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CASA BASE e MLB Italia

Lun, 23/03/2015 - 08:41 -- Fabio Borselli

 

I terribili ATLETICS segnano un altro punto:

a partire dal mese di marzo, infatti, USA BASEBALL MAGAZINE, pubblicazione virtuale “inventata” e realizzata da Andrea Andrian (Dree per gli amici), motore instancabile del sito web MLB Italia ospiterà le strisce di CASA BASE.

Quando Andrea, che per inciso è anche web master di BaseballFVG, Italian Baseball Photo Gallery e membro di SABR Italia, ci ha contattato per chiederci di partecipare al suo progetto noi di CASA BASE abbiamo aderito con entusiasmo, visto che siamo convintissimi che chi si occupa di baseball e di softball in Italia debba riuscire a “fare sistema” e a collaborare per “diffondere il verbo”.

Il magazine virtuale avrà cadenza mensile e ospiterà, come segnala lo stesso Andrea:

“una raccolta di tutte le migliori notizie di mlbitalia.it! Il magazine è prodotto in una versione adatta a tutti i tipi di lettori portatili, dal cellulare, al tablet, a tutti i personal computer, creata apposta per chi non è riuscito a seguire a fondo le notizie dal campionato statunitense”.

Il numero di marzo di USA BASEBALL MAGAZINE, può essere scaricato, gratuitamente, in formato PDF, seguendo questo link, che porta direttamente alla pagina del magazine sul sito MLB Italia.

Gli ATOMICS ringraziano sentitamente Andre “Dree” Andrian per la possibilità che il suo magazine offre a CASA BASE, il baseball a fumetti, di poter raggiungere anche i fans italiani della Major League Baseball.

 

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Coach Will e CASA BASE

Ven, 20/03/2015 - 09:18 -- Fabio Borselli

 

Il clamoroso exploit compiuto dall’attore WILL FERREL agli spring training della Major League Baseball è ormai cosa nota.

In Italia ne hanno parlato, a profusione, tutti i siti che si occupano di baseball, ma non solo.

Devo dire che ho apprezzato moltissimo la performance del comico americano (protagonista, tra l’altro di due dei miei film preferiti, “Zoolander” e “The Producers”) e il suo essere riuscito a smuovere un mondo, a parer mio, “ingessato e serioso”, come quello del baseball statunitense, poco propenso, di solito, a ridere di se stesso.

Ma mentre scorrevo i vari articoli che raccontavano “le dieci fatiche di Will” sono rimasto colpito da una foto, che appare in apertura del post scritto da Andrea “Dree” Andrian, web master del sito Quarta base – MLB Italia (questo il link del sito) sull’argomento.

Non credevo ai miei occhi e ho cercato di approfondire:

una rapida ricerca e sono finito sul sito web della WGN-TV, televisione locale di Chicago, che ha dato ampio risalto alla presenza di Ferrel nelle fila dei Chicago Cubs impiegato come coach di terza base.

L’articolo tratto dal sito web della WGN riporta numerose fotografie dell’attore impegnato come suggeritore in terza base (si può leggere seguendo questo link)

la particolarità sta nel fatto che “coach Will” usa un particolare modo per passare i segnali ai giocatori, come si può vedere da questa foto (presa dal sito della stessa WGN-TV):

 

Niente di strano, è sicuramente un metodo facilmente comprensibile anche se non tanto criptico e lontanissimo dal "MLB Style"… Ma ha una particolarità:

è stato preso, pari pari, da una delle strisce di CASA BASE, esattamente questa:

 

pubblicata originariamente nel novembre del 2013 (quindi in tempi non sospetti) sul sito Softball Inside e, poi, ripresa dal nostro amico PETER SCHILLER per il suo sito Baseball Reflections (questa volta nella versione in lingua inglese) più o meno un anno dopo, nel dicembre del 2014.

Ma non è finita qui!

A noi di CASA BASE l'idea era piacita così tanto che non contenti abbiamo "ripreso il concetto" nel giugno del 2014 con questa nuova striscia:

pubblicata in contemporanea anche nella versione in lingua inglese.

