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Dove metto i piedi?

Lun, 29/06/2015 - 08:51 -- Fabio Borselli

 

Qualche giorno fa, in un articolo a commento delle numerose iniziative scolastiche che hanno come oggetto il baseball, ho visto la foto sopra:

la cosa che salta agli occhi immediatamente è che il battitore ha i piedi sopra casa base.

Chi si è posto il problema di spiegare il gioco ai bambini (ma gli adulti non sono poi così diversi) sa che è una cosa molto complicata far capire che quella base “diversa”, dove inizia e finisce il gioco, ha “regole e comportamenti” diversi, rispetto alle altre basi “normali”.

Ho visto e sentito tentativi di spiegare la posizione di battuta fatti di indicazioni del tipo:

“mettiti più indietro (o più avanti) rispetto a casa base”.

dimenticando che dietro e avanti sono concetti relativi e quello che per un adulto, conoscitore del gioco, esperto appare chiaro è un campo completamente inesplorato per un bambino che del baseball vede solo la dirompenza della battuta, la gioia della corsa e l’emozione del tentare di eliminare l’avversario.

Ho anche sentito dire:

“mettiti più laterale”, “metti i piedi paralleli al lato corto”, “rivolgi la spalla al lanciatore”

Tutti consigli giusti, per carità, ma quanto utili, efficaci e immediati?

Basta guardare, di nuovo, la foto iniziale per capire che servono a poco.

Nelle mie incursioni scolastiche, dove il colpo di fulmine tra bambini e gioco deve scattare immediatamente e dove non è possibile perdere tempo in lunghe, noiose spiegazioni, pena la perdita di attenzione, ho dovuto inventarmi una soluzione al problema che fosse rapida, semplice. Efficace ma, soprattutto, chiara.

Ecco perché ho realizzato questo semplice accessorio che mi porto sempre dietro:

 

è un tappetino, di quelli con il fondo antiscivolo, preso direttamente da un set di articoli per la casa (costo circa 8 euro), con riportate sopra (vernice spray) le impronte di due piedi. A dire proprio tutta la verità i tappetini che uso sono, in realtà, due, uno per il box destro e uno per il box sinistro, e li “metto giù”, insieme alle basi, all’inizio di ogni lezione.

Non ho nemmeno bisogno di spiegare come usarli:

i bambini capiscono immediatamente come devono posizionarsi e, specialmente con i più piccolini, la loro ricerca della “esattissima” posizione dei piedi è, quasi, maniacale.

Non è certo l’invenzione del secolo, ma a me è servita per “incominciare a giocare” il prima possibile, aiutando, con un piccolo espediente, ad apprezzare l’intuibilità e la semplicità, che sono la vera essenza del gioco del baseball.

 

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Sulla tradizione: the banana experiment

Lun, 22/06/2015 - 08:54 -- Fabio Borselli

 

Questa volta la prendo un po’ alla lontana…

Siamo nel 1967, l’esimio Dott. Stephenson, mette a punto un esperimento:

rinchiude 5 scimmie in una grande gabbia. All’interno della gabbia c’è una scala e sulla scala un casco di banane.

Come è naturale, le scimmie si accorgono immediatamente delle banane. Una di loro si arrampica sulla scala. Non Appena lo fa, però, lo sperimentatore la bagna con dell’acqua gelida. Poi riserva lo stesso trattamento alle altre 4 scimmie che non hanno tentato di raggiungere le banane.

La scimmia sulla scala torna a terra e tutte e 5 restano sul pavimento, bagnate e infreddolite, Ben Presto un’altra scimmia comincia ad arrampicarsi sulla scala. Di nuovo lo sperimentatore bagna la scimmia e le sue compagne con l’acqua gelata.

Quando una terza scimmia prova ad arrampicarsi per arrivare alle banane, le altre scimmie, volendo evitare di essere bagnate, la tirano via dalla scala malmenandola.

Da questo momento le scimmie non proveranno più a raggiungere le banane.

L’esperimento prosegue con l’introduzione di una nuova scimmia nella gabbia in sostituzione di una di quelle già presenti. Appena questa si accorge delle banane prova naturalmente a raggiungerle.

Le altre scimmie, conoscendo l’esito del tentativo, la obbligano a scendere e la picchiano.

