blog

Copia e incolla

Lun, 08/02/2016 - 08:08 -- Fabio Borselli

 

Questa breve riflessione si ricollega a quanto espresso, non troppo velatamente, nel post “Giacomino e Giacomina" (e in tutti gli altri articoli citati nello stesso post…).

In realtà voglio “solo” condividere un percorso di ricerca fatto sul web e voglio farlo senza aggiungere troppi commenti.

Tutto comincia dalla lettura di questo articolo, dedicato al SASSUOLO CALCIO e alla sua gestione della categoria giovanile “Esordienti 2004” (under 12, quindi) pubblicato sul sito internet della GAZZETTA DELLO SPORT.

L’articolo in questione racconta il come sia possibile percorrere una strada diversa nell’attività agonistica giovanile e del come l’allenatore del team, Giovanni Morselli, diriga gli allenamenti per poi accomodarsi in tribuna e lasciare ai suoi bambini il compito di gestire la partita.

Le parole di Morselli, riportate nell’articolo, sono dirompenti:

"La nostra vera partita è in settimana, non nel weekend – dice Morselli – Non c’interessa vincere, ma crescere”.

Ce ne sarebbe già abbastanza per discuterne per anni!

Siccome chi mi conosce sa benissimo che sono un vero “rompiscatole” è chiaro che non potevo accontentarmi di un breve trafiletto e ho fatto qualche ricerca per capire meglio…

La faccenda sembra nascere da una (felice) intuizione del tecnico Ezio Glerean, autore del libro Il Calcio e l’Isola che non c’è”, nel quale si analizza la situazione del calcio italiano dove, a quanto pare,  “i settori giovanili non lasciano che i ragazzi si divertano e si responsabilizzino – parole di Glerean – così facciamo smettere a 14 anni dei potenziali talenti".

Non ho (ancora) letto il libro, ma sembra di sentire palare di baseball e softball…

Sempre più incuriosito ho cercato informazioni su Glerean e sono arrivato ad un interessante intervista (questo il link) dalla quale riporto, usando il copia e incolla, alcune frasi:

“c'è la maleducazione in Italia di non dare mandato all'allenatore di gestire, oltre alla prima squadra, anche le giovanili come ad esempio all'Ajax o al Barça”;

“In Italia non preserviamo i talenti perché manca educazione di base, adesso pensiamo che i genitori dei ragazzi siano un ostacolo, invece sono persone da coinvolgere”;

“io penso che invece si debba incominciare ad avere allenatori che facciano corsi per confrontarsi con genitori, dirigenti, perché se non lo facciamo non usciamo da questa empasse”.

Anche su queste parole non voglio fare commenti perché credo che non ne abbiano bisogno.

Ho concluso questa “incursione” sul web cercando un po’ più approfonditamente notizie sul progetto “esordienti 2004” messo in piedi dal SASSUOLO CALCIO e sono arrivato sul sito ufficiale della Società, dal quale, usando ancora il copia e incolla, riporto questa frase:

“… un laboratorio sperimentale del calcio giovanile con l’obiettivo di mettere al centro di tutto il ragazzo, il suo essere libero di esprimersi, di effettuare scelte di gioco demandate all’istinto: questo è il traguardo da raggiungere grazie ai nuovi comportamenti che l’allenatore dovrà tenere con i ragazzi stessi, sia durante gli allenamenti sia durate la partita”.

Dallo stesso sito è possibile accedere a questa pagina che riporta un documento dall’accattivante titolo “Decalogo di riferimento” nel quale si forniscono le linee guida del progetto.

Il mio itinerario si ferma qui.

Come ho detto all’inizio non voglio aggiungere troppi commenti ma mi sento, come faccio spesso, di formulare una domanda:

se uno sport popolare e ricco come il calcio, apparentemente senza nessun problema di reclutamento e abbandono precoce, comincia a interrogarsi sulle modalità di approccio all’agonismo e sul problema del la riduzione del drop-out, non è il caso che sport assai meno popolari, quali sono il baseball e il softball, facciano lo stesso?