Visto quello che poi "Coach Will" ha fatto nel box del suggeritore, noi di CASA BASE e, naturalmente, tutta la squadra degli ATOMICS siamo molto orgogliosi di aver “ispirato” una così grande stella di Hollywood durante questa storica giornata e gli siamo grati per aver voluto rendere omaggio alla nostra striscia:

ci fa veramente “gongolare” scoprire che Will Ferrell è un lettore, a quanto pare accanito, delle nostre strisce e sapere che, in questa giornata che passerà alla storia del baseball, ci sia stato anche un pezzetto di CASA BASE.

Per questo noi di CASA BASE possiamo solo digli:

“Grazie Will!”...

Dai la cera, togli la cera

Lun, 16/03/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Aurora, arbitro di softball, che ha scritto spesso per Softball Inside e che di professione fa la Mental Coach (è possibile consultare il suo sito web seguendo questo link) giorni fa ha pubblicato sul suo profilo facebook una fotografia contenente una citazione tratta dal film “the Karate Kid”.

Il film, che è uscito nell’ormai lontano 1984, racconta la storia di un giovane karateka e del suo maestro che lo guida alla scoperta della “vera” essenza dell’arte marziale del Karate.

Ricordo che, all’epoca dell’uscita nei cinema, il film mi era piaciuto e mi era piaciuta, moltissimo, la figura di sensei Miyagi anche se, credo, l’essere praticamente all’inizio della mia “carriera” di allenatore avesse favorito questo apprezzamento.

Stimolato dalla foto di Aurora sono andato a rivedermi il film…

La sensazione, questa volta è stata, però, abbastanza diversa:

il film mi continua a piacere (d’accordo, non è un capolavoro, ma si lascia guardare) ma non trovo più in Maestro Miyagi quella forza che, trent’anni fa, mi aveva così colpito.

Anzi, devo dire che, oggi, condivido ben poco della sua maniera di allenare.

Per spiegarmi:

credo che tutti abbiano, almeno una volta nella vita, sentito ripetere il tormentone “dai la cera, togli la cera” che è tratto direttamente da una scena del film, visibile seguendo questo link che porta sul canale YouTube di Softball Inside.

In questo breve estratto c’è l’essenza della filosofia di allenamento del maestro.

E c’è anche e tutto quello che non mi piace di quella stessa  filosofia.

Naturalmente non sono un allenatore di arti marziali, io mi occupo di baseball e softball, ma credo che dal punto di vista del metodo con il quale si insegna  e si apprende uno sport, questo sia del tutto irrilevante.

Per prima cosa, ripeto, che non credo che si possa imparare ed essere coinvolti in un gioco, in uno sport, senza praticarlo o giocarlo integralmente.

Come ho già detto nel mio post “fondamentali” (che si può leggere seguendo questo link) non credo che partire dal gesto tecnico, spesso nemmeno “completo”, ma frazionato nelle sue componenti più semplici, sia la strada giusta.

Chi non ricorda con noia e tristezza le “astine” e i “cerchietti” che riempivano le pagine dei quaderni di tutti i bambini che in quel modo, neanche tanti anni fa, imparavano a scrivere?

Ecco, “dai la cera, togli la cera” per imparare il Karate è come fare astine e cerchietti per imparare a scrivere o come, per parlare di baseball e softball, imparare a giocare tirando contro un muro (magari usando solo il polso).

In più:

“dai la cera togli la cera”, senza che l’atleta sappia a cosa serve quello che sta facendo, è secondo me la cosa peggiore che si possa fare. Questo perché la consapevolezza e la partecipazione, soprattutto emotiva ed emozionale, al processo di allenamento dell’atleta rinforza, prima di tutto, la sua motivazione e consente, poi, una maggiore partecipazione e una ben diversa "presenza".

E ancora:

nel film Miyagi ricorre, per insegnare, alla sua AUTORITA’, “Io dico, tu fai”, che è un altro tormentone del film, ma io sono convinto che la strada dovrebbe essere, invece, quella dell’AUTOREVOLEZZA.

