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Age quod agis

Lun, 20/10/2014 - 08:44 -- Fabio Borselli

“Age quod agis” è un proverbio latino che tradotto letteralmente vuol dire: “fa quello che fai”, e che ri-tradotto in sportivese, diventa “Mettiti in gioco”.

Che poi vuol dire che quando si fa una cosa, qualsiasi cosa, bisogna fare proprio quella cosa lì, ed in quella cosa lì che si sta facendo, mettere tutto se stesso: la testa, il cuore, le mani, i sentimenti… Insomma, tutto quello che si ha.

Perché se una cosa la si fa con tutto l’impegno possibile, quella  esperienza arricchisce, che si riesca o che non si riesca, che si vinca o che si perda, in questo modo, alla fine, sia che il risultato raggiunto sia grande o che sia piccolo, questo diventa, comunque, significativo.

Da questo punto di vista credo che la sterile ed abusata polemica che, periodicamente, percorre il mondo dello sport tra i fautori della “competizione” e quelli dell’”importante è partecipare”, abbia ben poca ragione di esistere:

prima di tutto perché il termine “competizione” vuol dire tante cose, ma io credo che non c’entri niente (o almeno non quanto comunemente si crede) con il “vincere” e poi perché le parole SPORT e COMPETIZIONE sono, sempre a mio parere, sinonimi in senso lato.

Al contrario dire “basta partecipare”, soprattutto se a praticare lo sport sono i bambini, assume troppo spesso il significato di “deve essere SOLO divertente”.

Parlando di attività giovanile, questo genera la convinzione che, l’unica scelta possibile sia tra la RICERCA DELLA VITTORIA e la PARTECIPAZIONE PER DIVERTIRSI.

Nulla di più sbagliato!

La situazione è molto più complicata di così!

Io non ho mai visto un bambino che si diverte perdendo, anzi sono sicuro che perdere, e perdere spesso, fa associare la sconfitta alla frustrazione e aiuta a costruire convinzioni depotenzianti che, nella maggioranza dei casi, porta all’abbandono.

Ma anche la vittoria, potrebbe essere accompagnata da sensazioni e sentimenti negativi che, a lungo andare, potrebbe portare lo stesso risultato di rifiuto dello sport.

Il concetto da cui deve partire un’analisi corretta della “competitività” è che, forse, la vittoria non è lo scopo primario, o che almeno occorre definire con precisione cosa si intende per vittoria e capire che questo significato cambia di volta in volta.

Credo che il reale significato di COMPETERE sia l’AFFRONTARE DELLE SFIDE e che queste possano essere, di volta in volta, semplici, difficili o irrimediabilmente impossibili da superare.

E’ chiaro che questo pone l’allenatore, insieme a quanti si occupano del gruppo o del singolo atleta (genitori, società, federazioni) davanti alla scelta di utilizzare la competizione non come fine a se stessa ma come parte del processo di crescita e formazione dell’individuo che pratica sport. In questo modo la competizione non è solo la partita o la gara, ma diventa parte integrante delle sedute di allenamento, sia come contenuto specifico, che come “tema di fondo”.

Gareggiare, misurasi, nello sport è fondamentale:

se vogliamo educare dei competitori è indispensabile che giochino e che gareggino da subito, ma bisogna pensare a competizioni o gare EQUILIBRATE, in cui l’avversario sia impegnativo. ma non troppo facile o impossibile da battere, gare che mettano in evidenza il processo di formazione e che aiutino a consolidare quanto appreso. gare che servano a verificare se la rotta tracciata è giusta o se servano degli aggiustamenti.

È necessario, di volta in volta, caso per caso, che l’obiettivo della gara sia ben chiaro nella mente dell’allenatore e, specialmente, degli atleti e che questo possa non essere il "semplice" superare l’avversario, bensì il raggiungimento di una traguardo svincolato dal risultato finale, che sia  individuale o di squadra.

È poi estremamente importante parlare della SCONFITTA, che è possibile, sempre, quando si gareggia o ci si misura:

rendere la sconfitta una possibilità e metterla nella giusta prospettiva aiuta gli atleti (anche quelli meno giovani) a considerarla come parte integrante del processo, annullando la carica negativa che una battuta d’arresto, se non ben compresa, possiede.

Credo che nello sport gareggiare sia inevitabile, ma credo anche sia fondamentale capire che “gli altri” non sono il nemico da battere, da annullare, da umiliare, ma punti di riferimento e compagni di viaggio e che gareggiare con loro ha, ogni volta, il significato ed l’importanza che “io” decido di dargli.

E potrei andare avanti...

Ora tutto questo è difficile e complicato e presuppone che chi lavora con i giovani sappia esattamente qual è la rotta da tenere per raggiungere quello che io ritengo essere il vero obiettivo finale: la piena maturazione dell’atleta.

Ma, d’altra parte, chi ha mai detto che fare l’allenatore sia un mestiere facile?