Alla fine anche lei, come le altre 4 scimmie, rinuncia a tentare di prendere le banane senza mai essere stata spruzzata con l’acqua gelata, quindi senza sapere perché non possa farlo.

A questo punto un’altra scimmia scelta tra le 4 originarie rimaste, viene sostituita con una nuova.

Il nuovo gruppo è quindi  composto da 3 delle scimmie iniziali (che sanno cosa succede quando si  tenta di prendere le banane), 1 scimmia che aveva imparato a rinunciare alla banana a causa della reazione violenta delle altre e 1 scimmia nuova.

La nuova scimmia, come previsto, tenta di raggiungere le banane. Come era avvenuto con la scimmia precedente, le altre scimmie le impediscono di tentare senza che il ricercatore debba spruzzare dell’acqua. Anche la prima scimmia sostituita, quella che non era mai stata bagnata, ma era stata dissuasa dalle altre, si è attivata per impedire che l’ultima arrivata prendesse le banane.

La sostituzione progressiva delle scimmie viene ripetuta finché nella gabbia sono presenti solo scimmie “nuove”, che non sono mai state bagnate con l’acqua.

L’ultima arrivata tenta di avvicinarsi alle banane ma tutte le altre glielo impediscono:

nessuna di esse, però, conosce il perché del divieto di raggiungere le banane, non avendo fatto l’esperienza diretta della punizione. Una nuova regola è stata tramandata alla generazione successiva, ma le sue motivazioni si sono perse con la scomparsa del gruppo che aveva sperimentato le conseguenze della violazione.

Che cosa c’entra il “banana experiment” con il baseball e il softball?

Ho paura che c’entri e che c’entri parecchio.

Basta pensare alla monotonia di certi allenamenti, fatti di ripetizioni, correzioni e poi ancora ripetizioni (che, si badi bene, sono indispensabili, ma non rappresentano la “sola” modalità possibile) specialmente quando questi coinvolgono i bambini e i ragazzi in una serie infinita di gesti scollegati dalla gara e mai eseguiti per risolvere il problema “avversario”.

La sequenza sempre la stessa. I gesti sempre gli stessi, da Bolzano a Caltanissetta:

due giri di campo, palleggio, “diamante”, batting practice (due smorzate, due batti e corri, dieci battute)… Dai sette ai quarant’anni per 2 o 3 volte alla settimana… E tutti ricordano quella volta che le battute furono 15… Se va tutto bene sono trent’anni (a volte molti di più) di una noia mortale.

Eppure di cose da fare, divertenti, motivanti, allenanti, non consuete ce ne sarebbero un sacco.

Allora perché?

Perché non si riesce  cambiare questo approccio che, forse, è uno dei principali responsabili dall’abbandono precoce?

Le risposte: “Non lo so, è così che si fa da queste parti! Il baseball (e il softball, aggiungo) sono questi! In America si fa così!” Suonano familiari?

Spesso si ripetono gesti e si rispettano consuetudini perché è quello che si è sempre visto fare senza sapere esattamente il perché.

E la conseguenza è che il gioco ristagna, non si evolve, resta indietro rispetto ad altre realtà che hanno numeri e dimensioni diverse, che fanno si che l’abbandono per noia o inefficienza non pregiudichi il livello tecnico.

Ho già detto, spessissimo, che non siamo l’America (ma nemmeno Cuba o il Giappone) e che i nostri praticanti hanno bisogno che ci si pongano domande diverse, che si trovino nuove soluzioni a vecchi problemi.

Il nostro baseball e il nostro softball non hanno bisogno di tradizioni, hanno bisogno che non si smetta di cercare, di interrogarsi, di riuscire a proporre nuovi paradigmi.

In conclusione mi è obbligo rivelare che, molto probabilmente, la descrizione del “the banana experiment” è frutto dell’elaborazione di una serie di esperimenti successivi e che, ancora più probabilmente, le modalità di svolgimento non siano state quelle che ho raccontato. D’altra parte si era nel 1967…

Ma anche se l’esperimento risultasse, effettivamente, una rielaborazione, le sue conclusioni sarebbero tanto diverse dal nostro modo di allenare baseball e softball?

 

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Io sono un Imbecille!

Lun, 15/06/2015 - 09:47 -- Fabio Borselli

 

Questa volta non si parla di baseball o di softball.

