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Una voce fuori dal coro

Lun, 27/07/2015 - 09:04 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da questo grafico, pubblicato all'inizio della stagione del football da Coach Urban Mayer, capo allenatore dei Buckeyes, la squadra della Ohio State University.

Coach Mayer, che è uno dei due soli allenaori a livello universitario ad aver vinto il titolo della "Big Ten Conference" guidando due diversi programmi in due diverse scuole.

Il grafico dice che dei 47 giocatori cui l'unversita dell'Ohio ha offerto di entrare nella squadra, ben 42 provengono da scuole dove hanno praticato altre discipline, oltre al football e che solo 5 (più o meno il 10%) sono, invece, atleti specializzati.

Questa tabella ha suscitato scalpore e riacceso un dibattito che vede contrapposte due scuole di pensiero:

da una parte i fautori di una expertise precoce, dall'altra chi crede in una formazione multilaterale e polisportiva.

Chi mi conosce sa come la penso...

Non voglio aggiungere commenti, solo sperare che, vista la provenienza dell'informazione, si possa cominciare, anche da noi, a ragionare sul problema.

 

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Remember the Titans

Lun, 20/07/2015 - 07:13 -- Fabio Borselli

 

Adoro il cinema, in ogni sua forma. Adoro le belle storie, quelle ben raccontate, quelle raccontate con gusto.

Adoro i film che parlano di sport.

Mi commuovono, specie quelli che raccontano, davvero, senza retorica, di sport e di vita.

Tutte le volte, e dico proprio tutte le volte, quando passano in tv in qualche oscuro canale, non riesco a smettere di guardarli e riguardarli che si tratti del vetusto l'idolo delle folle o del recente MoneyBall.

Ho finito da poco di rivedere, per l’ennesima volta, la versione italiana del film Remember the Titans (tradotto orribilmente in “Il sapore della vittoria – Uniti si vince”), che racconta la vera storia, della squadra di football americano del liceo T.C. Williams High School di Alexandria (Virginia) durante la drammatica stagione 1971.

Il film, come è ovvio, si prende alcune “licenze” rispetto alla storia vera ma resta molto fedele nel raccontare il clima che, proprio nel 1971, si respirava in Virginia mentre, a colpi di decreti legge, si tentava di integrare in un’unica comunità la variegata popolazione dello stato.

Era il 1971… non la fine dell’800… Il problema razziale era vivo e vegeto appena l’altro ieri e forse resta comunque aperto anche oggi…

I Titans, squadra di High Schoool, allenata da un coach nero, composta da giocatori bianche e neri, vincerà il campionato statale contro squadre composte da giocatori bianchi e guidate da coach bianchi.

Raccontato così il film sembra, solo ed esclusivamente, una storia di integrazione e di riscatto, ma Remember the Titans è soprattutto una storia di sport, una storia di vittorie e di sconfitte, una storia di ragazzi che provano, in campo, a diventare uomini.

Come se questo non bastasse, in quella stagione, magica e drammatica, i Titans, oltre a scrivere un pezzo di storia (e di epica…) dello sport, hanno dovuto superare la perdita a metà stagione, del loro campione più rappresentativo, Gerry  Bertier, che, come raccontato nel film, perderà l’uso delle gambe a seguito di un incidente stradale, ma sarà così forte e determinato da superare quell’handicap e diventare un atleta paraolimpico vincitore di due medaglie d’oro… Una storia nella storia.

Brad Pitt, nel film (ebbene si, un altro film…) MoneyBall, parlando con la voce di Billy Beane dice:

“come si fa a non essere romantici con il baseball?”.

Vorrei parafrasarlo e dire che:

“è impossibile rimanere insensibili alle vicende dello sport, di qualsiasi sport, quando sono vere e parlano al cuore”.

Un amico, qualche tempo fa, ha scritto sullo SPEAKER’S CORNER che “lo sport prepara alla vita”, io preferisco pensare che lo sport faccia parte, realmente, della vita, con significati diversi a seconda delle stagioni, ma che sia un caldo e avvolgente “rumore di fondo” che è impossibile ignorare.