 

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Il nono difensore

Lun, 13/10/2014 - 07:57 -- Fabio Borselli

Ho visto molte squadre, anche ottime squadre, perdere partite per un pessimo tiro della lanciatrice verso la prima base.

Ancora, negli anni, ho sentito un sacco di opinioni riguardo la capacità delle lanciatrici di essere anche dei buoni difensori.

Premetto che sono un convinto assertore della necessità di avere pitcher che, una volta lanciata la palla, nella malaugurata ipotesi che questa venga ribattuta, debbano essere in grado di raccoglierla e tirarla, forte e precisa, ad ogni base sia necessario, o anche, capaci di decidere di non tirare.

Dico questo perché non riesco a concepire la posizione della lanciatrice se non come quella di un giocatore completo, che oltre al suo compito specifico, individuale, deve anche giocare insieme alla sua squadra, coralmente.

Quando sento parlare di lanciatrici che NON POSSONO anche essere dei buoni difensori perché il ruolo è cosi specializzato ed impegnativo che non rimane tempo per l’allenamento in difesa, mi viene da pensare che sarebbe come allenare i catchers a prendere e bloccare i lanci ma non farli lavorare su quello che viene dopo la ricezione…

Ripeto, ho sentito un sacco di teorie, ma rimango della mia idea:

la lanciatrice DEVE saper giocare come difensore, senza se e senza ma, per questo è NECESSARIO programmare, nei piani di allenamento, del tempo per allenarla a gestire le palle battute.

Allenare le lanciatrici a giocare in difesa, oltre a migliorare l’efficienza complessiva della squadra, permette anche di renderle molto più selettive sui “rischi da prendere” quando una palla non agevole da controllare è battuta verso di loro.

Generalmente voglio che le mie lanciatrici sappiano raccogliere i bunt effettuati direttamente verso di loro e, se sono destre, provare a raggiungere anche quelli verso la  prima, quando il prima-base fosse, per qualsiasi motivo, in ritardo. Se sono mancine, vista la difficoltà aggiuntiva nel doversi girare completamente per il tiro, preferisco lasciare ai difensori agli angoli il compito di raccogliere le smorzate non dirette alla lanciatrice.

Su palla battuta verso di loro, per prima cosa, do una semplicissima indicazione:

“la lanciatrice deve provrea a prendere SOLO le palle che passano all’interno del cerchio intorno alla pedana, avendo l’accortezza di NON tentare nemmeno se la battuta è FUORI dal cerchio”.

Questo per evitare che il tentativo DEVII la palla dalla sua traiettoria originale mettendo “fuori tempo” l’interbase o il seconda-base.

Quando le lanciatrici diventano più esperte questa indicazione viene integrata ed ampliata:

“la lanciatrice NON deve provare a prendere le palle battute dal lato del suo braccio di lancio (verso l’interbase per le lanciatrici destre, verso il seconda-base, nel caso di anciatrici mancine)”

Questo perché il naturale proseguimento del movimento di lancio le porta, spessissimo, ad essere sbilanciate verso il lato del guanto, rendendo difficile il raccogliere la palla in contro-guanto ed aumentando, come già detto, la possibilità di un DEVIAZIONE.

Dare semplicemente indicazioni, naturalmente, non basta.

Programmare attentamente l’allenamento della lanciatrice in difesa, oltre ad integrarla con le compagne di squadra per evitare che non si muova in armonia con le stesse nelle situazioni in cui CHI deve giocare la palla battuta non è immediatamente individuabile, permette alle stesse lanciatrici l’esatta comprensione del proprio “raggio di azione”, cosa che le aiuterà a “non provare a mettere il guanto” su certe battute.

Personalmente impiego le lanciatrici quando lavoro sulla difesa del bunt e non manco mai di farle lavorare sulla raccolta di rimbalzanti e successivo tiro sulle basi (tutte le basi, perché non si sa mai…), al pari di tutti gli altri interni. Non tralascio nemmeno di farle allenare sui propri movimenti e coperture quando gli esterni lavorano ai tiri sulle basi.

Tutto questo vale, a maggior ragione, quando si tratta di allenare squadre giovanili, ma in questo caso, visto che la specializzazione non dovrebbe essere così esasperata come nelle squadre seniores, le lanciatrici dovrebbero già allenarsi per ricoprire anche gli altri ruoli difensivi.

 

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La vita per conto dei figli

Lun, 06/10/2014 - 10:16 -- Fabio Borselli

“I figli ci danno grandi soddisfazioni!”

Come si può non essere d’accordo con questa semplice affermazione?

Da quando sono genitore ho gongolato (più o meno segretamente) per ogni singola conquista del “mio bambino”, soffrendo invece (più o meno in silenzio) per ogni suo, per quanto minuscolo, fallimento.

Quando i nostri figli hanno successo, diciamolo francamente, la cosa ci rende più felici che se fossimo stati noi a ottenerlo.

Ma quando siamo troppo coinvolti nelle loro vite, spesso diventa difficile capire dove iniziamo noi e dove loro finiscono e quando i figli diventano un nostro prolungamento possiamo finire col vederli come la nostra seconda chance, la possibilità di riuscire a coronare, per interposta persona, i NOSTRI sogni.