Non si parla di tecnica o di approccio mentale, di battuta o preparazione fisica…

Questa volta si parla di Softball Inside in quanto blog, in quanto luogo virtuale, in quanto cittadino del web e del suo diritto di farne parte.

la scorsa settimana lo scrittore Umberto Eco (questo il suo profilo su wikipedia), parlando alla cerimonia di conferimento della sua Laurea Honoris Causa all’Università di Torino avrebbe detto (come riportato dal sito web del quotidiano “La Stampa”):

“I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli Imbecilli“.

Eco ha detto anche altre cose, sulla rete, sul complottismo e sul fatto che basta armarsi di computer e chiunque può dire tutto, o il contrario di tutto, senza controllo, senza tema di smentita e creandosi, comunque, seguito e platea.

Ripeto che questa volta non si parla di baseball o di softball.

Si parla, invece, del diritto che SOFTBALL INSIDE, del sottoscritto e di chi scrive, a volte, sullo SPEAKER’S CORNER, di avere delle opinioni, di poterle esternare e di poter essere valutato per esse senza che il Professor Eco, o chi per lui, debba prima mettere il suo “imprimatur”.

Preferisco trovare degli Imbecilli (o esserlo io stesso…) su internet perché è possibile farlo e preferisco poter decidere io se lo sono davvero, piuttosto che dover ascoltare solo "verità consolidate" promosse dagli esperti, da “quelli che lo sanno fare”.

Avevo detto che non avrei parlato di baseball o softball, ma non ne posso proprio fare a meno…

Sul web, a voler cercare, si trova davvero di tutto:

dalle modalità di allevamento del paguro terrestre in cattività a come assemblare un ombrellone al contrario, figuriamoci se non è possibile trovare informazioni, filmati, teorie o idee bislacche sul baseball e sul softball.

Non tutti i contenuti reperibili sono ideati da fini conoscitori o da esperti accreditatii, non tutti i contenuti sono delle verità assolute, molte cose sono prodotte, più o meno bene, scritte, più o meno bene, raccontate, più o meno bene, da inesperti, fanatici, sperimentatori, appassionati, folli, visionari e, diciamocelo, anche da qualche Imbecille così caro al professor Eco.

Non tutto funziona o è dimostrato scientificamente, molte cose sono palesemente forzature, molte errate interpretazioni, altre estremizzazioni di teorie più che legittime.

Molto spesso manca in chi cerca l’esperienza, lo spirito critico o la capacità di discernimento e si corre il pericolo che il “popolino”, “la massa”, “il volgo” facciano di tutt’erba un fascio e che vengano fuori proposte, allenamenti, tecniche “sbagliate”

Meglio quindi un sano controllo della rete e delle informazioni che permetta la diffusione solo e esclusivamente del pensiero ortodosso.

Questo teorizza l’intervento di Eco.

Dimenticando che le conquiste scientifiche, le rivoluzioni, i cambiamenti, anche troppo spesso, sono frutto di intuizioni o di errori di interpretazione fatti da “battitori liberi”, “scienziati pazzi”, “folli sperimentatori”, “visionari”… Insomma, quelli definiti dal senso comune come Imbecilli.

Si metta l’anima in pace il filosofo Eco, e con lui quelli che si sono affrettati a sposarne le tesi, in questo ben strano mondo abbiamo davvero bisogno anche degli Imbecilli, non fosse altro che per evitare di perderci, magari, il futuro Dick Fosbury…

Per questo (e per molto altro...) Softball Inside rimarrà sul web, dando voce a tutti gli Imbecilli che sentono di avere qualcosa da dire.

 

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SOSTIENI CASA BASE!

Sab, 13/06/2015 - 01:24 -- Fabio Borselli

 

Siamo vicini alla fine del primo mese (di tre complessivi) del progetto di raccolta fondi  SOSTIENI CASA BASE!

Quando abbiamo iniziato la campagna di CROWDFOUNDING non avevamo grandi aspettative, ma in questo primo, breve, periodo alcuni fans del nostro fumetto hanno davvero creduto in CASA BASE e ci hanno fatto una piccola donazione.

Questo ci onora e contribuisce a mantenerci determinati nel voler aprire un sito web dedicato esclusivamente a CASA BASE, agli ATOMICS ed alle loro avventure.