C’è differenza tra i due termini, tutta la differenza del mondo e la ribellione di “Daniel San” ne è la prova evidente:

gli atleti credono e VOGLIONO credere in quello che il proprio allenatore gli dice e gli fa fare perché lo ritengono COMPETENTE, QUALIFICATO e INTERESSATO a loro e non perché, semplicemente, gli da degli ordini.

In conclusione credo che “dai la cera, togli la cera” sia stata una grande trovata cinematografica.

Una trovata che ha permesso al pubblico di ricordare il film, anzi, di ricordarlo così bene così da andare a vedere ben due “sequel” e un “remake”, ma che abbia, davvero poco a che fare con l’allenare.

 

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Fondamentali

Lun, 09/03/2015 - 12:36 -- Fabio Borselli

 

C’è la convinzione, molto diffusa, che per insegnare il baseball e il softball occorra partire dai “fondamentali” e che, successivamente, mettendo insieme questi “fondamentali” sia possibile arrivare al gioco.

Naturalmente io (e a quanto pare non solo io…) non sono d’accordo.

Non sono d’accordo perché non credo sia vero!

Nessun giocatore, in nessuno sport, impara a giocare così.

Realmente, qualsiasi sia lo sport di cui si parla, per cominciare a giocare e imparare si parte proprio dal gioco ed è per questo che sono convinto che gli allenatori, per allenare, debbano partire proprio da li, chiedendosi:

“cosa succede in una partita?”

Allenare, secondo me, vuol dire, prima di tutto, cercare di capire quello che succede, davvero, durante la gara e pensare l’allenamento in funzione di quello. Il tempo che si dovrebbe dedicare ad una situazione piuttosto che a un’altra dipende da quante volte queste situazioni capitano nel gioco:

se sono eventi che non succedono spesso allora gli si dovrà dedicare poco tempo, se al contrario sono eventi che si ripetono frequentemente, aumenterà anche il tempo in cui li alleno.

Partire dal gioco vuol dire partire dalla sua struttura, il che, naturalmente, non esclude che si debbano allenare i “fondamentali”, che sono indispensabili per il gioco stesso, ma non si può pensare il contrario:

non è possibile concepire il gioco come una semplice somma dei “fondamentali”.

Si devo insegnare a giocare e allenare il gioco.

Può capitare, è chiaro, che a volte, si debba prendere una parte del gioco (fondamentale) per allenarla in modo isolato, perché c’è bisogno che tutta l’attenzione del giocatore sia concentrata su quel gesto, su quel particolare problema, ma dopo averci lavorato si deve, subito, riportarla nel contesto del gioco.

La domanda da farsi è:

si deve insegnare la tecnica o si deve insegnare a giocare?

Naturalmente per insegnare a giocare bisogna, giocoforza, insegnare anche i  “fondamentali”, ma partire dal gioco per arrivare al fondamentale è una prospettiva diversa, rispetto al pensare che si debba prima insegnare la tecnica e che, poi, una volta imparatala, i giocatori siano pronti per giocare.

Il senso è che “si deve allenare quello che realmente succede in partita”.

Alla base di questa affermazione c’è la teoria dell’apprendimento motorio che definisce il baseball e il softball come “open skills”, cioè discipline "aperte”, in cui la prestazione dipende dall’ambiente esterno (avversario, terreno di gioco, ecc…) che è variabile e non costante.

Purtroppo, invece, per anni sono stati insegnati come se fossero sort “closed skills”, cioè come se fossero discipline “chiuse”, in cui l’ambiente esterno rimane, grosso modo, costante (come accade nel tiro, nella ginnastica o nei tuffi), adottando un metodo di insegnamento per tecniche e somma di tecniche, come si fa, ad esempio, con la ginnastica artistica.

Negli sport di squadra (come calcio, basket, baseball…) o di opposizione (come lotta o karate) la tecnica è condizionata permanentemente dalla situazione:

dall’avversario, dal  terreno di gioco, dall’arbitro…

Questo però che non significa che allora ognuno può usa la tecnica che vuole o, peggio, che non ci sia bisogno di “tecnica”:

ci sono, naturalmente, principi biomeccanici da rispettare e proprio in base a questo ci sono “i fondamentali”, ma proprio il fatto che si usi la parola “fondamentali” significa che ci sono anche tecniche che non sono “fondamentali”.