Ecco che, d'un tratto, tutto gira intorno a noi, più che intorno a loro, ed ecco che la nostra felicità inizia a confondersi con la loro...

Quando questo succede il “carico emotivo” che viene riversato sulla testa, ignara, del “piccolo fenomeno” o supposto tale, diventa un problema:

le aspettative diventano gigantesche e, qualche volta, non si riesce più a capire se a desiderare qualcosa, qualsiasi cosa, sia il figlio, il genitore o il figlio per non deludere il genitore…

Oltre a questo, però, c’è dell’altro:

siccome non vogliamo che i nostri figli falliscano, invece di lasciare che affrontino le avversità, che cadano, che commettano errori, liberiamo loro la strada, rimuovendo gli ostacoli per rendergli facile la vita.

Ma, è risaputo, che le avversità fanno parte della vita e che non c’è apprendimento senza tentativi a vuoto ed errori, solo affrontandoli i nostri figli potranno sviluppare quelle capacità di adattamento di cui avranno bisogno più avanti, nella vita da adulti.

Ragion per cui, anche se risolvendo i loro problemi e stemperando le loro ansie sembra di far loro un favore, in realtà, secondo me, non stiamo facendo altro che ritardare la loro crescita:

siamo così preoccupati, così predisposti ad impedire che soffrano che si prediligono i benefici a breve termine, eliminando ogni possibile situazione di disagio, piuttosto che pensare  al loro “benessere” nel lungo periodo.

Parlando sempre da genitore, se c'è una cosa che spero di non aver sbagliato e di continuare a non sbagliare con il mio “giovane virgulto” è il non cercare di sostituire il mio IO al suo NUCLEO ESSENZIALE.

Non c’è nessuno, di questo sono profondamente e sicuramente convinto, che sia in grado di imporre una personalità ai proprio figli, che sia capace di trasformare un individuo in un altro, visto che la vera essenza di ciascuno troverà, comunque , la strada per venire fuori.

E’ vero, però, che i bambini cercano gratificazioni a breve termine, e tocca a noi come genitori cercare, o almeno provare a farlo, di vedere più lontano.

Noi, anche se questo può sembrare triste, sappiamo che ciò che avrà importanza quando saranno adulti non sarà quanto forte riusciranno a lanciare una palla, ne se saranno musicisti, aviatori o poeti, se saranno il massaggiatore o il capitano della squadra, ma il modo in cui tratteranno gli altri, e ciò che penseranno di loro stessi.

Se vogliamo che la loro personalità si formi, che la loro fiducia in se stessi, la loro forza, la loro resilienza ne facciano degli “adulti felici”, allora dobbiamo lasciare che affrontino le avversità e scoprano di possedere quell’orgoglio di chi, superandole, ne esce più forte di prima.

È duro veder fallire i propri figli, ma a volte (molto più spesso di quanto crediamo) dobbiamo riuscire a lasciarlo succedere. A volte dobbiamo chiederci se intervenire sia nel loro interesse…

La personalità, la fibra morale, la bussola interiore, la capacità di credere in se stessi... sono queste le cose che pongono le basi di un futuro sano e felice e sono assolutamente sicuro che contano più di qualsiasi bel voto a scuola, di una medaglia o di un posto in prima fila ottenuto senza lottare.

Ma tutto questo con lo sport e con l’allenare cosa c’entra?

 

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La battaglia di Rocroi

Lun, 22/09/2014 - 08:08 -- Fabio Borselli

Avvertenze e controindicazioni:

quelle che seguono sono alcune riflessioni a ruota libera che prendono spunto dalla pubblicazione di un articolo sul sito Baseball On The Road, dal titolo “Qual è il vero valore di un Manager?” e da una serata “improbabilmente adolescenziale” passata a ragionare “d’amore, di morte e di altre sciocchezze” (che è il titolo del disco di Francesco Guccini che suonava in sottofondo).

Non hanno, perciò, la pretesa di essere coerenti, risolutive o costituire una lettura “impegnata”, quindi chi è in cerca dell’illuminazione passi pure oltre.

Nell’articolo in questione una domanda mi ha colpito:

“Quante vittorie vale un manager in ogni stagione?”

Copio ed incollo la risposta prendendola, pari pari, da Baseball on The Road:

“pur considerando tutti gli elementi del caso, si resterà sempre senza una risposta precisa. Probabilmente sono poche, forse cinque tra un manager che gestisce tutto alla perfezione rispetto a uno che sbaglia i cambi, impiega i giocatori in modo sbagliato e non sa comunicare… Da considerare inoltre: se veramente un manager valesse più vittorie a stagione (La Russa sostiene che uno buono ne vale sette) ecc…”

Insomma, la tesi del pezzo racconta di 5,6 o massimo 7 partite (in una stagione da 162) vinte per le decisioni del manager…

E da noi? Nel nostro Baseball e nel nostro Softball?

