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Losing My Religion

Lun, 02/03/2015 - 09:03 -- Fabio Borselli

 

“Il baseball è uno sport difficile, estremamente tecnico e molto, molto complicato (per tacer del softball che costringe il lanciatore a quel buffo e strano movimento)”.

“Il baseball ha, all’incirca ottomila regole, che bisogna conoscere per poter giocare”.

“Il baseball non è sport per tutti, gli europei non ne capiscono le meccaniche di base figuriamoci poterne assaporare le sottigliezze mentali e psicologiche”.

Quante volte è successo di sentire, o forse, dire queste frasi?

A me tantissime volte! Molto spesso dette proprio da gente del baseball o del softball.

Anzi, oserei dire che siamo proprio noi, appassionati ad averle messe in giro e che, segretamente, godiamo del “privilegio” di essere i “depositari” di quella religione che ha come divinità LA MAZZA e LA PALLA.

Ci piace essere parte dei “pochi che ne capiscono” e snoccioliamo le nostre formule magiche, fatte di “ball, strike e infild fly”, come fossero preghiere, naturalmente scritte in sanscrito, di questo credo esoterico e nascosto.

Mi sto, sempre di più, convincendo che i nemici più grossi che il baseball e il softball hanno siano proprio i loro, pochi, praticanti, o forse dovrei dire ADEPTI.

Diciamocelo, tutti noi, del baseball, adoriamo la complessità e ne facciamo sfoggio e vanto anche quando non ce ne sarebbe bisogno:

se chiediamo a uno qualsiasi dei “veri credenti” di raccontare il gioco in due parole assisteremo ad un arzigogolare di palle battute in territori buoni (sempre circondati dalle maleterre, le famigerate “paludi di foul”) che consentono l’alchemica trasformazione del battitore, sacro guerriero armato della mitica e benedetta MAZZA, in corridore, colui che saetta per il “diamante” alla ricerca della “salvezza”…

Per non parlare poi della numerologia del gioco, che ci elimina con tre strike, fa uscire dalla cornucopia basi gratis con quattro ball, fa “cambiare verso” alle azioni, di nuovo, con tre out.

Lo ripeto: questa complessità a noi piace!

Ci fa sentire diversi, migliori, più intelligenti di chi pratica o è appassionato di sport più semplici:

“figuriamoci! Che ci sarà di così difficile nel correre dietro ad un pallone o al cercare di infilarlo in un cesto?”

Come in ogni culto che si rispetti anche la sacra religione del baseball e del softball, alla quale, forse alla fine dovremo trovare un nome (vorrei proporre “Pallismo”, con la maiuscola di rigore) ha i suoi sacerdoti, i suoi diaconi, i suoi profeti e, immancabili come morte e tasse, i suoi guru.

È questo clero, che paludato di sacre vesti, pontifica sull’ortodossia del verbo:

“il baseball è così! È sempre stato così! Sarà sempre così!”

E, sappiatelo, non c’è proprio modo di sfuggire ai guru:

loro sanno come si impugna la pallina, se e come deve ruotare, quali angoli devono disegnare gomiti e polsi, come si colpisce con la mazza, come si deve girare un doppio gioco.

Loro sono gli unici e i soli depositari della conoscenza, tutto quello che va contro l’ortodossia è bollato come (sacrilegio, sacrilegio!) anti-baseball.

Ma se proviamo a chiedere di raccontare il gioco a un bambino, a uno di quelli  che ha da poco cominciato a giocare, a uno di quelli che non è ancora stato toccato dall’illuminazione, a uno di quelli non ancora convertito all’unica religione (dai, insomma, un principiante…) e che ama il baseball per quel suo essere un gioco istintivo, semplice, addirittura “animale” nella sua esuberanza fatta di esplosioni repentine e di pause sonnolente, il suo semplice argomentare sarà dedicato alla suo gioia nel colpire la palla, ed alla sua gara contro quella stessa palla…

Ne più, ne meno di questo:

colpire la palla e correre cercando di batterla in velocità… Uomo contro palla… Uno contro tutti.

È davvero così complicato?

