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Chi raccoglie la mazza?

Lun, 21/07/2014 - 07:53 -- Fabio Borselli

Il battitore ha appena colpito la palla e sta correndo verso la prima base.

La mazza è a terra, vicino a casa base.

Una volta che tutti i giochi sono stati fatti chi raccoglie quella mazza?

L’opzione migliore sarebbe disporre di un bat-boy, addetto al recupero dell’attrezzo ma, diciamocelo, nel softball, i bat-boys sono merce rara…

Ecco che, troppo spesso, è il battitore successivo che esce dal “cerchio” dove si stava preparando per il proprio turno, si avvia al piatto, raccoglie la mazza, la porta in panchina (oppure la passa al nuovo “battitore successivo”) per poi tornare, di nuovo, verso casa base per affrontare la lanciatrice avversaria.

Come tutti i battitori imparano  proprie spese, l’esito di ogni singolo “at bat”, dipende da una serie di fattori che, purtroppo, non sono limitati solo alla tecnica ed all’abilità nei fondamentali:

l’approccio mentale, la gestione dell’ansia, la capacità di focalizzazione, la capacità di resettare quando lo swing non ha avuto successo, sono solo alcuni di questi componenti “non tecnici”.

Per questo motivo ogni battitore sviluppa (o dovrebbe sviluppare) delle proprie “routines” di avvicinamento e preparazione al turno di battuta:

una serie di gesti, pensieri, movimenti e, perché no, luoghi che possano aiutare a gestire l’ansia e la pressione.

Giocatori e giocatrici impiegano molto tempo per capire la necessità delle “routines” e ne impiegano ancora di più per sviluppare la propria o lo proprie:

non ci sono regole, non ci sono cose che funzionano per tutti, l’unico modo per verificarne l’efficacia e provare…

In questa logica, ne sono convintissimo, il tempo che il battitore passa nel “cerchio” e quello che fa e che pensa in quei momenti, è importantissimo, direi decisivo, per l’esito del turno di battuta.

Rompere il ritmo dei pensieri, cambiare oggetto del proprio focus può essere devastante, ecco perché NON VOGLIO che il battitore nel cerchio vada a raccogliere la mazza del compagno!

Ma allora, chi raccoglie la mazza?

Come ho già detto non si possono insegnare le “routines”: si può aiutare l’atleta a capire quello che lo aiuta e quello che, invece, non lo fa, ma una “routine” efficace nasce dall’interno, dall’intimo di ogni giocatore.

Si può, invece, fare in modo che ci sia una “abitudine di squadra” per avvicinarsi al box di battuta:

il primo battitore dell’inning deve essere molto rapido, non appena torna nel dug-out ed i compagni in panchina devono fargli trovare pronta la mazza, il caschetto, i guantini e tutto quello che gli serve, la sua attenzione deve focalizzarsi, istantaneamente, sulle proprie “routines”, in modo da non arrivare al piatto impreparato.

Il secondo battitore ha un po’ più di tempo e si sistema nel “cerchio” non appena inizia il gioco.

A quel punto il terzo deve essere già pronto, mazza, caschetto e tutto il resto e si deve posizionare sulla porta del dug-out, pronto ad uscire per raccogliere la mazza e suggerire se scivolare (e dove…) all’eventuale corridore che sta arrivando a casa base.

Il quarto battitore, infine, comincia il so percorso vero il piatto, indossando i suoi “abiti da battaglia” ed avvicinandosi all’uscita della panchina per prendere il posto del compagno che lo precedequando questi se ne andrà nel “cerchio”.

Con questo semplice accorgimento il “numero 2” del line-up, non sarà costretto ad interrompere la propria preparazione e potrà avviarsi al piatto, direttamente dal “cerchio”, nella migliore condizione per ottenere un “turno utile”.

Un ulteriore vantaggio è un “flusso di focalizzazione” che porta il battitore ad avvicinarsi al piatto seguendo una progressione fatta di step sempre più vicini “al centro del gioco”:

mi preparo, vado alla porta pronto per suggerire e recuperare la mazza, entro in campo e vado nel “cerchio” ed, infine, vado nel box.

Questa “routine di squadra” non si può improvvisare e deve essere costruita in allenamento.

Quindi, per concludere, la risposta alla domanda “chi raccoglie la mazza?” è:

assolutamente NON il battitore successivo, ma quello seguente, che per questo è “appostato” sulla porta del dug-out.

 

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Lun, 07/07/2014 - 07:59 -- Fabio Borselli

Rubo il titolo di questo post agli Utopia, la rock band guidata da Todd Rundgren: l’album in questione è uscito nella mia, ormai lontana, adolescenza e l’ho suonato, a tutto volume sul mio giradischi, per tantissimo tempo.

Da allenatore ho spesso la sensazione di essere, purtroppo, sul pianeta sbagliato...

Io sono un allenatore “severo”… dicono, e forse lo sono davvero...