Non sono in grado di dare una risposta, anzi, non VOGLIO darla.

Mi piace pensare che TUTTE le partite, vinte o perse, dipendano dalle mie decisioni di allenatore e manager.

Mi piace pensare che queste SCELTE e DECISIONI non siano limitate a quelle tattiche, quindi legate alla singola partita, ma comprendano il lavoro nella sua totalità, dalla scelta delle impostazioni da dare alla preparazione atletica, in inverno, a quelle relative ai singoli esercizi da proporre durante le sedute di allenamento nella fase finale della stagione.

Continuo la lettura e scopro un’altra frase (domanda e risposta) che mi colpisce con forza:

“…Perché non ha utilizzato i suoi migliori rilievi in una situazione critica della partita, anche tenuto conto che il bullpen dei Royals è tra i migliori nelle majors? Risposta di Yost: perché Crow è il rilievo del sesto inning, gli altri sono per le fasi finali.”

Ed ecco che la mia formazione classica salta fuori:

«Si racconta che il principe di Condé dormì profondamente la notte avanti la giornata di Rocroi: ma, in primo luogo, era molto affaticato; secondariamente aveva già date tutte le disposizioni necessarie, e stabilito ciò che dovesse fare, la mattina».

Questo è l’inizio del secondo capitolo de "I promessi Sposi" di Manzoni, croce senza delizia del mio secondo anno di superiori.

Manzoni si riferisce alla battaglia di Rocroi, avvenuta il 19 maggio 1643, episodio bellico della guerra dei 30 anni e vinta dalle truppe francesi guidate dal duca d'Enghien, Luigi di Borbone (futuro principe di Condé), la sua figura di condottiero, è ricordata e celebrata, soprattutto, per questa tranquillità.

La sua calma, diventata proverbiale, racconta dell’importanza della pianificazione e dell’inutilità delle preoccupazioni e dei ripensamenti una volta che tutto è stato programmato, pensato, previsto.

Ma quello che non traspare da questo motto manzoniano è, invece, quello che avrebbe dovuto fare, a mio parere, Coach Yost, ovvero cambiare i propri piani al mutare della situazione  tattica.

Nel mio piccolo dormo sempre serenamente prima delle gare, facili o difficili che siano, visto che cerco di pianificarne lo svolgimento in anticipo, usando a questo scopo tutte le informazioni in mio possesso sulle MIE forze e su QUELLE degli avversari. Cerco anche di pianificare i possibili cambiamenti: il PIANO B…

Qualche volta il PIANO B resta semplicemente una possibilità, qualche volta diventa operativo e qualche volta, purtroppo, devo ricorrere al PIANO C.

Pianificare non ha nulla a che vedere con il VINCERE, naturalmente, che dipende da troppi fattori imprevedibili per poter essere programmato, ma mi piace pensare che, pianificando attentamente le mosse, la vittoria, possa essere, almeno, un po’ più facile.

 

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Diciannove e settantadue!

Lun, 15/09/2014 - 07:48 -- Fabio Borselli

Per molti la data del 12 settembre non significa molto.

Per chi, come me, è “sport-dipendente”, invece è una data importante:

il 12 settembre 1979, a Città del Messico, Pietro Mennea, la “freccia del sud”, stabiliva il primato mondiale dei 200 metri in 19 secondi e 72 centesimi.

Il record è rimasto imbattuto per 17 anni, fino a quando l’americano Michael Johnson, nel 1996, abbassò il limite sulla distanza a 19 secondi e 66 centesimi.

Ricordo una risposta data da Mennea ad un giornalista radiofonico che gli chiedeva se avesse rimpianti rispetto al racconto della sua vita di atleta fatta di “sacrifici”:

“ho un rimpianto” – diceva Mennea – “nella mia carriera da atleta mi sono allenato 6 ore al giorno, per 350 giorni all’anno… potessi tornare indietro mi allenerei 8 ore al giorno, per 365 giorni all’anno! Il lavoro paga sempre! Il successo si ottiene solo attraverso il lavoro e l’impegno quotidiano.”

Io credo che questo messaggio DOVREBBE diventare un mantra per chiunque si occupi di sport.

Anche se può sembrare retorica, Io sono, davvero, convinto che lo sport non sia solo metafora della vita ma che sia, esso stesso, vita.

Il talento, da solo, non basta, mai.

Il lavoro paga, sempre.

Non mi è mai capitato, o mi è capitato raramente,  di vedere atlete od atleti completamente  “negati  per lo sport”.

Mi è capitato, invece, di vedere atlete od atleti poco dotati diventare ottimi giocatori SOLTANTO mettendo l’anima ed il cuore in quello che facevano, lavorando duro e senza “farsi sconti”.

Mi è capitato, invece troppo spesso, di vedere atlete od atleti “di talento” gettare al vento quel “dono” perché non avevano capito che il talento, da solo, senza applicazione e dedizione, non basta.