Forse è davvero necessario che il nostro movimento cominci a trovare strategie e risposte diverse a quanto fatto finora?

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Sulla tradizione: the banana experiment

Dove metto i piedi?

Straordinario

Remember the Titans

 

Giacomino e Giacomina

Lun, 01/02/2016 - 08:00 -- Fabio Borselli

 

Nel corso del tempo ho pubblicato su SOFTBALL INSIDE alcuni interventi ("Specializzazione Precoce? No, grazie!", "Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona", "Fuss, Sietz, Platz", "Da cosa nasce cosa"...) che, lungi dall’essere solo mie opinioni personali, hanno portato dati scientifici e risultati di ricerche a favore della seguente affermazione:

“la specializzazione precoce NON GARANTISCE il raggiungimento di risultati di eccellenza in età adulta”.

In un altro articolo (questo il link) ho cercato di portare l’attenzione su una tendenza, anche questa supportata dal risultato di serie ricerche scientifiche, che descrive come, in età giovanile, molti atleti d’élite abbiano praticato anche altri sport, oltre a quello in cui eccellono.

Da tempo il baseball e il softball italiano sono alla ricerca di modalità che permettano di “giocare tutto l’anno” e si ritiene che questa sia la soluzione al fenomeno dell’abbandono:

ecco che fioriscono tornei e leghe invernali che impegnano i più giovani praticanti anche nella stagione in cui il baseball “dei grandi” non si gioca.

Leggo poi, in questo periodo di “campagna elettorale”, una serie di proposte che, nel tentativo di risolvere il problema del basso numero di praticanti, ipotizzano di portare lo sport nella scuola dell’infanzia, allo scopo di anticipare il reclutamento.

Conosco allenatori che coinvolgono giocatori e giocatrici di categoria ragazzi/e in allenamenti (purtroppo assolutamente ripetitivi, specializzanti e per nulla multilaterali) che durano anche 3 ore consecutive anche 4/5 volte la settimana.

Questa tendenza è, ancora purtroppo, mutuata da quello che succede in quasi tutti gli altri sport e discipline.

Di fatto, nonostante le evidenze scientifiche, lo sport, in Italia, sta andando in una direzione, quella della specializzazione precoce e della pratica del mono sport, che nelle intenzioni dovrebbe garantire, nell’ordine:

alto numero di praticanti, riduzione dell’abbandono, raggiungimento di risultati sportivi di eccellenza e aumento degli appassionati.

Ma... Siamo sicuri che questo succeda?

Siamo sicuri che questa ricetta stia effettivamente aumentando il numero di praticanti e combattendo il drop-out?

Siamo sicuri che con questa strategia i futuri campioni riusciranno, davvero, a emergere?

Credo che chiunque abbia avuto esperienze nella scuola primaria si sarà accorto che, in ogni classe, i bambini (e le bambine…) “più portati” per il baseball siano quelli che praticano altri sport (calcio, basket, pallavolo…).

Questo non fa scattare nessun campanello nella testa? Non suscita nessuna domanda?

Ripeto, la scienza parla chiaro:

la pratica di sport multipli aumenta la possibilità che l’atleta, una volta superata l’adolescenza, possa mettere a frutto il proprio patrimonio genetico ed eccellere in uno sport particolare.

E allora siamo davvero sicuri che, per i bambini e le bambine, giocare a baseball e solo a baseball tutto l’anno, sia davvero la cosa più giusta da fare?

Non è che in questo modo l’ipotetico Giacomino e l’ipotetica Giacomina rischiano di ANNOIARSI e finiscano per cercare altrove quelle ESPERIENZE diverse che la monolitica pratica di un solo spot non gli garantisce?

