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Uno, nessuno e Centomila

Lun, 28/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Scomodo Pirandello per il titolo di questa breve riflessione…

Sono un assiduo frequentatore di “Che palle!” la rubrica che Mario Salvini gestisce sul sito Web della “Gazzetta dello Sport” e che ritengo un luogo virtuale molto importante (anche se pochi se ne sono accorti) per la creazione, anche da noi, di una “letteratura, non di nicchia, DI e SUL baseball”.

Su “Che palle!”, all’inizio della scorsa settimana, mi sono imbattuto in Scambio di ruoli”, un articolo dedicato al football americano.

Il pezzo racconta di come sia possibile ragionare “fuori dagli schemi” avendo successo e, cosa da non trascurare, facendo notizia…

Ad un certo punto, cito testualmente, Salvini dice:

“Suggerendoci al contempo che nella vita, sul lavoro e in qualsiasi altro ambito, ogni tanto sarebbe bello scambiarsi ruoli, mansioni, modi di operare e forse persino di pensare. A volte può persino capitare di andare in meta”.

Fare l’impensato… Scambiarsi i ruoli… Giocare “contro” il libro…

Chi più ne ha più ne metta.

Due professionisti, in uno sport professionale hanno “osato” un cambiamento:

hanno sorpreso, hanno costretto a pensare, hanno costretto a ri-pensare, hanno costretto a organizzare, hanno costretto a ri-organizzare…

Vi sembra poco?

Magari pensiamoci.

Pensiamoci la prossima volta che andiamo in campo, la prossima volta che prepariamo il nostro allenamento, la prossima volta che “facciamo quello che si è sempre fatto”, la prossima volta che, arrogantemente, precludiamo ai nostri bambini e bambine la possibilità di FAR VEDERE tutto il proprio potenziale.

Pensiamoci quando, in nome e per conto della nostra esperienza, impediamo a qualcuno di giocare in un ruolo diverso da quello che il del nostro “naso da coach” ha DECISO per lui.

Forse far battere anche dal box “sbagliato” o far provare a tutti a lanciare potrebbe riservare delle sorprese…

Forse potrà “persino capitare di andare in meta”.

 

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Tabelle e tabelline

Lun, 21/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Torno su un argomento che mi sta molto a cuore, che è quello dell'allenamento, analizzato questa volta nella sua "prospettiva energetica":

nel mio post "ma se lo sappiamo, perché non lo facciamo?" ho affrontato il tema del modello prestativo del baseball e del softball e delle sue conseguenze nell'organizzazione e nella gestione degli allenamenti.

Purtroppo, vedendo cosa sul web viene spacciato per "esercizi di allenamento per il baseball e per il softball", mi rendo conto che, forse, le idee non sono proprio chiare e che si pensa di lavorare in una direzione andando, invece, esattamente in quella opposta.

Vorrei provare a fare un po' di chiarezza:

la figura sopra è, credo, semplice e completa, inoltre le didascalie aiutano di certo.

Evitando toni troppo professorali voglio ricordare giusto al cune cose, non certo mie opinioni ma, come si dice, "evidenze scientifiche":

La prima, banale è che i muscoli, per funzionare, hanno bisogno di energia.

Ancora più banalmente si può dire che, al pari dei motori delle nostre automobili, che funzionano utilizzando la benzina, il gasolio o il metano, i muscoli funzionano utilizzando come carburante il "famigerato" ATP (adenosintrifosfato).

Paragonare muscoli e motori è molto inerente perché entrambi trasformano energia chimica in energia cinetica (movimento), ma a differenza dei motori, che funzionano esclusivamente “consumando” il carburante, i muscoli hanno anche la capacità di “autoprodurlo”. Senza entrare in dettagli chimici è sufficiente sapere che nei muscoli è presente una quantità limitata di ATP, bastante  per compiere un esercizio fisico di pochissimi secondi, questo implica che per poter continuare a lavorare, i muscoli devono essere in grado di “ri-produrlo”, una volta consumato, durante il lavoro stesso.

Questa capacità del muscolo di produrre ATP deriva dallo sfruttamento dell’energia contenuta in altre molecole, ovvero i carboidrati, i lipidi e le proteine.

Semplificando il più possibile (anche a costo di perdere in "precisione") la re-sintesi dell’ATP può avvenire attraverso tre meccanismi:

il meccanismo anaerobico-alattacido nel quale non interviene l’ossigeno e che non produce scorie metaboliche (lattato);

Il meccanismo anaerobico-lattacido nel quale non interviene l’ ossigeno, ma che genera la produzione di lattato (l’energia per la ricarica deriva essenzialmente dai carboidrati);

Il meccanismo aerobico che richiede ossigeno (l'energia per la ricarica può essere "estratta" (in tempi diversi e con la produzione, più o meno cospicua, di scorie) da carboidrati, lipidi e proteine.

