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Good Morning America

Mar, 15/04/2014 - 07:35 -- Fabio Borselli

Spero che la ABC (American Broadcasting Company) non me ne voglia se rubo il titolo ad un suo programma giornaliero di grande successo, ma avevo, davvero, bisogno di un titolo “speciale” per dare una notizia “speciale”:

a partire da giovedì 17 aprile, CASA BASE sbarca in America!

La striscia a fumetti di Softball Inside, infatti, verrà pubblicata, in rigoroso ordine cronologico, settimanalmente ed in lingua inglese, dal sito web BASEBALL REFLECTIONS.

Il sito BASEBALL REFLECTIONS è una creazione di Peter Schiller.

Lascio a lui stesso il compito di presentarsi e di presentare il suo sito:

“Sono stato affascinato dallo sport, soprattutto dal baseball, sin da quando ho memoria e sono cresciuto giocandolo per strada ogni giorno, dopo la scuola.

In seguito la mia comprensione del baseball è stata influenzata da due libri:

“The Science of Hitting” di Ted Williams e John Underwood e “Moneyball” di Michael Lewis.

Non riesco ad essere, mai, soddisfatto di  quello che conosco, capisco ed imparo del gioco:

sono affascinato dalle statistiche, dalle analisi, dalle personalità e dagli elementi umani che lo separano e lo rendono diverso da ogni altro sport.

Con questo sito , spero di condividere la mia prospettiva unica con altri appassionati del gioco.

Lavoro nel mondo delle aziende, il resto del tempo sono un marito devoto a mia moglie Mishael ed ai nostri figli (ne abbiamo 6, in età compre tra i 5 ed i 18 anni).

Anche mia moglie scrive nel sito, la sua rubrica si intitola “Pete’s Rose”, cercando di portare un punto di vista più al femminile nella visione del baseball.

Il sito è dedicato, appunto, a mia moglie, Mishael.

Ci siamo conosciuti (con  un appuntamento al buio) a vedere una partita dei Red Sox, il 3 magggio 1996, incontrandoci per la prima volta all'interno di Fenway Park, nella sezione 13, per essere esatti ed è sempre li, a Fenway Park, che ci siamo fidanzati il 14 luglio 1997.”

A noi di CASA BASE Peter e BASEBALL REFLECTIONS piacciono molto.

Troviamo molto “vera” la sua storia e la storia della sua famiglia e condividiamo con lui la passione, insana ed inspiegabile, per questo meraviglioso gioco.

Peter ha deciso di “rischiare” con noi, pubblicando nella terra del Baseball una striscia sul baseball scritta e realizzata da italiani.

Sembra impossibile, vero?

Eppure lui ha creduto in noi, nei nostri personaggi, nelle nostre idee… Come potremmo non amarlo?

Per festeggiare questo “nuovo inizio” abbiamo preparato una striscia speciale, un omaggio all’America, naturalmente in perfetto stile CASA BASE.

La potrete trovare domani, come ogni mercoledì, nella classica versione in lingua italiana e giovedì nella sua declinazione in lingua inglese sia su SOFTBALL INSIDE che, in contemporanea, su BASEBALL REFLECTIONS,  la nuova “residenza in U.S.A.” di CASA BASE.

 

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Buon Compleanno Softball Inside

Lun, 14/04/2014 - 09:05 -- Fabio Borselli

Oggi, 14 aprile, è il compleanno di SOFTBALL INSIDE.

Per me è una data importante.

Non vorrei mai cadere nella trappola dell’autocompiacimento, ne raccontarmi, da solo, una storia diversa da quella che realmente è.

Ma oggi per me, è davvero, una data importante.

SOFTBALL INSIDE, oggi, compie cinque anni e devo dire che sono stati cinque anni “interessanti”.

Non voglio tediare con il racconto degli inizi, di come quest’idea mi sia balenata nella mente e dei continui ripensamenti prima di provare a realizzarla.

Non voglio, neanche, raccontare di quanto “complicato” sia stato far uscire e poi far crescere questa idea.

Non voglio, soprattutto, usare questo spazio per dire quanto SOFTBALL INSIDE sia cresciuto (come contenuti, come risposte e come quantità dei contatti) in questi cinque anni.

Vorrei, invece, come in ogni festa di compleanno che si rispetti, ringraziare quelli che hanno fatto in modo che questo “posto virtuale” sia potuto diventare quello che, a me pare, sia adesso:

un luogo di incontro e condivisione, di informazione, di divertimento, i cui contenuti sono, spero, interessanti e fruibili.