Mi capita spesso di pensare a questi due “modelli di giovane atleta” che, se hanno la (s)ventura di imbattersi nel baseball e nel softball, saranno condannati ad anni di allenamenti ripetitivi e noiosi, di interminabili partite giocando, se va bene, come “esterno destro, ultimo in battuta”, di estati a “pascolare” nel campo esterno mentre si fa il “batting practice”

Non sarebbe meglio, per Giacomino e Giacomina, praticare due o tre o quattro sport diversi, magari in periodi diversi dell’anno, partecipando a competizioni adeguate alla loro età e con avversari di pari dignità e capacità, magari sottoponendosi ad allenamenti che li aiutino a crescere come bambini e non come “giocatori in miniatura”, curando e tutelando il loro sviluppo armonico e occupandosi, non legandola alla “Dea della vittoria”, della loro felicità?

Probabilmente sarò un sognatore ma vorrei, una volta tanto, sentire parlare di polisportività, di Giacomini e Giacomine che, anche se sono “tesserati” per una società di baseball, giocano anche a pallavolo, calcio, rugby, basket, lacrosse… Partecipando a competizioni in ognuno di questi sport, accompagnati da allenatori che li affiancano nel loro percorso, aiutandoli a scegliere, in base alle loro capacità, attitudini e passioni, lo sport in cui, da grandi, potranno eccellere.

Vista la situazione dell’avviamento e della gestione dello sport nel nostro paese, che non gli concede dignità all’interno del sistema scolastico, credo che la strada che possa portare lo sport, si badi bene, non solo il baseball, nel futuro, debba essere, obbligatoriamente quella di società sportive sempre più polisportive, che permettano una pratica sempre più diversificata e generalista.

D’altra parte, come ripeto, purtroppo, da tempo, le modalità e le strategie che abbiamo seguito fino ad ora non hanno certo portato a risultati, sia quantitativi che qualitativi, di rilievo.

Forse è il caso di cambiare, no?

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Ma davvero?

CASA BASE Universe

Ricevitori

Io sono un Imbecille!

 

Da cosa nasce cosa

Lun, 25/01/2016 - 15:40 -- Fabio Borselli

 

Dove: trentunesima coach convention degli allenatori di baseball e di softball.

Quando: sabato 23 gennaio 2016, mattino.

Sale sul palco la Dottoressa Bortoli.

 

La sua relazione colpisce per competenza e contenuti “frutto di studi e ricerche, non di opinioni personali”, parole sue.

C’è una tabella, in quella relazione, che “salta fuori”, che “colpisce come un pugno allo stomaco”, che “buca lo schermo”... Questa:

 

e allora, per associazione, a me viene in mente un’illustrazione che ho salvato, da tempo, sul desktop del mio portatile... Questa:

 

Contrariamente al solito, questa volta, davvero, lascerò che a parlare per me siano queste due immagini.

Spero che facciano riflettere.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Prendi il lancio!

Il libretto delle istruzioni

Una finestra sul futuro

Rubamazzo

Il temutissimo "pippone”

Fuss, Sietz, Platz!

Lun, 18/01/2016 - 00:34 -- Fabio Borselli

 

Ormai credo che tutti sappiano come la penso.

In particolare su certi argomenti che tendo a “looppare” spesso e volentieri:

specializzazione precoce, metodologia dell’allenamento, allenamento divertente, avviamento all’agonismo, apprendimento motorio e via da capo…

Non starò quindi ad annoiare nessuno con la “solita” tirata su argomenti già abbondantemente trattati, insomma niente “pippone” stavolta (per una esaustiva definizione del termine “pippone” è possibile seguire questo link).

Prima di tutto vorrei proporre questo video che gira da un po’ per il web, credo che non ci sia allenatore/allenatrice/giocatrice di softball che non lo abbia visto, condiviso e commentato:

“che carina!”

Mi sembra quasi di sentire il coretto...

Vorrei, anche, che si osservasse con attenzione (e spirito critico) quest’altro video.