Forse, mi piace pensarlo, è questa l’unica verità assoluta del baseball e del softball:

non sono giochi astrusi, non sono giochi difficili, non sono giochi incomprensibili.

Sono, forse, profondi, probabilmente mal raccontati, certamente divertenti, ma sicuramente, profondamente, assolutamente, non complicati.

Credo che se cominciassimo a guardarli, ma soprattutto a raccontarli, come realmente sono, riusciremo, in pochissimo tempo, a convincere quelli che non li conoscono che si stanno davvero perdendo qualcosa…

 

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Arrivano i Bulls

Mar, 24/02/2015 - 08:30 -- Fabio Borselli

 

La mia amica Lilly colpisce ancora.

Non le è bastato aver pensato e costituito una nuova Società praticante il baseball ed il softball, i Rescaldina Bulls.

Non le è bastato averla fatta diventare, in brevissimo tempo, una solida realtà del territorio, non solo a livello sportivo ma, anche e soprattutto, a livello sociale e culturale.

Adesso, coronando un sogno inseguito da tempo, su questa avventura, i Rescaldina Bulls appunto, ci scrive su anche un libro.

Il volumetto scritto da Lilly Rossetti e corredato dalle illustrazioni create da Stefano D’Odorico e Martina Sogni è reperibile on line, sul sito di editoria digitale LULU.com, seguendo questo link. Sono due le versioni ordinabili, quella nel classico formato cartaceo e la più moderna versione ebook.

Le storie dei Bulls sono una pubblicazione rivolta ai bambini, adatta a sviluppare la lettura ma anche ideale per poter conoscere di più il gioco del baseball. Questo non vuol dire che non sia un libro nel quale gli adulti, possano trovare spunti per riscoprire l’importanza di un atteggiamento costruttivo verso i ragazzi, quale quello che i tecnici volontari, gli educatori e i genitori possono e devono offrire alle nuove generazioni.

Naturalmente io ho già il libro e lo ho anche già letto:

Liliana, che ringrazio, mi ha, infatti, dato la possibilità di "scoprirlo" in anteprima e di poterlo apprezzare per quello che è:

una raccolta di storie nate dal campo di gioco che sono, secondo me, le storie di ogni bambino, di ogni allenatore, di ogni genitore, di una qualsiasi squadra giovanile di baseball

 

La forza dell’abitudine

Lun, 23/02/2015 - 08:10 -- Fabio Borselli

 

C’è una parola che piace tantissimo agli allenatori, tanto che la si sente ripetere in continuazione, in giro per campi e per palestre.

La parola magica è: ROUTINE.

A dar retta a questa vera e propria “vox populi” il baseball e softball sono, apparentemente, giochi in cui le ROUTINE la fanno da padrone.

Sia che si tratti di ROUTINE tecniche o di ROUTINE mentali, sembra che i giocatori non possano fare a meno di conviverci.

Ora, non è che non ne comprenda l’utilizzo e la necessità e che non capisca, specialmente parlando di approccio mentale, quanto la ROUTINE possa aiutare a dominare l’ansia da prestazione.

Nonostante questo a me la parola ROUTINE fa un po’ paura:

detesto quello che rappresenta o, meglio, detesto il significato che, spesso, le viene attribuito.

Essenzialmente quando si parla di ROUTINE si fa riferimento a qualcosa fatto in maniera sempre uguale, abitudinaria, ripetitiva, dallo scarso coinvolgimento del pensiero e dell’attenzione.

Nella vita di tutti i giorni la ROUTINE è quella cosa che toglie la “magia” alla vita stessa…

Nel baseball e nel softball la classica ROUTINE potrebbe essere, da parte degli interni, il raccogliere palle rimbalzanti e tirarle in prima base (ma anche il prendere volate per gli esterni o il batting practice per i battitori).

Credo che tutti, allenatori o giocatori che siano, abbiano in mente, esattamente, quello di cui parlo:

battute abbastanza simili, per forza, frequenza, direzione e numero dei rimbalzi, che arrivano in una zona del campo abbastanza prossima al difensore, con lo stesso difensore che esegue la presa ed il successivo tiro in maniera sciolta e controllata (tirando ad un prima base, magari, che se ne sta “appollaiato” sul sacchetto e, non sia mai, nemmeno si allunga verso la palla).