Battere la palla interna è come battere la palla esterna o la palla bassa? Si usa la stessa tecnica o sono tecniche diverse? Se sono diverse, ognuna di queste è un “fondamentale”?

Se si porta all’estremo questo ragionamento, solo per la battuta ci sarebbero almeno una dozzina di “fondamentali”, ma in questo modo, ovviamente, la parola “fondamentale” perderebbe senso.

In questo caso credo che non si debba parlare di “fondamentali”, bensì di tecniche.

Quando si dice: “fondamentale” di battuta, cosa si intende?

Di sicuro che l’atleta sappia mettersi in posizione nel box di battuta, che sappia eseguire il caricamento e come colpire la palla, che sappia gestire il timing, l’equilibrio e la sequenza dei gesti.

Ma da questo a saper battere, in gara, contro l’avversario, adattandosi ai lanci che arrivano, direi che ce ne passa…

 

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Losing My Religion

Lun, 02/03/2015 - 09:03 -- Fabio Borselli

 

“Il baseball è uno sport difficile, estremamente tecnico e molto, molto complicato (per tacer del softball che costringe il lanciatore a quel buffo e strano movimento)”.

“Il baseball ha, all’incirca ottomila regole, che bisogna conoscere per poter giocare”.

“Il baseball non è sport per tutti, gli europei non ne capiscono le meccaniche di base figuriamoci poterne assaporare le sottigliezze mentali e psicologiche”.

Quante volte è successo di sentire, o forse, dire queste frasi?

A me tantissime volte! Molto spesso dette proprio da gente del baseball o del softball.

Anzi, oserei dire che siamo proprio noi, appassionati ad averle messe in giro e che, segretamente, godiamo del “privilegio” di essere i “depositari” di quella religione che ha come divinità LA MAZZA e LA PALLA.

Ci piace essere parte dei “pochi che ne capiscono” e snoccioliamo le nostre formule magiche, fatte di “ball, strike e infild fly”, come fossero preghiere, naturalmente scritte in sanscrito, di questo credo esoterico e nascosto.

Mi sto, sempre di più, convincendo che i nemici più grossi che il baseball e il softball hanno siano proprio i loro, pochi, praticanti, o forse dovrei dire ADEPTI.

Diciamocelo, tutti noi, del baseball, adoriamo la complessità e ne facciamo sfoggio e vanto anche quando non ce ne sarebbe bisogno:

se chiediamo a uno qualsiasi dei “veri credenti” di raccontare il gioco in due parole assisteremo ad un arzigogolare di palle battute in territori buoni (sempre circondati dalle maleterre, le famigerate “paludi di foul”) che consentono l’alchemica trasformazione del battitore, sacro guerriero armato della mitica e benedetta MAZZA, in corridore, colui che saetta per il “diamante” alla ricerca della “salvezza”…

Per non parlare poi della numerologia del gioco, che ci elimina con tre strike, fa uscire dalla cornucopia basi gratis con quattro ball, fa “cambiare verso” alle azioni, di nuovo, con tre out.

Lo ripeto: questa complessità a noi piace!

Ci fa sentire diversi, migliori, più intelligenti di chi pratica o è appassionato di sport più semplici:

“figuriamoci! Che ci sarà di così difficile nel correre dietro ad un pallone o al cercare di infilarlo in un cesto?”

Come in ogni culto che si rispetti anche la sacra religione del baseball e del softball, alla quale, forse alla fine dovremo trovare un nome (vorrei proporre “Pallismo”, con la maiuscola di rigore) ha i suoi sacerdoti, i suoi diaconi, i suoi profeti e, immancabili come morte e tasse, i suoi guru.

È questo clero, che paludato di sacre vesti, pontifica sull’ortodossia del verbo:

“il baseball è così! È sempre stato così! Sarà sempre così!”

E, sappiatelo, non c’è proprio modo di sfuggire ai guru:

loro sanno come si impugna la pallina, se e come deve ruotare, quali angoli devono disegnare gomiti e polsi, come si colpisce con la mazza, come si deve girare un doppio gioco.