Tornando alla figura iniziale appare evidente che i diversi meccanismi energetici non lavorano “in serie”, ma “in parallelo”.

Questo vuol dire che in determinati momenti dell’attività’ fisica questi meccanismi si attivano contemporaneamente e non in successione

A tutto questo si aggiunge la varabile "pause" e "tempi di recupero" che, senza tema di smentita, permette al meccanismo anaerobico-alattacido di ricaricarsi quasi completamente in tempi brevissimi.

Ebbene, sulla base delle "evidenze scientifiche", il professor Dal Monte ha elaborato una classificazione delle attività sportive:

  • attività di potenza (che si esauriscono nell’arco di 10 secondi);
  • attività prevalentemente anaerobiche, che si realizzano nell’arco di 45-50 secondi;
  • attività aerobiche della durata superiore a 45 secondi.

Detto questo, appare chiaro che, rispettando quanto succede durante le partite di baseball e di softball (modello prestativo), i nostri due sport stanno abbondantemente all'interno delle attività di potenza e che i tempi di recupero permettono di sfruttare per quasi tutto l'arco della gara il suddetto meccanismo anaerobico-alattacido.

Allora, a costo di ripetermi, faccio di nuovo la domanda:

"a cosa diavolo servono esercizi che durano troppo tempo, oltretutto svolti a bassa, se non bassissima velocità (e vorrei anche vedere...) visto che stimolano sistemi energetici che durante le gare non vengono minimamente utilizzati?"

Magari però sono io che sbaglio e i video che girano sui social allenano davvero la "reattività" e la "velocità" ...

 

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Grazie!

Lun, 07/11/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Gestire un blog è un mestieraccio!

Fermi tutti!

Mi pare di sentirvi:

“e chi te l’ha ordinato? Il Medico? Se non lo vuoi fare non farlo e non stare tanto a lamentarti…”

Fatemi finire:

gestire un blog è un mestieraccio, dicevo, perché non sempre si trovano argomenti e qualche volta dopo aver scritto un post si chiude il portatile pensando:

“ma a chi vuoi che interessi?”

Gestire un blog è un mestieraccio, ripeto, ma a volte diventa una vera e propria passeggiata di salute!

Questo post infatti si è scritto praticamente da solo e devo ringraziare chi, di fatto, mi ha aiutato a mettere in fila le parole.

Partiamo dl principio:

nel post LETTERA, che ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE, facevo una ampia e umorale riflessione su sport, softball, talento, gestione dello stesso, allenatori, mentori, famiglie e forse su un’altra decina di cose che, in ordine sparso, ogni allenatore affronta o è costretto ad affrontare nella sua quotidianità.

Non ho risparmiato critiche a nessuno, cercando di parlare in difesa (come sempre faccio, del resto) dell’attore più importante del contesto sportivo:

l’ATLETA.

Fortunatamente il suddetto post è piaciuto.

Fortunatamente ha scatenato un bel vespaio.

Segno che, forse, il problema c’è, esiste, è sentito.

Ho ricevuto messaggi di plauso: “era ora che qualcuno lo dicesse”.

Ho ricevuto messaggi di biasimo: "ma come ti permetti, tu non sai chi sono io”.

Ho ricevuto solidarietà: “anche a me è successo e come ti muovi viene fuori un disastro”.

Ho ricevuto messaggi di ansia: "ma parlavi di me?”.

Ho ricevuto minacce: "ti aspetto fuori”.

Ho ricevuto…

Gestire un blog è un mestieraccio!

Ma, ripeto, questa volta è stato facile:

un sacco di click, un sacco di contatti, di commenti, di interesse… La soddisfazione di scoprire che quello che scrivi viene letto… La sensazione che quello che pensi provoca discussione, pensieri, parole…

Insomma una bella iniezione di orgoglio per il mio EGO, che qualcuno, che ringrazio, ha definito monumentale.

Per questo grazie! Grazie di cuore a tutti!

A chiunque abbia trovato un secondo per leggere e commentare, per leggere e riflettere, per leggere e mandarmi a quel paese, per leggere e basta.

Alla fine della fiera, parafrasando un certo Francesco Guccini, il motivo per cui ho deciso di gestire un blog è esattamente questo,:

“io scrivo quando posso, come posso, quando ne ho voglia senza applausi o fischi”.

Magari non tutti saranno d’accordo, magari non tutti ne saranno felici, magari non tutti...

Me ne farò una ragione.