Un esercizio lontanissimo dal CONTESTO GARA.

Che tipo di consapevolezza richiede tutto questo? Che tipo di “presenza”?

Ma soprattutto: a cosa serve? Cosa allena? Quanto “sfida” il giocatore o la giocatrice?

Se si parte dal presupposto che quello che si chiede agli atleti , in allenamento, è di imparare a padroneggiare le tecniche del baseball e del softball ma, anche di imparare a gareggiare, nell’usare le ROUTINE per farlo, c’è qualcosa, a mio parere, di profondamente sbagliato.

Di fatto un giocatore sarà tanto più bravo, tanto più allenato se sarà preparato, quindi, a risolvere, velocemente ed efficacemente, sia a livello tattico (pensiero) che tecnico (esecuzione) i problemi che la gara gli pone.

Sarebbe necessario, allora, allenarli all’imprevedibilità delle situazioni, provando a metterli in difficoltà ogni volta, “spostando più in alto l’asticella”, man mano che cresce la loro abilità.

La ripetizione e la prevedibilità dei comportamenti, invece, stimola risposte automatiche, poco impegnative per l’atleta e crea, appunto, abitudini, che poi, alla prova dei ritmi di gara (sia fisiologici che mentali) si riveleranno inefficienti, portando ad un fatale “errore di sistema” proprio nei momenti topici delle partite.

Non voglio nascondermi dietro il proverbiale dito:

come tutti, spesso ho fatto diventare le ROUTINE una parte importante del mio allenamento e l’ho fatto perché convinto che potessero aiutare i giocatori a diventare più bravi e più efficaci.

Ma non funziona.

Non funzionano perché non stimolano gli atleti a essere e rimanere “concentrati sul problema”, ma gli permettono di “ripetere senza pensare” e, per questo, lo allontanano dall’”allenarsi a giocare”.

Certo, allenare alla consapevolezza, abituare chi gioca a mantenere la sua mente vigile e focalizzata è, oltre che una sfida (una BELLA sfida) anche molto, molto faticoso e, qualche volta, per chi allena ricorrere ad una tranquilla ROUTINE è una soluzione che permette di “staccare” per un po’ ed andare in “modalità automatica”.

Ma, lo ripeto, non funziona.

Pensare che sarebbe veramente semplice rompere la ROUTINE:

lo stesso esercizio fatto con palle diverse (proviamo a scambiarcele, ogni tanto queste palline da baseball e da softball, anche per vedere cosa succede e quanto tempo impiegano i giocatori ad adattarsi) o inserendo il fattore “tempo”, per esempio cambia, radicalmente, l’attenzione di chi lo esegue e di chi lo propone…

Penso che non sia facile (per me non lo è stato) ma penso anche che sia necessario “passare oltre” e cominciare ad allenare i nostri atleti e le nostre atlete in modo che siano pronti, davvero, per giocare.

 

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Tu non hai la sfera di cristallo…

Lun, 16/02/2015 - 15:41 -- Fabio Borselli

 

“Moneyball: l'arte di vincere ad un gioco ingiusto” è un film sul baseball, ma non solo.

È tratto dal  libro “Moneyball: The Art of Winning an Unfair Game” scritto da Michael Lewis, che racconta degli Oakland Athletics e del loro general manager Billy Beane.

Sono normalmente scettico sulle pellicole americane che raccontano, o provano a raccontare, il baseball, e ne ho parlato, abbastanza approfonditamente, nel mio post “Il passatempo nazionale” che si può leggere seguendo questo link.

“Moneyball”, al contrario, mi ha conquistato.

Questa, però, non è la recensione del film.

Voglio, invece, approfittare della pellicola per parlare (o riparlare) del mio particolare “pallino”:

la specializzazione precoce o, meglio, di come mi sia convinto, nel tempo, che questa sia uno dei principali problemi nella crescita sportiva dei giocatori di baseball come delle giocatrici di softball.

Ho affrontato l’argomento spesso, ne ho scritto nei post “Specializzazione Precoce? No, grazie!” e “Multilaterale e Polivalente: l'allenamento che funziona”.