Loro sono gli unici e i soli depositari della conoscenza, tutto quello che va contro l’ortodossia è bollato come (sacrilegio, sacrilegio!) anti-baseball.

Ma se proviamo a chiedere di raccontare il gioco a un bambino, a uno di quelli  che ha da poco cominciato a giocare, a uno di quelli che non è ancora stato toccato dall’illuminazione, a uno di quelli non ancora convertito all’unica religione (dai, insomma, un principiante…) e che ama il baseball per quel suo essere un gioco istintivo, semplice, addirittura “animale” nella sua esuberanza fatta di esplosioni repentine e di pause sonnolente, il suo semplice argomentare sarà dedicato alla suo gioia nel colpire la palla, ed alla sua gara contro quella stessa palla…

Ne più, ne meno di questo:

colpire la palla e correre cercando di batterla in velocità… Uomo contro palla… Uno contro tutti.

È davvero così complicato?

Forse, mi piace pensarlo, è questa l’unica verità assoluta del baseball e del softball:

non sono giochi astrusi, non sono giochi difficili, non sono giochi incomprensibili.

Sono, forse, profondi, probabilmente mal raccontati, certamente divertenti, ma sicuramente, profondamente, assolutamente, non complicati.

Credo che se cominciassimo a guardarli, ma soprattutto a raccontarli, come realmente sono, riusciremo, in pochissimo tempo, a convincere quelli che non li conoscono che si stanno davvero perdendo qualcosa…

 

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Arrivano i Bulls

Mar, 24/02/2015 - 08:30 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Lilly colpisce ancora.

Non le è bastato aver pensato e costituito una nuova Società praticante il baseball ed il softball, i Rescaldina Bulls.

Non le è bastato averla fatta diventare, in brevissimo tempo, una solida realtà del territorio, non solo a livello sportivo ma, anche e soprattutto, a livello sociale e culturale.

Adesso, coronando un sogno inseguito da tempo, su questa avventura, i Rescaldina Bulls appunto, ci scrive su anche un libro.

Il volumetto scritto da Lilly Rossetti e corredato dalle illustrazioni create da Stefano D’Odorico e Martina Sogni è reperibile on line, sul sito di editoria digitale LULU.com, seguendo questo link. Sono due le versioni ordinabili, quella nel classico formato cartaceo e la più moderna versione ebook.

Le storie dei Bulls sono una pubblicazione rivolta ai bambini, adatta a sviluppare la lettura ma anche ideale per poter conoscere di più il gioco del baseball. Questo non vuol dire che non sia un libro nel quale gli adulti, possano trovare spunti per riscoprire l’importanza di un atteggiamento costruttivo verso i ragazzi, quale quello che i tecnici volontari, gli educatori e i genitori possono e devono offrire alle nuove generazioni.

Naturalmente io ho già il libro e lo ho anche già letto:

Liliana, che ringrazio, mi ha, infatti, dato la possibilità di "scoprirlo" in anteprima e di poterlo apprezzare per quello che è:

una raccolta di storie nate dal campo di gioco che sono, secondo me, le storie di ogni bambino, di ogni allenatore, di ogni genitore, di una qualsiasi squadra giovanile di baseball

 

La forza dell’abitudine

Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Tu non hai la sfera di cristallo…

Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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I Bambini non conoscono la competizione: la imparano dagli adulti!

Lun, 09/02/2015 - 08:06 -- Fabio Borselli

 

La frase che da il titolo a questo intervento è presa direttamente dal post “PUO’ IL SOFTBALL COPIARE DAL FOOTBALL AMERICANO?” di Aurora Puccio, pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER di Softball Inside la scorsa settimana (qui il link).

Direi che l’interpretazione di Aurora contiene una grande verità, ma anche una piccola bugia.

La bugia è che i bambini non conoscono la competizione, la conoscono eccome, solo che non è quel tipo di competizione, e qui arriviamo alla verità, che gli adulti gli impongono.

Succede che per competere i bambini debbano prima imparare a riconoscere “nell’altro” qualcosa di diverso da un mezzo per esplorare il mondo che li circonda.

