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Slap!

Lun, 31/08/2015 - 09:14 -- Fabio Borselli

 

Non sono riuscito a seguire come volevo il mondiale under 19 di softball, purtroppo ho visto solo qualche spezzone di partita in streaming e letto le notizie sui siti specializzati.

Ho seguito però una discussione, nata sul web ad opera di un amico, che si riferiva al fatto che le squadre più forti del mondo hanno almeno la metà del line-up composta da slapper e che, provocatoriamente, chiedeva il perché, da noi, non si insegna alle giocatrici “l’arte dello slap”.

Il mio pensiero sull’importanza dello slap come arma offensiva e sul come ogni giocatrice (ripeto: ogni giocatrice) dovrebbe averla nel proprio “arsenale” è cosa risaputa:

ne ho parlato spesso su Softball Inside (vedi i post “Perché non insegnare a battere da entrambi i lati del piatto?” e “Ancora sui battitori Mancini”) ma questa volta voglio cercare di dare una risposta al perché non si insegna.

Naturalmente posso solo ipotizzare il perché e spero che nessuno me ne vorrà se la mia analisi fosse esagerata o inesatta, anzi spero che sia possibile far nascere un dibattito costruttivo e stimolante e che in un futuro non lontano anche da noi si possano cominciare a vedere più slapper.

Pima di tutto credo che sia necessario far piazza pulita da un pregiudizio:

non si insegna a battere in corsa solo alle atlete veloci. Punto.

Se sono veloci è meglio, ma considerando che dal box sinistro alla prima base si guadagnano almeno due metri di vantaggio, anche una giocatrice di velocità media è sicuramente avvantaggaita.

Certe modalità di pensiero sono dure a morire però, si pensi alla assurda credenza che il bunt si chieda solo a pessimi battitori, come se smorzare la palla non richiedesse le stesse capacità di tracking e di tempismo della battuta.

L’ho detto all’inizio, battere in corsa è un’arma:

un’arma in mano al coach che può, utilizzandola a proposito, cercare di destabilizzare difese apparentemente impenetrabili e un’arma a disposizione delle giocatrici che possono, così, diventare più pericolese e imprevedibili.

Battere in corsa è un fondamentale e come tale richiede tempo per essere appreso, deve essere allenato e deve essere provato in situazione di gara.

Battere in corsa non si improvvisa ed è necessaria una seria programmazione dei passi da compiere per  rendere una giocatrice una slapper.

Credo che di fronte a queste affermazioni sia chiaro che, prima di tutto, serve che l’allenatore, il tecnico, sappia insegnare come si batte in corsa e sappia anche insegnare quando farlo.

E questo, non è del tutto scontato…

Poi è evidente che serve del tempo, che prima di padroneggiare la slap le atlete devono andare incontro a prove, controprove, aggiustamenti e, naturalmente, fallimenti.

Ecco che si arriva al punto nodale:

a mio parere non si insegna la slap perché questo tempo non c’è… O, forse non si vuole trovare…

Abbiamo un sacco di scuse:

le nostre giocatrici i allenano poco, troppo poco e giocano ancor meno.

Le abbiamo, se va bene, per 4 o 6 ore alla settimana e questo tempo va impiegato per insegnare a prendere, a lanciare, a battere, a correre, a difendere.

Non ci rimane tempo per altro.

Sono giustificazioni che ho sentito molte volte, in aggiunta a considerazioni del tipo:

“in America (come in Giappone, Cina, Australia…) si allenano tutti i giorni, hanno più tempo, possono lavorare meglio… Possono sperimentare e, poi, hanno più atlete di noi”.

Personalmente insegno a battere in corsa (così come insegno a battere da entrambi i lati del box..) e gli dedico lo steso tempo che dedico agli altri fondamentali, programmando l’attività nella speranza che le giovani giocatrici si appassionino al softball e che continuino a giocare a lungo.

Proprio per questo, credo che queste scuse siano, appunto, solo ed esclusivamente delle scuse e che servano a nascondere il vero problema:

forse, dico solo forse, non è che, in fondo, siamo abituati ad accontentarci?

 

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Lo Speaker’s Corner di Softball Inside

Lun, 24/08/2015 - 10:10 -- Fabio Borselli

 

Venerdì scorso, per la prima volta dall’inizio dell’avventura SOFTBALL INSIDE, non sono riuscito a rispettare una scadenza:

niente, infatti, è stato pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER.