Solo per il gusto di banalizzare un po’ (ed evitare di prendermi troppo sul serio) direi che, in definitiva, i protagonisti dei due filmati sono due “cuccioli”, che eseguono magistralmente degli esercizi, complessi e complicati, non c’è dubbio alcuno, ma comunque esercizi.

Ora (come promesso senza “pippone”) io non trovo grandi differenze tra i due filmati:

c’è stato, Lo si vede bene, un grande lavoro di addestramento.

Mi chiedo:

davvero vogliamo e abbiamo bisogno di giocatrici addestrate?

Davvero siamo dell’idea che la “maturità” e la corretta esecuzione del “gesto tecnico” che si nota nella bimba la renderà un eccellente lanciatrice?

Davvero nessuno tranne me (ma io sono un “pipponatore”, si sa) si è fatto domande sul come è stata “addestrata” la bimba?

Davvero nessuno si è, poi, posto domande sul perché è stato fatto e sulla reale utilità e necessità di quello che è stato fatto?

E qualcuno si è, infine, chiesto quanto tempo è servito, tempo che, in ultima analisi, poteva essere impiegato facendo altro, che so battere, giocare interbase oppure, eresia, facendo qualcosa che non c’entrasse nulla con il softball?

Sento una vocina (forse un po’ più di una):

Fabio, ma non potevi limitarti anche tu a un “che carina!” e lasciar correre?

È più forte di me, ho l’animo del rompiscatole:

mi faccio domande e andando avanti con l'età peggioro.

Ora, non pretendo certo di essere quello "che ha capito tutto", ma spero sinceramente, con tutto il cuore, che quella bimba sia davvero felice di fare quello che fa, come sembra nel video.

Il cane lo sembra, ma a lui, sicuramente, hanno dato una montagna di bocconcini e di coccole (non oso pensare a possibili rinforzi negativi) per addestrarlo a fare cose che, tutto sommato, se io fossi un cane, non so se avrei così tanta voglia di fare.

Ma lo ripeto, sono io che la vedo così e, magari, mi sbaglio.

Ah! Dimenticavo! Prima che qualcuno sollevi l’obiezione, lo faccio da solo:

ho notato, si stia pur tranquilli, che il movimento di lancio non è poi così perfetto e il tecnico che è in me ha già provveduto a elaborare adeguate strategie di correzione…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Quando tutti saranno Super

L'esercizio come strumento

Blue Moon

Lezione di Baseball

 

Il numero perfetto

Lun, 11/01/2016 - 13:53 -- Fabio Borselli

 

A proposito di numeri...

La scuola pitagorica, considerava il 3 come numero perfetto.

Per i matematici un numero perfetto è quello uguale alla somma di suoi divisori propri, compreso il numero 1 ed escluso il numero stesso. Secondo questa “regola” nell’intervallo compreso tra 1 e 100.000 ci sono soltanto 4 numeri perfetti:

il 6, il 28, il 496 e l’ 8128…

Come allenatore mi sono sempre chiesto se ci fosse un numero perfetto di ripetizioni (esecuzioni, prove…)  che servisse ad ottenere, con certezza, il massimo rendimento.

Parlando di capacità fisiche (condizionali) il metodo delle serie/ripetizioni è sicuramente funzionale a patto che si facciano le cose “a modo” e che non si diano, come purtroppo si vede fare qualche volta, i numeri a caso.

Se si parla di tecnica, invece, a maggior ragione nella fase dell’apprendimento, credo che parlare di serie e ripetizioni non sia una buona strategia:

semplicemente non credo (e non sono il solo, visto che la ricerca scientifica avvalora questa tesi) che l’apprendimento motorio passi per la ripetizione, monotona e ossessiva, dello stesso gesto all’infinito.

Tralasciando tediose disquisizioni su “esercitazioni a blocchi”, “seriali” e “randomizzate” e sull’interferenza contestuale (è possibile leggere qualcosa seguendo questo link)  voglio, invece, parlare del batting practice.