Cominciamo:

un grazie a Simone, il “creatore”:

quello che ha dato forma alla materia grezza, quello che ha saputo prendere le mie idee, appena accennate, confuse ed intricate e le ha confezionate in un contenitore che adoro. Quello che in questa avventura è stato anche il primo sponsor ed il primo freno…

Grazie fratellino, senza di te SOFTBALL INSIDE non sarebbe quello che è.

Poi, doveroso, un grazie a quelli che sopportano, famiglia in testa, la mia ansia e la mia frustrazione (ma anche la gioia e l’euforia) derivante dall’impegno di gestire un sito.

Grazie all’amico fraterno Sauro Pasquini, cuore e braccio del progetto CASA BASE, che nato per scommessa è diventato, striscia dopo striscia, vignetta dopo vignetta “una cosa seria”, anche se nel pensarlo e nel realizzarlo ci continuiamo a divertire come matti!

Grazie a tutti quelli che, sollecitati o no, costretti o no, minacciati o no, hanno scritto per lo SPEAKERS’ CORNER, spazio che  ho spesso pensato di chiudere, che ho spesso pensato di lasciar perdere, ma che, invariabilmente, riceve contributi, interessanti e coinvolgenti.

Grazie ad Andrea, Candida, Ozy, Paolo, Paola, Simona, Graziano, Milena… (e a tutti gli altri che non cito perché sono tantissimi) per il sostegno, l’incoraggiamento, l’amicizia dimostrata a me ed a questa “storia”.

Grazie a chi ha commentato, un post od un intervento, o ha, semplicemente, lasciato un “mi piace” su facebook.

Grazie, anche, a chi SOFTBALL INSIDE lo ha linkato, condiviso, diffuso, citato o ne ha semplicemente parlato.

Grazie, comunque, a quelli a cui non piace.

Grazie, infine, a tutti quelli che giornalmente, mi fanno il regalo di “passare” sul sito per vedere “cosa succede”.

“Alla fine della fiera” (citando una mia carissima amica) posso solo augurare a me ed al mio sito altri cinque anni divertenti ed interessanti come lo sono stati quelli appena trascorsi.

Buon compleanno SOFTBALL INSIDE.

 

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Bench Coach

Lun, 31/03/2014 - 07:43 -- Fabio Borselli

Devo essere sincero, l’idea di scrivere questo post è nata oggi pomeriggio mentre me ne stavo nel box di terza base a suggerire.

Alla mia squadra (under 21, per la cronaca) era toccato il dugout di prima base e, quindi, ce l’avevo proprio di fronte, mentre alle mie spalle c’era la panchina avversaria.

Alessandro, il mio coach di oggi, oltre che dirigente accompagnatore, era a suggerire in prima e le atlete, in quella panchina, tutte, erano desolatamente sole…

Non che mancasse gente in quel dugout, non che non ci fosse animazione, ma non sono in grado di dire se le giocatrici fossero ancora “in partita” oppure no…

Posso ipotizzare che, visto che la partita era già avviata verso la fine ed il risultato ormai acquisito, non tutte fossero, propriamente, “sul pezzo”.

Dietro di me, invece, nonostante che ci fosse sicuramente meno affollamento (visto che l’altra squadra era schierata in difesa) e che la partita fosse “segnata” sentivo, comunque, oltre ai soliti “suoni da panchina” anche continui “re-indirizzamenti dell’attenzione” da parte degli allenatori:

le solite cose, spiegazioni, chiarimenti, puntualizzazione, rimbrotti...

Credo, anzi ne sono profondamente convinto, che oggi, a me, alla mia squadra, al mio coach, sarebbe servito, indubbiamente, avere in panchina un altro allenatore, che potesse “tenere sott’occhio” la situazione.

Non so se questa figura possa corrispondere al BENCH COACH che sembra essere presente in ogni squadra di Major League. Non so, nemmeno, quale siano, effettivamente, i compiti, del BENCH COACH.

Tornato a casa, per cominciare mi sono documentato:

viene fuori che, prima di tutto, la figura è relativamente nuova e che questo “famigerato” BENCH COACH, nelle squadre del campionato MLB (ed in quelle che, magari non giocano in Major League, ma che lo hanno in organico) fa un po’ di tutto…

Si occupa dello stretching, di controllare le mazze, di monitorare giocatori, sia della propria squadra che avversari, assiste il manager, lo consiglia per aiutarlo a prendere decisioni e chi più ne ha più ne metta.