Prima di tutto vorrei fare una digressione:

se li Interroghiamo sul perché abbandonino la pratica agonistica i nostri giovani, statisticamente, nei due terzi dei casi, ci forniranno motivazioni legate allo studio ed alla mancanza di tempo.

Queste stesse “scuse” (magari artisticamente arricchite) sono le stesse che ci vengono propinate quando gli atleti devono saltare le sedute di allenamento o, addirittura, le gare.

Specialmente quelle legate alla scuola…

C’è una leggenda, perché di leggenda si tratta, secondo me, che tra sport agonistico e carriera scolastico/universitaria ci sia incompatibilità.

Purtroppo c’è, invece, una sorta di “patto scellerato” sancito tra figli e genitori (in cui i figli sono la parte lesa) che si può riassumere con la frase:“se vai bene a scuola... allora...”

In questo “accordo scolastico”, però, non c’è nessun accenno alle aspirazioni del giovane (inteso come individuo) ed alle sue necessità, non c’è, soprattutto, nessun accenno al valore del tempo ed al suo utilizzo come mezzo per la realizzazioni delle stesse aspirazioni.

In questo patto che fine fa il talento di ognuno? O i sogni? O la, passatemi il termine, discrezionalità?

Mi viene da alzare gli occhi al cielo mormorando: “se le persone (e la loro individualità) contassero veramente e le loro qualità venissero coltivate…” Allora, forse, i genitori  potrebbero cercare di capire le inclinazioni dei propri figli e potrebbero aiutarli ad indirizzare le loro energie per coltivarle.

Invece, troppe volte, si sente dire: “Mi basta che…”

E questo sostituisce le idee, i sogni e nessuno, o molto pochi, predicano il “se lo vuoi DEVI provare a farlo”, anzi, le sfide “non importanti” sono viste come una cosa da evitare, da scansare.

In questa logica lo sport “minore”, quello “povero”, che non garantisce la pagnotta a “quelli bravi” è visto come una perdita di tempo e si fa, si pratica fino a che non “ruba tempo alle cose davvero importanti”.

Ho visto, in questi anni, lanciatrici, catcher, interbase, che avrebbero potuto vivere una FELICE “carriera da atleta non professionista”, immolate sull’altare della “laurea a tutti costi”, finire prigioniere in vite da ufficio che non volevano e che continuano a non volere, sognando scivolate e terra rossa.

Non si pensi che non credo nel valore di una carriera accademica, che non abbia fiducia nella scuola, che pensi che la cultura non sia importante.

Ma credo anche che, in fondo, come non tutti possono giocare in seconda base, non tutti debbano, per forza, studiare medicina:

meglio una persona felice, che pensa con la propria testa e che prova a cambiare il mondo che lo circonda cercando di rendere felice chi gli sta vicino, che fa un lavoro che lo soddisfa e lo realizza, che un medico “per forza”, che sarà, alla fin fine, oltre che una persona triste, anche un pessimo medico.

Detto questo, anzi, proprio per questo io sono un allenatore “severo”!

Sono severo perché sono molto esigente, perché non tollero scelte fatte a metà, perché non ascolto giustificazioni figlie del “potevo ma non voglio”, perché voglio che se qualcuno ha dei sogni faccia di tutto per raggiungerli.

Sono severo perché credo che si possa studiare (imparare a guidare il trattore, allevare le api, suonare uno strumento…) e, contemporaneamente, allenarsi per diventare catcher (esterno destro, prima base…).

Sono severo perché i sogni degli atleti diventano i miei sogni e non gli permetto di dimenticarli.

Sono severo perché, alla fine, voglio, anzi PRETENDO, che ognuno provi ad essere il giocatore migliore che può essere, senza scuse, giustificazioni o autoindulgenza.

Poi.. che allenare significhi, troppo spesso, scendere a compromessi... è, purtroppo, un’altra storia…

 

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Lun, 30/06/2014 - 10:29 -- Fabio Borselli

Oltre ai “dolori da acido lattico” (argomento già affrontato nel post “Tutta colpa dell’acido lattico?”) ci sono un paio di altre affermazioni che sembrano essere “scritte nella pietra”:

la prima è "veloci si nasce" e l’altra, direttamente collegata è “non si può allenare la velocità”, Il tutto nonostante la ricerca scientifica dimostri che le cose non stanno proprio così…

Prima di tutto vorrei elencare, senza eccessivi tecnicismi, alcuni dei fattori che risultano allenabili della velocità, o per meglio dire della “rapidità impulsiva”:

TEMPO DI LATENZA DELLO STIMOLO NERVOSO

Di fatto è il tempo che separa lo stimolo dalla risposta.

Fase sensibile (cioè il lasso temporale in cui si possono, realmente apportare modificazioni durature) dai 6 ai 10 anni.