Detesto dare limiti temporali (a quest’età succede questo…) perché ogni individuo è diverso sia biologicamente che psicologicamente e quello che succede all’uno, magari, è già successo o deve ancora succedere, all’altro.

Si può però provare a generalizzare:

prima dei 4 o 5 anni è molto difficile che il bambino sia capace di “mettersi nei panni dell’altro” e, per questo, nel gioco sperimenta, con ovvi distinguo, la propria individualità, “utilizzando” gli altri, appunto come “strumenti di gioco”.

Solo più avanti (si dice intorno a i 6 o 7 anni, ma qualche autore ipotizza anche gli 8 o 9 anni…) i bimbi cominciano a integrare nel loro mondo “gli altri” e  a ritenerli sia interlocutori che compagni di gioco, cominciando prima con il concordare regole e, solo in un secondo tempo, a rispettare quelle provenienti dall’esterno.

Quando il gioco comincia a d avere queste caratteristiche (immedesimarsi nell’altro,  comprensione e rispetto delle regole) nasce quella che io chiamo “sana competizione”.

Quella che dovrebbe essere alla base di ogni gara, partita o campionato giovanile.

Per competere, nei giochi, i bambini si accorgono, infatti che hanno bisogno di una componente fondamentale: l’avversario.

Scoprono, naturalmente, che non si può gareggiare da soli, che non si può prevaricare l’avversario, correndo il rischio che abbandoni il gioco, che non si possono violare le regole perché questo destabilizza il gioco stesso.

Ma, soprattutto, scoprono che vittoria e sconfitta sono opzioni parimenti possibili e che, anzi, proprio l’incertezza sul “chi vincerà” rende interessante un gioco piuttosto che un altro.

Scoprono anche che non si può vincere sempre (anzi che perdere succede molto più spesso…) e che vittoria o sconfitta sono importanti ed hanno valore solo ed esclusivamente nell’ambito, particolare e ristretto, del gioco stesso.

Questo non vuol dire che le competizioni siano “all’acqua di rose”, anzi, sono confronti duri, spigolosi, senza quartiere:

basta osservare attentamente e con mente aperta i giochi spontanei dei bambini per capire che cercano la vittoria, la supremazia, con ogni mezzo e con tutte le proprie forze. Poi il gioco finisce e sono subito pronti per una nuova sfida.

Questa è la competizione che fa bene ai bambini, che li fa crescere, che li prepara al “dopo”:

un momento di divertimento e di confronto con sé stessi, per conoscere meglio le proprie caratteristiche e capire come coordinarsi, come pensarsi e compensarsi, come migliorarsi…

Un qualcosa che riesce ad offrirgli delle occasioni per guadagnare sicurezza e autostima.

Ma in questa bella storia, purtroppo, ad un certo punto arrivano gli adulti:

i genitori, gli insegnati, gli allenatori, le società sportive…

Improvvisamente la gara non è più “competizione fra pari” ma “lotta per la supremazia”  e tutto viene fatto, esclusivamente, in funzione della vittoria CONTRO l’altro:

voti migliori per essere “buoni studenti”, allenamenti specializzanti per diventare “buoni atleti”, vittorie nelle gare per essere “campioni”.

Questi sono meccanismi e giudizi che nascono dagli adulti e che invadono il mondo dei bambini senza tenere conto delle loro esigenze, costringendoli  a valutare le proprie azioni sempre in termini di “sono migliore o peggiore” degli altri.

La competizione, invece di essere un momento di crescita e di esplorazione del proprio mondo, diventa così l’unica motivazione ad agire. Si compete per competere, in una gara continua, che attribuisce valore in termini di vittorie o sconfitte.

Ecco perché non sono d’accordo con Aurora:

i bambini conoscono benissimo la competizione, la cercano e la ricercano ed è fondamentale nella loro “esplorazione” di se stessi, degli altri e del mondo.