Ci sono, naturalmente, differenze di gestione di questa figura tra team e team, ma, in definitiva, mi pare di poter dire che il BENCH COACH è un tuttofare, con competenze tecniche importanti.

Premesso che non è facile per squadre non professionistiche avere uno staff tecnico numerosissimo, premesso anche che questa tendenza è, purtroppo, ancora più evidente a livello giovanile e premesso, infine, che la “sindrome del Manager” è un virus che difficilmente sarà debellato.

Nota esplicativa: la “sindrome del Manager " è quella strana forma di intossicazione che fa ritenere le figure di “secondo”, “coach”, “assistente”, “aiutante allenatore" come una sorta di PARIA della squadra, per cui o si è il MANAGER o non si è nessuno… Con il risultato di vedere, sempre di più, compagini guidate da ONE MAN BAND, che fanno tutto da soli, spesso, neanche troppo bene.

Tutto ciò premesso, dicevo, vorrei spiegare quali sarebbero, secondo me, i compiti del BENCH COACH:

innanzitutto dovrebbe, non solo nelle squadre giovanili, aiutare atlete ed atleti a “rimanere in partita”, mantenendo attivata la “modalità gara”.

Dovrebbe essere, poi, in grado di risolvere eventuali problematiche fisiche o psicologiche dei giocatori (naturalmente nei limiti delle competenze possedute) che, regolarmente, vengono fuori durante le partite.

Il suo compito principale, tuttavia, dovrebbe essere quello di FARE L’ALLENATORE, nel senso vero della parola, utilizzando la sua posizione privilegiata, in mezzo agli atleti, durante le gare, per far si che le “esperienze” vissute momento per momento, da giocatori e giocatrici, possano essere comprese, contestualizzate, interiorizzate e, perché no, sdrammatizzate.

Nella mia visione dello staff tecnico ideale, spero lo si sia capito, oltre ad un numero rilevante di figure (tecniche e non) , che hanno rapporti paritari fra di loro e che sono, tutti, orientati alla crescita complessiva del gruppo di atleti di cui si occupano, il BENCH COACH è, di sicuro, uno dei ruoli centrali.

Peccato, oggi, non averlo avuto…

 

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Lun, 24/03/2014 - 07:52 -- Fabio Borselli

“Apprendo dai miei studenti molto di più di quello che insegno”, è una frase che ho sentito dire (e che ho ripetuto, spesso, anche io) molte e molte volte in ambito formativo.

Può apparire una forma di lusinga che il docente usa per accattivarsi le simpatie degli studenti e, a volte, lo è davvero, ma si rivela vera nella maggior parte dei casi.

Principalmente perché, almeno nel mio caso, il confronto con “chi ascolta” mi permette di correggere, modificare ed orientare il mio modo di comunicare le informazioni e, a volte, integra quelle stesse informazioni con qualche nuova conoscenza o, ancora, ne modifica il significato.

Nelle scorse settimane sono stato il “tecnico formatore” al corso di aggiornamento per insegnanti dedicato al baseball, organizzato dalla Delegazione Regionale della FIBS dell’Umbria, insieme all’ufficio scolastico provinciale di Perugia: in pratica si è trattato di presentare il baseball ed il softball ad alcuni insegnanti, operanti dalla scuola primaria alle superiori, che di baseball e softball non sapevano nulla.

Non voglio entrare nello specifico del piano delle lezioni, basti sapere che il corso è stato “essenzialmente pratico” e che il gioco è stato presentato nelle sue componenti base e, poi, destrutturato e ricostruito, cercando di trovare, in questa operazione di decodifica, “componenti propri dello sport” che potessero essere utilizzati dagli insegnanti per i propri fini didattici.

L’aver proposto un approccio “essenzialmente pratico” mi ha permesso di far provare, in prima persona, a tutti i partecipanti, cosa voglia dire giocare a baseball: lanciare, difendere, battere.

Devo dire che, vinta una iniziale ritrosia, dovuta all’imbarazzo, la “mia classe” ha interpretato al meglio il proprio ruolo e si è cimentata nel gioco facendosi coinvolgere completamente.