Credo che ognuno di noi abbia un’immagine ben precisa del batting practice, sia che si tratti della modalità “like MLB game” o di quella, più articolata, del lavoro in circuito (toss drill, tee ball, soft toss…).

Aldilà del mio basso gradimento per questa modalità di allenamento, che ritengo, troppo spesso, dispendiosa in termini di tempo e poco controllabile in quanto a “carico allenante” devo dire che, usando dei semplici accorgimenti, è possibile ovviarne i difetti e farlo diventare un ottimo esercizio.

In particolare vorrei soffermarmi sul come gestire il momento in cui il battitore, che venga o meno da una serie di esercizi precedenti, arriva al piatto e affronta il “live pitch”.

Personalmente suddivido il turno di ciascun battitore in “mini turni” che vanno da 1 a 5 battute al massimo, in qualche caso, e questo dipende dall’obiettivo della seduta, è addirittura il numero di lanci ad essere conteggiato e anche in questo caso il numero massimo è comunque 5.

Apparentemente, quindi, anche io ho un numero perfetto e magico!

Credo che, prima di tutto, la frammentazione del “turno di batting practice” in turni più piccoli sia un modo di avvicinare (con tutti i distinguo possibili) l’allenamento alla partita, visto che in gara difficilmente si fanno turni da 20 o 25 swing!

Allenarsi in piccole serie permette al battitore di sperimentare “l’intermittenza della concentrazione” che il baseball e il softball richiedono ai giocatori, ossia quella capacità di andare al piatto 2, 3 o 4 volte in una gara e tornarci, ogni volta, con la mente libera da quanto fatto in precedenza.

Permette anche, visto il numero esiguo di tentativi a disposizione, di focalizzare di più l’attenzione su ogni singolo swing e, da quello che vedo, aumenta la consapevolezza dell’atleta sul compito assegnato.

Oltre a queste componenti “mentali” ci sono un’altra serie di considerazioni di tipo fisiologico:

prima di tutto la battuta è un gesto tecnico che per essere funzionale ha bisogno di essere eseguito con la massima esplosività possibile, se lo swing rallenta perché l’atleta si stanca viene meno questa caratteristica e si corre il rischio che  il battitore si alleni “a girare più lentamente” o, peggio, a distribuire le forze per arrivare in fondo all’esercizio.

Inoltre la mazza, non dimentichiamolo, ha una sua massa che incide sull’esecuzione del gesto e, quando la fatica compare, è facile vedere modificazioni, anche importanti, nella meccanica dello swing.

È per questo, visto che sarebbe quanto meno strano vanificare la immensa mole di lavoro fatta per “cercare lo swing perfetto” con una interminabile “super serie di battute”, che il mio numero perfetto è 5…

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

La forza dell’abitudine

Losing My Religion

Fondamentali

Dai la cera, togli la cera

La Gang degli Atomics

Mar, 05/01/2016 - 14:48 -- Fabio Borselli

 

In un post recente, "Di Casa Base, Peanuts e altre sciocchezze", ho detto che Sauro e Io avevamo molti progetti per il 2016 degli ATOMICS.

Uno di questi progetti è la realizzazione della prima Graphic Novel di CASA BASE.

Nella sua accezione più comune il termine Graphic Novel sta a indicare un vero e proprio "Romanzo a Fumetti" ed è, ci rendiamo conto, un operazione molto ambiziosa...

Il nostro romanzo, a dire la verità, è pronto già da molto tempo, anzi, qualche cosa è anche già stato pubblicato come striscia singola, in passato, con il titolo "Il Torneo" (qui il link alla prima uscita) ma l'idea era quella di pubblicarlo in versione cartacea, un vero e proprio libro, non sul web.