Una delle cose di cui sono veramente convinto è che, bambini e bambine che giocano a baseball e softball, dovrebbero, fino ad almeno 14 anni, provare tutte le esperienze che il  gioco può loro offrire:

cimentarsi in tutti ruoli, battere da destra e da sinistra e giocare, veramente (non “partecipare” standosene in panchina) tantissime partite, mentre lo stanno facendo.

Sono talmente sicuro della correttezza di questo modo di procedere che vorrei che le regole dell’attività agonistica giovanile, lo prevedessero e che non fosse consentito attribuire un ruolo, eterno ed immutabile fino, appunto, ai 14 anni.

Ho imparato, a mie spese, che non è possibile intuire come sarà, realmente, l’evoluzione dei bambini e delle bambine in ambito sportivo, ritengo infatti complicato (per non dire impossibile) poter “prevedere il futuro” e decidere, contando su un inesistente “sesto senso”, che tipo di giocatore o giocatrice potrà diventare il bambino o la bambina che abbiamo davanti.

In Moneyball, ad un certo punto c’è una scena, brevissima, che parla di “sfere di cristallo e intuito”… Questa:

(E' possibile vedere lo spezzone anche seguendo questo link che porta al canale YouTube di Softball Inside).

Anche se l’argomento della discussione non sono certo i bambini il messaggio è chiaro:

“non si può prevedere il futuro!”.

Lo si può ipotizzare, forse, auspicare, anche, ma prevedere questo no di sicuro.

Nessuno, ripeto, nessuno, può indovinare che tipo di atleta diventerà da grande ciascun bambino che si approccia al baseball o, se è per questo, a qualsiasi altro sport.

Proprio per questo non ritengo giusto e nemmeno serio (oltre che non professionale) pensare di poter decidere del futuro di un giocatore o di una giocatrice prendendo decisioni che lo possano, anche ipoteticamente, limitare.

È proprio questa la mia paura più grande:

che le mie decisioni, le mie scelte, possano impedire ad un atleta di esprimere in pieno il suo potenziale.

Sono sicurissimo di non volere questa responsabilità!

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I Bambini non conoscono la competizione: la imparano dagli adulti!

Lun, 09/02/2015 - 08:06 -- Fabio Borselli

 

La frase che da il titolo a questo intervento è presa direttamente dal post “PUO’ IL SOFTBALL COPIARE DAL FOOTBALL AMERICANO?” di Aurora Puccio, pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER di Softball Inside la scorsa settimana (qui il link).

Direi che l’interpretazione di Aurora contiene una grande verità, ma anche una piccola bugia.

La bugia è che i bambini non conoscono la competizione, la conoscono eccome, solo che non è quel tipo di competizione, e qui arriviamo alla verità, che gli adulti gli impongono.

Succede che per competere i bambini debbano prima imparare a riconoscere “nell’altro” qualcosa di diverso da un mezzo per esplorare il mondo che li circonda.

Detesto dare limiti temporali (a quest’età succede questo…) perché ogni individuo è diverso sia biologicamente che psicologicamente e quello che succede all’uno, magari, è già successo o deve ancora succedere, all’altro.

Si può però provare a generalizzare:

prima dei 4 o 5 anni è molto difficile che il bambino sia capace di “mettersi nei panni dell’altro” e, per questo, nel gioco sperimenta, con ovvi distinguo, la propria individualità, “utilizzando” gli altri, appunto come “strumenti di gioco”.

Solo più avanti (si dice intorno a i 6 o 7 anni, ma qualche autore ipotizza anche gli 8 o 9 anni…) i bimbi cominciano a integrare nel loro mondo “gli altri” e  a ritenerli sia interlocutori che compagni di gioco, cominciando prima con il concordare regole e, solo in un secondo tempo, a rispettare quelle provenienti dall’esterno.

Quando il gioco comincia a d avere queste caratteristiche (immedesimarsi nell’altro,  comprensione e rispetto delle regole) nasce quella che io chiamo “sana competizione”.

Quella che dovrebbe essere alla base di ogni gara, partita o campionato giovanile.

Per competere, nei giochi, i bambini si accorgono, infatti che hanno bisogno di una componente fondamentale: l’avversario.