Proprio dopo una di queste fasi di “pratica”, durante una discussione sul significato didattico della fase di battuta (che è stata definita dagli stessi insegnanti “sicuramente individuale, comunque di squadra”) una delle maestre, Anna, ha detto:

“quando vai in battuta si accende un bel riflettore puntato su di te… Non ti puoi nascondere… La timidezza e la paura le devi vincere, in qualche modo… Penso a qualcuno dei miei bambini che ha sempre paura di sbagliare, di non essere all’altezza… Se riesce a colpire la palla, sai come si impenna l’autostima”.

Questa frase, chiara e semplice, nel senso e nella formulazione, mi ha molto colpito! Ma quello che ha completato l’opera è stata la domanda che la stessa insegnante mi ha fatto subito dopo:

“Come faccio a fare in modo che non falliscano e che colpiscano la palla?”

Domanda che tradiva il come l’insegnante si preoccupasse del modo di far fare esperienze positive ai propri allievi, che fossero utili per far “impennare l’autostima”

Per rispondere alla domanda, ho dovuto riflettere insieme a loro sulle dinamiche del gioco, sulle differenze tra il GIOCO del baseball e lo SPORT del baseball, su quale forma di “competizione” sia giusta per le finalità della scuola.

La discussione che ne è seguita mi ha convinto, ancora di più, che nel baseball per la scuola, il GIOCO può nascere solo dall’abolizione del ruolo del lanciatore (almeno in una prima fase) e dalla centralità che deve essere data alla battuta, attraverso la strutturazione di meccanismi di gioco che permettano, SEMPRE, ai bambini di colpire la palla.

Senza la battuta il GIOCO non può nemmeno cominciare.

Partendo da questo presupposto baseball e softball sono, assolutamente, GIOCHI ideali per la scuola: l’esperienza positiva ed i giusti feedback che danno al singolo individuo, rispetto alle proprie capacità di risolvere un compito sono, sicuramente, incontestabili.

Mi chiedo, a questo punto, se sia il caso di rivedere le modalità di insegnamento dello SPORT che, invece, proponiamo quando i bambini da studenti si trasformano in giocatori: se siamo così bravi ad utilizzare le caratteristiche dei nostri sport nell’ambito formativo per eccellenza, quello della scuola, perché, poi, stentiamo a riportare e riproporre questa esperienza positiva all’interno dei nostri campi e durante le nostre sedute di allenamento?

Siamo costantemente alla ricerca di modalità di conferma dell’autostima, di metodologie che rinforzino il senso di auto-efficacia, di esercitazioni che aumentino la fiducia in se stessi dei nostri atleti che, spesso, ci dimentichiamo di come il GIOCO ci metta a disposizione tutti gli strumenti per farlo.

Voglio, perciò ringraziare, la maestra Anna per la sua interessante e provocatoria domanda, che dovrebbe, in fondo, essere la domanda che tutti noi ci dovremmo porre:

come faccio a far “impennare l’autostima” nei miei atleti e nelle mie atlete?

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Allenare gli esterni al chiuso - proposte

Lun, 17/03/2014 - 09:14 -- Fabio Borselli

Non c’è neanche bisogno di citare gli immancabili aforismi per parlare di inverno e baseball (e softball)…

Dove vivo io da novembre a febbraio non si può giocare all’aperto e, tanto meno, allenarsi.

Fa freddo (va bene, non così freddo) ed il campo non è praticabile perché è sempre troppo “qualcosa”: troppo bagnato, troppo duro, troppo molle…

Ecco che, allora, caricati armi e bagagli, ci trasferiamo nelle palestre cittadine, quelle annesse alle scuole. La soluzione non è certo ottimale, il problema più grande sono gli spazi che, diciamolo, a parte poche fortunate eccezioni, non sono molto adatti, per usare un eufemismo, al baseball ed al softball.

Nonostante queste limitazioni, francamente non mi dispiace, per un po’ di tempo, allenare in palestra:

c’è modo di prestare più attenzione ai particolari, di mettere a punto i movimenti, di aggiustare, di puntualizzare, senza parlare della possibilità di fare una buona preparazione fisica.

Ecco un paio di esercizi, che si possono fare anche in spazi ristretti, riservati prevalentemente agli esterni, ma che possono essere svolti da tutti, con semplici adattamenti.

Il materiale necessario necessita di una preparazione preliminare:

mi sono procurato una quindicina di palline da baseball di colore bianco e ci ho disegnato sopra alcune figure geometriche, usando pennarelli indelebili di colori diversi. Ogni pallina riporta una ed uno sola di queste figure. Ci sono palline con un triangolo rosso, palline con un cerchio nero ed ancora palline con un quadrato nero.