 

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CASA BASE e BOARD OF DREAM

Lun, 13/07/2015 - 09:01 -- Fabio Borselli

 

Che a noi di CASA BASE piaccia molto, anzi moltissimo, BOARD OF DREAM, il gioco ideato da Marco Pieri che rende possibile riprodurre, molto fedelmente, sul tavolo da gioco, una partita di baseball, è cosa risaputa.

Ed è cosa risaputa che Marco Pieri sia un fan di CASA BASE.

Con queste premesse non era difficile immaginare che, prima o poi, una qualche collaborazione sarebbe saltata fuori…

L’occasione è venuta con il varo del secondo campionato italiano di Board of Dreams, che ha già toccato, o toccherà, 10 città prima di giungere alla finalissima in programma a Lucca Comics & Games 2015.

In questa edizione il campionato di “baseball da tavolo” mette in palio, grazie al supporto della Federazione Italiana Baseball e Softball,  un viaggio a Tokyo per assistere alla finale del Premier 12, il campionato internazionale di baseball al quale partecipano le 12 squadre più forti del mondo, organizzato dalla World Baseball Softball Confederation.

Detto fatto!

Dopo qualche chiacchiera di approccio e qualche bozzetto preliminare, gli ATOMICS di CASA BASE campeggiano, in bella vista, sulla locandina ufficiale delle “Board Of Dream Baseball Series 2015”.

La locandina, che presentiamo oggi su SOFTBALL INSIDE  in anteprima mondiale, accompagnerà i giocatori fino alla finalissima di Lucca.

Inutile dire che noi di CASA BASE siamo molto orgogliosi di apparire in un evento così importante (anche se atipico nel panorama sportivo italiano) che può aiutare, ne siamo convinti da sempre, la diffusione del gioco più bello del mondo.

A questo punto, da tutto il “team Atomics”, possiamo solo augurare un grande in bocca al lupo a tutti i partecipanti e, parafrasando il nostro BOB, raccomandargli di giocare “come se fossero partite vere” perché il premio finale è, davvero, proprio un bel premio.

 

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Straordinario

Lun, 06/07/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

il baseball e il softball, inutile negarlo sono in questo momento, in  Italia, ai minimi storici, sia come livello tecnico che come numero di praticanti.

Intendiamoci, non è che la situazione nel resto del vecchio continente sia più rosea e questo ci permette, complici anche “oculate scelte di mercato” di mantenerci ai vertici, o quasi, del movimento europeo, ma in questo caso non mi sembra proprio il caso di festeggiare il “mal comune, mezzo gaudio”

Tra tutte le possibili cause e concause di questa situazione vorrei analizzarne una, quella del basso numero dei praticanti e quindi parlare di reclutamento e abbandono precoce, ma non solo.

Prima di tutto un’affermazione:

gli allenatori italiani di baseball e softball sono, a mio parere, allenatori eccezionali.

Infatti, con pochissimo “materiale umano” riescono ad allestire squadre, a giocare partite, a competere, anche ad alto livello, spremendo da quei pochi praticanti che arrivano alla soglia dell’età adulta prestazioni di tutto rispetto.

Ci sono però domande che mi sono posto e la prima è questa:

siamo sicuri che gli atleti che, resistendo, continuano a giocare fino e oltre i 19/20 anni siano i migliori possibili? I migliori talenti?

E la domanda successiva è:

siamo sicuri che le nostre metodologie di allenamento siano quelle che ne esaltano tutto il potenziale?

È innegabile che i nostri atleti e le nostre atlete over 20 siano dei “sopravvissuti”:

quando va bene hanno giocato per almeno 10 anni, spesso in un unico ruolo, se precoci e dotati di appropriati livelli di forza, magari, hanno anche lanciato, fino a quando, raggiunta la pubertà sono stati “reindirizzati” verso altre posizioni.

Quando va bene si sono allenati allo stesso modo, anche con allenatori diversi, scimmiottando, inutile nascondersi, le modalità di allenamento degli adulti:

due giri di corsa, qualche esercizio di stretching, qualche “passo di andatura”, qualche scatto, palleggio, difesa, difesa, difesa e batting practice (con qualche bunt e qualche batti e corri).

Siamo sicuri che non c’è un'altra strada e che non riusciamo a percorrerla per evitare di disperdere il patrimonio di bambini e bambine che l’attività di diffusione nelle scuole porta sui campi a ogni nuova stagione?