Con il passare dei mesi i contributi degli addetti ai lavori del baseball e del softball sono venuti meno ed è venuta meno anche la mia voglia di “tartassare” gli amici perché “scrivessero qualcosa per il mio sito”

Nei paesi dove il baseball e il softball sono “sport che contano” c’è un fiorire di siti web e pubblicazioni che ne parlano, analizzandone tutti gli aspetti.

Purtroppo, lo dico con tristezza, sembra che da noi non ci sia la voglia o la volontà di scrivere di baseball o di softball…

Salvo però ritrovare pamphlet polemici su altri siti.

Negli ultimi mesi SOFTBALL INSIDE, in assenza di contributi italiani, ha pubblicato sullo SPEAKER’S CORNER la traduzione di quegli articoli reperiti sul web, provenienti da fonte certa e affidabile, che potessero alimentare la discussione…

Purtroppo non sempre è possibile tradurre gli articoli velocemente o trovare pezzi interessanti e anche questa strada diventa un percorso a ostacoli.

La tentazione di chiudere la sezione SPEAKER’S CORNER del sito è tanta, ma voglio aspettare ancora…

Rinnovo perciò l’invito a chiunque abbia voglia di mettersi in gioco e di scrivere a proposito di baseball e di softball (ma non solo) di mettersi all’opera e di inviare i propri contributi.

Vediamo se, insieme, possiamo salvare lo SPEAKER’S CORNER.

 

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EMRYT 2015

Lun, 17/08/2015 - 08:32 -- Fabio Borselli

 

Ho partecipato, per il quarto anno consecutivo, al Torneo ESF “Massimo Romeo Youth Trophy”, tradizionale appuntamento dedicato alle ragazze “under 13” del softball, organizzato, come sempre, dal Collecchio BSC.

Riporto a casa, come sempre, una serie di flash:

il mio staff, il mio splendido staff che, basta guardare la foto per capirlo, ha reso il mio lavoro di manager semplice e gratificante (loro direbbero anche riposante)…

Le lacrime di gioia di coach SHEMBEREVA, manager del team Moskovia, che riesce a vincere il torneo dopo aver collezionato 3 medaglie d’argento…

La voce di Greta Cecchetti, campionessa europea seniores, pitching coach d’eccezione, che parla alle piccole pitcher italiane.

Il “balletto” a suon di musica, completamente inventato e coreografato dalle atlete, con il quale Italia 2, la mia squadra, apriva il proprio riscaldamento…

Le ragazze del “GBU SD 42 Moscomsport” inginocchiate sulla pedana, fronte contro fronte, prima di ogni partita…

I riccioli che più riccioli non si può della più piccola giocatrice della Gran Bretagna…

I cellulari nascosti sotto le coperte di tutte, proprio tutte, le giocatrici di tutte, proprio tutte, le squadre…

Le mini giocatrici, ma guai a pensarlo, vista la grinta che hanno messo in campo, di Italia 1...

L’odore delle patatine fritte…

I cori delle due squadre italiane che rimbalzano dal campo alla tribuna e viceversa e le stesse due squadre che, costrette allo scontro diretto nella poule per le medaglie, giocano una bellissima partita, coltello fra i denti e poi si mescolano per il pranzo…

Le ragazze della Bulgaria sempre sorridenti…

I biscotti al cioccolato di Stefano che, a giudicare dalla quantità consumata, tutta la delegazione Italia (coach compresi) ha molto gradito...

L’inglese improbabile con cui tutti, giocatrici, coach, arbitri  e supporter hanno comunicato, o provato a farlo, per 4 giorni indimenticabili…

Le riunioni con lo staff, la consegna del line-up…

Il cappello dell’arbitro ukraino…

Il colore viola, presente in tutte, proprio tutte, le uniformi delle squadre dell’est Europa…

Il pubblico, più o meno competente, che non smette di sostenere le ragazzine…

Gruppi di ragazze, di squadre e paesi diversi che parlano, non si sa in quale lingua e non si sa di cosa…

Gli arbitri italiani ai quali ho continuato a dare i cambi in inglese (o quello che doveva essere inglese)…

Il dialetto, impagabile, dell'amico Massimo...

La canzoncina di Italia 2 quando, in difesa, faceva il secondo out…

Tante battute, tanti strike out, tanti out, tante giocate “da grandi” e anche tanti errori, ma soprattutto, tanto, tantissimo softball, giocato da splendide bambine.