Nello sport, come nella vita, non esistono alchimie o formule magiche che possano sostituire il lavoro, il duro lavoro, per arrivare ad ottenere risultati importanti.

Nello sport, come nella vita, semplicemente non esistono scorciatoie, o, almeno, non esistono scorciatoie ETICAMENTE percorribili.

Viviamo, però, in tempi bui.

Cercare scorciatoie è una prassi giornaliera e gli esempi di scorciatoie sono infiniti:

l’astrologia è una scorciatoia per cercare di capire il mondo, le pillole dimagranti sono scorciatoie per chi vuole dimagrire, il gioco d’azzardo è una scorciatoia per chi vuole illudersi di vivere senza lavorare, vincendo favolose ricchezze, conoscere "quella" persona mi permette di…

Quello che manca, ai più, è la volontà di “studiare”, di applicarsi, di impegnarsi.

Ma le scorciatoie, spesso, anzi spessissimo sono vicoli ciechi e invece del successo, in fondo a quella strada, non si trova nulla.

Ecco che, allora, scattano gli alibi:

non si hanno le capacità di base, non c'è comprensione ed aiuto, non c’è abbastanza tempo, non c’è tutto quel talento che si pensava di possedere, non c’è l’aiuto delle persone “giuste”...

Credo che, in realtà, basterebbe tirar fuori quel poco di autostima che si ha dentro per LANCIARE A SE STESSI una sfida, invece di lasciar perdere, sconfitti solo dalla scarsa volontà.

Pietro Mennea, che purtroppo ci ha lasciati l’anno scorso, dopo quel fantastico record ha vinto anche l’Oro Olimpico a Mosca, sempre nei 200 metri, nel 1980.

A ben guardare, quella gara (visibile qui) è un esempio della sua filosofia di vita, dello sport e dell’allenamento:

non mollare mai, perché solo continuando a “spingere”, si possono raggiungere i propri sogni.

 

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Lun, 08/09/2014 - 08:55 -- Fabio Borselli

È il mese in cui ricomincia la scuola. È il mese delle vacanze tardive. È ancora estate, fino quasi  a fine mese…

Le giornate si accorciano, è vero, ma non fa ancora così freddo da non poter giocare.

Eppure non si gioca…

Le squadre che non hanno raggiunto le “finali”, a meno di partecipazioni a sporadici tornei, entrano in modalità “off season” e, fino a marzo ad essere ottimisti, non si gioca più.

Ma basta guardare un po’ più in là, allargare l’orizzonte oltre le consuete compagini che partecipano all’attività agonistica ufficiale, che, invece, si gioca:

tornei amatoriali, 30 ore di softball, 48 ore di softball, tornei degli arbitri e chi più ne ha più ne metta

Da noi, in Toscana, si potrebbe giocare, per il clima e per la “tenuta” dei campi fino a tutto novembre… ed infatti si gioca:

di nuovo tornei amatoriali, eccetera.

Ma anche nel resto d’Italia, che notoriamente è il paese “do sole”, sarebbe possibile farlo: verso sud addirittura un po’ più a lungo, salendo al nord forse un po’ di meno, ma in ogni caso nulla spiega perché, per le squadre “non amatoriali”, la stagione agonistica debba finire così presto.

Il problema, però, non è solo il fatto che non si gioca nei mesi di settembre, ottobre e novembre, il problema è che in questi mesi (aggiungendo spesso e volentieri anche quelli di dicembre e gennaio) OLTRE a non giocare, una grandissima parte dei nostri atleti e delle nostre atlete, non svolge attività, PUNTO.

Forse mi sbaglierò…

Forse (spero) qualcuno mi dirà che non è proprio così e che il mio è solo pessimismo…

Ma sono convinto che uno dei motivi dell’impoverimento del nostro patrimonio tecnico e dell’abbassarsi dei numeri dei praticanti sia questo NON ESSERE SPORT DI ATLETI.

Provo a spiegarmi:

in TUTTI, dico tutti, gli sport che ambiscono a questo “status”, l’allenamento e le competizioni sono un processo che non si interrompe, se non per brevi periodi di “scarico”.

Nello sport agonistico, in alcune discipline in particolare, si parla di doppia o tripla seduta di allenamento giornaliera.

La programmazione delle attività di preparazione e di gara è, nello sport agonistico, un arte.

E noi?

Il baseball ed il softball, in quest’ottica, dove e come si pongono?

Probabilmente i nostri atleti e le nostre atlete di punta (a proposito, quanti sono?), diciamo quelli e quelle che sono nel giro “allargato” delle nazionali, non sono toccati da quanto dirò, ma sono convinto che, nella stragrande maggioranza dei casi, non vado troppo lontano dalla realtà.

Le nostre prime squadre sono o frutto di innesti provenienti da altre città che, per questo e per le immancabili problematiche economiche, non si allenano con continuità (possiamo ipotizzare una seduta settimanale con la squadra ed un paio individuali, con le ovvie limitazioni dell’allenarsi in solitaria), o sono formate da giocatori della stessa città, ma di diversa età, esperienza, qualificazione e talento, che è spesso difficile anche solo amalgamare, figuriamoci ipotizzare una crescita sportiva con 2 o 3 (quando va bene) sedute settimanali a disposizione.