Credo che, di fondo, ci sia un problema di paura.

Baseball e Softball sono due giochi straordinari e devono essere giocati e allenati in maniera straordinaria. Punto.

Essere straordinari comporta il rischio di fare delle scelte.

Essere straordinari comporta il rischio che queste scelte non piacciano a qualcuno, specialmente a quelli che: “si è sempre fatto così, da queste parti”.

Questo, però, fa parte della definizione stessa del termine STRAORDINARIO.

Non bisogna avere paura, non bisogna smettere di essere, davvero STRAORDINARI.

Basta ricordarsi che nessuno ottiene mai, o può pensare di ottenere,  l'unanime approvazione di tutti, chi emerge, per forza di cose, va incontro anche alle critiche e al dissenso.

Purtroppo questo non è solo un problema di baseball e softball:

Non si cambia, non si corrono dei rischi, non si prova a diventare STRAORDINARI,  perché SI HA PAURA DI SBAGLIARE.

Questa paura la si impara a scuola.

È a scuola che si inizia a pensare che conviene stare al proprio posto, che è meglio colorare il disegno senza uscire dai margini, che non conviene fare troppe domande durante la lezione e guai a eseguire il compito diversamente dal modo in cui viene richiesto.

Nelle nostre scuole,  si dispongono i ragazzini tutti in fila e ci si impegna, con ogni mezzo, per non avere pezzi difettosi. L'obiettivo finale è che nessuno emerga, nessuno rimanga indietro, nessuno che corra in testa o che esca dai ranghi.

con queste premesse  mi chiedo:

siamo davvero sicuri che, riproporre questo modello, non trasformi lo STRAORDINARIO che baseball e softball hanno nel loro DNA in qualcosa che è uguale a tutto il resto e che ha, oltretutto, lo stesso sapore di tutto il resto? Lo sport giovanile è diventato, purtroppo, un mercato e un mercato affollato, dove seguire le regole, essere come gli altri, significa fallire e dove non emergere equivale a essere invisibili.

Sono convinto che siamo bravissimi e che riusciamo a “vendere” i nostri sport a bambini e famiglie di ogni tipo proprio perché nei nostri occhi c’è la capacità di raccontare lo STRAORDINARIO. Ma se una volta che abbiamo riempito i nostri campi di gioco, si smette di esserlo e si ritorna ad essere “ordinari  e normali” come è possibile pensare di poter trattenere al baseball e al softball quei bambini che vogliono invece, davvero, essere straordinari?

 

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Dove metto i piedi?

Lun, 29/06/2015 - 08:51 -- Fabio Borselli

 

Qualche giorno fa, in un articolo a commento delle numerose iniziative scolastiche che hanno come oggetto il baseball, ho visto la foto sopra:

la cosa che salta agli occhi immediatamente è che il battitore ha i piedi sopra casa base.

Chi si è posto il problema di spiegare il gioco ai bambini (ma gli adulti non sono poi così diversi) sa che è una cosa molto complicata far capire che quella base “diversa”, dove inizia e finisce il gioco, ha “regole e comportamenti” diversi, rispetto alle altre basi “normali”.

Ho visto e sentito tentativi di spiegare la posizione di battuta fatti di indicazioni del tipo:

“mettiti più indietro (o più avanti) rispetto a casa base”.

dimenticando che dietro e avanti sono concetti relativi e quello che per un adulto, conoscitore del gioco, esperto appare chiaro è un campo completamente inesplorato per un bambino che del baseball vede solo la dirompenza della battuta, la gioia della corsa e l’emozione del tentare di eliminare l’avversario.

Ho anche sentito dire:

“mettiti più laterale”, “metti i piedi paralleli al lato corto”, “rivolgi la spalla al lanciatore”

Tutti consigli giusti, per carità, ma quanto utili, efficaci e immediati?

Basta guardare, di nuovo, la foto iniziale per capire che servono a poco.

Nelle mie incursioni scolastiche, dove il colpo di fulmine tra bambini e gioco deve scattare immediatamente e dove non è possibile perdere tempo in lunghe, noiose spiegazioni, pena la perdita di attenzione, ho dovuto inventarmi una soluzione al problema che fosse rapida, semplice. Efficace ma, soprattutto, chiara.