Preferisco usare palline bianche perché il colore della figura si distingue meglio che sul fondo giallo delle palle da softball.

Esercizio n. 1 – chiamo e prendo

il giocatore dovrà “prendere al volo” le palle alzate da un allenatore, “chiamando”, prima, di volta in volta, mentre la palla si trova al culmine della parabola, la figura geometrica od il colore (o entrambi) che è disegnata sulla palla. In questo modo si allenano gli atleti ad effettuare un buon “tracking” della palla, indispensabile per riuscire a “leggere” correttamente  la figura disegnata.

Questo esercizio, può essere abbinato ai classici esercizi che si fanno per allenare le partenze ed i movimenti, sia laterali che all’indietro, degli esterni.

È un esercizio facilmente convertibile in “modalità competizione” sfidando, per esempio, gli atleti a riconoscere e chiamare prima possibile la figura che si trova sulla palla.

Esercizio n. 2 – prendo solo se vedo

lo scopo dell’esercizio è lo stesso di quello precedente.

L’allenatore alzerà una serie di palline (normalmente da 6 a 8) consecutivamente, senza soluzione di continuità, facendo in modo di alzare la successiva al culmine della parabola della precedente e distribuendo le palle alzate in modo che non ci sia per l’atleta il pericolo di inciampare, accidentalmente, su quelle che cadono a terra.

Il giocatore dovrà prendere solo la palla che riporta la figura concordata all’inizio dell’esercizio, lasciando cadere tutte le altre. Naturalmente la palla da prendere dovrà essere alzata in modo assolutamente casuale in modo da impedire una “lettura anticipata”.

Anche in questo caso è facile dare una connotazione “agonistica” all’esercitazione.

Io li uso entrambi, abbastanza spesso (non solo in palestra…).

Trovo che siano un ottimo modo per rompere la monotonia e sviluppare l’attenzione, allenando capacità indispensabili per i difensori del campo esterno.

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Come Back

Mar, 11/03/2014 - 08:23 -- Fabio Borselli

Softball Inside è di nuovo operativo.

Dopo qualche peripezia e un po' di tempo in più...

Grazie a chi ha lavorato per noi, mettendo a punto e riorganizzando quello che da fuori non si vede ma che fa, davvero, una grande differenza.

Grazie a chi ha continuato, lo stesso, a venirci a cercare.

Grazie, a tutti, sopratutto, per la pazienza.

La sfida

Mar, 04/03/2014 - 13:17 -- Fabio Borselli

Quando ho cominciato ad allenare ero, davvero, molto giovane.

Sicuramente inesperto.

Il gap che mi separava da quelli che erano i miei allievi era, davvero, molto piccolo.

C’era ben poca differenza tra me e loro nel modo di pensare, di sognare, di affrontare la vita.

Ero uno di loro che “aveva saltato il fosso”.

Non faccio certo la scoperta dell’acqua calda se dico che gli atleti e le atlete che alleno oggi, oltre ad essere molto più giovani di me, sono anche molto diversi, nel modo di fare e nel modo di essere, da quelli che ho conosciuto quando ho iniziato la mia carriera.

Lasciando perdere facili stereotipi credo che la differenza, sostanziale, sia, soprattutto, nel “temperamento”:

sono più impazienti e meno disponibili a darsi tempo, anzi a perdere tempo.

Se una cosa non gli riesce subito, od in breve tempo, si scoraggiano, si disamorano, passano oltre.

Ora, lo sappiamo, per quanto bravi e talentuosi si possa essere, per sviluppare e confermare quanto appreso in allenamento bisogna, prima di tutto, avere del tempo, darsi del tempo:

prima per consolidare, poi per farlo proprio ed infine per poterne disporre in gara.

C’è bisogno, insomma di pazienza ed anche, di autoindulgenza, di fiducia che, con il giusto tempo e la giusta applicazione i risultati verranno.

Ecco che questo diventa, secondo me, il nodo centrale del “mestiere di allenare” :

è dimostrato e lo tocchiamo con mano tutti i gironi che la rivoluzione tecnologica che ha investito le generazioni più giovani, come del resto ha investito l’intera società civile, riduce la capacità di prestare attenzione per lunghi periodi di tempo.