 

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La nave

Lun, 31/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Antoine de Saint-Exupery, autore de “Il Piccolo Principe” (a chi non ha letto il libro consiglio di provvedere) diceva:

“Se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

Per essere subito chiari scrivo per parlare di apprendimento, di motivazione, di baseball, di softball, di emozioni, a ruota libera e senza un ordine particolare, seguendo il filo di pensieri, forse casuali, certamente causali…

Da insegnante e da allenatore sono in possesso di “competenze” e, speriamo, in grado di trasferirle consapevolmente.

Oggi, in macchina, mentre guidavo verso casa, reduce da una intensa sessione di “esami”, riflettendo sul lavoro svolto, ri-pensando alle espressioni, alle facce e alle “tensioni” degli esaminandi, mi è balenato in mente questo pensiero:

“Non c’è apprendimento senza emozione”.

Sono sempre più convinto che stabilire standard basati esclusivamente sulle competenze faccia dimenticare che l’apprendimento, qualsiasi apprendimento, deve avvenire in un contesto significativo. La base per un apprendimento superiore unisce alle informazioni, una serie di emozioni e sensazioni che integrano e devono integrare la conoscenza, completandola e arricchendola.

Per gli allenatori, studiare e “insegnare” il baseball e il softball come se fossero “solo” sport (esattamente l’approccio che ho visto da parte di molti colleghi) è il miglior metodo per allontanare definitivamente i ragazzi e le ragazze dal campo di gioco.

Sono convinto che i nostri sport siano, di sicuro, molto più che correre dietro a un palla..

Perché i ragazzi e le ragazze non fanno sport (nella fattispecie perché non giocano a baseball o a softball)?

Perché, se lo fanno, prima o poi fuggono dai campi e dalle palestre?

Perché non sono “motivati” a praticare uno sport?

Perché non sono “motivati” a non abbandonarne la partica?

Siamo sicuri che sia tutta colpa loro, della loro incapacità di concentrarsi, delle loro inesistenti abilità fisiche, della PlayStation, del Web, delle serie tv?

Da che mondo è mondo, la motivazione non sorge spontanea dei ragazzi, bensì è accesa da qualcos’altro: un’esperienza, un affetto, un’emozione, una sensazione abbastanza intensa… E potrei continuare.

Mi viene da pensare che se “lo sport” (al pari della scuola) fosse capace di cogliere le “motivazioni” e di sostenerle, forse avremo più atleti (e meno dispersione scolastica).

Se siamo convinti, a torto secondo me, che la tecnologia multimediale è il nemico, allora perché non proviamo ad allearci, a usarla, a integrarla, visto che non riusciremo a sconfiggerla?

A cosa serve continuare a vestire i panni dell’allenatore competente senza interrogarsi sul perché gli atleti sono svogliati e demotivati?

Io sono sicuro che non è solo e sempre colpa dei ragazzi, delle loro famiglie, della televisione, degli amici, della (ancora) PlayStation, di internet, di “Walking Dead" o dell’influsso di Saturno che transita nel Toro.

Proviamo, almeno proviamo, a modernizzare le nostre conoscenze, il nostro modo di vedere e di esprimerci anche a forza di "serie tivù", visto che tutti i nostri atleti, nessuno escluso, le guardano e le seguono

Non guardatemi male e non scuotete la testa, stiamo perdendo la battaglia, siamo in retroguardia e disperati:

proviamo, almeno, ad escogitare altre e nuove strategie.

La competenza va benissimo, anzi è indispensabile, ma abbiamo capito che da sola non basta. Un allenatore che conosce “solo” lo sport non è più sufficiente, non attira, non convince. Secondo me ci vuole un po’ d’inventiva e l’immedesimarsi nei ragazzi va ancora meglio.

Questo non vuol dire “diventare loro” ma vuol dire “capire e conoscere quello che li muove” e usarlo per “portarli sul nostro campo”.

Carlo Freccero, che di società e di cambiamenti ne capisce, o almeno sembra farlo, ha detto che secondo lui;

“si devono guardare le serie di telefilm americani come fanno tutte le persone intelligenti [...] perché i nuovi telefilm dettano il linguaggio dei tempi e mettono al bando l’ascolto distratto, tipico della televisione. Per essere capiti richiedono una concentrazione assoluta e anche visioni successive”.

Può non piacere, ma fa riflettere.

Ciò che i nostri giovani vedono e usano aiuta a capire molto del loro mondo e del loro linguaggio.

Mi sembra inutile ritirarsi sull’Aventino della propria competenza quando ci sono molteplici “universi cognitivi” e “altrimondi” che possono essere condivisi solo attraverso le emozioni.

Chi non ricorda la propria, terribile ed esigentissima, professoressa di latino, di certo preparatissima, che faceva paura a tutti senza però riuscire a convincerci a studiare la sua materia, insegnata, purtroppo, in un modo poco motivante e parlando una “lingua morta”?