Scoprono, naturalmente, che non si può gareggiare da soli, che non si può prevaricare l’avversario, correndo il rischio che abbandoni il gioco, che non si possono violare le regole perché questo destabilizza il gioco stesso.

Ma, soprattutto, scoprono che vittoria e sconfitta sono opzioni parimenti possibili e che, anzi, proprio l’incertezza sul “chi vincerà” rende interessante un gioco piuttosto che un altro.

Scoprono anche che non si può vincere sempre (anzi che perdere succede molto più spesso…) e che vittoria o sconfitta sono importanti ed hanno valore solo ed esclusivamente nell’ambito, particolare e ristretto, del gioco stesso.

Questo non vuol dire che le competizioni siano “all’acqua di rose”, anzi, sono confronti duri, spigolosi, senza quartiere:

basta osservare attentamente e con mente aperta i giochi spontanei dei bambini per capire che cercano la vittoria, la supremazia, con ogni mezzo e con tutte le proprie forze. Poi il gioco finisce e sono subito pronti per una nuova sfida.

Questa è la competizione che fa bene ai bambini, che li fa crescere, che li prepara al “dopo”:

un momento di divertimento e di confronto con sé stessi, per conoscere meglio le proprie caratteristiche e capire come coordinarsi, come pensarsi e compensarsi, come migliorarsi…

Un qualcosa che riesce ad offrirgli delle occasioni per guadagnare sicurezza e autostima.

Ma in questa bella storia, purtroppo, ad un certo punto arrivano gli adulti:

i genitori, gli insegnati, gli allenatori, le società sportive…

Improvvisamente la gara non è più “competizione fra pari” ma “lotta per la supremazia”  e tutto viene fatto, esclusivamente, in funzione della vittoria CONTRO l’altro:

voti migliori per essere “buoni studenti”, allenamenti specializzanti per diventare “buoni atleti”, vittorie nelle gare per essere “campioni”.

Questi sono meccanismi e giudizi che nascono dagli adulti e che invadono il mondo dei bambini senza tenere conto delle loro esigenze, costringendoli  a valutare le proprie azioni sempre in termini di “sono migliore o peggiore” degli altri.

La competizione, invece di essere un momento di crescita e di esplorazione del proprio mondo, diventa così l’unica motivazione ad agire. Si compete per competere, in una gara continua, che attribuisce valore in termini di vittorie o sconfitte.

Ecco perché non sono d’accordo con Aurora:

i bambini conoscono benissimo la competizione, la cercano e la ricercano ed è fondamentale nella loro “esplorazione” di se stessi, degli altri e del mondo.

Purtroppo, invece, dagli adulti imparano, troppo spesso, che VINCERE è l’unica cosa, che non c’è secondo posto e che se non sei un vincente non vali nulla…

Come genitore, insegnante ed allenatore non vorrei mai che la competizione, con la gioia della vittoria e la tristezza della sconfitta, sparisse dal mondo dei bambini, ma vorrei che gli adulti (me compreso) diventassero così “bravi” dal lasciarli fare da soli:

aumentiamo le possibilità di confronto coinvolgendoli in attività che li mettano alla prova (come per esempio organizzando situazioni in cui, attraverso una riscrittura condivisa delle regole, sia possibile creare un “confronto tra pari”) ma evitiamo di farne una questione da adulti.

 

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A ruota libera dopo la trentesima convention…

Lun, 02/02/2015 - 08:56 -- Fabio Borselli

 

Torno dalla Coach Convention molto stanco, ma soddisfatto.

I “commenti di corridoio”, come al solito, sono contrastanti:

a qualcuno è piaciuta, a qualcuno no…

Molti hanno deciso a priori il proprio gradimento e qualsiasi cosa fosse successa non avrebbero (e non hanno) cambiato idea…

La sensazione che ho avuto, nettissima, è che baseball e softball siano di fronte ad una svolta:

evolversi o morire.

Capisco che può sembrare un’affermazione molto negativa, drastica, estrema.