 

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Sostieni CASA BASE!

Sab, 08/08/2015 - 11:37 -- Fabio Borselli

Si avvicina la scadenza del progetto di raccolta fondi  SOSTIENI CASA BASE!

La campagna di CROWDFOUNDING, per il momento, non ha dato grandi risultati…

Il sito di PRODUZIONI DAL BASSO, cui ci siamo appoggiati per gestire la RACCOLTA FONDI (questo il link per poter effettuare una donazione) ha totalizzato tante, anzi tantissime visite, ma queste non si sono concretizzate in una effettiva donazione.

Siamo comunque determinati nel nostro intento di voler aprire un sito web dedicato esclusivamente a CASA BASE, agli ATOMICS ed alle loro avventure.

Naturalmente senza un piccolo aiuto da parte dei FANS di CASA BASE è per noi molto complicato coprire i costi da sostenere, per questo stiamo studiando, una volta terminato il progetto SOSTIENI CASA BASE! Altre iniziative che ci possano permettere di dare una casa tutta loro agli ATOMICS.

Ma SOSTIENI CASA BASE! non è ancora giunto alla fine!

Ecco perché torniamo a rinnovare la nostra richiesta di aiuto:

ci vuole pochissimo tempo e, al costo di un caffè, è possibile sostenere CASA BASE, il fumetto italiano dedicato ESCLUSIVAMENTE al baseball.

Facendo click sul riquadro SOSTIENI CASA BASE! Si apre la pagina della “raccolta fondi” (questo il link diretto) e sarà possibile “donare” direttamente, utilizzando PayPal, con pochi semplici passaggi.

Mancano ancora 4 giorni al termine del progetto e in 4 giorni possono succedere tante cose…

Come già detto altre volte, a chiunque ci è stato a sentire e apprezza le nostre storie va un grande ringraziamento, comunque, anche se deciderà di non sostenerci.

 

Questione di coerenza

Lun, 03/08/2015 - 11:02 -- Fabio Borselli

 

Ho incontrato Mauro Berruto alla Coach Convention del 2014.

La sensazione che ne ho avuto è quella di avere davanti un grande professionista. Quella di avere davanti un uomo di sport  consapevole di quello che dice. Quella di trovarmi di fronte a un visionario, cioè a un uomo capace di avere una visione.

Mauro Berruto non è più l’Head Coach della Nazionale di Pallavolo Maschile.

Non lo è più perché, come allenatore e come uomo, ha deciso di rimanere fedele ai propri principi.

Le vicende che hanno portato Coach Berruto a prendere alcune decisioni “gestionali” che hanno scatenato numerose polemiche sono riassunte in questo articolo apparso sul sito web della gazzetta dello sport.

Sul suo blog, Mauro Berruto, il 29 luglio scorso, ha invece pubblicato questo post, dal titolo "grazie mi fermo qui", che spiega, con limpidezza e coerenza la sua decisione di lasciare la guida dell’Italvolley.

Sono, fondamentalmente, un uomo di sport. Mi ritengo, aldilà delle differenze tra sport e sport, un collega di Berruto, un allenatore come lui.

Sono un uomo di principi saldi, chi mi conosce sa che non sono disponibile al compromesso su questi principi.

Non so se Coach Berruto leggerà questo post, di sicuro io ho letto il suo e, per quello che vale, la mia razione è stata di pensare un grande e sacrosanto:

“Bravo Mauro! Questo fanno gli uomini!”

Lo ringrazio per la sua coerenza, per la sua capacità di assumersi la responsabilità delle proprie decisioni e per la forza di quelle stesse decisioni.

Avevo seguito il suo intervento alla Coach Convention con gioia e attenzione, ma il suo post è davvero una “Lectio Magistralis”

Grazie Coach Berruto!

Grazie di cuore!

 

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Una voce fuori dal coro

Lun, 27/07/2015 - 09:04 -- Fabio Borselli

 

Tutto nasce da questo grafico, pubblicato all'inizio della stagione del football da Coach Urban Mayer, capo allenatore dei Buckeyes, la squadra della Ohio State University.

Coach Mayer, che è uno dei due soli allenaori a livello universitario ad aver vinto il titolo della "Big Ten Conference" guidando due diversi programmi in due diverse scuole.