Nelle giovanili, per problematiche legate a scuola, tempo libero, divertimento, impianti e… chi più ne ha più ne metta, credo che ipotizzare una media di 2 sedute settimanali sia una valutazione ottimistica.

Poi:

ad agosto, ma forse dalla metà di luglio, ci sono le, sacrosante, ferie estive e, per le festività natalizie, almeno altri 15/20 giorni di pausa.

Ed ancora, in ordine sparso:

le gite scolastiche, le riunioni in azienda, le interrogazioni, i turni e i doppi turni, insomma la scuola, il lavoro… la vita “fuori dal campo”.

A ben guardare i nostri “atleti”, sia seniores che giovani, fanno attività sportiva “in modo organizzato e finalizzato” (la definizione di allenamento) per non più di 6 o 7 mesi all’anno ed in questi mesi non certo tutti i giorni…

Ed allora: come possiamo definirli “atleti”?

Ho visto squadre amatoriali che si allenano e giocano (non continuativamente, è chiaro, d’altra parte sono “amatori”) per tutto l’anno.

Credo che, purtroppo, nel nostro baseball  e nel nostro softball, tra gli “agonisti” e gli “amatori” non ci sia, in fondo, quella grande differenza.

Spero di sbagliarmi…

 

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Lun, 01/09/2014 - 01:30 -- Fabio Borselli

Ho trascorso un “fine settimana lungo”, in casa della squadra di softball delle JOUDRS, a Praga.

L’occasione è l’accesso della mia squadra alla FINAL FOUR della COPPA ITALIA softball di serie A2:

abbiamo stipato in due minibus tutto l’occorrente per quattro giorni di softball e siamo partiti, alla ventura, destinazione, come detto, Repubblica Ceca.

Grazie alla collaborazione dell’amica Eva Rychtaříková, coach del gruppo JOUDRS e della nazionale Ceca, dopo una dozzina d’ore di viaggio ci siamo potuti “acquartierare” all’interno di una delle palestre della struttura gestita dal club.

L’impianto è una delizia:

due campi regolamentari, dotati di tribune e tribunette, bull-pen, gabbie e tunnel di battuta (ne ho contati almeno una diecina), ma anche un campo in sintetico polifunzionale e multisport, foresterie, tre palestre attrezzate e una accogliente club-house…

Il tutto situato accanto ad un complesso scolastico e di libero accesso agli abitanti.

Siamo rimasti per quattro giorni ed abbiamo giocato quattro partite, occupando, mattina, pomeriggio e sera il campo centrale e non c’è stato momento in cui l’altro campo, quello sintetico e le gabbie di battuta non fossero affollate di atleti al lavoro, maschi e femmine, bambini ed adulti, in un incessante viavai “tutto softball”.

In ogni gara disputata abbiamo avuto una coppia di arbitri “veri”, in alta uniforme, che ci hanno fato sentire il “clima gara” alla perfezione.

Oltre al softball abbiamo anche fatto i turisti, il centro di Praga è a 15 minuti di auto e facilmente raggiungibile con i mezzi pubblici.

Devo dire che siamo partiti un po’ preoccupati, sia dalla distanza che dalle possibili difficoltà, ma che, vista l’esperienza, se fosse possibile, ripartiremmo subito!

Parlando con Eva è venuto fuori che il team JOUDRS, il cui sito web è raggiungibile a questo indirizzo, è disponibile per partnership e scambi con squadre italiane e può offrire sistemazioni confortevoli ed economiche (per altre informazioni contattare il sottoscritto o direttamente il club).

Pubblico la foto del gigantesco cartellone pubblicitario che occupa tutta la facciata di un palazzo per dare un’idea di quanto il club ed il softball siano profondamente radicati all’interno del quartiere che li ospita.

Eravamo in Repubblica Ceca, Europa, praticamente dietro casa, ma per quattro giorni ci siamo sentiti in America…

 

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Lun, 25/08/2014 - 22:45 -- Fabio Borselli

Ho la fortuna ed il privilegio di poter guidare una rappresentativa nazionale:

quest’anno, nell’ambito del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, ho gestito un team interamente formato da “mini atlete” nate negli ani 2002 e 2003.

La squadra ha partecipato al “European Massimo Romeo Youth Tropy”, manifestazione riservata a compagini “under 13”.

Osservando queste giovanissime ragazze (che chiamare atlete è, quantomeno, prematuro) ho avuto modo di riflettere su tantissimi aspetti del loro approccio allo sport che meritano attenzione e che, fino ad ora, avevo considerato marginali o non considerato per niente.

Non mi ero mai soffermato sul rapporto tra giocatore, regole ed arbitro, per esempio, considerandolo, a torto, come una sorta di fatto privato del giocatore che, pensavo, con l’età e l’esperienza, deve riuscire a gestire e controllare.