Siamo stati a lungo in attesa di "risposte" da chi ci ha dedicato attenzione e ha valutato la possibilità di trasferire su carta l'universo, per ora solo virtuale, di CASA BASE.

Siamo, naturalmente, grati a chi ci ha ascoltato e a chi si è attivato per aiutare gli ATOMICS ad uscire dallo schermo, ma siamo anche un po' stanchi di "...congiunture economiche negative..." e di "...è difficile ritagliare visibilità per prodotti di nicchia..."

Fedeli alla linea del CASA BASE UNIVERSE e citando, alla lettera, un personaggio del film Major League (scopri di chi parlo seguendo il link) che noi adoriamo, abbiamo deciso di FARE DA SOLI:

La nostra prima GRAPHIC NOVEL si intitola "LA GANG DEGLI ATOMICS" e sarà pubblicata a partire da domani, non sappiamo in quante puntate, su SOFTBALL INSIDE e su tutti i siti che ospitano il CASA BASE UNIVERSE (tapastic.com, baseballmania.eu, webtoons.com).

Oggi, per iniziare, vi facciamo vedere, come assaggio la "cover" del "romanzo a fumetti di CASA BASE, sperando che stuzzichi la voglia e la curiosità di seguire le avventure dei nostri personaggi mentre affrontano... no, niente spoiler... ci mancherebbe!

Naturalmente, oltre alla Graphic Novel, continueremo a pubblicare anche le strisce degli ATOMICS, eguendo l'ispirazione del momento, senza un calendario fisso.

In conclusione, quindi, il 2016 comincia con una rivoluzione e gli ATOMICS di CASA BASE, il fumetto italiano sul baseball, prendono in mano il proprio destino.

Continuate a seguirli, tante sono successe, tante devono succedere, tante ne succederanno...

Sarebbe un peccato perdersele.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Toscana in Convention

A ruota libera dopo la trentesima convention…

I Bambini non conoscono la competizione: la imparano dagli adulti!

Tu non hai la sfera di cristallo…

 

The Last Waltz

Sab, 02/01/2016 - 10:06 -- Fabio Borselli

 

Le 6.28 del mattino… Il giorno è il 2 gennaio 2016.

In cuffia, paradossalmente, suona questa canzone.

Tra poco più di un’ora e mezza scenderò per l‘ultima volta dalla “romeo 109”, una delle ambulanze della CROCE ROSSA di Arezzo.

Tra poco più di un’ora e mezza terminerà il mio ultimo turno di emergenza come “soccorritore”.

C’è un po’ di tristezza… C’è un po’ di commozione… Da domani ci sarà un po’ di nostalgia.

Difficile non diventare retorici o “mielosi” in occasioni come queste.

Potrei raccontare del cambiamento che mi aspetta, della nuova “avventura” che sta per cominciare, ma in questo momento, mentre l’alba si avvicina, il pensiero va, inevitabilmente, a quello che, tra poco, non sarà più.

Non è possibile raccontare cosa significa “stare” in CROCE ROSSA:

non si può raccontare la profondità e la forza dei rapporti che si creano, non si può descrivere la necessità, quasi fisica, del “mettersi a disposizione” della gente, non si può spiegare la serenità che nasce dal sapere che “stai facendo la cosa giusta”.

La CROCE ROSSA, con la sua gente, è stata, in un momento difficile e complesso della mia vita, un porto sicuro, una famiglia, una tana dove potersi fermare per leccarsi le ferite…

Adesso vado, adesso devo andare, adesso voglio andare…

Ma questa gente, queste persone, questo luogo vengono, comunque, con me.

Qualcuno dei miei “colleghi” soccorritori, una sera, ha detto che, tolta la maglietta di dosso, la CROCE ROSSA che campeggia sul NOSTRO logo, rimane appiccicata alla pelle…

È una verità incontrovertibile:

sono stato e rimarrò, ovunque vada o mi trovi, per sempre, un “volontario della CROCE ROSSA”.