Io, personalmente, vorrei essere ricordato diversamente…

 

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L'allenatore

 

Domenica è sempre domenica

Lun, 24/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Chi si ricorda il mio post “cent’anni di solitudine” di quasi due anni fa alzi la mano!

Tranquilli, non pretendo che in questo caos che è la vita qualcuno se ne ricordi per davvero, per questo, per leggerlo e rinfrescarsi la memoria, basta seguire questo link.

Due anni dopo eccomi con la seconda parte, ovvero “la domenica del coach”, ovvero il compendio di “un anno vissuto pericolosamente” sulla panchina di una qualsiasi squadra, di una qualsiasi serie, di questo sport di pazzi (e pazze) che è il softball.

Oggi si gioca!

Il sole è appena sorto, sono forse le cinque meno qualcosa, e già il “povero allenatore” deve cambiare i suoi piani, è appena arrivato, infatti, il primo whatsapp della giornata sul gruppo della squadra:

il catcher titolare, quello che avrebbe dovuto cambiare la giornata, scrive che non può venire perché domani ha il compito e deve studiare (il compito, di una materia scelta a caso naturalmente, è stato fissato nella notte, intorno alle tre, dalla sua professoressa-vampiro che ha informato la classe con i suoi pipistrelli-viaggiatori).

Mentre il malcapitato impreca in Swahili suona di nuovo il telefono, ancora un whatsapp e ancora un “lieve contrattempo”, il primo dei seguenti 19 che narrano di lutti in famiglia e catastrofi stradali per giustificare assenze e ritardi (e sono, come già detto, ancora, più o meno “solo” le cinque del mattino…).

Poi, mentre riscrive per l’ennesima volta la formazione partente, arriva l’ultimo sms, quello definitivo:

“hai tu il mio guanto?”.

Mentre una lacrima scende, il coach spegne il telefono e decide che, insomma, “è solo un gioco, perché arrabbiarsi? Oggi vinciamo lo stesso”.

Dopo aver a lungo parlato con se stesso, in mutande, davanti allo specchio del bagno, convincendosi che si, “si può fare”, esce di casa, abbigliato di tutto punto, pronto allo scontro, in cerca del primo caffè della giornata, quello in quel bar lì, che porta fortuna, che non è proprio scaramanzia, ma male non può fare.

Eccolo, pieno di fiducia, davanti al bar e il bar, naturalmente, è chiuso:

“hai dimenticato che sono le sei del mattino?”

L’appuntamento con la squadra (quello che ne è rimasto) è alle nove, la partita è alle undici e quindi lui arriva al campo “abbastanza prima”… Fa niente, “così scarico la tensione” si dice, passeggiando sul campo bagnato in compagnia dei suoi, lugubri e premonitori, pensieri.

Dopo tre ore circa arrivano le prime giocatrici e lo trovano addormentato sulla panchina, solo il tempo di riattivare il telefono ed ecco che già suona perché, secondo copione, la prima lanciatrice è in ritardo.

In silenzio, rassegnato, spegne di nuovo il cellulare.

Poi, sorridendo come un puglie suonato, aspetta con pazienza l’arrivo dell’ultima sua “atleta” mentre osserva, con invidia “l’altro coach” appena sceso dal pulmann, la barba ben rasata e un sorriso da rivista patinata che ha con se (come potrebbe essere diversamente?) il suo team al completo (anzi, fammi guardare meglio, ma “quella” non giocava da un’altra parte?).

Vada come vada si arriva all’inizio della partita, driblando pallinate sulle caviglie, disidratazione (ci sono 12 gradi ma le “bimbe” hanno, davvero, troppo caldo, tutte, esclusa una che ha, davvero, troppo freddo) piccole scaramucce (“quella mi ha guardato male”) crisi d’ansia (“io con quest’arbitro non riesco a giocare”) borbottii, fraintendimenti, dolori… Ho già nominato l’ansia?

Vada come vada la partita si gioca e sono le due ore più belle della giornata (poi, sfortunatamente ce ne sono altre due, quelle della seconda partita...) durante le quali il nostro coachè felice come “un tornado in un parcheggio di roulotte” (chi indovina la citazione, mi scriva…) perché, vada come vada, sa esattamente cosa e come fare e sente, esattamente, che quello è il “suo posto”.

Poi la polvere si posa e la partita finisce.

Tutti scappano a casa, dentro la vita vera, lui, invece rimane ancora un po’ lì, a ciondolare, godendosi, finalmente, il silenzio.

Il campo è bellissimo.

C’è una luce… I colori sono… Le emozioni...

Decide che si, davvero, ama il softball e che quelle “pazze”, in fondo, sono la sua squadra e, in fondo, ama pure loro (né il softball né la squadra lo ricambiano, ma questa è un’altra storia).

