Armstrong (anche se qualcuno lo confonde con Louis… ) e le sue prime parole, dette appena messo piede sulla luna:

“That's one small step for man, but giant leap for mankind (questo è un piccolo passo per un uomo, ma un grande balzo per l'umanità)”.

Se chiedo, invece, chi fossero Michael Collins o Edwin Aldrin nessuno, o quasi, sembra sapere di chi stia parlando:

Michael Collins era il pilota del modulo di comando dell’APOLLO 11 ed è rimasto in orbita intorno alla luna mentre i suoi due colleghi scendevano sul satellite.

Edwin Aldrin, da allora noto come “Buzz”, era il pilota del modulo lunare, quello che ha portato, volando praticamente a vista, la navicella a toccare il suolo.

Buzz Aldrin è stato, materialmante, il “secondo uomo sulla luna”, mentre Collins la luna l’ha vista solo dall’oblò della sua astronave mentre aspettava il ritorno dei compagni.

Per completezza bisogna ricordare che della squadra che ha conquistato la luna facevano parte, oltre alle decine di tecnici addetti al controllo missione (per tacere di chi ha progettato e costruito l’astronave) anche altri tre astronauti, che da terra (almeno per quella volta) non si sono nemmeno staccati:

l’equipaggio di riserva, che si è addestrato e allenato insieme ai “titolari”, ma che poi li ha guardati partire.

Quasi nessuno conosce i loro nomi:

James Lovell, comandante; William Anders, pilota modulo di comando e Fred Haise, pilota LEM.

Tutto questo, però, cosa c’entra con baseball e softball (e con lo sport in generale)?

Credo che si possa concordare che portare l’uomo sulla luna sia stata una performance di squadra!

Certo, alla fine, c’è stato chi è salito sul podio, illuminato da flash e riflettori, ma non avrebbe potuto farlo da solo, senza la SUA squadra.

Purtroppo lo sport, anche quello di squadra, ha bisogno di idoli e di campioni. Ha bisogno di tanti NEIL ARMSTRONG che, anche se supportati e sostenuti dalla squadra, arrivano, però, per primi… Sembra quasi che sia possibile, per qualche giocatore, vincere (o perdere) da solo, mentre i compagni di squadra restano in disparte a guardare.

Ma dimenticare che baseball e softball sono sport di squadra è imperdonabile.

Lo è ancora di più quando si tratta di preparare i giocatori.

Ogni atleta è un individuo a se stante e deve essere supportato e allenato come individuo, rispettando le sue esigenze, le sue necessità e le su inclinazioni. Non è possibile dimenticare, però, che la sua individualità deve essere, obbligatoriamente, messa al servizio della squadra.

Questo vuol dire che oltre allo sviluppo delle abilità individuali l’obiettivo dell’allenamento debba essere anche lo sviluppo delle attitudini e delle abilità collettive.

È vero che posso allenare l’interbase a raccogliere la palla battuta anche con esercizi analitici, svincolati dal “momento gioco”, ma è anche vero che durante la gara la sua performance sarà legata e determinata a quella di tutti i compagni che lo circondano. Allenare i giocatori singolarmente si può e si deve fare, ma non si può pensare che l’allenamento individuale sia risolutivo.

L’allenamento collettivo, con la condivisione dei punti di forza e la scoperta delle debolezze proprie e altrui è quello che permette poi, durante la gara, di risolvere le situazioni, di superare le crisi, di sostenere il compagno in difficoltà

Tirare "bene" a “quel compagno li”, del quale si conosce la difficoltà nella presa se il tiro è “spostato di la”, sarà frutto di un adattamento alla situazione che non sarebbe possibile senza una completa consapevolezza delle sue caratteristiche e capacità. Consapevolezza che si raggiunge con la conoscenza e con la familiarità…

Non scopro certo l’acqua calda se dico che baseball e softball sono sport particolari, nei quali la componente individuale è assolutamente esaltata rispetto a tutti gli altri sport di squadra, ma sono convinto che, proprio per questo, la capacità della squadra di giocare in team possa aiutare ed esaltare la prestazione individuale.

Sono convinto che la squadra si debba allenare insieme per, poi, poter giocare insieme.

Sembra scontato, ma non sempre lo si vede fare.

 

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L’esercizio come strumento

Lun, 13/04/2015 - 09:37 -- Fabio Borselli

 

Ho maturato, negli anni, una convinzione:

se non tutti, quasi tutti gli allenatori, me compreso, naturalmente, spesso allenano i propri giocatori a fare bene “l’esercizio” non ponendosi il problema se quell’esercizio serva a giocare bene.

Provo a spiegarmi meglio:

ci sono esercizi che, tutti, usiamo o abbiamo usato.

Ci sono esercizi che, tutti, riteniamo indispensabili e risolutivi.

Se fosse possibile passare “a volo d’angelo” su tutti i campi dove si allena una squadra, forse, sarebbe possibile scoprire che, magari, facciamo tutti lo stesso esercizio.

Sono sicuro che ciascuno di noi è in grado di proporre “l’esercizio giusto” rispetto ad un obiettivo dato, ma sono altrettanto sicuro che capiti troppo spesso di porre l’accento sull’esecuzione (fare bene l’esercizio) piuttosto che sul come quell’esercizio sia uno strumento per imparare a giocare meglio.

Succede infatti che l’allenatore non riesca a vedere l’esercizio come una cosa che è stata estrapolata dal gioco e che nel gioco vada reinserita appena possibile, ma veda, piuttosto, la sua corretta esecuzione come un obiettivo in se stesso.

E questo succede, soprattutto quando questi esercizi sono analitici, o anche analitici-sintetici, ma molto diversi dal gioco.

Per fare un esempio:

spesso addestriamo dei veri e propri “campioni mondiali di battuta dal tee-ball” incapaci però di replicare la loro performance (o di farlo con moltissima fatica) contro il lanciatore.

O ancora:

ci sono molti allenatori che sono convinti che se i propri giocatori sono abili negli esercizi di difesa fatti con il fungo allora saranno anche in grado di difendere bene in gara.

Purtroppo, questo non è detto!

Non sto dicendo che non è necessario e che non sia utile (a volte indispensabile) battere dal tee-ball o raccogliere rimbalzanti battute con il fungo.

Bisogna farlo, per carità!

Anzi, è  imprescindibile, perché certi gesti, certi automatismi si insegnano, si sviluppano e si allenano solo così.

Ma il problema, alla fine, non è se si faccia o meno quell’esercizio.

Il problema è il farlo con la consapevolezza che l’esercizio è la base minima, elementare, per cominciare ad allenare quell’abilità e che, poi, trasferire la stessa abilità nel contesto di gara richiederà tutto un altro lavoro.

 

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