Purtroppo, il sito, che sta crescendo poco a poco, è ancora ben lontano dal poter andare on-line, perché le donazioni non arrivano a coprire i costi da sostenere, ma abbiamo veramente moltissima fiducia nel sostegno di tutti i fans di CASA BASE e siamo sicuri che grazie a loro il progetto andrà a buon fine.

Ecco perché torniamo a rinnovare la nostra richiesta di aiuto:

ci vuole pochissimo tempo e, al costo di un caffè, è possibile sostenere CASA BASE, il fumetto italiano dedicato ESCLUSIVAMENTE al baseball.

La formula per contribuire è quella del classico CROWDFOUNDING:

Facendo click sul riquadro SOSTIENI CASA BASE! Si apre la pagina della “raccolta fondi” (questo il link diretto) e sarà possibile “donare” direttamente, utilizzando PayPal, con pochi semplici passaggi.

Nella speranza di vedere, alla fine, realizzato questo sogno, possiamo solo dire che contiamo sul vostro aiuto.

Come già detto altre volte, a chiunque ci è stato a sentire e apprezza le nostre storie va un grande ringraziamento, comunque, anche se deciderà di non sostenerci.

 

Ricevitori

Lun, 08/06/2015 - 08:53 -- Fabio Borselli

 

Qualche flash preso direttamente dalla giornata di sabato scorso, passata in campo per il try-out del Progetto Verde Rosa.

Per prima cosa c’era un gran caldo. Poi c’erano tante ragazzine. Poi la giornata è stata davvero lunga. Per tutti, atlete e allenatori.

Succede che, all'interno delle attività della giornata, per poter valutare le abilità dei catcher, gli stessi debbano, a un certo punto, indossare l’attrezzatura.

Succede anche che alcuni accompagnatori delle giocatrici, che in questa categoria (under 13) sono, essenzialmente, i loro genitori, facciano notare che c’è molto caldo e lo fanno con una battuta:

“ti diverti a torturarle? Con questo caldo gli fai tenere la maschera?”

Naturalmente è una battuta detta scherzosamente, ma qualcosa si mette in moto nella mia testa…

Passiamo oltre, per adesso.

Nel pomeriggio si giocano delle partite, per vedere “in action” le ragazze:

Le lanciatrici prescelte come partenti cominciano a scaldarsi con i propri catcher e qui cominciano i guai:

in tutti i campi (ne avevamo ben 3 a disposizione…) i tecnici sono costretti a ricordare ai catcher di indossare la maschera durante il riscaldamento.

Prendo nota e andiamo avanti.

Arriva il momento dei primi cambi sulla pedana e c’è la necessità per i rilievi di scaldarsi:

escono dal dug-out insieme ai catcher e il problema maschera sembra risolto:

infatti, questa volta, i ricevitori, tutti, invariabilmente, non hanno nemmeno pettorina e schinieri:

"fa caldo!” è la motivazione che danno quando gli viene fatto notare.

Come la penso sull’argomento “attrezzatura di gioco” e sulla necessità che, in particolar modo da parte dei ricevitori, debba essere sempre indossata al completo, partita o allenamento che si stia facendo l’ho già detto nel mio post  “Attrezzi per giocare”.

Ribadisco il concetto:

i catcher, quando si allenano o giocano in difesa, devono indossare, SEMPRE, le proprie protezioni, maschera compresa, anche se fa caldo, anche se stanno “semplicemente scaldando” la lanciatrice.

Non è solo una questione di sicurezza, ci sono anche delle serie motivazioni tecniche.

Personalmente io chiedo ai ricevitori di non togliere mai la maschera:

nemmeno per le volate in foul, visto che la moderna attrezzatura permette una perfetta visuale, ma soprattutto quando devono difendere il piatto.

Mi è capitato di vedere, non tanto tempo fa, un giovane catcher colpito a un occhio dalla palla tirata a casa base dall’esterno e rimbalzata male.

Risultato:

brutta contusione, partita finita e corridore avversario a punto.

Se avesse avuto la maschera avrebbe realizzato l’out e avrebbe continuato, tranquillamente, a giocare.

Oltre che per la sicurezza la maschera è utile anche per togliere ogni titubanza nella presa della palla che può essere resa difficile dal sopraggiungere del corridore e per dare un piccolo vantaggio “di approccio” al ricevitore:

credo che dover cercare di conquistarsi il punto contro un avversario “corazzato” possa, almeno un po’, intimorire e rallentare il corridore che si trova, improvvisamente, di fronte una vera e propria “muraglia umana” che non offre nessun “punto debole” e apparentemente impenetrabile.