Ignaro riaccende il telefono e, mestamente, legge il messaggio, l’ultimo della serie, della più piccola della squadra che:

“coach, oggi non vengo, si sposa nonna”, scritto poco dopo la fine della seconda partita e dopo che tutti erano stati in apprensione per lei.

Il cellulare viene, definitivamente, spento e scaraventato verso il campo esterno e poi ci vogliono tre quarti d’ora per ritrovare la copertura posteriore che si è staccata…

È un po’ triste e un po’ stanco e decide che, sia andata come sia andata, in fondo, si merita quel caffè.

Quello che non è ancora riuscito a prendere.

Arriva al bar, quello portafortuna e, naturalmente, nemmeno da dirlo, lo trova chiuso:

“è domenica, te lo sei dimenticato?”.

 

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Crash! Sob, Sob! Gulp!

Mer, 19/10/2016 - 11:38 -- Fabio Borselli

 

Fermi tutti!

Cosa succede?

Ma qui. oggi, non doveva esserci la pagina settimanale di CASA BASE, il baseball a fumetti?

Che fine ha fatto?

Dove sono Bruno e gli ATOMICS??

Perché sto leggendo questo post invece che il mio fumetto preferito???

Uffa!

Ma perché nessuno mi dice mai nulla?

Succede che, purtroppo, a volte, le macchine si rompono e più complicate sono più si rompono in maniera bizzarra...

Fortunatamente non si è rotto nulla e, molto più banalmente, gli autori di CASA BASE hanno combinato un guaio:

abbiamo perso una pagina!

Proprio persa, scomparsa, volatilizzata.

Un'attimo prima c'era, un secondo dopo... Puff! Addio, GoodBye, Hasta la vista!

Probabilmente cancellata, probabilmente non salvata, probabilmente inghiottita dal "mostro cancellatore" che si nasconde in ogni nostro computer.

Tranquilli, quindi...

Abbiamo solo bisogno di un po' di tempo e rimettiamo tutto a posto!

Ce la fate ad avere pazienza?

(Se invece volete scuse migliori seguite questo link)

 

Lettera

Lun, 17/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Caro genitore,

per prima cosa mi scuso per il “tu”, ma sui campi di gioco siamo abituati a non essere troppo formali puntando all’essenza delle cose.

Sono l’allenatore di tua figlia, della tua giovane e talentuosa figlia, giocatrice di softball.

Credo che, probabilmente, tu sia stato confuso e fuorviato da tanti dei miei colleghi che nascondono la propria insicurezza dietro il mantra “il giocatore ideale è un orfano” (tanto stupido quanto illogico) visto che, impossibile non notarlo, la tua partecipazione alla vita sportiva di tua figlia è, purtroppo, nulla.

Nello sport come nella vita si incontrano tante persone diverse, ogni atleta si porta al campo, volente o nolente, anche un pezzo della propria famiglia:

ci sono i genitori insopportabili, maniaci del controllo e ossessivi.

Ci sono genitori intrepidi, cavalieri in armatura, sempre vigili in caso di ingiustizie, vere o presunte, perpetrate contro la propria discendenza.

Ci sono i genitori che vivono la loro vita “conto terzi”, come se le sconfitte o le vittorie dei figli fossero le loro.

Ci sono i genitori “metti la maglia di lana”, che costruiscono un castello inespugnabile per difendere i propri pargoli da qualsiasi imprevisto o probabilità.

Ci sono i genitori “la vuoi la banana?”, che prevengono i bisogni visto che, d’altra parte, quando si fa fatica c’è sempre bisogno di potassio, no?

Ci sono anche, fortunatamente, genitori presenti ma non invadenti, sempre sorridenti, pronti a incoraggiare e sostenere e, ragionevolmente, a valutare e giustificare.

Molti di queste figure non sono positive, per carità e, anzi, qualche volta vorremo tutti, figli compresi, che i contorni sbiadissero un po’, che si potesse respirare, che ci fosse modo di affrontare lo sport più serenamente e non sempre come una questione di vita o di morte.

Ma tu, invece, tu sei una figura strana, che fatico a capire e, francamente, a giustificare.

Tu, semplicemente, non ci sei.

Non la accompagni e nemmeno la vieni a riprendere agli allenamenti o alle partite e, mai e poi mai, ti ho visto in tribuna.

Tua figlia è un giovane talento, lo senti ripetere da un po’ e invece di farti forza di questo sembra che questa cosa non ti tocchi, anzi, oserei dire, che ti disturba.

So che sei molto preso dal tuo lavoro e che, la vita non sempre serve ostriche e caviale, so anche che gli orari, le esigenze, gli altri figli, il menage familiare e compagnia cantante non aiutano certo a mettere le cose nella giusta prospettiva.