È quello che sento ed è quello che, nell’intimo, sono.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Softball Inside e la pubblicità

“Allenare Divertendo(SI)” alla TOSCONVENTION

Chi cerca Trova

I tecnici più bravi devono allenare le giovanili

Velocità!

Lun, 28/12/2015 - 08:42 -- Fabio Borselli

 

La notizia mi arriva la mattina di Natale ed è tristissima:

“è morto Carlo Vittori, storico allenatore di Pietro Mennea”, recita il titolo sul sito web della Gazzetta dello Sport.

Non ho nessuna intenzione di scrivere un necrologio, altri lo faranno, meglio e più a proposito.

In questo blog ho spesso ripetuto di sentirmi allenatore nell’anima e nel cuore e sono convinto che allenare sia qualcosa di più di “un mestiere”.

Ecco perché oltre alla tristezza per la scomparsa di Vittori provo anche un po’ (solo un po’, per carità) di sana disillusione nel sentire, sempre e comunque, il suo nome accostato a quello di Pietro Mennea.

Quello che penso di Mennea come uomo e come atleta (aggiungerei come vero e proprio mito) l’ho scritto nel post “Diciannove e settantadue!” pubblicato su Softball Inside (questo il link).

Credo che non ci sia null’altro da aggiungere.                                

Allo stesso modo credo che Carlo Vittori non sia stato SOLO l’allenatore di Pietro Mennea, anche se lo è stato, così come è stato allenatore anche di Marcello Fiasconaro, per nominarne uno.

Però Vittori è stato, anche, “l’inventore” del centro federale di Formia e, soprattutto, il padre putativo della velocità italiana, quello che ha teorizzato, prima e messo in pratica, poi, una metodologia di allenamento nuova, o quantomeno innovativa, per i velocisti.

Alcuni tra i suoi scritti fanno parte della mia “biblioteca” e, rielaborati e rivisti alla luce delle evidenze scientifiche successive, alcuni dei “suoi” principi metodologici sono parte integrante del mio “metodo di allenamento”.

Ripeto, da sempre, che l’allenatore dovrebbe essere un “facilitatore” della prestazione e che, in definitiva, gare e partite vengono vinte (e perse…) da atleti e giocatori…

Non ho mai creduto che sotto la luce dei riflettori debbano finirci gli allenatori, non è quello il nostro lavoro.

Ecco perché ho voluto scrivere queste due righe.

Credo che il TECNICO Carlo Vittori non debba essere ricordato, adesso, solo per le vittorie dei suoi atleti, ma anche e soprattutto, per la solidità del suo pensiero, per la forza con cui ha cercato di farlo diventare vero e reale e per l’essere stato,  un GRANDE ALLENATORE.

Il titolo di “Professore della Velocità” che gli viene attribuito sul sito web della FIDAL mi sembra, per questo, molto, molto appropriato.

Credo anche che il mondo dello sport italiano sia, adesso, un po’ più povero.

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Tecnica o tecnicismo?

Quanto conta la struttura dell'esercitazione nell’apprendimento motorio e tecnico?

Una mano, Due mani, Tre foto...

Il passatempo nazionale

Tanti Auguri!

Gio, 24/12/2015 - 16:59 -- Fabio Borselli

 

Buon Natale e serene festività a tutti (proprio a tutti!).

In occasione delle festività IO e SAURO abbiamo deciso di fare un regalo a tutti gli appassinati di CASA BASE, il baseball a fumetti:

semplicemente cliccando sui link sottostanti sarà possibile, per chi lo vorrà, scaricare l'mmagine che si vede qui sopra e usarla come sfondo per il proprio tablet, pc o cellulare.

Ancora Auguri da CASA BASE!

risoluzione 2048 x 1536  risoluzione 800 x 480  risoluzione 800 x 600

risoluzione 1024 x 600    risoluzione 1024 x 768  risoluzione 1280 x 800

 

La forza s’è svegliata, due. (COME AL SOLITO NON CONTIENE SPOILER!)