Purtroppo, invece, dagli adulti imparano, troppo spesso, che VINCERE è l’unica cosa, che non c’è secondo posto e che se non sei un vincente non vali nulla…

Come genitore, insegnante ed allenatore non vorrei mai che la competizione, con la gioia della vittoria e la tristezza della sconfitta, sparisse dal mondo dei bambini, ma vorrei che gli adulti (me compreso) diventassero così “bravi” dal lasciarli fare da soli:

aumentiamo le possibilità di confronto coinvolgendoli in attività che li mettano alla prova (come per esempio organizzando situazioni in cui, attraverso una riscrittura condivisa delle regole, sia possibile creare un “confronto tra pari”) ma evitiamo di farne una questione da adulti.

 

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A ruota libera dopo la trentesima convention…

Lun, 02/02/2015 - 08:56 -- Fabio Borselli

 

Torno dalla Coach Convention molto stanco, ma soddisfatto.

I “commenti di corridoio”, come al solito, sono contrastanti:

a qualcuno è piaciuta, a qualcuno no…

Molti hanno deciso a priori il proprio gradimento e qualsiasi cosa fosse successa non avrebbero (e non hanno) cambiato idea…

La sensazione che ho avuto, nettissima, è che baseball e softball siano di fronte ad una svolta:

evolversi o morire.

Capisco che può sembrare un’affermazione molto negativa, drastica, estrema.

Ma se penso agli interventi, supportati da cifre e dati assolutamente deprimenti, di Laura Bortoli e Andrea Ceciliani e li confronto con quanto vedo succedere, quotidianamente, sui nostri campi non vedo come potrei essere meno negativo.

Evolversi o morire.

Le Società spariscono a vista d’occhio, le squadre sono sempre di meno e i roster sempre più corti…

Pochi bambini e bambine, a parte pochissime isole felici, in clamorosa controtendenza, scelgono di praticare il baseball ed il softball, anzi diciamo che sempre meno bambini e bambine praticano sport…

I pochi atleti che abbiamo non emergono, non si evolvono, non maturano…

E quelli che lo fanno sono numericamente rari come le proverbiali “mosche bianche”.

Eppure noi, tutti noi, specialmente noi tecnici siamo impegnati nella contemplazione del nostro ombelico, alla ricerca del “talento” da lanciare, sperando di essere ricordati come gli scopritori del “prossimo italiano in Major League”.

Siamo tutti, perennemente, preoccupati della lunghezza del passo, dei gomiti troppo bassi, della posizione dei piedi, dei punti di rilascio… Così da perdere di vista un fatto semplicissimo:

i nostri atleti (fatte salve le purtroppo rare eccezioni) raramente lo sono davvero, atleti, intendo.

I nostri ragazzi vengono “addestrati” e specializzati in modo da farne dei “fenomeni dodicenni” che, poi, quando arrivano a 16 anni, o sono “bolliti” (tecnicamente si chiama blocco prestativo) o hanno smesso di giocare da tempo.

Non mi sto inventando nulla:

basta fare un giro per i campi e le palestre dove il “futuro del baseball e del softball” si prepara e cresce per rendersi conto di questo.

Non abbiamo nessuna speranza se non cambiamo qualcosa…

Evolversi o morire.

Io, nella mia ingenuità, penso ad un baseball ed un softball che diventino un esempio per gli altri sport e penso che sia davvero possibile decidere di percorrere una strada diversa.

Vorrei che gli allenatori decidessero di mettersi al servizio dei bambini e li aiutassero a sviluppare il loro potenziale di PERSONE, rispettando i loro tempi ed i loro modi di imparare, senza imporre la propria visione del mondo e senza utilizzarli per soddisfare ed alimentare il proprio EGO.

Credo che sia possibile pensare a fare sport giovanile, agonistico e competitivo, senza per questo trasformare i bambini in adulti, ma rispettando, attraverso un  percorso condiviso da tutto il movimento, la loro necessità di “giocare”.

Credo che sia giunto il momento di prendere atto che, anche se giochiamo a baseball e a softball, non siamo né in America né tantomeno  in Giappone (né in nessun altro paese dove il baseball ed il softball sono diffusi e conosciuti) e che, proprio per questo, dobbiamo riuscire a trovare il NOSTRO percorso, perché, lo abbiamo capito, scimmiottare quello degli altri non funziona.

Evolversi o morire… Voglio credere che saremo capaci di scegliere l’evoluzione.

 

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