Tua figlia pratica (forse sarebbe meglio dire, vista l’età, “gioca”) uno sport particolare, poco diffuso, qualcuno dice minore, qualcuno dice povero, io dico uno sport “diverso”, uno sport che tutti possono giocare, ma che non tutti riescono a capire.

Tua figlia è molto brava, tanto brava che, all’inizio, non ha fatto nessuna fatica e, anzi, il suo talento l’ha fatta primeggiare senza sforzo apparente, illudendola che questo “dono del cielo” fosse gratuito, che non costasse nulla, che non avesse bisogno di essere supportato per crescere.

Noi, d’altra canto, ci abbiamo messo del nostro:

giustificando le sue assenze agli allenamenti, alimentando il suo ego, sfruttandola (non c’è un modo più dolce di dirlo) per vincere partite e sentirci gli “allenatori di una futura campionessa”, quelli che “l’hanno scoperta”

Ma abbiamo anche fatto di peggio:

ci siamo sostituiti a te che, preso dalla tua vita, non avevi tempo per sostenere il suo impegno e, soprattutto per farle capire che, senza quell’impegno, non si va da nessuna parte.

L’abbiamo coccolata, accudita, ascoltata… Abbiamo macinato kilometri per venircela a prendere e riaccompagnarla a casa dopo partite, allenamenti, raduni…  L’abbiamo viziata, blandita, tranquillizzata…

Noi Abbiamo sbagliato!

Lei è cresciuta convinta che tutto le fosse dovuto, che allenatori, compagne di squadra, dirigenti, genitori delle altre, fossero li per lei, perché il suo talento la rendeva  una regina.

Lei è cresciuta convinta che si potesse eccellere senza lavorare, senza allenarsi, senza impegnarsi.

Ma questo anche per colpa tua!

Quante volte ha assecondato la sua pigrizia perché “così non devo perdere tempo” oppure perché sapevi che, alla lunga, il suo mentore avrebbe risolto il problema?

Adesso è un po’ più grande e il suo grande talento non basta più…

Lei lo sta scoprendo nel modo più feroce:

non vince più, non è più la migliore, anzi, sembra che tutto quello che fa non funzioni più e peggiori le cose.

Noi, gli allenatori, l’abbiamo lasciata andare, la stiamo rimproverando:

le rimproveriamo il poco impegno e lei, dove prima trovava comprensione, affetto, disponibilità, famiglia, adesso trova ostilità e poca propensione ad assecondare le sue esigenze.

Non è più una principessa e per tornare a esserlo deve conquistarsi ogni cosa. Questo però la spiazza e fa fatica a capirlo.

Ripeto, per chiarezza:

Noi abbiamo sbagliato!

Ma ora sei tu a sbagliare!

Caro Genitore, ora è il momento di sostenerla, di spronarla, di aiutarla con l’esempio a diventare grande, ad assumersi responsabilità, a non cercare scuse,

Invece…

Non ci sei mai, non la sostieni, continui a rifiutare il tuo aiuto, la tua disponibilità, il tuo tempo e lei, purtroppo, usa questa tua assenza come scusa:

“non mi posso allenare perché non mi possono portare”, l’ho sentita ripetere più e più volte.

“non mi posso allenare perché devo studiare”, “perché devo aiutare a casa”, “perché…”

Purtroppo è un film già visto:

lei lascerà questo sport, lascerà lo sport, qualsiasi sport, magari prima provando a cambiare, ma senza capire che non deve cambiare lo sport ma il suo approccio…

Quando lo farà, quando se ne andrà, sarà per colpa nostra, dirà, per colpa dell’allenatore che la fa giocare poco o che non gli insegna (se solo fosse un po’ presente…)  oppure dirà che le compagne non la capiscono o non la amano.

Dirà che “tutti ce l’hanno con lei”, che “non è colpa sua”

In questo caso avrà ragione:

non è colpa sua, la colpa maggiore è la tua!

Per questo, caro Genitore, mi permetto un consiglio:

sostieni la sua passione o almeno cerca di scoprire se questa passione ce l’ha davvero e poi aiutala a capire.

A capire cosa vuole e spiegale cosa deve fare per ottenerlo e, soprattutto, fai in modo di esserci!

Non è questo che, alla fine, devono fare i buoni Genitori?

 

Similia cum similibus

Lun, 10/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Che tradotto, in soldoni, è un'intimazione a confrontare solo "cose simili tra loro". E pensare che a scuola odiavo il latino!

Questo però fino all'incontro con un insegnante molto "allenatore" e molto poco "professore"...

Ma questa è un'altra storia che, prima o poi, racconterò.