Ecco perché ho realizzato questo semplice accessorio che mi porto sempre dietro:

 

è un tappetino, di quelli con il fondo antiscivolo, preso direttamente da un set di articoli per la casa (costo circa 8 euro), con riportate sopra (vernice spray) le impronte di due piedi. A dire proprio tutta la verità i tappetini che uso sono, in realtà, due, uno per il box destro e uno per il box sinistro, e li “metto giù”, insieme alle basi, all’inizio di ogni lezione.

Non ho nemmeno bisogno di spiegare come usarli:

i bambini capiscono immediatamente come devono posizionarsi e, specialmente con i più piccolini, la loro ricerca della “esattissima” posizione dei piedi è, quasi, maniacale.

Non è certo l’invenzione del secolo, ma a me è servita per “incominciare a giocare” il prima possibile, aiutando, con un piccolo espediente, ad apprezzare l’intuibilità e la semplicità, che sono la vera essenza del gioco del baseball.

 

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Sulla tradizione: the banana experiment

Lun, 22/06/2015 - 08:54 -- Fabio Borselli

 

Questa volta la prendo un po’ alla lontana…

Siamo nel 1967, l’esimio Dott. Stephenson, mette a punto un esperimento:

rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia c’è una scala e sulla scala un casco di banane.

Come è naturale, le scimmie si accorgono immediatamente delle banane. Una di loro si arrampica sulla scala. Non Appena lo fa, però, lo sperimentatore la bagna con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie che non hanno tentato di raggiungere le banane.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e infreddolite, Ben Presto un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore bagna la scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata.

Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane, le altre scimmie, volendo evitare di essere bagnate, la tirano via dalla scala malmenandola.

Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

L’esperimento prosegue con l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia in sostituzione di una di quelle già presenti. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle.

Le altre scimmie, conoscendo l’esito del tentativo, la obbligano a scendere e la picchiano.

Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a tentare di prendere le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non possa farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, viene sostituita con una nuova.

Il nuovo gruppo è quindi  composto da 3 delle scimmie iniziali (che sanno cosa succede quando si  tenta di prendere le banane), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

La nuova scimmia, come previsto, tenta di raggiungere le banane. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di tentare senza che il ricercatore debba spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata bagnata, ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata prendesse le banane.

La sostituzione progressiva delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state bagnate con l’acqua.

L’ultima arrivata tenta di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:

nessuna di esse, però, conosce il perché del divieto di raggiungere le banane, non avendo fatto l’esperienza diretta della punizione. Una nuova regola è stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni si sono perse con la scomparsa del gruppo che aveva sperimentato le conseguenze della violazione.

Che cosa c’entra il “banana experiment” con il baseball e il softball?

Ho paura che c’entri e che c’entri parecchio.

Basta pensare alla monotonia di certi allenamenti, fatti di ripetizioni, correzioni e poi ancora ripetizioni (che, si badi bene, sono indispensabili, ma non rappresentano la “sola” modalità possibile) specialmente quando questi coinvolgono i bambini e i ragazzi in una serie infinita di gesti scollegati dalla gara e mai eseguiti per risolvere il problema “avversario”.

La sequenza sempre la stessa. I gesti sempre gli stessi, da Bolzano a Caltanissetta:

due giri di campo, palleggio, “diamante”, batting practice (due smorzate, due batti e corri, dieci battute)… Dai sette ai quarant’anni per 2 o 3 volte alla settimana… E tutti ricordano quella volta che le battute furono 15… Se va tutto bene sono trent’anni (a volte molti di più) di una noia mortale.

Eppure di cose da fare, divertenti, motivanti, allenanti, non consuete ce ne sarebbero un sacco.

Allora perché?

Perché non si riesce  cambiare questo approccio che, forse, è uno dei principali responsabili dall’abbandono precoce?

Le risposte: “Non lo so, è così che si fa da queste parti! Il baseball (e il softball, aggiungo) sono questi! In America si fa così!” Suonano familiari?

Spesso si ripetono gesti e si rispettano consuetudini perché è quello che si è sempre visto fare senza sapere esattamente il perché.