Il grafico dice che dei 47 giocatori cui l'unversita dell'Ohio ha offerto di entrare nella squadra, ben 42 provengono da scuole dove hanno praticato altre discipline, oltre al football e che solo 5 (più o meno il 10%) sono, invece, atleti specializzati.

Questa tabella ha suscitato scalpore e riacceso un dibattito che vede contrapposte due scuole di pensiero:

da una parte i fautori di una expertise precoce, dall'altra chi crede in una formazione multilaterale e polisportiva.

Chi mi conosce sa come la penso...

Non voglio aggiungere commenti, solo sperare che, vista la provenienza dell'informazione, si possa cominciare, anche da noi, a ragionare sul problema.

 

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Remember the Titans

Lun, 20/07/2015 - 07:13 -- Fabio Borselli

 

Adoro il cinema, in ogni sua forma. Adoro le belle storie, quelle ben raccontate, quelle raccontate con gusto.

Adoro i film che parlano di sport.

Mi commuovono, specie quelli che raccontano, davvero, senza retorica, di sport e di vita.

Tutte le volte, e dico proprio tutte le volte, quando passano in tv in qualche oscuro canale, non riesco a smettere di guardarli e riguardarli che si tratti del vetusto l'idolo delle folle o del recente MoneyBall.

Ho finito da poco di rivedere, per l’ennesima volta, la versione italiana del film Remember the Titans (tradotto orribilmente in “Il sapore della vittoria – Uniti si vince”), che racconta la vera storia, della squadra di football americano del liceo T.C. Williams High School di Alexandria (Virginia) durante la drammatica stagione 1971.

Il film, come è ovvio, si prende alcune “licenze” rispetto alla storia vera ma resta molto fedele nel raccontare il clima che, proprio nel 1971, si respirava in Virginia mentre, a colpi di decreti legge, si tentava di integrare in un’unica comunità la variegata popolazione dello stato.

Era il 1971… non la fine dell’800… Il problema razziale era vivo e vegeto appena l’altro ieri e forse resta comunque aperto anche oggi…

I Titans, squadra di High Schoool, allenata da un coach nero, composta da giocatori bianche e neri, vincerà il campionato statale contro squadre composte da giocatori bianchi e guidate da coach bianchi.

Raccontato così il film sembra, solo ed esclusivamente, una storia di integrazione e di riscatto, ma Remember the Titans è soprattutto una storia di sport, una storia di vittorie e di sconfitte, una storia di ragazzi che provano, in campo, a diventare uomini.

Come se questo non bastasse, in quella stagione, magica e drammatica, i Titans, oltre a scrivere un pezzo di storia (e di epica…) dello sport, hanno dovuto superare la perdita a metà stagione, del loro campione più rappresentativo, Gerry  Bertier, che, come raccontato nel film, perderà l’uso delle gambe a seguito di un incidente stradale, ma sarà così forte e determinato da superare quell’handicap e diventare un atleta paraolimpico vincitore di due medaglie d’oro… Una storia nella storia.

Brad Pitt, nel film (ebbene si, un altro film…) MoneyBall, parlando con la voce di Billy Beane dice:

“come si fa a non essere romantici con il baseball?”.

Vorrei parafrasarlo e dire che:

“è impossibile rimanere insensibili alle vicende dello sport, di qualsiasi sport, quando sono vere e parlano al cuore”.

Un amico, qualche tempo fa, ha scritto sullo SPEAKER’S CORNER che “lo sport prepara alla vita”, io preferisco pensare che lo sport faccia parte, realmente, della vita, con significati diversi a seconda delle stagioni, ma che sia un caldo e avvolgente “rumore di fondo” che è impossibile ignorare.

 

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CASA BASE e BOARD OF DREAM

Lun, 13/07/2015 - 09:01 -- Fabio Borselli

 

Che a noi di CASA BASE piaccia molto, anzi moltissimo, BOARD OF DREAM, il gioco ideato da Marco Pieri che rende possibile riprodurre, molto fedelmente, sul tavolo da gioco, una partita di baseball, è cosa risaputa.

Ed è cosa risaputa che Marco Pieri sia un fan di CASA BASE.

Con queste premesse non era difficile immaginare che, prima o poi, una qualche collaborazione sarebbe saltata fuori…

L’occasione è venuta con il varo del secondo campionato italiano di Board of Dreams, che ha già toccato, o toccherà, 10 città prima di giungere alla finalissima in programma a Lucca Comics & Games 2015.