Studi e ricerche attestano che  per effetto dell'allenamento, il processo della stimolazione trasmessa verso gli organi periferici recettori si organizza in modo intelligente. Gli impulsi “imparano” ad utilizzare “strade” più brevi in funzione dell'esigenza neuro-motoria.

VELOCITA’ DI TRASMISSIONE DELL’IMPULSO

Che deve vincere “resistenze minori” per effetto delle trasformazioni, indotte dall’allenamento, a carico delle guaine mieliniche che registrano un miglioramento delle proprie “capacità isolanti” permettendo, oltre ad una maggior efficienza del sistema di trasmissione, una maggiore “pulizia” degli stimoli trasmessi attraverso di esso.

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA DEL MUSCOLO

Ci sono in proposito diverse teorie, più o meno accreditate, più o meno verificate, ma sembra appurata l’esistenza di un “trend di specializzazione muscolare" indotto dall'allenamento prolungato e selettivo.

E’ dimostrato, infatti, che le fibre bianche (veloci) possono "degenerare" in fibre più vascolarizzate ma lente e che atleti capaci di espressioni di forza esplosiva ne abbiano, invece, un numero superiore alla media (anche se, in questo caso, non è dimostrato che  patrimonio individuale di fibre bianche possa essere modificato).

MODIFICAZIONI NELLA COMPOSIZIONE DELLA STRUTTURA TENDINEA

L’allenamento aumenta la resistenza e la sezione trasversale del tendine, oltre che la sua lunghezza (aumento del numero dei sarcomeri in serie) modificando le proprietà visco-elastiche, e quindi la capacità di immagazzinamento e restituzione dell'energia elastica quando si eseguono movimenti di rapidità-esplosiva.

CAPACITA’ DI CONTRAZIONE/DECONTRAZIONE

È possibile rendere più efficiente  la capacità di calibrare e regolare il contributo dei singoli distretti muscolari al movimento, diminuendo la resistenza dei distretti muscolari non coinvolti direttamente nell'esecuzione del movimento stesso.

CAPACITA’ DI RECLUTAMENTO E SINCRONIZZAZIONE

L’attività muscolare segue la legge del TUTTO O NULLA:

la stimolazione dell’unità neuromotoria è sempre massimale, quelli che varia è la frequenza di stimolazione ed il numero delle unità reclutate.

L’allenamento rende possibile il miglioramento sia del RECLUTAMENTO SPAZIALE  che passa da un  parziale del 30-50% delle unità disponibili a quello completo, con proporzionale incremento della forza, sia del RECLUTAMENTO TEMPORALE, che è la capacità di reclutare contemporaneamente tutte le unità coinvolte.

La SINCRONIZZAZIONE è, invece, definita come la capacità di ottenere il massimo reclutamento istantaneo delle fibre ed è fondamentale nelle attività di forza esplosiva.

FORZA ESPLOSIVO/ELASTICA

L'aumento della sezione trasversale (fino ad un certo limite strutturale) e quindi del peso, delle fibre muscolari bianche, rende possibile l’incremento della potenza tramite l’incremento di forza prodotta.

Naturalmente è necessario che all’aumento di forza non corrisponda una diminuzione significativa della velocità di esecuzione.

CAPACITA’ TECNICA E COORDINAZIONE

L’allenamento migliora sicuramente l'equilibrio nei movimenti e rende possibile la ricerca del miglior utilizzo delle risorse energetiche disponibili in funzione della durata dello sforzo.

In conclusione:

  • non bisogna limitare la definizione di VELOCITA’ solo ed esclusivamente alla capacità di corsa, ma estendere il concetto a tutte le espressioni di forza veloce che sono coinvolte nelle varie discipline sportive.
  • Le doti naturali, cioè i parametri biometrici, come le leve ossee, le inserzioni tendinee e gli angoli lombosacrali, sono un fattore importantissimo per la velocità, ma per il loro essere legate alla genetica, sono, purtroppo, non modificabili.
  • L’allenamento strutturato può modificare, invece, una serie di parametri che permettono di rendere “più rapida ed efficiente” l’esecuzione IN VELOCITA’ dei gesti tecnici propri dello sport

Credo che se “velocisti si nasce”, sicuramente è possibile “diventare più veloci” e che allenare la velocità è cosa possibile, anzi imprescindibile, specialmente se si parla di bambini.

 

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Un inning alla volta…

Lun, 23/06/2014 - 07:51 -- Fabio Borselli

Si dice talmente spesso, tanto spesso che è diventato un luogo comune:

si gioca un lancio alla volta, un battitore alla volta, un eliminato alla volta…

Di fatto è un’affermazione assolutamente giusta e condivisibile, anzi, se applicata è LA filosofia di fondo di baseball e softball:

si gioca nel presente, qui ed ora, senza pensare a quello che è successo prima, un lancio alla volta, appunto.

Molto facile da dire.

Molto difficile da mettere in pratica.