Mi sono accorto che non è proprio così… O che almeno non è così semplice.

I bambini, è risaputo ed ampiamente dimostrato, possiedono un naturale senso della giustizia.

Lo si vede da come reagiscono se e quando un compagno non rispetta le regole di un gioco o quando vengono sgridati per qualcosa che non hanno commesso.

Crescendo, le influenze di chi o cosa li circonda possono rinforzare questo senso del giusto o, allo stesso modo, indebolirlo: dipende in massima parte dall’esempio dei genitori, degli educatori, degli insegnanti…

Se, per esempio, di fronte ad un brutto voto il genitore dice: “Non preoccuparti, parlo io con l’insegnante” trasmette al figlio la convinzione che, per “farcela”, nella vita è lecito chiedere dei favori, trovare delle corsie preferenziali, eludere le regole.

Lo sport, con le sue regole “certe” è, sicuramente, un mezzo ideale per rinforzare il senso di giustizia.

Per i bambini la presenza dell’arbitro, che non è necessaria nei giochi spontanei (situazioni nelle quali “chi non rispetta le regole” viene emarginato ed allontanato dal gioco) è la GARANZIA che non verranno commesse ingiustizie, che nessuno prevarrà perché alza la voce.

Baseball e softball hanno bisogno degli arbitri: senza non si gioca… Ma quando si pensa allo sport si pensa allo sport degli adulti e al patrimonio esperienziale che questa definizione si porta dietro:

per un arbitro che valuta i lanci dietro casa base ci sono innumerevoli cose da considerare:

la palla in arrivo ha un effetto, una rotazione; la lanciatrice ha delle sue “tendenze ed abitudini”; il catcher può “aiutare” la percezione del lancio; il battitore con il suo approccio può “influenzarne” la valutazione… E potrei andar avanti.

Di fatto non c’è nulla di personale nel rapporto tra arbitro ed atleta:

la sfida è con l’abilità dell’avversario ed anche se dopo una chiamata non condivisa si rivolge in modo brusco all’arbitro, sotto sotto c’è la consapevolezza che l’avversario è stato più bravo (o almeno mi piace pensare che sia così).

Per i bambini, invece, l’arbitro è il GARANTE delle regole e non PUO’ e non DEVE sbagliare:

chiamare un lancio “strike” quando al giocatore SEMBRA “ball” è un offesa personale e delegittima il ruolo di GIUDICE IMPARZIALE che il gioco gli riconosce.

La possibilità che l’arbitro possa sbagliare non è contemplata.

Il problema sembra senza soluzione…

Ma, forse, diventando consapevoli del senso di giustizia e dell’approccio al gioco dei bambini è possibile, quantomeno, cambiare il proprio punto di vista:

da allenatore ho capito che i bambini provano a fare quello che gli chiedo e che devo usare indicazioni, prescrizioni e parole il più precise possibili, perché queste verranno prese “alla lettera”.

“Gira la mazza solo quando il lancio è strike” non è un’indicazione precisa se non ho definito cosa vuol dire “strike” e, soprattutto, se non ho trovato il modo di far comprendere che la valutazione non è oggettiva ma soggettiva (cosa per niente facile da far capire ad un bambino visto che la sua visione del mondo è IO-CENTRICA).

Quello che posso consigliare agli amici arbitri è di “prendersi del tempo in più” e di pensare che una loro chiamata, di qualsiasi tipo, giusta o sbagliata che sia, ha un peso ed un significato diverso se fatta nel “mondo degli adulti” od in quello dei bambini.

In definitiva, anche se può essere difficile farselo piacere, penso che, nel confrontarsi con la FIGURA ARBITRO, l’atleta adulto prova ad influenzarne il giudizio mentre un bambino GIUDICA la persona.

 

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The Doors of Perception

Dom, 17/08/2014 - 17:02 -- Fabio Borselli

Preferisco non andare nel box del suggeritore di terza base se devo dirigere la partita da manager, come ampiamente spiegato nel mio post “Il Manager in panchina”, ma se capita cerco di limitare il più possibile le indicazioni di tipo tecnico, le correzioni e le prescrizioni (anche questo l’ho già scritto: “Cosa dovrei dire?”).

Nella settimana appena trascorsa ho avuto la possibilità d osservare da una posizione privilegiata, quella di manager di una delle rappresentative del Progetto Verde Rosa della Federazione Italiana Baseball e Softball, i comportamenti dei suggeritori delle squadre giovanili di nazionalità diverse:

quello che ho visto rafforza, in modo deciso, le mie convinzioni.

Le informazioni che arrivano al cervello passano abitualmente per quelli che si definiscono “canali percettivi”.

Se escludiamo la memoria, che fornisce informazioni già archiviate, generalizzando, si possono identificare tre canali percettivi:

il canale cinestetico, che riceve informazioni dagli organi del gusto, dell’olfatto, del tatto e da una serie di analizzatori “interni” (equilibrio, tensione muscolare, ecc…), il canale uditivo, che raccoglie informazioni di tipo sonoro ed, infine, il canale visivo, che, come è facile intuire, processa quanto gli occhi vedono.