In questa edizione il campionato di “baseball da tavolo” mette in palio, grazie al supporto della Federazione Italiana Baseball e Softball,  un viaggio a Tokyo per assistere alla finale del Premier 12, il campionato internazionale di baseball al quale partecipano le 12 squadre più forti del mondo, organizzato dalla World Baseball Softball Confederation.

Detto fatto!

Dopo qualche chiacchiera di approccio e qualche bozzetto preliminare, gli ATOMICS di CASA BASE campeggiano, in bella vista, sulla locandina ufficiale delle “Board Of Dream Baseball Series 2015”.

La locandina, che presentiamo oggi su SOFTBALL INSIDE  in anteprima mondiale, accompagnerà i giocatori fino alla finalissima di Lucca.

Inutile dire che noi di CASA BASE siamo molto orgogliosi di apparire in un evento così importante (anche se atipico nel panorama sportivo italiano) che può aiutare, ne siamo convinti da sempre, la diffusione del gioco più bello del mondo.

A questo punto, da tutto il “team Atomics”, possiamo solo augurare un grande in bocca al lupo a tutti i partecipanti e, parafrasando il nostro BOB, raccomandargli di giocare “come se fossero partite vere” perché il premio finale è, davvero, proprio un bel premio.

 

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Straordinario

Lun, 06/07/2015 - 09:05 -- Fabio Borselli

 

il baseball e il softball, inutile negarlo sono in questo momento, in  Italia, ai minimi storici, sia come livello tecnico che come numero di praticanti.

Intendiamoci, non è che la situazione nel resto del vecchio continente sia più rosea e questo ci permette, complici anche “oculate scelte di mercato” di mantenerci ai vertici, o quasi, del movimento europeo, ma in questo caso non mi sembra proprio il caso di festeggiare il “mal comune, mezzo gaudio”

Tra tutte le possibili cause e concause di questa situazione vorrei analizzarne una, quella del basso numero dei praticanti e quindi parlare di reclutamento e abbandono precoce, ma non solo.

Prima di tutto un’affermazione:

gli allenatori italiani di baseball e softball sono, a mio parere, allenatori eccezionali.

Infatti, con pochissimo “materiale umano” riescono ad allestire squadre, a giocare partite, a competere, anche ad alto livello, spremendo da quei pochi praticanti che arrivano alla soglia dell’età adulta prestazioni di tutto rispetto.

Ci sono però domande che mi sono posto e la prima è questa:

siamo sicuri che gli atleti che, resistendo, continuano a giocare fino e oltre i 19/20 anni siano i migliori possibili? I migliori talenti?

E la domanda successiva è:

siamo sicuri che le nostre metodologie di allenamento siano quelle che ne esaltano tutto il potenziale?

È innegabile che i nostri atleti e le nostre atlete over 20 siano dei “sopravvissuti”:

quando va bene hanno giocato per almeno 10 anni, spesso in un unico ruolo, se precoci e dotati di appropriati livelli di forza, magari, hanno anche lanciato, fino a quando, raggiunta la pubertà sono stati “reindirizzati” verso altre posizioni.

Quando va bene si sono allenati allo stesso modo, anche con allenatori diversi, scimmiottando, inutile nascondersi, le modalità di allenamento degli adulti:

due giri di corsa, qualche esercizio di stretching, qualche “passo di andatura”, qualche scatto, palleggio, difesa, difesa, difesa e batting practice (con qualche bunt e qualche batti e corri).

Siamo sicuri che non c’è un'altra strada e che non riusciamo a percorrerla per evitare di disperdere il patrimonio di bambini e bambine che l’attività di diffusione nelle scuole porta sui campi a ogni nuova stagione?

Credo che, di fondo, ci sia un problema di paura.

Baseball e Softball sono due giochi straordinari e devono essere giocati e allenati in maniera straordinaria. Punto.

Essere straordinari comporta il rischio di fare delle scelte.

Essere straordinari comporta il rischio che queste scelte non piacciano a qualcuno, specialmente a quelli che: “si è sempre fatto così, da queste parti”.

Questo, però, fa parte della definizione stessa del termine STRAORDINARIO.

Non bisogna avere paura, non bisogna smettere di essere, davvero STRAORDINARI.

Basta ricordarsi che nessuno ottiene mai, o può pensare di ottenere,  l'unanime approvazione di tutti, chi emerge, per forza di cose, va incontro anche alle critiche e al dissenso.