I giocatori, specie se giovani, specie se non molto esperti, si lasciano “trascinare dagli eventi” al punto che la propria prestazione è condizionata non solo da “quello che stanno facendo” ma, anche, da quello che “stanno facendo gli altri” (arbitro, compagni di squadra, avversari…).

Capita, perciò, che un brutto inizio di partita o un inning “storto” faccia “andare in barca” tutta la squadra, che non riesce a reagire e non riesce a superare il momento.

Mi è capitato, molto più spesso di quanto mi sarebbe piaciuto, di trovarmi in questa situazione.

Per prima cosa il dire “giochiamo un inning alla volta” non basta. Non basta perché il tabellone incombe, laggiù a fondo campo, e gli innings sono sette… non uno.

Ecco, allora, un piccolo espediente che ho utilizzato per “obbligare” la squadra ad “abbassare la testa”, circoscrivere l’orizzonte e giocare, davvero, un inning alla volta.

Abbiamo stabilito, insieme, durante gli allenamenti, che avremmo giocato (ogni volta che affrontavamo l’avversario) sette partite e che ciascuna sarebbe durata una sola ripresa. Per vincere una di queste “mini-partite” si dovevano fare gli stessi oppure più punti dell’avversario. In pratica si vinceva l’inning anche pareggiandolo.

Per rinforzare il concetto e dargli forza abbiamo anche organizzato il nostro “tabellone da panchina”:

un grande foglio bianco, strutturato come un vero tabellone segnapunti, ma che aveva una riga in più, quella per indicare, sotto ogni ripresa, se in quell’inning avevamo vinto o perso.

Nelle prime uscite del nostro tabellone “fatto in casa” qualche giocatrice si guardava intorno imbarazzata, cogliendo qualche sguardo stupito degli avversari, ma, piano piano il gioco ha cominciato a funzionare:

l’obiettivo iniziale era quello di riuscire a vincere almeno un inning.

Poi siamo passati a cercare di vincerne quattro, uno in più degli avversari.

Naturalmente, considerando come vittoria anche il pareggio, capitava che si riuscivano a vincere le quattro riprese, ma che non si riusciva a vincere la partita (quella ufficiale).

Aldilà di questo, il risultato è stato che la squadra, tutta, senza distinzioni, ha cominciato veramente a giocare “inning by inning”.

C’è stato, addirittura, un periodo nel quale, giocando il “doppio incontro”, il tabellone di squadra era fatto di quattordici inning in successione e nessuno si poneva il problema di quale fosse il risultato alla fine di “gara uno”.

Questo “giochetto” è durato, più o meno, una stagione, iniziando alla fine di un campionato e proseguendo nel successivo.

Poi, piano piano, la squadra ha smesso di averne bisogno:

il concetto di giocare una ripresa alla volta è diventato normale ed automatico, tanto che, a distanza di anni le giocatrici continuano, nei momenti topici delle partite, a dire di giocare per “vincere questo inning”

Naturalmente, come in tutte le cose che si fanno con le squadre di softball, bisogna che tutto l’entourage della squadra sia coinvolto e convinto di quello che si sta facendo. Questo piccolo espediente, infatti, non avrebbe avuto nessuna possibilità di funzionare se tutto il gruppo di lavoro del team (me compreso) non ci avesse, davvero, creduto.

 

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Fumo e sport

Lun, 16/06/2014 - 07:49 -- Fabio Borselli

Per prima cosa:

Serie ricerche scientifiche hanno evidenziato una serie di verità assolute, basate sui fatti e sui risultati di studi accurati.

Fumare fa male, davvero male, non è una diceria.

I numeri relativi al problema fumo sono, a dir poco, spaventosi.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità, prevede che entro il 2030, annualmente, il tabacco ucciderà oltre 10 milioni di persone.

In Italia i fumatori al di sopra dei 15 anni sono circa 14 milioni, la maggioranza dei quali inizia prima dei 21 anni e consuma tra le 11 e le 20 sigarette al giorno. Sempre in Italia, si stima che il tabacco sia il responsabile di circa il 30% di tutte le morti per tumore, ovvero 45.000 decessi ogni anno.

Ad esse, si sommano 8.000 decessi l’anno per cause legate al fumo passivo, 10.000 morti per bronchite cronica ed enfisema polmonare ed un numero non trascurabile di decessi per infarto miocardico e altre patologie cardio e cerebro-vascolari.

Nel calcolo finale, relativo al nostro paese, si può affermare che muoiano, complessivamente, ogni anno, circa 80.000 persone per cause legate al fumo.

Lo ripeto, fumare fa male, davvero male, e non si dovrebbe fare.

Figuriamoci poi se si pratica sport.

Sport e fumo, oltre che per quanto detto sopra (e non è poco!) sono inconciliabili.