E la conseguenza è che il gioco ristagna, non si evolve, resta indietro rispetto ad altre realtà che hanno numeri e dimensioni diverse, che fanno si che l’abbandono per noia o inefficienza non pregiudichi il livello tecnico.

Ho già detto, spessissimo, che non siamo l’America (ma nemmeno Cuba o il Giappone) e che i nostri praticanti hanno bisogno che ci si pongano domande diverse, che si trovino nuove soluzioni a vecchi problemi.

Il nostro baseball e il nostro softball non hanno bisogno di tradizioni, hanno bisogno che non si smetta di cercare, di interrogarsi, di riuscire a proporre nuovi paradigmi.

In conclusione mi è obbligo rivelare che, molto probabilmente, la descrizione del “the banana experiment” è frutto dell’elaborazione di una serie di esperimenti successivi e che, ancora più probabilmente, le modalità di svolgimento non siano state quelle che ho raccontato. D’altra parte si era nel 1967…

Ma anche se l’esperimento risultasse, effettivamente, una rielaborazione, le sue conclusioni sarebbero tanto diverse dal nostro modo di allenare baseball e softball?

 

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Io sono un Imbecille!

Lun, 15/06/2015 - 09:47 -- Fabio Borselli

 

Questa volta non si parla di baseball o di softball.

Non si parla di tecnica o di approccio mentale, di battuta o preparazione fisica…

Questa volta si parla di Softball Inside in quanto blog, in quanto luogo virtuale, in quanto cittadino del web e del suo diritto di farne parte.

la scorsa settimana lo scrittore Umberto Eco (questo il suo profilo su wikipedia), parlando alla cerimonia di conferimento della sua Laurea Honoris Causa all’Università di Torino avrebbe detto (come riportato dal sito web del quotidiano “La Stampa”):

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli Imbecilli“.

Eco ha detto anche altre cose, sulla rete, sul complottismo e sul fatto che basta armarsi di computer e chiunque può dire tutto, o il contrario di tutto, senza controllo, senza tema di smentita e creandosi, comunque, seguito e platea.

Ripeto che questa volta non si parla di baseball o di softball.

Si parla, invece, del diritto che SOFTBALL INSIDE, del sottoscritto e di chi scrive, a volte, sullo SPEAKER’S CORNER, di avere delle opinioni, di poterle esternare e di poter essere valutato per esse senza che il Professor Eco, o chi per lui, debba prima mettere il suo “imprimatur”.

Preferisco trovare degli Imbecilli (o esserlo io stesso…) su internet perché è possibile farlo e preferisco poter decidere io se lo sono davvero, piuttosto che dover ascoltare solo "verità consolidate" promosse dagli esperti, da “quelli che lo sanno fare”.

Avevo detto che non avrei parlato di baseball o softball, ma non ne posso proprio fare a meno…

Sul web, a voler cercare, si trova davvero di tutto:

dalle modalità di allevamento del paguro terrestre in cattività a come assemblare un ombrellone al contrario, figuriamoci se non è possibile trovare informazioni, filmati, teorie o idee bislacche sul baseball e sul softball.

Non tutti i contenuti reperibili sono ideati da fini conoscitori o da esperti accreditatii, non tutti i contenuti sono delle verità assolute, molte cose sono prodotte, più o meno bene, scritte, più o meno bene, raccontate, più o meno bene, da inesperti, fanatici, sperimentatori, appassionati, folli, visionari e, diciamocelo, anche da qualche Imbecille così caro al professor Eco.

Non tutto funziona o è dimostrato scientificamente, molte cose sono palesemente forzature, molte errate interpretazioni, altre estremizzazioni di teorie più che legittime.

Molto spesso manca in chi cerca l’esperienza, lo spirito critico o la capacità di discernimento e si corre il pericolo che il “popolino”, “la massa”, “il volgo” facciano di tutt’erba un fascio e che vengano fuori proposte, allenamenti, tecniche “sbagliate”

Meglio quindi un sano controllo della rete e delle informazioni che permetta la diffusione solo e esclusivamente del pensiero ortodosso.

Questo teorizza l’intervento di Eco.

Dimenticando che le conquiste scientifiche, le rivoluzioni, i cambiamenti, anche troppo spesso, sono frutto di intuizioni o di errori di interpretazione fatti da “battitori liberi”, “scienziati pazzi”, “folli sperimentatori”, “visionari”… Insomma, quelli definiti dal senso comune come Imbecilli.