Ma se nell’indossare attrezzatura e maschera ci sono solo vantaggi, perché è così difficile che venga fatto abitualmente?

Credo che la risposta possa essere dovuta a una sorta di “eccesso d’amore”:

mi sembra che allenatori e genitori vedano nell’imposizione dell’attrezzatura, specialmente “in allenamento quando non serve”, un inutile tortura, una punizione o un modo per sovraccaricare “quelle povere bambine”.

Quale ne sia il motivo sono convinto che sia un errore... Un errore di quelli gravi e, probabilmente, imperdonabili.

 

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Tris

D.A.E.

 

CASA BASE Universe

Sab, 06/06/2015 - 00:07 -- Fabio Borselli

 

C’è un momento nella storia di ogni serie a fumetti che l’ambito, nel quale la serie stessa è nata, diventa troppo stretto per i personaggi e per le loro avventure.

I personaggi, infatti, crescono, maturano e incontrano altri personaggi, magari solo comprimari e lo fanno muovendosi in un mondo che è sempre più complicato e complesso rispetto a quello iniziale. Chi inventa le loro storie comincia ad aver bisogno di un vero e proprio universo, fatto di “gente”, “luoghi”, “regole” dove ambientarle.

Nasce anche l’esigenza che le cose succedano seguendo lo schema di un “prima” e di un “dopo”, temporalmente ben definito, quella che in gergo si chiama “continuity”.

CASA BASE non fa eccezione (e come potrebbe?) e piano piano gli ATOMICS vedono nascere intorno a loro luoghi, personaggi, antagonisti, situazioni, che ne definiscono sempre di più le caratteristiche e le peculiarità. Come ogni lettore di fumetti sa, il rischio che si corre è quello di perdersi nella complessità che, mano a mano, l’”universo di carta”, inizia ad accumulare.

Per evitare che i fans degli ATOMICS corrano il rischio di “smarrirsi” abbiamo pensato a una serie di “schede”, che raccontino i personaggi, tutti, da quelli principali ai comprimari.

Settimanalmente (ok, forse non proprio tutte le settimane…) proporremo qui una “carta personaggio” (chiamatele cards, chiamatele figurine, chiamatele come volete…) dedicata a tutti, proprio a tutti, i “characters” che sono apparsi o appariranno nelle storie.

Una sorta di enciclopedia che aiuti gli ATOMICSNAUTI a orientarsi nel sempre più vasto CASA BASE UNIVERSE.

Il viaggio è appena cominciato, sarebbe un peccato perderselo!

 

Ma davvero?

Lun, 01/06/2015 - 09:42 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da un pomeriggio di “navigazione casuale, ma non troppo” sul web…

Leggo sulla pagina facebook di ALESSIO BARONCINI questo post che riporto integralmente:

“Non è molto carino da dire "Asfaltati" ad una squadra che perde "tanto a.. zero". Molto spesso si tratta di ragazzi/e alle prime esperienze di gioco che nel loro piccolo fanno di tutto per impegnarsi, non mancare agli allenamenti, seguire i consigli dei loro allenatori. Con oggi l'ho/abbiamo già letto in tre occasioni diverse... non è bello. Un bravo a chi vince ed un bravo a chi si impegna per ... vincere la prossima volta.”

Poi mi ricordo di questa notizia, letta qualche giorno fa sulla pagina internet del sito CAMPIONI.CN, dalla quale riporto un piccolo estratto:

“… Riteniamo che sia importante saper vincere senza sentirsi dei supereroi come il saper perdere senza sentirsi dei buoni a nulla. Non è colpa dei ragazzi: se non riusciamo noi dirigenti in questo compito, saremo noi ad aver fallito, non certo loro.”

Torno, infine, sul sito della GAZZETTA DELLO SPORT (sezione sport vari) per rileggere questo articolo di qualche tempo fa, del quale, questo passaggio mi sembra assai pertinente:

“… Molte volte, tuttavia, nell’attività motoria proposta dagli adulti non c’è gioco, gioia e allegria. Al loro posto pressioni eccessive, agonismo esasperato, allenamenti noiosi. “Sono molti gli allenatori molto più preoccupati a vincere o a non perdere – precisa Maurizio Mondoni - piuttosto che interessati alla prestazione dei propri atleti.”