Per un atleta che viva lo sport come ricerca dei dei propri limiti e come confronto con le proprie potenzialità, infatti, fumare comporta, anche, una serie di problematiche fisiologiche legate alla prestazione che la condizionano negativamente:

  • Diminuzione della capacità di trasporto dell’ossigeno da parte dell’emoglobina.
  • Riduzione della capacità di lavoro prima dell’esaurimento delle energie fisiche.
  • Riduzione del volume massimo di  ossigeno trasportato ogni minuto.
  • Riduzione della massima ventilazione polmonare.

Fumare “toglie il fiato” e “taglia le gambe”, oltre ad innescare una serie di “debolezze strutturali”, come la minor resistenza a virus e malattie.

Sarò drastico, ma semplicemente:

non è possibile conciliare vizio del fumo ed allenamento di alto livello, vizio del fumo e ricerca della massima prestazione, vizio del fumo e pratica sportiva.

Chi fuma non si può, secondo me, definire ATLETA.

E non bisogna nemmeno cadere nel tranello del “se fumo POCO, allora…”

Non è così.

Serie ricerche condotte sia su atleti che su individui non sportivi e sedentari evidenziano un decremento fisiologico ed un abbassamento dei livelli prestativi già a partire dal consumo di  tre sigarette al giorno.

Il fumo è un problema, una piaga sociale, un vizio…

I miei atleti e le mie atlete, per esempio, sanno esattamente qual è la mia posizione, assolutamente intransigente e per nulla permissiva rispetto al vizio del fumo.

Purtroppo, nonostante questo, qualcuno fuma lo stesso…

Il mio approccio al problema è sempre stato quello di passare ai ragazzi ed alle ragazze le informazioni che possiedo ed invitarli a cercare di capire i termini della questione, senza fare terrorismo, naturalmente, ma facendo in modo che siano chiaramente al  corrente di quello che il fumare comporta.

Non so se in questo modo ho convinto qualcuno a non iniziare o a smettere, ma francamente lo spero.

 

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Open

Lun, 09/06/2014 - 09:32 -- Fabio Borselli

Grazie alla mia amica Simona, che me l’ha consigliato, ho letto OPEN di Andre Agassi.

Il libro altro non è che l’autobiografia, scritta con tono da romanzo, del grande tennista.

Devo dire che non sono un  grande appassionato di tennis, anche se mi affascina la “dimensione mentale” che, mi pare, domini ogni singolo incontro, infatti mi ritrovo, ogni volta che seguo una partita, ad analizzare le reazioni, soprattutto mentali, dei giocatori, di fronte alle situazioni che il gioco via via propone.

Questo (per ovvie analogie con il softball) per cercare di anticipare il raggiungimento del “punto di rottura” di ciascuno e capire le modalità e le strategie di riconoscimento, anticipazione e superamento dei “momenti di crisi” che atleti diversi mettono in atto.

Il libro di Agassi è, prima di tutto, un ottimo libro: ben scritto, appassionante, vero.

Il “messaggio” che il libro fa passare non è, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, una dichiarazione d’amore nei confronti del proprio sport, anzi è esattamente l’opposto.

Andre Agassi, “vittima” della predestinazione, costretto dal padre “allenatore autoritario” a diventare un tennista “per forza”, prima di accettare il proprio talento e diventare il campione che “doveva essere” racconta il suo ODIO per il tennis.

Un ODIO forte e potente che lo ha tenuto, per tutta la sua carriera, in bilico tra la vetta ed il baratro.

C’è una frase, nel libro, che mi ha colpito con una forza particolare:

è il racconto del primo successo ottenuto nel torneo di Wimbledon, la prima, a lungo cercata, vittoria in un torneo del Grande Slam da lui ottenuta.

Agassi dice:

“Vincere non cambia niente.

Adesso che ho vinto uno slam, so qualcosa che a pochissimi al mondo è concesso sapere.

Una vittoria non è così piacevole quant’è dolorosa una sconfitta”.

Credo che in questa affermazione ci sia una grande verità.

Credo che nello sport, in qualsiasi sport, sia davvero così.

Per quanto la vittoria, anzi, la strada che porta alla vittoria, sia esaltante ed emozionante, la gioia che si prova è comunque una gioia “a tempo”:

ecco che dietro i festeggiamenti appare già il prossimo obiettivo da raggiungere, la sfida successiva.

La sconfitta, invece, è devastante, fa male e lo fa a lungo, anzi, alle volte, fa così male che diventa impossibile da superare.

Nel libro non c’è solo questo, naturalmente.

È, lo ripeto, una bella storia che vale la pena leggere.

 

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Lun, 02/06/2014 - 09:17 -- Fabio Borselli

E aggiungo, dal profondo, meno male!

Nei giorni scorsi mi sono imbattuto in un incontro di tennis valido per il torneo femminile di Parigi:

in campo, per il secondo turno, la numero uno delle classifiche Serena Williams opposta alla giovane spagnola Garbiñe Muguruza, di dodici anni più giovane e, soprattutto, molto indietro, rispetto a lei, nel ranking.