Si metta l’anima in pace il filosofo Eco, e con lui quelli che si sono affrettati a sposarne le tesi, in questo ben strano mondo abbiamo davvero bisogno anche degli Imbecilli, non fosse altro che per evitare di perderci, magari, il futuro Dick Fosbury…

Per questo (e per molto altro...) Softball Inside rimarrà sul web, dando voce a tutti gli Imbecilli che sentono di avere qualcosa da dire.

 

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SOSTIENI CASA BASE!

Sab, 13/06/2015 - 01:24 -- Fabio Borselli

 

Siamo vicini alla fine del primo mese (di tre complessivi) del progetto di raccolta fondi  SOSTIENI CASA BASE!

Quando abbiamo iniziato la campagna di CROWDFOUNDING non avevamo grandi aspettative, ma in questo primo, breve, periodo alcuni fans del nostro fumetto hanno davvero creduto in CASA BASE e ci hanno fatto una piccola donazione.

Questo ci onora e contribuisce a mantenerci determinati nel voler aprire un sito web dedicato esclusivamente a CASA BASE, agli ATOMICS ed alle loro avventure.

Purtroppo, il sito, che sta crescendo poco a poco, è ancora ben lontano dal poter andare on-line, perché le donazioni non arrivano a coprire i costi da sostenere, ma abbiamo veramente moltissima fiducia nel sostegno di tutti i fans di CASA BASE e siamo sicuri che grazie a loro il progetto andrà a buon fine.

Ecco perché torniamo a rinnovare la nostra richiesta di aiuto:

ci vuole pochissimo tempo e, al costo di un caffè, è possibile sostenere CASA BASE, il fumetto italiano dedicato ESCLUSIVAMENTE al baseball.

La formula per contribuire è quella del classico CROWDFOUNDING:

Facendo click sul riquadro SOSTIENI CASA BASE! Si apre la pagina della “raccolta fondi” (questo il link diretto) e sarà possibile “donare” direttamente, utilizzando PayPal, con pochi semplici passaggi.

Nella speranza di vedere, alla fine, realizzato questo sogno, possiamo solo dire che contiamo sul vostro aiuto.

Come già detto altre volte, a chiunque ci è stato a sentire e apprezza le nostre storie va un grande ringraziamento, comunque, anche se deciderà di non sostenerci.

 

Ricevitori

Lun, 08/06/2015 - 08:53 -- Fabio Borselli

 

Qualche flash preso direttamente dalla giornata di sabato scorso, passata in campo per il try-out del Progetto Verde Rosa.

Per prima cosa c’era un gran caldo. Poi c’erano tante ragazzine. Poi la giornata è stata davvero lunga. Per tutti, atlete e allenatori.

Succede che, all'interno delle attività della giornata, per poter valutare le abilità dei catcher, gli stessi debbano, a un certo punto, indossare l’attrezzatura.

Succede anche che alcuni accompagnatori delle giocatrici, che in questa categoria (under 13) sono, essenzialmente, i loro genitori, facciano notare che c’è molto caldo e lo fanno con una battuta:

“ti diverti a torturarle? Con questo caldo gli fai tenere la maschera?”

Naturalmente è una battuta detta scherzosamente, ma qualcosa si mette in moto nella mia testa…

Passiamo oltre, per adesso.

Nel pomeriggio si giocano delle partite, per vedere “in action” le ragazze:

Le lanciatrici prescelte come partenti cominciano a scaldarsi con i propri catcher e qui cominciano i guai:

in tutti i campi (ne avevamo ben 3 a disposizione…) i tecnici sono costretti a ricordare ai catcher di indossare la maschera durante il riscaldamento.

Prendo nota e andiamo avanti.

Arriva il momento dei primi cambi sulla pedana e c’è la necessità per i rilievi di scaldarsi:

escono dal dug-out insieme ai catcher e il problema maschera sembra risolto:

infatti, questa volta, i ricevitori, tutti, invariabilmente, non hanno nemmeno pettorina e schinieri:

"fa caldo!” è la motivazione che danno quando gli viene fatto notare.