La storia di oggi invece è questa:

l'altra sera twitter mi ha "cinguettato" che il mio contatto Jason Ochart, coach molto attivo sul web, ma del quale non so molto altro, aveva condiviso la foto che campeggia in apertura di questo post, accompagnandola con il seguente commento: "Hitting and throwing mechanics are more similar than you'd think".

La foto è un abile fotomontaggio, è chiaro, ma fa rifletere, almeno credo, no?

 

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Ogni medaglia ha il suo rovescio, come sempre, del resto...

Lun, 03/10/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Una riflessione non sul softball e nemmeno sul baseball ma, se è per questo, nemmeno sulla tecnica e men che meno sul “mental game”, magari è (soltanto) un po’ “off topic”, ma pur sempre di sport si tratta.

La Medaglia Olimpica di ROMA 2024 non andrà al collo di nessun atleta...

La Medaglia di ROMA 2024 non sarà nemmeno coniata.

Le Olimpiadi, nel 2024, a Roma, semplicemente, non ci saranno:

Gli amministratori della Capitale hanno, infatti, ritirato nei giorni scorsi il sostegno al “Comitato per la candidatura della città” per l’organizzazione dei giochi della XXXIII OLIMPIADE e  (non dimentichiamolo) della XVII PARALIMPIADE.

Il dibattito “politico” (le virgolette d’obbligo vista la quantità di “fango” che gli uni scaricano addosso agli altri e che, secondo me, ha poco a che fare con la Politica con la “P” maiuscola) tiene banco da giorni e visto che si sentito, davvero, tutto e il contrario di tutto sulla faccenda, credo che sarebbe il caso di fare il punto della situazione.

Vengo dallo sport e nello sport, a fine gara, c’è chi prende e porta a casa la sua medaglia, c’è chi medita sulla sconfitta e c’è chi se la prende con l’arbitro ma, tutti, invariabilmente ed inesorabilmente, sanno che la gara è finita e che bisogna pensare a quella dopo.

Ordunque, la prima e unica sicurezza è che ROMA 2024 non ci sarà.

Niente medaglia olimpica per l’Italia o per la sua Capitale, questa è la realtà, punto.

Colpe, meriti o responsabilità non cambiano questo semplice dato di fatto.

Sono un uomo di sport e vengo dallo sport e pensare che avrei potuto “avere” le Olimpiadi, praticamente, sotto casa e “invece no” non mi rende certo felice, ma da questo a “sparare a zero”, magari solo per rabbia o partito preso, su chi ha valutato e ponderato questa rinuncia ce ne corre.

Vengo dallo sport e so, come ben sanno tutti quelli che su questa faccenda hanno le idee ben chiare, in una direzione o in un’altra, che comunque questa rinuncia non è la rinuncia alle Olimpiadi, ma la rinuncia alla gara per organizzarle, quelle Olimpiadi.

Roma era, infatti, in lizza con Parigi, Budapest e Los Angeles per ospitare l’evento olimpico e non, come pensano in molti, già vincitrice della medaglia per l’organizzazione della XXXIII olimpiade, anzi, a detta di tanti “addetti ai lavori”, la gara sarebbe stata durissima e sarebbe stato difficilissimo “portare a casa il risultato”.

Per precisione e completezza di informazione aggiungo che la decisione definitiva su quale sarà il paese organizzatore dei giochi del 2024 sarà presa il 13 settembre 2017, durante la 130ª sessione del Comitato Olimpico Internazionale che si terrà a Lima, in Perù.

Questo è un altro dato di fatto.

Che la nostra “classe politica caciarona” abbia poi approfittato dell’occasione e gettato sul tappeto, a sostegno di questa o di quella tesi, tutti gli argomenti possibili e immaginabili, troppo spesso senza cognizione di causa ma solo e soltanto per alimentare la “macchina del fango” è, purtroppo, l’ennesimo dato di fatto.

Onestamente e senza timore di essere una "voce fuori dal coro" dico che non so esattamente da che parte stare:

di fatto vorrei le Olimpiadi in casa, ma avrei il timore che fossero gestite (mi duole dirlo) all’italiana.

Di fatto vorrei le Olimpiadi  in casa per prestigio, ma avrei il timore della possibile (quasi certa) brutta figura.

Di fatto vorrei le Olimpiadi in casa per un sacco di buone ragioni, ma avrei altrettante buone ragioni per non volerle.

Quello che però, con certezza,  come uomo di sport, credo, è che il problema principale da considerare non sia, banalmente, "Olimpiadi SI” contro “Olimpiadi NO”.

Non so, davvero non so, come mi sarei comportato io se avessi dovuto e potuto scegliere, ma credo che il “rovescio della medaglia” sia che il nostro paese, piaccia o non piaccia, non è un paese di sport.