Apparentemente una partita scontata.

Niente di più sbagliato!

La giovane atleta spagnola, poco a poco, ha preso “in mano” la situazione ed, inaspettatamente, in un tempo brevissimo, ha costretto alla resa l’atleta più esperta e più forte di lei.

Seguire l’incontro con l’occhio dell’allenatore mi ha permesso di tentare di capire le motivazioni di questa debacle da parte di un’atleta che, credevo, non avrebbe avuto problemi a vincere.

Per prima cosa, devo dire che la Muguruza ha giocato bene!

Ha sbagliato poco, anzi pochissimo e, cosa più importante, non ha subito il gioco dell’avversaria, cercando di attenersi al proprio piano e continuando a giocare per mettere in difficoltà l’avversaria, senza nessun timore reverenziale.

La Williams, al contrario, ha sbagliato molto.

C’è stato un momento della partita in cui ad una delle giocatrici, apparentemente, riusciva tutto facile, semplice e fluido.

Dall’altra parte, invece, le cose non funzionavano ed ogni colpo, anche quello più semplice, pareva destinato a fallire.

Sono rimasto affascinato da questa vera e propria “discesa negli inferi”

Mi sono trovato a riflettere sul come e quante volte sia successo anche alle squadre, alle atlete che alleno, di vincere o perdere in maniera inaspettata. Mi sono anche trovato a riflettere sul come fare per far cambiare direzione a quelle che, improvvisamente, diventano “giornate storte”, in cui tutto comincia ad andare per il verso sbagliato.

Osservando la partita di tennis con l’occhio distaccato, che spesso non è possibile tenere quando si è emotivamente coinvolti una gara, ho notato come, nonostante ogni tentativo, la giocatrice migliore abbia cominciato a dubitare proprio di quello, del suo essere migliore:

l’avversaria, forse perchè consapevole della propria inferiorità ha dato fondo alle sue abilità, inseguendo ogni palla, non rinunciando mai a rischiare e non permettendole di “segnare un punto facile”.

Serena Williams ha perso la partita perché ha “perso la testa”, secondo me.

Ha perso perché ha cominciato a dubitare del suo tennis, della sua abilità…

Fino ad arrivare alle lacrime (a stento trattenute) quando i suoi colpi vincenti uscivano, per un soffio, dal campo.

Questo atteggiamento, di “sentirsi perseguitata, anche, dalla sfortuna”, ha accelerato la fine dell’incontro.

Credo che ad ogni allenatore sia capitato di vedersi sfuggire una partita meticolosamente preparata perché non è riuscito a gestire la “consapevolezza” della propria squadra.

Credo anche che non ci siano “ricette preconfezionate” per risolvere questa situazione.

Sono profondamente convinto che nello sport (qualora ci fossero stati dei dubbi) l’ottenere risultati d’eccellenza, sia in termini di risultati che di prestazione, sia una “questione mentale”.

Da allenatore, credo che il nocciolo della questione sia quello di trovare la giusta chiave di lettura per aiutare atlete ed atleti a giocare sempre al massimo delle proprie possibilità, sia che l’avversario da affrontare sia più forte sia che sia, apparentemente, più debole.

E questa, in fondo, è l’essenza dell’allenare.

 

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Lun, 26/05/2014 - 09:03 -- Fabio Borselli

Mercoledì 28 maggio Softball Inside pubblicherà la striscia numero 50 di CASA BASE.

A dire il vero le strisce pubblicate a quella data non saranno 50, ma 56… includendo nel conto quelle “speciali” e “fuori serie” che, via via, sono state realizzate per “enfatizzare” situazioni particolari.

Siamo stati a lungo indecisi sul come e quando festeggiare il compleanno di CASA BASE.

La prima striscia è uscita il giorno 8 maggio 2013 e avremmo potuto usare quella data come ricorrenza.

Siamo però appassionati di fumetti ed accaniti lettori…

Per una pubblicazione a fumetti “tradizionale” raggiungere i 50 numeri pubblicati è un bel traguardo e lo stesso è, certamente, anche per una pubblicazione on-line.

Spesso, anzi spessissimo, molte serie di COMICS non ce la fanno…

Per noi essere arrivati a 50 vuol dire che la nostra idea è ancora viva, vegeta ed in crescita.

Ed ecco che con l’uscita del FATIDICO NUMERO 50 vogliamo raccontarci e raccontarvi quello che è stato il passato e quello che sarà il futuro di CASA BASE.

Per prima cosa stiamo preparando un regalo per i nostri lettori:

entro breve tempo (2/3 settimane, più o meno) sarà possibile scaricare dal sito SOFTBALL INSIDE una pubblicazione in formato PDF contenente tutte, proprio tutte, le strisce pubblicate fino alla “numero 50”. Una sorta di raccolta antologica che, speriamo, in futuro, possa lasciare il formato elettronico e migrare su carta…

Naturalmente non faremo mancare le informazioni al riguardo.