Ho spesso espresso il mio pensiero su quelle che ritengo le possibili cause dell’abbandono dello sport agonistico (o sulla mancata partecipazione) da parte dei bambini e degli adolescenti .

L’ho fatto con forza e profonda convinzione nel post “A ruota libera dopo la trentesima convention…”.

Credo che un’attenta lettura di questi piccoli interventi in proposito possano chiarirlo ulteriormente.

Non sono, naturalmente, completamente d’accordo sullo “sport senza agonismo”, che ritengo un estremizzazione che cerca di risolvere, eccedendo in senso opposto, le problematiche comuni ai “pezzi” citati.

Ma chiarito questo mi chiedo, di nuovo:

abbiamo tutti sotto gli occhi i risultati di un certo tipo di approccio, non è, forse, il caso di cominciare a riflettere a fondo sull’argomento e provare a invertire la tendenza?

 

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Atomics Baseball Club

Sab, 30/05/2015 - 09:13 -- Fabio Borselli

 

Per noi che inventiamo, scriviamo e disegniamo le loro avventure,  i personaggi di CASA BASE sono, praticamente, persone vere.

Anzi, a dirla proprio tutta, sono giocatori in carne e ossa che giocano in una vera squadra:

la squadra degli ATOMICS.

Proprio perché gli ATOMICS sono una vera squadra era giusto che, come ogni squadra che si rispetti, avesse i propri "colori di guerra” e la propria bandiera sotto la quale raccogliersi per affrontare ogni sfida.

Ecco perciò il vero, unico e inimitabile logo dei favolosi ATOMICS  che campeggia su questa pagina.

Questa però non è una vera e propria anteprima:

i fans più accaniti lo avranno, infatti, già visto far capolino sulla pagina facebook di CASA BASE.

Il logo, che speriamo serva a definire sempre di più “l’universo CASA BASE, è solo una delle tante cose che stiamo, giorno per giorno, pensando e realizzando per rendere, ancora di più, gli ATOMICS un vero club di baseball.

Sarebbe un peccato perdersele!

 

Il temutissimo “pippone”

Lun, 25/05/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

A volte capita quella partita che, lo si sente nell’aria, non sarà giocata come da aspettative:

giocatori apparentemente svogliati, avversari sopra le righe, errori banali, inconcludenza in attacco sono le avvisaglie di una pessima giornata.

Purtroppo capita, e capita molto più spesso di quanto sarebbe lecito aspettarsi.

Chi si è trovato in questa situazione, da allenatore, sa che ci vuole molta pazienza e comprensione, unita a una bella dose di calma, per provare a invertire la tendenza.

Purtroppo, nonostante le buone intenzioni, spesso le cose continuano ad andare per il verso sbagliato e la gara, irrimediabilmente compromessa, scivola verso il suo epilogo.

Succede che, durante questa lenta e inesorabile “discesa all’inferno”, comincia ad aleggiare in campo e nel dug-out una strana atmosfera:

le atlete cominciano a scambiarsi occhiate smarrite, il rumore di fondo degli avversari si attenua, il pubblico stesso si acquieta, consapevole di quello che sta succedendo e l’aria si fa, mano a mano, più densa.

Tutti sanno che alla fine della partita, o della giornata,se si giocano incontri multipli, senza scampo, arriverà il temutissimo, incombente e inevitabile, “pippone”

Intermezzo:

“pippone” è un termine mutuato, mi si dice, dal dialetto romanesco ed è un modo simpatico e un po’ scanzonato per definire quel tipo di discorso molto lungo, costruttivo nelle intenzioni, che diventa, per situazione e prolissità, particolarmente pesante.

Fine intermezzo.

Le modalità sono, invariabilmente, le stesse:

atleti in fondo al campo, seduti o distesi sull’erba, senza scarpe (condizione ineliminabile) e rassegnati all’esplosione di rabbia e altri sentimenti assortiti, che vanno dalla compassione alla rassegnazione, che a breve il tecnico riverserà su di loro.

Credo che sia capitato a tutti di vivere un momento così.

Credo anche che il “somministratore di pippone” abbia tutte le buone intenzioni del mondo e pensi, parlandone (e parlandone a lungo…) di risolvere tutti i problemi che hanno innescato la pessima prestazione.