C’è un modo diverso di vedere il mondo, di leggere le informazioni, di imparare.

È proprio per questo che devono essere allenati ad andare oltre, ad affrontare i compiti con un impegno costante nel tempo e questo non solo nello sport…

La sfida, per insegnanti, educatori ed allenatori è, secondo me, quella di farli restare motivati nello svolgimento di quei compiti ripetitivi che, oltre che nello sport, sono presenti in ogni attività.

In poche parole far si che la loro “freccia rimanga puntata sul bersaglio”, anche quando l’ultimo modello di telefonino suona o la fatica e la frustrazione gli fanno “cercare il tasto reset”.

Certo è complicato.

Alle volte tremendamente complicato.

Ma, da quello che vedo, ne vale la pena.

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Lun, 17/02/2014 - 10:22 -- Fabio Borselli

Ho già citato, in passato, Gian Paolo Montali, coach pluripremiato del VolleyBall italico.

Nel suo libro SCOIATTOLI E TACCHINI Coach Montali dice:

"È possibile insegnare a un tacchino a salire in cima a un albero, però per quel lavoro sarebbe meglio scegliere uno scoiattolo".

Impossibile contraddirlo!

La logica dell’affermazione è inattaccabile:

Trovare uno scoiattolo e fargli fare quello che è già un suo istinto naturale è molto più facile e meno complicato che insegnare ad un tacchino ad andare contro la sua natura.

La ricerca del talento, in ambito sportivo, si basa molto su questa metafora presa dal mondo animale.

Ed ecco che allenatori, esperti e scienziati dello sport sono, costantemente, a caccia dei tacchini, da eliminare, per aiutare gli scoiattoli ad emergere.

Ma che succede se, dopo aver scartato ed allontanato tutti i tacchini, si scopre che quegli scoiattoli, coscienziosamente selezionati, non sono poi così “scoiattolosi”?

Che, in fondo, non si arrampicano così bene come pensavamo?

È il problema ed il pericolo che si corre SELEZIONANDO gli “atleti scoiattoli” sulla base delle  caratteristiche fisiche e motorie che mostrano in un determinato momento.

Alla maniera di Esopo e per rimanere nell’ambito del regno animale mi piace ricordare come il brutto e sgraziato (e, diciamolo, anche un po’ ripugnante) bruco diventi, alla fine, una splendida ed aggraziata farfalla o che il cigno da giovane non sia proprio uno dei cuccioli più carini da vedere.

Queste storielle edificanti insegnano che l’apparenza inganna e che quello che si è in un determinato momento dello sviluppo, può non corrispondere a come ci evolveremo. 

Ma, molto più profondamente, devono insegnare che la “ricerca del talento sportivo” non può basarsi sulla semplice somma aritmetica delle capacità possedute in un determinato momento, ma deve essere impostata su considerazioni e valutazioni più lungo termine.

Perché non è detto che i più bravi a 8 o a 12 anni lo saranno, ancora, anche a 16.

Ed ancora.

Quando si parla di campioni, di atleti al vertice della propria disciplina, impegno e dedizione sono due caratteristiche esaltate ed evidenziate, ma le stesse sono scarsamente considerate quando, invece, si parla di atleti giovani.

Anzi…

Si parla solo di talento, di capacità, dell’essere “prospetti”, ma pochissimo si dice della volontà e della disponibilità ad allenarsi, ad imparare a lavorare duro per emergere.

E poi accade che quelli inizialmente meno abili, meno competenti, meno considerati giungono a competere alla pari, spesso battendoli, con quelli più bravi, grazie proprio ad una maggiore disponibilità ad imparare e ad allenarsi.

Purtroppo o per fortuna i tacchini sono statisticamente più numerosi degli scoiattoli.

Credo che allenare, gestire squadre, sia, in fondo, riuscire a credere che i “goffi tacchini” possano essere motivati, allenati, sostenuti, incoraggiati per poter andare oltre i propri limiti e raggiungere risultati che nemmeno loro pensavano di ottenere.

Ecco perché, tanto per ribattere sul tasto del pericolo della specializzazione precoce, sarebbe meglio non scartare a priori i tacchini: potrebbero riservare interessanti soprese.

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Lun, 10/02/2014 - 07:22 -- Fabio Borselli

Allenare squadre seniores, a qualsiasi livello di qualificazione, pone il problema dei contenuti delle sedute di allenamento.