Ma se penso agli interventi, supportati da cifre e dati assolutamente deprimenti, di Laura Bortoli e Andrea Ceciliani e li confronto con quanto vedo succedere, quotidianamente, sui nostri campi non vedo come potrei essere meno negativo.

Evolversi o morire.

Le Società spariscono a vista d’occhio, le squadre sono sempre di meno e i roster sempre più corti…

Pochi bambini e bambine, a parte pochissime isole felici, in clamorosa controtendenza, scelgono di praticare il baseball ed il softball, anzi diciamo che sempre meno bambini e bambine praticano sport…

I pochi atleti che abbiamo non emergono, non si evolvono, non maturano…

E quelli che lo fanno sono numericamente rari come le proverbiali “mosche bianche”.

Eppure noi, tutti noi, specialmente noi tecnici siamo impegnati nella contemplazione del nostro ombelico, alla ricerca del “talento” da lanciare, sperando di essere ricordati come gli scopritori del “prossimo italiano in Major League”.

Siamo tutti, perennemente, preoccupati della lunghezza del passo, dei gomiti troppo bassi, della posizione dei piedi, dei punti di rilascio… Così da perdere di vista un fatto semplicissimo:

i nostri atleti (fatte salve le purtroppo rare eccezioni) raramente lo sono davvero, atleti, intendo.

I nostri ragazzi vengono “addestrati” e specializzati in modo da farne dei “fenomeni dodicenni” che, poi, quando arrivano a 16 anni, o sono “bolliti” (tecnicamente si chiama blocco prestativo) o hanno smesso di giocare da tempo.

Non mi sto inventando nulla:

basta fare un giro per i campi e le palestre dove il “futuro del baseball e del softball” si prepara e cresce per rendersi conto di questo.

Non abbiamo nessuna speranza se non cambiamo qualcosa…

Evolversi o morire.

Io, nella mia ingenuità, penso ad un baseball ed un softball che diventino un esempio per gli altri sport e penso che sia davvero possibile decidere di percorrere una strada diversa.

Vorrei che gli allenatori decidessero di mettersi al servizio dei bambini e li aiutassero a sviluppare il loro potenziale di PERSONE, rispettando i loro tempi ed i loro modi di imparare, senza imporre la propria visione del mondo e senza utilizzarli per soddisfare ed alimentare il proprio EGO.

Credo che sia possibile pensare a fare sport giovanile, agonistico e competitivo, senza per questo trasformare i bambini in adulti, ma rispettando, attraverso un  percorso condiviso da tutto il movimento, la loro necessità di “giocare”.

Credo che sia giunto il momento di prendere atto che, anche se giochiamo a baseball e a softball, non siamo né in America né tantomeno  in Giappone (né in nessun altro paese dove il baseball ed il softball sono diffusi e conosciuti) e che, proprio per questo, dobbiamo riuscire a trovare il NOSTRO percorso, perché, lo abbiamo capito, scimmiottare quello degli altri non funziona.

Evolversi o morire… Voglio credere che saremo capaci di scegliere l’evoluzione.

 

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Toscana in Convention

Mar, 27/01/2015 - 08:18 -- Fabio Borselli

 

Domenica 25 gennaio, presso il centro di preparazione olimpica del CONI, a Tirrenia, sede dell’accademia del baseball della FIBS, si sono incontrati 25 tecnici, provenienti da tutta la regione, per partecipare alla terza TOSCONVENTION.

L’evento di aggiornamento, riservato ai tecnici di baseball e softball della regione, organizzato dalla delegazione regionale del CNT in collaborazione con il Comitato Regionale Toscano, è stato, in questa occasione, interamente dedicato al Clinic “Allenare Divertendo(SI)”.

Il Clinic è stato presentato in Toscana, per la prima volta con il marchio “PERFORMANCE FACILITY” che è il nome dell’associazione, diretta emanazione di Softball Inside, che si occuperà di progettare, realizzare e proporre iniziative di formazione, sportive e non.

Con un po’ di emozione, dovuta al dover proporre il Clinic ad un pubblico, non solo competente ma, anche e soprattutto, formato dai “miei vicini di casa”, alle 9.45 in punto, come da programma, ho cominciato la presentazione delle attività previste nella giornata.