Mar, 22/12/2015 - 17:29 -- Fabio Borselli
 
 
 
Questa invece è, forse, una recensione, comunque senza Spoiler, lo giuro!

Sul “Risveglio della forza” ho letto e sentito di tutto:

mi è piaciuto, non mi è piaciuto, è un remake, non è un remake, la trama è debole, la trama funziona, è un capolavoro, è una ciofeca, non vale la pena…

Insomma, parliamone.

Prima di tutto, che ci piaccia o no, “Il Risveglio della Forza” non è solo un film:

è un pezzo di leggenda, ma anche un’operazione commerciale, è un “cult”, ma deve anche “vendere un prodotto” a gente che della trilogia originale ha solo sentito parlare, insomma è tutto e il contrario di tutto.

Quando è uscito “episodio IV” io avevo 15 anni:

entri in un cinema con le sedie di legno e la “ribaltina” e… trovi le spade laser, le esplosioni, il MILLENIUM FALCON, i robot antropomorfi... come potevi non innamorarti?

Come potevi non pensare che quello era, davvero, un pezzo “vero” di futuro?

La trama?

Davvero importava la trama?

C’erano i buoni e poi i cattivi, poi la “forza”, poi i buoni le prendono e sembra che perdano, poi c’è l’eroe e il suo amico “maledetto”, una vera principessa e soprattutto, alla fine, ma proprio alla fine fine, tipo 10 secondi prima del disastro per i buoni, esplode qualcosa e i buoni vincono…

Diamine! Che trama originale!

Ma vuoi mettere la magia?

Adesso, di anni, ne ho più di 50 :

le spade laser, vere e funzionanti, le vedono alla COOP, il mio cellulare fa più cose di R2D2 (e ha probabilmente più suonerie) e mio figlio manovra le sue console di gioco (ovviamente più di una…) con più maestria di quella con cui Han Solo pilotava il suo Falcon.

Anche il cinema, inteso come luogo, è cambiato:

le sale sono auditorium, l’acustica è perfetta, le poltrone sono sedili da astronave stellare (magari non proprio pulitissimi e asettici…) e il bar serve pop-corn al prezzo di un pranzo da gourmet di 12 portate.

Per non parlare dei film:

effetti speciali anche nelle pellicole per bambini, widevision, treddì, tutti i colori possibili e immaginabili da una mente femminile, pervinca compreso.

E allora come è possibile pensare di essere stupiti da quello che è diventato ordinario?

E allora come è possibile aspettarsi che “Il Risveglio della Forza” possa possedere la forza dirompente del primo episodio (che ricordo si chiama invece episodio IV e anche questo è a suo modo straordinario vista l’epoca in cui è uscito…).

Il film è esattamente quello che promette di essere:

un film realizzato con maestria, un salto nel passato, un operazione di marketing, un prodotto per il grande pubblico.

Ma è soprattutto un modo per gli appassionati di ritrovare vecchi amici e di riscoprire vecchie emozioni, un po’ come una cena tra compagni di classe:

tutti un po’ più vecchi, un po’ più esperti, la più bella della classe che, diciamolo, non assomiglia più alla “principessa Leila” dei nostri sogni e un po’ più grassottelli, ma comunque, sempre gli stessi e con gli occhi pieni di ricordi, inevitabilmente volti indietro a guardare, di nuovo, il passato.

In definitiva “Il Risveglio della forza” a me è piaciuto!

Mi è piaciuto anche se, forse, non è un capolavoro ed  è “solo” un altro episodio della saga di GUERRE STELLARI…

Vi pare poco?

 

Se ti è piaciuto questo post forse ti potranno interessare anche:

Oketi Poketi Woketi Wa

I gadget di CASA BASE e l’economia di scala

La felicità non è nel risultato

Vita da Insetti

Pagine

Abbonamento a blog