La necessità di consolidare i gesti, di correggere gli errori, di esaltare i punti di forza costringe, specialmente per alcuni dei “movimenti fondamentali”, ad esercitazioni abbastanza ripetitive.

La possibilità di variare gli esercizi, l’intensità e le modalità di esecuzione degli stessi non possono nascondere il fatto che i “gesti tecnici” devono essere, comunque, ripetuti e ripetuti e ripetuti.

Questa tendenza alla ripetitività raggiunge il massimo nei mesi invernali: palestre piccole, attrezzature limitate o limitanti, spazi ristretti.

Ecco nascere il “problema”: esercizi ripetitivi, noia, poca partecipazione (sia intellettuale che emotiva).

Una possibile soluzione potrebbe essere semplicissima: coinvolgere l’atleta nel processo di programmazione e nell’organizzazione dell’attività.

Dal punto di vista concettuale qualsiasi atleta, di qualsiasi età ed esperienza, potrebbe, se sollecitato, organizzare e gestire un esercitazione all’interno della seduta di allenamento.

Naturalmente più l’esperienza dell’atleta sale più sarà semplice renderlo partecipe allo sviluppo di attività che gli siano più congeniali e funzionali rispetto all’obiettivo programmato.

Questa riflessione nasce dall’esperienza diretta:

le lanciatrici della mia squadra, facevano fatica a mantenere elevato il livello di attenzione e concentrazione durante le fasi di allenamento individualizzato che comportassero attività di volume ed intensità elevate ma di basso contenuto tecnico specifico.

Il risultato era un rumoroso “chiacchiericcio” di fondo, poca concentrazione e poca attenzione: “prima si finisce meglio è”.

A poco servivano le sollecitazioni o le raccomandazioni.

Per cambiare l’approccio ed ottenere una partecipazione attiva è bastato chiedere alle atlete, rimanendo all’interno degli obiettivi del periodo,  di pensare ed organizzare gli esercizi e le attività di quella particolare fase dell’allenamento riservato esclusivamente a loro.

Settimanalmente, a turno, ognuna di loro ha proposto un paio di esercizi, motivandone la scelta e curandone l’organizzazione, definendo la prassi di esecuzione ed adattando i carichi alle indicazioni.

Devo dire di essere rimasto piacevolmente sorpreso:

le attività e gli esercizi che hanno “tirato fuori” sono stati sia la riproposizione di cose conosciute, sia l’elaborazione di varianti. Ma sono anche andate oltre, effettuando vere e proprie ricerche e proponendo, in alcuni casi, esercitazioni poco comuni ed innovative.

Il clima durante il “loro momento” è migliorato, diventando sicuramente più positivo e propositivo:

sono attente e concentrate e, spesso, rumorosissime mentre si incoraggiano a vicenda. La loro consapevolezza e la loro partecipazione all’allenamento ha subito, sicuramente, un innalzamento di livello ed anche l’esecuzione degli esercizi è precisa ed accurata.

Credo che questa sia la strada da seguire.

Credo che trasformare l’atleta da “soggetto passivo” dell’allenamento a “parte attiva” dello stesso, debba essere l’obiettivo che, come allenatori, dobbiamo essere capaci di porci, senza che questo possa creare particolari ansie rispetto alla nostra funzione ed alla nostra identità.

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Mar, 04/02/2014 - 07:55 -- Fabio Borselli

I più attenti se ne saranno già accorti…

È apparso un nuovo logo sulla home page di SOFTBALL INSIDE.

A partire dal 1 febbraio 2014, infatti, SOFTBALL INSIDE entra a far parte della BASEBALL BLOGGERS ALLIANCE, associazione che raccoglie numerosi blog e siti web che hanno come area di interesse il baseball.

La BASEBALL BLOGGERS ALLIANCE è nata negli stati uniti, nel 2009, opera di Daniel Shoptaw. L’obiettivo principale dell’associazione è quello di favorire la collaborazione e la comunicazione tra tutti i blogger che si occupano, a vario titolo, di baseball ed aumentare la conoscenza e la comprensione, a tutti i livelli, del gioco.

Per visitare la home age dell'associazione ed accedere ai siti che ne fanno parte è sufficiente clickare sul logo.

Per SOFTBALL INSIDE potersi fregiare di questo attestato di appartenenza è motivo di orgoglio.

E’ un modo, semplice, per far sentire i nostri frequentatori connessi alla grande famiglia del baseball e del softball sparsa per tutto il mondo.

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