Devo dire che la gente della Toscana, anzi, la gente del baseball e del softball toscano, non è fatta pregare e si è fatta coinvolgere completamente nel clinic che, come già raccontato, è essenzialmente pratico, visto che impegna i partecipanti nella tripla veste di dimostratori, osservatori e progettisti della seduta di allenamento.

Tanto lavoro e tante domande.

Un ottimo clima, propositivo e collaborativo.

Tanta voglia di condividere pensieri ed esperienze.

E, anche, tanto divertimento.

Quel divertimento che a me, lo posso garantire, non è mancato, specialmente nel vedere che le idee, le modalità e le proposte che ho presentato non incontravano resistenza e che i tecnici presenti sembravano aver gradito il clinic nella sua interezza.

Posso dire di essere soddisfatto:

il Clinic sembra attrarre ed interessare e la formula  che coinvolge attivamente i partecipanti aiuta  l’instaurarsi, rapidamente, di un clima di collaborazione e di condivisione che, come già successo in Lombardia, mi permette di dire, senza piaggeria, “di aver imparato molto di più di quello che ho potuto insegnare”.

Il prossimo appuntamento con il Clinic “Allenare Divertendo(SI)” è fissato per domenica 22 febbraio in Abruzzo.

Ricordo che, per chi fosse interessato a presentare il Clinic “Allenare Divertendo(SI)” nella propria regione (Società, provincia, territorio…) è sufficiente contattarmi tramite il form che si trova nella sezione contatti del sito.

I tecnici più bravi devono allenare le giovanili

Lun, 26/01/2015 - 09:00 -- Fabio Borselli

 

Ho sentito tantissime volte fare questa affermazione.

L’ho sentita ripetere, con convinzione, da tantissime persone:

tecnici, presidenti, appassionati.

Proprio per questa sua, apparente, universalità, credo che sia opportuno ragionarci sopra…

Comincio col dire, subito, che non sono assolutamente d’accordo!

Ma non nel senso che i tecnici “migliori” non debbano allenare le giovanili, anzi, magari ce ne fossero di quelli davvero bravi DIPONIBILI ad allenare i giovani.

Ed è proprio nella parola DISPONIBILITA’ che sta tutto il mio dissenso.

Credo che non esista l’allenatore perfetto:

ciascuno di noi ha capacità, conoscenze, attitudini e, perché no, abitudini e preferenze che lo portano a SCEGLIERE come e con chi lavorare.

Ci sono allenatori bravissimi, competenti, preparati che quando lavorano con atleti “maturi” danno il meglio di loro stessi, allo stesso modo ci sono allenatori bravissimi, competenti e preparati che danno il proprio meglio con i giovani giocatori.

Le distinzioni, anche in queste macro categorie, potrebbero continuare all’infinito:

c’è chi si trova meglio e preferisce lavorare con i principianti, chi con atleti adolescenti da far “maturare”, chi con quelli al culmine della carriera.

Ecco perché non credo, nella maniera più assoluta, che “i tecnici più bravi debbano allenare i bambini”.

Aldilà delle necessità per cui, spesso, capita che gli allenatori non possano scegliere e debbano, gioco forza, allenare la squadra disponibile al  momento (non dimentichiamo, come fanno in tanti, che il tecnico di baseball o di softball è poco più che un dilettante, spessissimo un volontario) credo che, quando questo è possibile, ciascuno debba seguire le proprie attitudini o, meglio, le proprie capacità.

Per questo le giovanili (le squadre di ragazzini e ragazzine, le squadre MINI, under 12 e under 14 e chi più ne ha più ne metta) dovrebbero essere allenate da allenatori bravi, preparati, competenti ma, soprattutto, da tecnici che VOGLIONO ALLENARE LE GIOVANILI.

Ne più ne meno di questo:

Se un allenatore è disponibile a lavorare con i giovani, gli viene “facile” e ne è capace, quello dovrebbe essere il suo posto.

Essere disponibili vuol dire, prima di tutto capire l’essenza dell’essere “tecnico” e capire la “filosofia del lavoro” cha sta dietro all’essere “tecnico di giovanili”.

E questa non è una cosa, assolutamente semplice.