Prima di “guardare indietro” e raccontare il passato vorremmo, poi, aprire uno “spiraglio sul futuro”:

da mesi, ormai, stiamo lavorando a qualcosa che inserisca gli “scassatissimi” ATOMICS in un contesto un po’ più ambizioso e coinvolgente della singola striscia… E’ un progetto molto ampio e non di semplice realizzazione… Ne riparleremo, sicuramente.

Ma oltre a quello che i suoi autori pensano “DI” e “SU” CASA BASE, vorremmo anche utilizzare la ricorrenza del 50esimo numero per raccontare quello che è successo fino ad ora:

siamo partiti quasi per scherzo (e, aggiungerei, in sordina) molto determinati  ma anche molto intimoriti dalla possibile accoglienza: “c’è spazio per una striscia a fumetti sul baseball fatta in Italia?” era la domanda che ci facevamo tutti i giorni.

Ed ecco che, praticamente da subito, sono arrivate innumerevoli attestazioni di stima e tanti incoraggiamenti.

Ci siamo accorti che il nostro umorismo sul baseball funzionava e che piaceva.

È arrivata (accolta da gioia e sorpresa) la richiesta di collaborazione dal comitato regionale della FIBS Toscana che, insieme al comitato “Baseball a Lucca Comics”, ci ha permesso di portare alla Kermesse lucchese i nostri personaggi confezionati in una pubblicazione cartacea.

E CASA BASE piaceva, piaceva sul serio…

Poi, è successo che il sito italiano GRANDESLAM, ha cominciato a riproporre le nostre strisce, credendo in noi ed aiutandoci a diffonderle sempre di più presso gli appassionati.

Ed ancora ecco che anche l’amico Paolo Castagnini ha cominciato ad ospitarci all’interno del suo BASEBALLONTHEROAD... Ed anche questo ci ha portato ad aumentare il “giro” di chi apprezza CASA BASE.

Recentemente un nuovo amico, Peter Shiller, web master del sito americano BASEBALL REFLECTIONS ha deciso di proporre CASA BASE ai suoi lettori. Abbiamo quindi “ricominciato da capo”, traducendo le strisce in inglese ed abbiamo “invaso” gli Stati Uniti…

Infine BASEBALLMANIA, altro sito italiano dedicato al baseball, fa rimbalzare, settimanalmente, ai suoi frequentatori, le avventure della squadra degli ATOMICS.

Nel frattempo, per conto nostro, abbiamo “messo su” anche una pagina FACEBOOK

Insomma, che dire?

Per una avventura partita quasi per scherzo ci sembra che CASA BASE di strada ne abbia fatta diversa…

Ancora ne vuole fare.

Rimanete con noi… sarebbe un peccato non esserci!

 

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Ancora sul primo soccorso

Il giorno dell’asciugamano

Ven, 23/05/2014 - 15:08 -- Fabio Borselli

Ci sono libri, romanzi, scrittori che, per motivi assolutamente indipendenti dalla nostra volontà e dalla loro effettiva “rilevanza qualitativa”, ci colpiscono come un maglio.

Ho letto, per caso, quasi 30 anni fa, nell’edizione curata da Urania, la “Guida Galattica per Autostoppisti” di Douglas Adams.

Da quel libro sono nati: una pentalogia, una serie televisiva, un film, un fumetto, un videogioco e miriadi di gadget… ma, soprattutto, da quel libro è, per me, nata una passione.

Di Adams ho, poi, letto tutto, anche le insane avventure di  Dirk Gently, proprietario di una improbabile Agenzia di Investigazione Olistica.

Douglas Adams ci ha lasciato l’11 maggio del 2001.

Due settimane dopo, il 25 maggio 2001, i fans di tutto il mondo hanno iniziato a ricordarlo con la celebrazione del “Towel Day”, il giorno dell’asciugamano.

Perché dedicare una giornata all’asciugamano?

L’asciugamano ha una importanza cruciale nel ciclo della Guida Galattica, anzi è l’accessorio più importante dell’autostoppista galattico, come ben spiegato dallo stesso Adams:

“L'asciugamano - dice - è forse l'oggetto più utile che l'autostoppista galattico possa avere.