Come la penso sull’argomento “attrezzatura di gioco” e sulla necessità che, in particolar modo da parte dei ricevitori, debba essere sempre indossata al completo, partita o allenamento che si stia facendo l’ho già detto nel mio post  “Attrezzi per giocare”.

Ribadisco il concetto:

i catcher, quando si allenano o giocano in difesa, devono indossare, SEMPRE, le proprie protezioni, maschera compresa, anche se fa caldo, anche se stanno “semplicemente scaldando” la lanciatrice.

Non è solo una questione di sicurezza, ci sono anche delle serie motivazioni tecniche.

Personalmente io chiedo ai ricevitori di non togliere mai la maschera:

nemmeno per le volate in foul, visto che la moderna attrezzatura permette una perfetta visuale, ma soprattutto quando devono difendere il piatto.

Mi è capitato di vedere, non tanto tempo fa, un giovane catcher colpito a un occhio dalla palla tirata a casa base dall’esterno e rimbalzata male.

Risultato:

brutta contusione, partita finita e corridore avversario a punto.

Se avesse avuto la maschera avrebbe realizzato l’out e avrebbe continuato, tranquillamente, a giocare.

Oltre che per la sicurezza la maschera è utile anche per togliere ogni titubanza nella presa della palla che può essere resa difficile dal sopraggiungere del corridore e per dare un piccolo vantaggio “di approccio” al ricevitore:

credo che dover cercare di conquistarsi il punto contro un avversario “corazzato” possa, almeno un po’, intimorire e rallentare il corridore che si trova, improvvisamente, di fronte una vera e propria “muraglia umana” che non offre nessun “punto debole” e apparentemente impenetrabile.

Ma se nell’indossare attrezzatura e maschera ci sono solo vantaggi, perché è così difficile che venga fatto abitualmente?

Credo che la risposta possa essere dovuta a una sorta di “eccesso d’amore”:

mi sembra che allenatori e genitori vedano nell’imposizione dell’attrezzatura, specialmente “in allenamento quando non serve”, un inutile tortura, una punizione o un modo per sovraccaricare “quelle povere bambine”.

Quale ne sia il motivo sono convinto che sia un errore... Un errore di quelli gravi e, probabilmente, imperdonabili.

 

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A proposito di SPEAKER’S CORNER

Tris

D.A.E.

 

CASA BASE Universe

Sab, 06/06/2015 - 00:07 -- Fabio Borselli

 

C’è un momento nella storia di ogni serie a fumetti che l’ambito, nel quale la serie stessa è nata, diventa troppo stretto per i personaggi e per le loro avventure.

I personaggi, infatti, crescono, maturano e incontrano altri personaggi, magari solo comprimari e lo fanno muovendosi in un mondo che è sempre più complicato e complesso rispetto a quello iniziale. Chi inventa le loro storie comincia ad aver bisogno di un vero e proprio universo, fatto di “gente”, “luoghi”, “regole” dove ambientarle.

Nasce anche l’esigenza che le cose succedano seguendo lo schema di un “prima” e di un “dopo”, temporalmente ben definito, quella che in gergo si chiama “continuity”.

CASA BASE non fa eccezione (e come potrebbe?) e piano piano gli ATOMICS vedono nascere intorno a loro luoghi, personaggi, antagonisti, situazioni, che ne definiscono sempre di più le caratteristiche e le peculiarità. Come ogni lettore di fumetti sa, il rischio che si corre è quello di perdersi nella complessità che, mano a mano, l’”universo di carta”, inizia ad accumulare.

Per evitare che i fans degli ATOMICS corrano il rischio di “smarrirsi” abbiamo pensato a una serie di “schede”, che raccontino i personaggi, tutti, da quelli principali ai comprimari.

Settimanalmente (ok, forse non proprio tutte le settimane…) proporremo qui una “carta personaggio” (chiamatele cards, chiamatele figurine, chiamatele come volete…) dedicata a tutti, proprio a tutti, i “characters” che sono apparsi o appariranno nelle storie.

Una sorta di enciclopedia che aiuti gli ATOMICSNAUTI a orientarsi nel sempre più vasto CASA BASE UNIVERSE.

Il viaggio è appena cominciato, sarebbe un peccato perderselo!

 

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