Quando il battitore si appresta ad entrare nel box di battuta il suo cervello, teoricamente, dovrebbe entrare in una modalità di “percezione” delle informazioni che privilegi l’acquisizione di quelle necessarie all’esecuzione del compito.

Di fatto, per “vedere la palla” e “colpire la palla”, quanto arriva dal canale sonoro è irrilevante, mentre sono funzionali alcune informazioni cinestetiche e, soprattutto, sono indispensabili le informazioni che passano per gli occhi.

Si può tranquillamente affermare che, dal punto di vista delle percezioni,  quello che si chiede ai battitori è di spostare il proprio focus percettivo verso le informazioni visuali, di tenere in memoria alcune informazioni cinestetiche e di escludere il sonoro, perché non necessario.

Naturalmente questa operazione di “taglio delle frequenze” inutili è tanto più facile quanto più l’atleta è esperto, maturo e capace di concentrazione.

Va da se che nei bambini e nei giovanissimi le “interferenze percettive” sono all’ordine del giorno.

In questa logica mi chiedo se il “sottofondo sonoro” che arriva dalla panchina e dal box de suggeritore sia utile al battitore.

Mi spiego meglio:

se gli atleti sono alla ricerca di quello status percettivo che privilegi al massimo il recettore visivo, per quale motivo interrompere questa modalità chiedendogli di riaprire il canale uditivo per, spesso, sentirsi “solo” dire che “devono vedere bene la palla”?

Come ho già detto cerco di parlare poco quando il battitore è “nel turno”, anche perché, ne sono convinto, se ha seguito le istruzioni, le sue orecchie “non ricevono”

 

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Lun, 11/08/2014 - 07:30 -- Fabio Borselli

Mi piacciono i motti e le citazioni.

Mi piacciono perché, se utilizzati a proposito, possono diventare degli ottimi “reminders” ed aiutare gli atleti (… e qualche volta anche gli allenatori…) a rifocalizzare il proprio pensiero, a tornare in partita o, più semplicemente, per ricordare perché si è lì, in quel momento.

Non mi piacciono, invece, le regole assolute, specie quelle che “sono scritte nella pietra”.

Non mi piacciono perché impediscono di pensare, di cambiare.

Non so se l’affermazione: “se vinciamo ha vinto la squadra, se perdiamo ha perso l’allenatore”, sia un motto, una citazione di qualcuno o un qualcosa “scritto nella pietra”, ma in ogni caso, è una frase che detesto e che non condivido assolutamente.

Sono convinto che la SQUADRA, come entità, sia composta da ben più che un insieme di atleti che, più o meno, giocano insieme.

Gli allenatori, gli accompagnatori, i dirigenti, financo i genitori ed affini fanno, con peso ed influenze diverse, parte della SQUADRA nella sua interezza.

La SQUADRA è, secondo me, un organismo vivo, che affronta le gare in modo compatto, con ognuna delle sue componenti che devono dare il meglio per ottenere la migliore prestazione.

Per me, che faccio l’allenatore, non è possibile ignorare che la performance del mio team sarà influenzata, oltre che dalla tecnica e dalla tattica, anche dal mio comportamento, dalle mie decisioni e dal mio umore.

Allo stesso modo, magari in misura più diluita e stemperata, ma senza dubbio comunque rilevante, l’atteggiamento dell’entourage della SQUADRA, potrà determinare, in positivo od in negativo, la prestazione.

Per questo sono profondamente convinto che la SQUADRA vince o perde, comunque, unita.

L’affermazione che i giocatori possono “solo” vincere, mentre a perdere è “solo” l’allenatore è, oltre che lontana dalla realtà, anche un modo per “costruire degli alibi” agli atleti che non condivido.

L’atleta, quello maturo, ma anche i giovani, pur peccando spesso di ipercriticismo verso se stessi, sono quasi sempre consapevoli di quello che ha portato alla vittoria o di ciò che ha causato la sconfitta:

Cercare di “nascondere” meriti e responsabilità non aiuta il giocatore ad aumentare la propria capacità di lettura della situazione , soprattutto, non lo indirizza verso la comprensione del suo ruolo nella gara, anzi minimizza il suo impatto “scaricando” le responsabilità su altri.

Come allenatore commetto degli errori, allo stesso modo degli atleti.

Come allenatore capita di avere la possibilità, allo stesso modo degli atleti, di poterli correggere.

Qualche volta questo, invece, non è possibile…

Come allenatore mi è capitato, e mi capiterà ancora, di prendere decisioni che hanno aiutato a vincere la partita, oppure di aver contribuito, con le stesse decisioni, a perderla.

Allo stesso modo questo succede ai giocatori..

L’idea di SQUADRA, intesa come un insieme funzionale di persone che cercano di raggiungere lo stesso obiettivo, secondo me, poco ha a che fare con le frasi di circostanza.

 

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