Purtroppo c’è una cattiva notizia:

per esperienza diretta (essendo io un noto “pipponatore”) posso dire che non funziona!

L’ho visto succedere da protagonista e l’ho visto succedere ad altri coach.

Il copione è, tragicamente, sempre lo stesso:

Si comincia cercando di non essere del tutto negativi, di trovare qualcosa da salvare nella pessima giornata che si è appena passata, ma, piano piano, l’emotività prende il sopravvento e le emozioni cominciano a rimbalzare sul muro di gomma degli atleti.

Infatti questi, ben consapevoli di non essere riusciti a giocare come avrebbero potuto, non hanno voglia di sentirselo dire, non vedono l’ora di andarsene sotto la doccia e, per questo, sembrano apatici e indifferenti a tutto quello che gli viene “riversato addosso”.

Più si parla e meno sembra di venire ascoltati e la frustrazione aumenta.

La frustrazione lascia la mente in balia dell’emotività e si dimenticano tutti i buoni propositi iniziali.

In una spirale discendente che si auto-alimenta la rabbia aumenta e “la serena analisi” di partenza lascia spazio solo a rimbrotti e recriminazioni….

Purtroppo ho imparato a mie spese che la “chiacchierata di fine gara” raramente risolve i problemi, quasi mai stempera la tensione e mai, assolutamente mai, aiuta l’allenatore a scaricare la rabbia e l’impotenza che deriva dal vedere la propria squadra giocare al di sotto delle aspettative.

Ecco perché, anche se la tentazione è veramente molto forte, è consigliabile rinviare il tutto all’allenamento seguente, quando la mente è davvero “fredda” ed è possibile comunicare, velocemente ed efficacemente, soluzioni invece che rimproveri.

Facile a dirsi e infatti io, personalmente, ci sto ancora provando…

 

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Sostieni CASA BASE!

Sab, 23/05/2015 - 15:27 -- Fabio Borselli

I più attenti se ne saranno già accorti…

Da qualche giorno sulla pagina principale di Softball Inside è apparso un nuovo riquadro, intitolato SOSTIENI CASA BASE!

Ci siamo interrogati a lungo sul “come proseguire il cammino” e a questo punto, prima di andare avanti, sono doverose alcune precisazioni:

prima di tutto CASA BASE è un progetto che non produce guadagni e che viene portato avanti nel tempo libero degli autori.

CASA BASE si sta evolvendo e diventa sempre più complicato da gestire e autofinanziare visto che per ogni striscia o disegno servono, oltre al tempo disponibile, materiali di consumo, attrezzature informatiche e tanto altro, facile da immaginare.

L’idea di dare vita ad un sito web dedicato esclusivamente agli ATOMICS complica ulteriormente la situazione e aumenta, come è facile intuire, i costi da sostenere.

Naturalmente, a questo punto, potrebbero venire fuori alcune, legittime, obiezioni:

“allora lasciate perdere!”, “perché ce lo venite a raccontare?”, “non è un problema mio”, “se ne può fare a meno”.

Le stesse, insieme a molte altre, che ci siamo dette e ridette tra di noi…

Ma non riusciamo a smettere!

Crediamo che CASA BASE possa essere importante per il baseball e il softball e che possa “aiutare” a far diventare un po’ più popolari i NOSTRI sport.

Ecco perché, dopo lunghi tentennamenti e ripensamenti e, inutile nasconderselo, con qualche imbarazzo, abbiamo deciso di chiedere ai lettori del nostro fumetto un piccolo aiuto per sostenere il nostro “sogno”.

La formula è quella del classico CROWDFOUNDING:

Facendo click sul riquadro SOSTIENI CASA BASE! si apre la pagina della “raccolta fondi” (questo il link diretto) e sarà possibile“donare”, utilizzando PayPal, un contributo al mantenimento in vita del fumetto italiano dedicato al baseball.

Noi speriamo di non essere stati troppo invadenti e contiamo sul vostro aiuto.

CASA BASE è un cantiere a cielo aperto e non sappiamo, davvero, cosa succederà domani, ma speriamo che ci possiate dare una mano a proseguire questa avventura.

A chiunque ci è stato a sentire e apprezza le nostre storie un grande ringraziamento, anche se deciderà di non sostenerci.

 

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