Purtroppo questo non è solo un problema di baseball e softball:

Non si cambia, non si corrono dei rischi, non si prova a diventare STRAORDINARI,  perché SI HA PAURA DI SBAGLIARE.

Questa paura la si impara a scuola.

È a scuola che si inizia a pensare che conviene stare al proprio posto, che è meglio colorare il disegno senza uscire dai margini, che non conviene fare troppe domande durante la lezione e guai a eseguire il compito diversamente dal modo in cui viene richiesto.

Nelle nostre scuole,  si dispongono i ragazzini tutti in fila e ci si impegna, con ogni mezzo, per non avere pezzi difettosi. L'obiettivo finale è che nessuno emerga, nessuno rimanga indietro, nessuno che corra in testa o che esca dai ranghi.

con queste premesse  mi chiedo:

siamo davvero sicuri che, riproporre questo modello, non trasformi lo STRAORDINARIO che baseball e softball hanno nel loro DNA in qualcosa che è uguale a tutto il resto e che ha, oltretutto, lo stesso sapore di tutto il resto? Lo sport giovanile è diventato, purtroppo, un mercato e un mercato affollato, dove seguire le regole, essere come gli altri, significa fallire e dove non emergere equivale a essere invisibili.

Sono convinto che siamo bravissimi e che riusciamo a “vendere” i nostri sport a bambini e famiglie di ogni tipo proprio perché nei nostri occhi c’è la capacità di raccontare lo STRAORDINARIO. Ma se una volta che abbiamo riempito i nostri campi di gioco, si smette di esserlo e si ritorna ad essere “ordinari  e normali” come è possibile pensare di poter trattenere al baseball e al softball quei bambini che vogliono invece, davvero, essere straordinari?

 

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Dove metto i piedi?

Lun, 29/06/2015 - 08:51 -- Fabio Borselli

 

Qualche giorno fa, in un articolo a commento delle numerose iniziative scolastiche che hanno come oggetto il baseball, ho visto la foto sopra:

la cosa che salta agli occhi immediatamente è che il battitore ha i piedi sopra casa base.

Chi si è posto il problema di spiegare il gioco ai bambini (ma gli adulti non sono poi così diversi) sa che è una cosa molto complicata far capire che quella base “diversa”, dove inizia e finisce il gioco, ha “regole e comportamenti” diversi, rispetto alle altre basi “normali”.

Ho visto e sentito tentativi di spiegare la posizione di battuta fatti di indicazioni del tipo:

“mettiti più indietro (o più avanti) rispetto a casa base”.

dimenticando che dietro e avanti sono concetti relativi e quello che per un adulto, conoscitore del gioco, esperto appare chiaro è un campo completamente inesplorato per un bambino che del baseball vede solo la dirompenza della battuta, la gioia della corsa e l’emozione del tentare di eliminare l’avversario.

Ho anche sentito dire:

“mettiti più laterale”, “metti i piedi paralleli al lato corto”, “rivolgi la spalla al lanciatore”

Tutti consigli giusti, per carità, ma quanto utili, efficaci e immediati?

Basta guardare, di nuovo, la foto iniziale per capire che servono a poco.

Nelle mie incursioni scolastiche, dove il colpo di fulmine tra bambini e gioco deve scattare immediatamente e dove non è possibile perdere tempo in lunghe, noiose spiegazioni, pena la perdita di attenzione, ho dovuto inventarmi una soluzione al problema che fosse rapida, semplice. Efficace ma, soprattutto, chiara.

Ecco perché ho realizzato questo semplice accessorio che mi porto sempre dietro:

 

è un tappetino, di quelli con il fondo antiscivolo, preso direttamente da un set di articoli per la casa (costo circa 8 euro), con riportate sopra (vernice spray) le impronte di due piedi. A dire proprio tutta la verità i tappetini che uso sono, in realtà, due, uno per il box destro e uno per il box sinistro, e li “metto giù”, insieme alle basi, all’inizio di ogni lezione.

Non ho nemmeno bisogno di spiegare come usarli:

i bambini capiscono immediatamente come devono posizionarsi e, specialmente con i più piccolini, la loro ricerca della “esattissima” posizione dei piedi è, quasi, maniacale.

Non è certo l’invenzione del secolo, ma a me è servita per “incominciare a giocare” il prima possibile, aiutando, con un piccolo espediente, ad apprezzare l’intuibilità e la semplicità, che sono la vera essenza del gioco del baseball.

 

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