L’allenatore di squadre di bambini e bambine (ragazzi e ragazze…) è prima di tuto un insegnante, un educatore, un mentore che deve accompagnare i principianti nella loro scoperta del gioco per  far si che, oltre a diventare bravi (se possono esserlo) diventino anche degli “appassionati” del gioco (in modo da non abbandonarlo se non diventano COSI’ bravi…).

L’allenatore di giovanili non vince (quasi mai) nulla, è bene dirlo, e gli “scudetti” e le “medaglie” non fanno (quasi mai) parte del suo palmares…

Le sue vittorie (poche, purtroppo, ma è nella logica dello sport) sono gli atleti che “diventano forti” quando crescono e che, loro si, vinceranno con qualcun altro; le sue sconfitte sono tutti quei bambini e bambine che, per un motivo o per un altro, non giocheranno a baseball o a softball, domani…

L’allenatore di giovanili è un insegnante che deve fare di tutto per rendere indipendente il proprio giocatore perché sa che, prima o poi, dovrà lasciarlo andare…

E queste sono solo alcune caratteristiche, altre ce ne sarebbero da raccontare…

Ecco perché penso che non basti, SOLTANTO, essere bravi tecnici, per allenare nelle giovanili, bisogna essere, per forza, BRAVI ALLENATORI DI GIOVANILI.

 

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Mar, 20/01/2015 - 09:27 -- Fabio Borselli

 

Si è conclusa domenica scorsa la "campagna" di raccolta fondi collegata alla vendita di ANNO UNO, il libretto che raccoglie le striscie di CASA BASE, il baseball a fumetti.

Come più volte annunciato abbiamo donato un'euro per ogni albo cartaceo venduto (e avremo donato 50 centesimi per ogni ebook...).

Qui sopra è visibile la scansione del bonifico, effettuato ieri, in favore di quanti sono stati colpiti dall'alluvione del novembre 2014 a Massa Carrara.

La cifra versata, collegata alla nostra iniziativa, è veramente esigua: solo TRE EURO, ai quali si aggiungono quelli versati a titolo personale, dei quali, però preferiamo non parlare.

Chi volesse acquistare ANNO UNO può, naturalmente, ancora farlo, tramite il sito LULU.com, seguendo questo link, oppure sullo store di AMAZON, usando invece, questo link.

Un grande ringraziamento a chi ha voluto sotenerci in questa piccola iniziativa.

Ultima Occasione...

Mar, 13/01/2015 - 14:23 -- Fabio Borselli

 

Softball Inside e CASA BASE, il baseball a fumetti, si erano fatti promotori, come ampiamente spiegato nel post intitolato “Canto di Natale”, di un’iniziativa benefica a favore delle vittime dell’alluvione di MASSA CARRARA.

Dobbiamo registrare che, purtroppo, fino ad ora la “raccolta fondi” è stata dvvero modesta…

Noi crediamo che gli appassionati di baseball e softball sappiano fare di meglio!

Il sito LULU. Com sul quale è possibile acquistare “ANNO UNO” (qui il link diretto) ha lanciato un’offerta promozionale, valida fino al giorno 19 gennaio 2015 (lunedì prossimo…) azzerando le spese di spedizione del volumetto tramite posta (basta inserire, al momento della conferma dell’ordine, il codice SHQ15).

Per questo abbiamo deciso di prorogare anche la nostra “data di scadenza” e di renderla concomitante con lo scadere dell’offerta di LULU.com.

Ecco che, come già annunciato, quindi, doneremo UN EURO per ogni copia cartacea e 50 CENTESIMI per ogni copia in formato Ebook , del volumetto “ANNO UNO”, contenente le strisce di  CASA BASE, che verranno acquistate a tutto il 19 gennaio 2015.

Effettueremo il versamento di quanto raccolto, perciò, il giorno 20 gennaio 2015, su uno dei conti correnti indicati nella pagina web: “Alluvione Carrara. Aiuti alla popolazione: ecco come fare” aperta per l’occasione dal sito internet dell’amministrazione provinciale di Massa Carrara.

Ancora una volta un grande ringraziamento, in anticipo, a quanti vorranno partecipare all’iniziativa.

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