In parte perché è una cosa pratica:

 ve lo potete avvolgere attorno perché vi tenga caldo quando vi apprestate ad attraversare i freddi satelliti di Jaglan Beta;

potete sdraiarvici sopra quando vi trovate sulle spiagge dalla brillante sabbia di marmo di Santraginus V a inalare gli inebrianti vapori del suo mare;

ci potete dormire sotto sul mondo deserto di Kakrafoon, con le sue stelle che splendono rossastre;

potete usarlo come vela di una mini-zattera allorché vi accingete a seguire il lento corso del pigro fiume Falena;

potete bagnarlo per usarlo in un combattimento corpo a corpo;

potete avvolgervelo intorno alla testa per allontanare i vapori nocivi o per evitare lo sguardo della vorace Bestia Bugblatta di Traal (un animale abominevolmente stupido, che pensa che se voi non lo vedete, nemmeno lui possa vedere voi: è matto da legare, ma molto, molto vorace);

inoltre potete usare il vostro asciugamano per fare segnalazioni in caso di emergenza e, se è ancora abbastanza pulito, per asciugarvi, naturalmente.”

Ma cosa c’entra Douglas Adams e l’autostop galattico con Softball Inside?

C’entra perché, lo si sarà capito, sono un fan irriducibile di Doug e della sua guida, ma c’entra anche perché è un’altra delle passioni che condivido con Sauro Pasquini, coautore di CASA BASE.

Insieme abbiamo deciso di festeggiare il “Towel Day” coinvolgendo i personaggi di CASA BASE nella ricorrenza.

La striscia sarà disponibile nella sezione fumetti di Softball inside a partire dalle 00.01 di domenica 25 aprile, il giorno dell’asciugamano, appunto.

Speriamo che i Fans della Guida la apprezzino, così come speriamo che chi non la conosce sia incuriosito e provi a leggerla.

In entrambi i casi “Don’t Panic”.

 

Chi fosse interessato ad altre informazioni sul Tovel Day può reperirle a questo link: http://www.towelday.org, c’è anche una pagina facebook, in italiano: https://www.facebook.com/groups/italian.towelday.

Buddy, l'assistente nel Bullpen

Lun, 19/05/2014 - 08:42 -- Fabio Borselli

È ormai una vera e propria tradizione.

All’inizio della primavera, quando si lasciano le palestre dove ci siamo allenati per tutto l’inverno, il ritorno in campo delle mie squadre coincide con l’apparizione di BUDDY.

Buddy è il mio “aiutante per le lanciatrici”, un perfetto assistente per il lavoro nel Bullpen.

Buddy è un pupazzo di gomma, gonfiabile, che posizionato nel box di battuta permette alle lanciatrici, di allenarsi in “situazione gara”.

Ora, non vorrei fare affermazioni esagerate, ma mi sono accorto che, spesso, nelle esercitazioni che proponiamo alle nostre atlete, trascuriamo (vuoi per mancanza di tempo, vuoi per "necessità oggettive") la possibilità di strutturare attività che si avvicinino, il più possibile, alla reale situazione che dovranno affrontare nelle partite.

Per quanto riguarda il "l'allenamento nel bullpen" Buddy è una ottima soluzione di compromesso:

  • mette la giusta pressione perché, comunque, anche se può essere colpito senza fare danni, aggiunge la variabile “presenza del battitore” durante l’allenamento di lancio;
  • offre la possibilità di simulare i battitori da entrambi i lati del piatto;
  • rende facilmente visualizzabile a lanciatrice e catcher l’esatta “configurazione” della zona di strike;
  • permette di valutare il giusto “lavoro” degli effetti.

La cosa più significativa dell’uso di Buddy è però, secondo me, la possibilità di inserire il battitore (come avviene nella realtà della gara) all’interno della visione periferica della lanciatrice mentre sta focalizzando il bersaglio su cui deve piazzare la palla.

Naturalmente il suo uso è diverso a seconda delle categorie e del livello di specializzazione.

Quando lo utilizzo con le principianti, per esempio, il suo scopo è, fondamentalmente, quello di “abituare” le lanciatrici alla presenza dell’avversaria nel box e a togliere quella paura di colpire il battitore che, specialmente quando si affronta la pedana per le prime volte, può diventare un problema.

Buddy ha avuto, negli anni, anche utilizzi diversi da quello per cui è stato progettato:

le piccoline lo hanno usato come bersaglio quando imparavano a tirare e per quelle un po’ più grandi è servito anche come (valido) sostituto del “giocatore di taglio” quando hanno approcciato a questa situazione di gioco.

Purtroppo Buddy, dopo una lunga ed onorata carriera, adesso è un po’ “provato” ed accusa qualche acciacco:

in fondo si tratta pur sempre di un pupazzo gonfiabile e i colpi subiti in questi anni lo hanno segnato.

Ho tentato, invano, di mandarlo in pensione, sostituendolo con una sua versione più giovane… ma non è stato possibile:

è un “articolo” fuori produzione e, per adesso, le ricerche per trovarne un altro sono state infruttuose.

Buddy è diventato un elemento importante dell’allenamento delle lanciatrici e nonostante sia un po’ malconcio, continuo quindi ad usarlo, limitandone un po’ le apparizioni, per cercare di salvaguardarlo il più possibile.

Non riesco nemmeno a pensare come sarebbe non averlo più a disposizione…

 

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