Lo dico semplicemente guardando la realtà:

la scuola e la società civile non sostengono lo sport . La famiglia non sostiene lo sport. Persino lo sport, spesso, non sostiene lo sport.

Ci ricordiamo dello sport solo per festeggiare i successi e le vittorie ma, nella realtà, quanto quei successi e quelle vittorie sono frutto di programmazione, investimenti, promozione?

Vogliamo parlare delle due ore settimanali di “educazione fisica” contemplate nei nostri “programmi scolastici”?

Vogliamo parlare dello stato delle palestre o degli impianti sportivi?

Vogliamo parlare della assoluta indifferenza verso discipline sportive che poi, alle Olimpiadi, “portano la medaglia”?

In questo contesto, se potessi scegliere, vorrei che il mio paese rinunciasse a organizzare qualsiasi manifestazione o evento e cominciasse a promuovere, a incentivare, a sostenere veramente, senza distinguo e senza se e senza ma, lo sport, tutto lo sport.

Probabilmente sarebbe questa la medaglia più bella da vincere.

 

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Che male c’è?

Mar, 27/09/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

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Diciamocelo, lo sport, sia quello ultra-esasperato dei professionisti, sia quello ad approccio più soft degli amatori, passando, purtroppo per i settori giovanili, è esposto, pesantemente, al rischio DOPING.

Non voglio tenere una “lectio magistralis” sul come, sul cosa e sul perché il DOPING sia entrato in modo così radicale e pesante nel mondo sportivo.

Non voglio nemmeno “qualunqueggiare” sul problema con affermazioni del tipo:

“c’è sempre stato” o peggio.

Infine, non voglio nemmeno minimizzare il problema, che c’è, esiste e ha proporzioni, forse inimmaginabili.

Voglio solo fare una breve riflessione sul come è possibile che il DOPING, inteso come aiuto legittimo e legittimato alla prestazione, irrompa, a un certo punto nell’attività sportiva.

Ben inteso, ci tengo a precisarlo, quanto segue è “farina del mio sacco”, non è supportata da rilievi statistici, non è frutto di una ricerca scientifica e potrei sbagliarmi clamorosamente.

Purtroppo, però, sono convinto di non andare troppo lontano dalla realtà:

allora immaginiamo che si giochi una partita under 13 di softball, a mezzo agosto, su un campo assolato, in una giornata senza un filo di vento e che il dugout, in muratura, diventi ben presto una fornace rovente sotto il sole.

Immaginiamo anche che le ragazzine abbiano continua necessità di reidratarsi e che per questa necessità sia disponibile SOLO della (banalissima) acqua.

Immaginiamo poi una torma di genitori al seguito e un prospicente, ammiccante, “baretto”.

Immaginiamo, sempre per il gusto di immaginare naturalmente, che il suddetto “baretto” venda (a caro prezzo) una serie di bibite isotoniche/ipotoniche/energizzanti/reintegranti dai nomi che finiscono in ADE (pronunciare EID, per favore) e dai colori improbabili che vanno dal giallo fluò al blu oltremare.

Ecco che la partita si trasforma in un via vai di bottigliette (quelle coloratissime) che passano dal ripiano del frigo a colonna del bar agli stomaci delle giovani, accaldate e assetate, atlete.

Ecco che le giocatrici bevono solo e solamente queste “pozioni magiche” di Asterixiana memoria, lasciando pressoché intatte le bottiglie d’acqua abbandonate e dimenticate in fondo alla panchina.

Ecco che, banalmente e senza che nessuno ci abbia fatto caso, si innesca il “meccanismo dell’aiutino”:

sostengo la mia prestazione con “qualcosa” che arriva da fuori, letteralmente da fuori il campo di gioco, che mi permette di “giocare meglio”.

Il barista allunga le bottigliette da dietro il bancone, i genitori passano le bottigliette sopra la rete, gli allenatori lo consentono, le atlete ingurgitano:

 “tanto, che male può fare, sono solo integratori, nevvero?”

Piano piano, senza parere, inesorabilmente, il “piccolo sostegno alla prestazione” diventa abituale, lecito, necessario, irrinunciabile…

Piano piano, senza parere, si comincia a pensare che senza, forse, “non ce la posso fare”:

“hanno sete, d’altronde…  Non vorremo davvero che bevano SOLO acqua?”

Forse sarò esagerato ma l’ho visto succedere con e sotto i miei occhi, senza per altro poter far nulla per impedirlo.

Forse sarò esagerato ma credo proprio che il “problema doping” nasca così, senza che nessuno ci faccia caso.

Forse, solo forse, non sarebbe il caso di ricominciare a bere SOLO quella “banalissima”, ma buonissima, acqua?

 

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